I nomi dei “martiri di Torlano” vivano in noi spronandoci a lavorare per la pace: il monito che sale da Nimis e Portogruaro commemorando l’Eccidio di 81 anni fa

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Non lasciamo che questi nomi restino solo scritti su una lapide. Facciamoli vivere nei racconti, nelle scuole, nelle case. Facciamoli vivere con l’esempio, con l’attenzione verso gli altri, con la responsabilità che ogni cittadino ha nel costruire una società più giusta, più attenta, più umana. Torlano non è solo passato. È futuro, se scegliamo di ricordare». È l’invito-appello, che non lascia spazio a fraintendimenti e che il nuovo sindaco di Nimis, Fabrizio Mattiuzza, ha rivolto ieri mattina dal cimitero di Torlano, dinanzi al sacello che custodisce i resti di quelle trentatrè vittime innocenti – uomini, soprattutto giovani, ma anche tante donne con bambini anche in tenera età – dell’efferata strage nazifascista consumata all’alba del 25 agosto 1944 e che è passata alla storia come “Eccidio di Torlano”.

Una commemorazione molto partecipata e sentita, presente, come ogni anno, una delegazione del Comune di Portogruaro, la città della provincia di Venezia dalla quale provenivano i De Bortoli, una famiglia di mezzadri che, sfrattata, si vide costretta a cercar fortuna nella pedemontana. Ed è quella che pagò di più: falciati dalla ferocia del “Boia di Colonia” i genitori e ben sette bambini. Altri due riuscirono a salvarsi: Paolo, scomparso pochi anni fa, e Gina, che alla commemorazione del 2024 aveva desiderato essere presente nonostante le tante primavere sulle spalle. La cerimonia ha visto la partecipazione di numerose rappresentanze combattentistiche e d’arma – tra cui quelle dei Partigiani Osoppo Friuli, con il presidente Roberto Volpetti, e del coordinamento Morenico dell’Anpi -, sindaci e amministratori dei Comuni vicini, esponenti del Consiglio regionale Fvg e delle Forze dell’ordine. Ed è stata preceduta, nella Chiesa di Sant’Antonio di Padova, dalla Messa di suffragio celebrata da monsignor Rizieri De Tina, il quale, attingendo dal Vangelo di Matteo, ha ricordato come Gesù avesse invitato a “porgere l’altra guancia” abbandonando la logica dell'”occhio per occhio e dente per dente”, esortando al perdono e all’amore verso i nemici. «Perché, purtroppo, ancora oggi – ha sottolineato il parroco – il male e la violenza hanno il sopravvento e ogni giorno i telegiornali ci propongono una triste conta di vittime che non sono altro che numeri». E nella preghiera per i trentatré Caduti ha accomunato anche il soldato tedesco, la cui uccisione scatenò la tremenda rappresaglia.

Al termine, un silenzioso corteo ha raggiunto il camposanto dove dal 1947, tre anni dopo l’eccidio, riposano i resti di quei poveri morti, ricordati anche come i “martiri di Torlano”. Dopo la benedizione della tomba che li custodisce, riportando su una lapide marmorea i nomi di ognuno, Serena Vizzutti, assessore comunale, ha letto l’agghiacciante cronistoria di quella indimenticabile mattinata d’agosto per tenere viva una memoria che ormai sono rimasti pochi a ricordare di persona. Quindi, il saluto della Regione Fvg con l’intervento del consigliere Edy Morandini, della presidente friulana dell’Associazione nazionale vittime civili di guerra, Adriana Geretto (che è anche vicepresidente nazionale dell’Anvcg), e del presidente del Consiglio comunale di Portogruaro Pietro Rambuschi – presente pure il sindaco della vicina Cinto Caomaggiore Gianluca Falcomer – che, portata l’adesione dell’intera municipalità della città veneta, ha rievocato con parole commosse il sacrificio di mamma De Bortoli e dei suoi bambini, ricordato a perenne memoria nel monumento del cimitero di Summaga, rivolgendo poi un accorato appello all’umanità intera, ancora oggi tanto insanguinata, a trarre esempio anche dalla immane tragedia di Torlano affinché la pacifica convivenza di oltre ottant’anni non abbia a interrompersi con gravissime conseguenze per tutti. Ha chiuso la serie degli interventi il sindaco di Nimis. «Oggi ci ritroviamo, come ogni anno, in questo luogo che è memoria viva della nostra comunità. Non un luogo qualsiasi, ma uno spazio sacro, perché segnato dal dolore e dalla dignità di chi, 81 anni fa, ha perso tutto per mano della violenza cieca della guerra. La memoria è il primo dovere della democrazia», ha sottolineato l’ingegner Mattiuzza che ha aggiunto: «Ma commemorare non basta. Se la memoria resta confinata a un rito, rischia di diventare un’ombra. È oggi, più che mai, che la memoria deve tradursi in impegno concreto. Viviamo tempi in cui i testimoni di quegli orrori ci stanno lasciando. E con loro se ne va la voce diretta della storia. Resta a noi il compito di custodirla, studiarla, raccontarla. Resta a noi, e soprattutto alle ragazze e ai ragazzi di oggi, il dovere di capire da dove veniamo per sapere dove vogliamo andare». Ed ecco il suo monito pressante: «Non possiamo permetterci di chiudere gli occhi. Non davanti alle guerre che ancora oggi devastano città e famiglie. Non davanti ai segnali di odio, di discriminazione, di violenza che tornano a farsi sentire anche qui, nella nostra Europa, nelle nostre comunità». E ancora: «La storia ci ha insegnato che l’indifferenza è l’anticamera delle tragedie. Che la barbarie non inizia con un eccidio, ma con una parola taciuta, con una mano non tesa, con un “non mi riguarda”. Ricordare Torlano, oggi, è anche questo: è riscoprire il valore della solidarietà. È capire che la pace si costruisce ogni giorno, nelle scelte piccole e grandi, neo gesti verso chi ci è accanto. È scegliere da che parte stare, sempre: dalla parte della dignità umana, della giustizia, della libertà».

