Oggi il gran finale per le storiche sagre di Torlano (con tanto sport) e di Monteprato

(g.l.) Le sagre invitano anche oggi nel Comune di Nimis. Domenica del gran finale, infatti, per i secolari festeggiamenti pasquali di Torlano che oggi offrono ben tre proposte sportive di richiamo, come Sentieri Aperti nella Trail Area della Bernadia a cura di Maglianera, la Marcia di Pasqua organizzata dal Dolce Nord Est e il sorvolo del paese da parte degli amici del Centro friulano parapendio. Manifestazioni che beneficiano della bella giornata di sole, come è avvenuto peraltro quest’anno – fatto abbastanza insolito – anche nelle giornate di Pasqua e Pasquetta. Chioschi ben riforniti di vini e invitanti proposte gastronomiche, con in primo piano la degustazione del Ramandolo, il famoso vino dolce orgoglio dei produttori locali premiato dalla prima denominazione di origine controllata e garantita del Friuli Venezia Giulia.
A Monteprato, invece, secondo e ultimo giorno con la Festa patronale di San Giorgio, una delle più antiche sagre dei “Santi di Ghiaccio”. Alle 11 Messa cantata nella Chiesa parrocchiale affrescata dalla mano giovanile di Tita Gori, il grande pittore di Nimis al quale l’anno scorso era stata dedicata una bellissima mostra nell’antica Pieve dei Santi Gervasio e Protasio.

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In copertina, i sentieri di Maglianera nel Comune di Nimis; all’interno, due belle immagini di Monteprato e Torlano.

Monteprato in festa per San Giorgio antica sagra dei Santi di Ghiaccio: oggi cena paesana e domani Messa cantata

(g.l.) Mentre Torlano vive il secondo e ultimo fine settimana dei suoi festeggiamenti pasquali, ecco che nel Comune di Nimis si affaccia per questo fine settimana un’altra bella sagra legata alla tradizione: la Festa patronale di San Giorgio, a Monteprato.
La celebrazione prenderà il via questo pomeriggio, alle 17, con l’apertura dei chioschi, mentre alle 20 seguirà la sempre invitante cena di paese con ossocollo allo spiedo e porchetta con fagioli e altri contorni: chi volesse partecipare potrà chiamare il numero 333.7702948. Domani mattina, invece, il sipario sulla sagra si alzerà già alle 8. Poi alle 11 nella Chiesa parrocchiale, affrescata dalla mano giovanile