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In copertina e all’interno immagini della commemorazione di Torlano: l’intervento del sindaco Fabrizio Mattiuzza, la Messa celebrata da monsignor Rizieri De Tina, il discorso del presidente del Consiglio di Portogruaro Pietro Rambuschi e la benedizione del sacello in cimitero; quindi i saluti di Adriana Geretto ed Edy Morandini.

 

L’addio di Torlano a Cesco Manzocco grande padre e instancabile lavoratore conosciuto e stimato da tutti

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Al rive Cesco», diceva mia nonna Maria. E, allora, tutti in strada impazienti e curiosi di vedere cosa c’era di buono su quel camioncino in arrivo, carico di frutta e verdura – in estate attesissima, da noi ragazzini, era ovviamente l’anguria -, che girava di strada in strada, fermandosi dove c’era già qualcuno ad aspettarlo. Era Cesco Manzocco, spentosi a 91 anni, dopo una vita che definire laboriosa è riduttivo e al quale ieri pomeriggio in tanti, nella sua Torlano, hanno voluto dirgli “mandi”.
«Quando tornavi a casa, stanchissimo per aver macinato chilometri e chilometri, avevi una sola preoccupazione e chiedevi alla tua Dorina “hanno mangiato i bambini?”», ha ricordato una nipote rivolgendo un commosso saluto al nonno a nome di tutta la sua numerosa famiglia. E ha aggiunto: «Ti saremo sempre grati, perché sei stato un grande papà!».
Gremita la Chiesa parrocchiale di Sant’Antonio di Padova e moltissimi anche sul sagrato perché non ce l’avevano fatta a entrare al rito di commiato celebrato da monsignor Rizieri De Tina, il quale ha inquadrato la figura del defunto attingendo da quella significativa pagina del Vangelo di Matteo in cui si parla del Regno di Dio rivelato ai piccoli e tenuto nascosto ai sapienti. Cesco era, infatti, molto conosciuto e stimato, proprio per la sua instancabile voglia di fare e progredire, passando dal faticoso ambulantato dalla piana di Nimis alla montagna al lavoro più organizzato, e con un’offerta ampliata, nel negozio ex Cuciz di borgo Centa, portato poi avanti con successo dai figli, sebbene molti continuino a dire “Là di Cesco”. Ma anche per i valori morali che ne hanno fatto un bravissimo marito e, appunto, un grande padre. Un uomo, insomma, indicato come esempio in questo nostro mondo sempre più povero di valori, come è emerso anche dai numerosi commenti apparsi sui social appena diffusasi la notizia della scomparsa di questo benemerito figlio di Torlano.

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In copertina, Cesco Manzocco spentosi a 91 anni dopo una vita laboriosissima.

L’Eccidio di Torlano 80 anni dopo: anche Gina De Bortoli a ricordarlo, l’ultima superstite di quel 25 agosto incancellabile

di Giuseppe Longo

NIMIS – Aveva tredici anni quella mattina del 25 agosto 1944 quando assieme al fratello Paolo, che ne aveva sette, riuscì a mettersi in salvo dalla ferocia nazifascista che, per rappresaglia, si era scatenata all’alba. La sua famiglia venne, invece, letteralmente distrutta e fu quella che maggiormente pagò nell’Eccidio di Torlano: ben nove persone, con genitori e bambini anche in tenera età. Da allora Gina De Bortoli non ha più dimenticato quelle scene spaventose. Da qualche anno suo fratello purtroppo non c’è più, avendoglielo portato via un male senza speranze, e ora è rimasta soltanto lei a testimoniare quell’orribile strage del “Boia di Colonia”. E come ultima superstite di quella tragedia, finita nell'”armadio della vergogna” al pari di tante altre pagine incancellabili, ha voluto esserci stamane a Torlano, ricorrendo l’ottantesimo anniversario. Per cui ha sfidato la mattinata rovente ed è salita nella pedemontana – che l’aveva vista bambina assieme ai suoi giunti mezzadri, dopo lo sfratto subito dalle terre che coltivavano – con una folta delegazione di Portogruaro, guidata dall’assessore Mattia Nicolò Scavo, il quale ha sottolineato la grande commozione che la sua comunità prova ancora oggi nonostante siano passati tanti decenni. Il sacrificio di mamma De Bortoli, ricordata dal monumento di Summaga, e dei suoi bambini è troppo grave e doloroso per essere dimenticato. «Ma dev’essere continuamente uno sprone – ha ammonito il rappresentante della città veneta – a ricercare la pace senza soste e con tutte le nostre forze».

È stato monsignor Rizieri De Tina, al termine della Messa di suffragio nella parrocchiale di Sant’Antonio di Padova, a presentare Gina De Bortoli, tra gli applausi e il compiacimento dell’assemblea per la forza che l’anziana, in ottima salute, ha dimostrato per poter essere presente alla cerimonia indetta come ogni anno dal Comune di Nimis, nella quale, durante il rito religioso, si è messo l’accento sulla inderogabile necessità di ricercare ed esprimere l’amore verso il prossimo. E per dare forza alle sue parole, il parroco ha preso in prestito quelle che Gesù disse, come ricorda il Vangelo di Matteo, quando gli fu chiesto «Insegnaci a pregare». E da quel momento nacque il “Padre nostro” che è l’essenza di tutto il nostro credere in Dio.
Al termine della Messa – alla stessa ora, ha riferito il sacerdote, l’Eccidio di Torlano veniva ricordato anche in una Chiesa di Salisburgo per interessamento di una famiglia originaria di Nimis – si è formato un lungo corteo per raggiungere il vicino cimitero, in mezzo al quale sorge il monumento che raccoglie dal 1947 i resti delle trentatrè vittime innocenti. Folta infatti quest’anno la partecipazione, sia di popolazione che di rappresentanze, grazie alla coincidenza dell’anniversario con la giornata festiva. Numerosi i sindaci o rappresentanti dei Comuni della zona, tutti con fascia tricolore, mentre Nimis e Portogruaro erano rappresentati anche dai rispettivi gonfaloni municipali. E tra bandiere e gagliardetti spiccava come sempre quello dei Partigiani Osoppo Friuli, presente con il presidente Roberto Volpetti.

Dopo la benedizione del sacello, una signora di Torlano ha letto la cronistoria di quella tragica mattinata di 80 anni fa, cedendo poi il microfono alla senatrice Tatjana Rojc, la quale, facendo riferimento ai drammi che sta vivendo il mondo insanguinato dai conflitti – ne sono in atto 56, aveva sottolineato don Rizieri durante la Messa -, ha rimarcato l’importanza dei «valori della pace, della libertà e della democrazia, che hanno fondamento nella nostra Carta Costituzionale». Valori a cui si è poi ricollegata anche Adriana Geretto, in rappresentanza delle Famiglie delle vittime civili di guerra, la quale non ha mancato di rilevare quanto soffra la popolazione inerme durante ogni conflitto, per cui ha chiesto con forza che finalmente tacciano le armi e parli la diplomazia. «Perché con la guerra tutti perdiamo», ha aggiunto.
Gli interventi sono stati chiusi dal saluto del commissario straordinario del Comune di Nimis che dovrà amministrare il Municipio fino alle elezioni della prossima primavera. Letto un messaggio di adesione da parte del sindaco di Annone Veneto, Giuseppe Mareschi ha parlato di «un fatto inumano che non trova né giustificazione né comprensione per la sua crudeltà, ferocia ed efferatezza. Si è trattato, infatti, di gravissimi crimini di guerra, contrari a qualunque regola internazionale, contrari all’onore militare e, ancor di più, ai principi di umanità. Nessuna ragione, militare o di qualungue altro genere, può infatti essere invocata per l’uccisione di civili e di inermi. In quanto commissario straordinario – ha aggiunto il funzionario regionale – non sono stato eletto dalla comunità di Nimis, ma ritengo di poter rappresentare la comunità di Torlano in quanto la memoria non deve essere solo di chi ha subito o ha vissuto i fatti e le circostanze. La memoria, che non è soltanto il ricordo, ma è azione che sorregge e puntella il nostro essere umani e concorre a creare la nostra identità, per essere un “invincibile strumento”, di affrancamento, deve appartenere a tutti e tutti ne devono essere partecipi e perseverarla nei luoghi e nel tempo. Senza memoria, non c’è comunità, senza sentirsi comunità non c’è pace».

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In copertina, monsignor Rizieri De Tina in Chiesa con l’anziana portogruarese Gina De Bortoli l’ultima superstite dell’Eccidio di Torlano;  all’interno, la Messa e il rito in cimitero prima della commemorazione ufficiale con gli interventi della senatrice Tatjana Rojc, del commissario Giuseppe Mareschi, dell’assessore Mattia Nicolò Scavo e di Adriana Geretto. Infine, il corteo con i gonfaloni di Nimis e Portogruaro.

Nimis, si è spento il sorriso di Rita: commosso addio a una donna sempre ottimista nonostante le difficoltà

di Giuseppe Longo

NIMIS – “Beati gli afflitti, perché saranno consolati”. Monsignor De Tina ha scelto la conosciutissima pagina del Vangelo di Matteo, quella del Discorso della Montagna, per l’ultimo saluto a Rita Tomasino, spentasi in ospedale dopo breve malattia a 73 anni. Al termine di una vita contrassegnata da innegabili problemi fisici, ma sempre affrontati con il sorriso, con l’ottimismo alimentato da una fede cristallina. Anche l’ultima volta che l’ho incontrata nelle strade di Nimis con la sua carrozzina motorizzata, alla consueta domanda «Mandi Rita, cemut vadie?», lei mi aveva risposto con un uno squillante e sorridente: «Dut ben!».
E proprio questo carattere aperto e gioviale, sereno, improntato appunto a una incrollabile visione positiva delle cose, è stato sottolineato anche da don Rizieri durante il funerale celebrato l’altra mattina nel Duomo di Santo Stefano. «Un sorriso che non mancava mai sul volto di Rita, conosciuta da tutti per quei suoi lunghi capelli». Oltre che per l’uso quotidiano, per tutte le sue necessità, della carrozzina. Con la quale aveva il coraggio di avventurarsi anche fuori paese, su strade sempre più trafficate.
Ma la mano della Provvidenza le è stata vicina e l’ha sostenuta, non solo nel compiere pericolosi tragitti, ma soprattutto per affrontare con serenità il suo “calvario”, consentendole un’esistenza durante la quale non ha mai mancato anche di dare una mano alla sua comunità, collaborando già all’epoca del Comitato festeggiamenti in occasione della storica sagra di settembre, quando era immancabile la sua presenza nella roulotte della cassa. Ora, purtroppo, il sorriso di Rita si è spento e non la incontreremo più nelle vie di Nimis, con i suoi lunghi capelli e la sua carrozzina. Ci mancherà!

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In copertina, il volto sempre sorridente di Rita Tomasino morta a 73 anni.

Solo perdonando può esserci la pace ripeteva l’ex internato Bruno Fabretti: allora sì che “la vita è bella”

di Giuseppe Longo

NIMIS – L’omaggio alla memoria di Bruno Fabretti, sul sagrato, si era appena concluso che dall’interno del Duomo di Santo Stefano giungevano le famosissime note di “La vita è bella”, la colonna sonora che Nicola Piovani scrisse nel 1997 per l’omonimo, pluripremiato film sugli orrori della guerra di Roberto Benigni. Le suonava all’organo il maestro Fabio Canciani interpretando il desiderio che l’ex internato di Nimis aveva espresso, pianificando tutto il rito del commiato, prima di chiudere la sua lunghissima “giornata”, arrivata alla soglia del secolo. Sì, perché il commendator Fabretti, pur avendo tanto sofferto nei campi di concentramento nazisti (Dachau, Neuengamme, Bergen Belsen, Buchenwald), mentre il suo paese veniva dato alle fiamme, aveva avuto la fortuna di ritornare a casa, tra i propri affetti, vivendo appunto “una vita bella” grazie alla pace, alla libertà, alla democrazia, al benessere di cui anch’egli ha potuto fruire dopo le tragedie della Seconda guerra mondiale. Una stagione di speranza e di progresso, alimentata non dall’odio per quanto accaduto, bensì dal perdono. Un concetto che, nel 1989, aveva voluto fosse scritto anche sulla lapide del semplice cippo dedicato alle vittime dei Lager che la sezione ex internati di Nimis, da lui presieduta, realizzò accanto al monumento ai Caduti nel parco delle rimembranze: “Ricordare perdonando perché viva la pace”.

E sul perdono, di fronte a una comparrocchiale gremita – presenti diversi sindaci della zona, con fascia tricolore, assieme al primo cittadino locale Giorgio Bertolla, ad autorità militari, rappresentanze d’arma e combattentistiche -, che si è stretta accanto alla moglie ultranovantenne e ai figli, ha incentrato la sua predica anche monsignor Rizieri De Tina. Attingendo alla pagina del Vangelo di Matteo che parla delle Beatitudini, l’arciprete ha infatti sottolineato che non ci può essere pace senza perdono. Un valore irrinunciabile in cui – ha detto – ha sempre creduto anche Bruno Fabretti, trasmettendolo a migliaia di giovani che ha incontrato in centinaia di scuole e vivendolo intensamente anche nella propria comunità che molto amava e che ha raccontato con le sue fotografie e i suoi libri.
Al termine della Messa di suffragio e delle esequie, la benedizione finale alla salma è avvenuta ai piedi della scalinata del Duomo. Dopo le ultime preghiere del celebrante, ha preso la parola una delle figlie per esprimere un grazie per le tantissime attestazioni di cordoglio ricevute e per la grande partecipazione da tutto il Friuli al funerale, ma anche il rimpianto per non poter festeggiare il centesimo compleanno, il prossimo 15 settembre, data alla quale la famiglia si stava preparando con emozione. Accorate e piene di gratitudine anche le parole che ha voluto esprimere un rappresentante dell’Associazione nazionale ex internati, per l’esempio che il defunto nella sua lunga esistenza ha saputo trasmettere alle nuove generazioni, affinché orrori del genere non abbiano a ripetersi. Hanno concluso gli interventi le espressioni di gratitudine di un anziano parente e le testimonianze di affetto che due giovani nipoti hanno voluto esprimere al nonno.

Prima di loro, aderendo molto volentieri all’invito della famiglia e in particolare della moglie Licia, ho preso la parola anch’io per leggere l’ultimo discorso che l’ex internato aveva pronunciato il 29 settembre di due anni fa, novantasettenne, durante l’annuale commemorazione dinanzi al monumento ai Caduti e a quello che ricorda i morti di Nimis nei campi di concentramento: «Siamo qui oggi – aveva detto allora Fabretti – per ricordare tutti i Caduti per la Patria, ma in particolare i miei compaesani che con gli occhi rivolti al cielo – nei Lager nazisti – imploravano la morte di fronte alle atrocità che subivano. Sono rimasti lassù, senza una tomba che li ricordi, senza la possibilità di portar loro un fiore, una preghiera. Ma essi oggi sono qui con noi, anche se le loro ceneri restano nei verdi campi tedeschi. Li ricordiamo qui oggi, come ogni anno, assieme a tanti altri Caduti – le vittime dell’Eccidio di Torlano, quelle di Nimis del bombardamento tedesco, i partigiani, i morti di Cergneu – e con essi ricordiamo le tristi giornate della distruzione delle nostre case. Li ricorderemo qui ogni anno – con questa cerimonia semplice, ma significativa – per fare memoria nel tempo del loro sacrificio, ma anche perdonare i loro aguzzini. Con un rintocco della nostra campana nomineremo ognuno, affinché il loro ricordo viva fra noi per sempre».
Un discorso che, come appare evidente, è anche un testamento morale, un lascito a noi tutti a non dimenticarci mai di coloro che hanno donato la vita per la libertà. A ricordarci di loro ogni anno nelle nostre cerimonie commemorative, a cominciare da quella del 29 settembre che rievoca la distruzione di Nimis avvenuta nel 1944. Ed è quello che Nimis continuerà a fare proprio nel ricordo di Bruno Fabretti. Il suo esempio di «operatore di pace» – come l’aveva definito in Chiesa il parroco – non andrà disperso, ma aiuterà a vivere in libertà e democrazia, nella consapevolezza che, dopo tutto, “la vita è bella”.

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In copertina e all’interno alcune immagini dei funerali di Bruno Fabretti, l’ex internato spentosi a 99 anni.

 

 

Nimis, grato addio a Mario Ceschia esemplare nel volontariato di paese

di Giuseppe Longo

NIMIS – “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Monsignor Rizieri De Tina ha scelto le parole del Vangelo di Matteo, quelle che parlano delle opere di misericordia, per irrobustire la sua predica tutta incentrata sul volontariato e sulla sua importanza all’interno di un paese. E l’ha fatto per dare l’ultimo saluto a una persona che proprio del volontariato ha fatto un motivo costante della sua esistenza. Ieri pomeriggio, nel Duomo di Santo Stefano, a Nimis, sono stati celebrati infatti i funerali di Mario Ceschia, scomparso a 84 anni dopo una lunga malattia. Sul feretro il cappello di alpino, corpo a cui il defunto era sempre stato orgoglioso di appartenere.


Dinanzi a una Chiesa gremita, che si è stretta accanto ai familiari – in particolare ai figli Antonio e Michela, e idealmente alla moglie Pierina -, l’arciprete ha sottolineato le doti esemplari che hanno sempre contraddistinto l’operato di Mario, sia nella sfera privata – e quindi all’interno della sua famiglia – sia nel campo lavorativo, attraverso il mestiere di elettricista. Ma anche, appunto, nel volontariato, espresso con generosità nell’impegno civile, quale pubblico amministratore per lungo tempo e quale collaboratore nelle varie attività paesane, e nelle attività riguardanti la Parrocchia. “Il volontariato – ha sottolineato don Rizieri – è il vero motore di una comunità e Mario è sempre stato un suo esemplare interprete”.
Mario Ceschia sedette in consiglio comunale per quindici anni, tre mandati. Era stato eletto per la prima volta nel 1970 con il sindaco Guido Barchiesi; quindi una lunga collaborazione fino al 1985 con il successore Giovanni Roberto Mattiuzza (presente alle esequie), durante anni in cui, dopo il terremoto del 1976, fu richiesto il massimo impegno per dare vita alla seconda ricostruzione del dopoguerra. Ma nel contempo, non era mancato mai il suo apporto alle numerose iniziative del paese, organizzate da Pro Loco o Comitato festeggiamenti, anche attraverso il suo apporto professionale. Ricordo ancora quando, giovanissimo, allestiva negli anni Sessanta assieme agli altri colleghi elettricisti la meravigliosa illuminazione sulla cupola del Duomo da ultimare durante la tradizionale “Madone di setembar”, l’antica sagra che allora si svolgeva quasi interamente nel centro cittadino e proprio nella grande Chiesa voluta da monsignor Beniamino Alessio veniva allestita una famosa pesca di beneficenza a sostegno delle opere parrocchiali. Nel contempo, Mario era era sempre attivo e presente anche all’interno dell’allora Unione artigiani del Friuli, facendo sentire la sua voce a favore della pedemontana.
Al termine del rito, al quale ha partecipato anche il sindaco Giorgio Bertolla, un lungo corteo ha accompagnato la salma in cimitero. Avvenuta la tumulazione, il capogruppo Ana di Nimis, Roberto Grillo, ha letto ha “Preghiera dell’Alpino” dinanzi ai gagliardetti alzati in segno di saluto. Un vero peccato che Ceschia non abbia fatto in tempo a vedere, ovviamente attraverso la televisione, la grande Adunata nazionale che in maggio tornerà dopo tanti anni a Udine. Il destino, purtroppo, ha voluto che l’alpino Mario “andasse avanti” prima.

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In copertina e all’interno l’addio a Mario Ceschia: la benedizione della salma in Duomo e la tumulazione seguita dalla “Preghiera dell’Alpino”.

 

 

Perdono, non odio. Dal Bataclan messaggio d’amore anche per Torlano

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Quello che oggi stiamo facendo a Torlano, tutti insieme, ha un valore che va oltre il doveroso ricordo delle vittime innocenti di quel tragico 25 agosto. Ogni anno diciamo che il nostro dolore, per quanto accaduto, deve trasformarsi in un messaggio di pace che deve germogliare e crescere nelle nostre menti, ma soprattutto nelle nostre anime in modo che tragedie come questa non si debbano più ripetere, anche se purtroppo quotidianamente la cronaca ci racconta tutt’altro: vediamo cosa sta accadendo in questi giorni in Afghanistan». L’appello di Gloria Bressani, sindaco di Nimis, si è incrociato con l’“Angelus” che, a mezzogiorno, veniva scandito dalla campana della vicina parrocchiale. E da quei rintocchi è giunto un messaggio di serenità e di pace, come quello colto durante la messa di suffragio nelle parole del Vangelo di Matteo che invitano al perdono.

La messa, la tomba, il corteo.

«Ma ci devono far riflettere le parole di quel marito che di fronte alla tragedia del Bataclan si è rivolto ai terroristi dicendo loro di non riuscire ad odiarli per aver ucciso l’amata moglie. Sono proprio parole dettate dallo Spirito Santo». Veramente toccante il messaggio che giunge da quell’indimenticato fatto di sangue consumato a Parigi quasi sei anni fa e che monsignor Rizieri De Tina ha voluto proporre al termine della sua predica tutta centrata, appunto, sul perdono cristiano e non sull’odio. Tanto che ha elevato una preghiera anche in ricordo di quell’ufficiale tedesco ucciso e per la cui morte era scattata la feroce rappresaglia nazista: sterminare 40 persone, catturate a caso nel paese, non importa se ci fossero stati anche inermi, come donne e bambini. E così avvenne, anche se alla fine i martiri dell’eccidio di quel 25 agosto 1944, consumato in una calda mattina come quella di oggi, sono stati fortunatamente “soltanto” 33.

Fabio Cantoni e Adriana Geretto.

Proprio quel tragico episodio di 77 anni fa è stato rievocato in cimitero, dopo la benedizione impartita al sacello-monumento delle vittime dallo stesso arciprete di Nimis, responsabile pastorale anche di Torlano, con la lettura di una dettagliata cronaca da parte del consigliere comunale Fabio Cantoni. Quindi ha portato un saluto, spendendo accorate e commosse parole per auspicare che si affermi la «cultura della pace», Adriana Geretto, presidente regionale dell’Associazione vittime civili di guerra. Cedendo poi il microfono a Gastone Mascarin, presidente del consiglio comunale di Portogruaro, la città veneta – rappresentata anche dal gonfalone municipale – dalla quale proveniva la famiglia De Bortoli, quella che, con nove morti, ha pagato più di tutte nella strage di Torlano. Mascarin, però, non ha letto il discorso preparato, ma si è limitato a dire soltanto poche parole, affermando che è meglio far prevalere il silenzio affinché ci inviti tutti alla riflessione.

Gastone Mascarin (Portogruaro).

Il sindaco Gloria Bressani.

Quindi il discorso ufficiale del primo cittadino di Nimis, che ha esordito ricordando quanto affermato dal Capo dello Stato commemorando le 560 vittime (ben 130 bambini!) della strage di Sant’Anna di Stazzema, in Toscana, avvenuta soltanto pochissimi giorni prima dei fatti di Torlano. «Il ricordo del dolore che ha segnato profondamente la vita di tante famiglie e di due comunità, quali Nimis e Portogruaro, deve continuare ad essere tramandato – ha sottolineato Gloria Bressani – e deve investire soprattutto le nuove generazioni in modo che lo facciano proprio, affinché ne continuino la memoria ed imparino dai dolorosi errori del passato». E ha terminato osservando che «è soprattutto con l’esempio che ognuno di noi contribuisce alla crescita della società civile e questo lo possiamo e dobbiamo fare ogni giorno».
Infine, il sindaco ha rivolto un ringraziamento, da parte dell’Amministrazione comunale di Nimis, alle autorità civili e militari intervenute alla commemorazione, in particolare al dottor Giovanni Maria Leo, capo di gabinetto del prefetto di Udine, allo stesso Gastone Mascarin che ha accompagnato, come sempre, una folta delegazione portogruarese per ricordare il sacrificio di mamma De Bortoli e della sua numerosa famiglia, ai vari gruppi ed associazioni combattentistiche e d’arma (l’Apo Friuli era rappresentato dal presidente Roberto Volpetti), a tutte le altre personalità, fra le quali numerosi sindaci della zona con fascia tricolore. Il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, trattenuto da altri impegni, ha invece inviato un messaggio di adesione, esprimendo i suoi «sentimenti di vicinanza».

Sindaci e autorità.

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In copertina, la processione diretta al cimitero al termine della messa.

Torlano e Portogruaro ricordano l’eccidio del ’44 – Ma De Bortoli non c’è più

di Giuseppe Longo

Grande partecipazione, come sempre, alla commemorazione dell’eccidio di Torlano, ma Paolo De Bortoli stavolta non c’era.
Già nella parrocchiale gremita ci si era accorti che mancava e poi la sua assenza è stata ancora maggiormente notata in cimitero, davanti alla tomba-monumento di quelle povere vittime.
No stavolta lui, uno dei pochissimi superstiti, non c’era perché se n’è andato improvvisamente, a 81 anni, la scorsa primavera, nella sua Portogruaro.

Il portogruarese Paolo De Bortoli,
sopravvissuto alla strage e recentemente scomparso.


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Dalla città del Veneto orientale era invece giunto il figlio assieme alla rappresentanza che non manca mai – proprio come faceva Paolo – all’annuale rievocazione del 25 agosto 1944.  Quando all’alba si consumò una delle stragi più orribili delle seconda guerra mondiale – frutto della feroce rappresaglia decisa dal Comando superiore delle SS di Trieste per contrastare e intimidire l’attività dei partigiani – ,  il cui fascicolo finì nel cosiddetto “armadio della vergogna”.
Doveva scorrere il sangue di quaranta innocenti, invece le vittime furono trentatre, tra cui intere famiglie con donne e bambini.
Come quella dei De Bortoli, mezzadri sfrattati dalla loro terra e giunti proprio sotto la Bernadia in cerca di un po’ di fortuna, che fu praticamente sterminata: in nove furono barbaramente uccisi.   Ma Paolo, che aveva sette anni, riuscì a salvarsi, protetto dal corpo della mamma, e a farsi una vita, come pure la sorella Gina, tredicenne, che riuscì a fuggire, pur con le gravissime ustioni causate dai vestiti in fiamme.   E Paolo De Bortoli ha sempre partecipato, fino appunto all’anno scorso, al ricordo dell’immane sacrificio costato alla sua famiglia e ad altre 24 persone di Torlano: i Comelli, i Dri, i Vizzutti e tanti altri.
Così, ancora una volta il paese si è fermato per ricordare e per onorare i morti dell’eccidio nazifascista.
L’ha fatto dapprima in chiesa con la messa di suffragio celebrata dall’arciprete di Nimis, monsignor Rizieri De Tina – il quale, alla luce del Vangelo di Matteo “perdonate settanta volte sette”, si è soffermato sugli effetti della violenza a ogni livello, a cominciare da quella che purtroppo si scatena nelle famiglie per continuare con quella che si allarga nella società fino a scoppiare nel “bubbone” della guerra -;
quindi in cimitero, davanti al sacello delle vittime i cui resti, tre anni dopo quel 25 agosto, furono raccolti in cinque bare e solennemente tumulati, lasciando la fossa comune di Torlano Inferiore perché proprio là fu consumata la strage.
Qui, davanti ai gonfaloni civici di Nimis e Portogruaro, e ai vessilli di numerose associazioni combattentistiche e d’arma, è seguita la semplice cerimonia civile, dopo la benedizione che il sacerdote ha impartito alla tomba.
Una ragazza del luogo, Cristina, ha letto con palpabile commozione – anche se nata molti decenni dopo i fatti – la cronistoria di quella tragica mattina che vide esibirsi con inaudita ferocia quello che è passato tristemente alla storia come il “boia di Colonia”.   Quindi, ha portato un saluto, in rappresentanza della Città di Portogruaro, Alessandra Zanutto, delegata del sindaco Maria Teresa Senatore, impossibilitata a intervenire.
Infine, un breve intervento del prefetto di Udine, dottor Angelo Ciuni – che si è richiamato alle parole del celebrante, esortando a rifuggire ogni pretesto di divisione, sempre connotata da effetti devastanti o per lo meno pericolosi -, seguito dal breve ma intenso discorso commemorativo del sindaco di Nimis, Gloria Bressani, che ha pure portato il saluto delle due piccole comunità olandese e tedesca – accomunate a Torlano da un analogo triste destino – presenti alla cerimonia di un anno fa.
La Regione era rappresentata dal consigliere Furio Honsell, già sindaco di Udine, come pure diversi Comuni del circondario erano presenti con i primi cittadini o loro delegati.
E, oltre ai rappresentanti delle Forze dell’ordine, c’era anche il cavalier Bruno Fabretti, quasi novanticinquenne, presidente della sezione ex Internati di Nimis, testimone di quella tragica mattina del 1944 e di tutti gli orrori della guerra, vissuti sulla propria pelle a causa della deportazione in vari Lager della Germania.
Un’esperienza che Fabretti ha trasmesso, con toccanti testimonianze, a centinaia di giovani, tenendo decine di incontri soprattutto nelle scuole di tutto il Friuli.
Perché proprio questi orrori non abbiano a ripetersi mai più.

In copertina, il sindaco di Nimis, Gloria Bressani, durante il suo discorso commemorativo.

a seguire :

Il saluto del prefetto di Udine, dottor Angelo Ciuni.

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Il saluto di Alessandra Zanutto, delegata del sindaco di Portogruaro.

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La rievocazione storica della giovane Cristina.

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Autorità intervenute alla cerimonia: in primo piano, Furio Honsell per la Regione.

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La tomba che raccoglie i resti delle trentatre vittime innocenti.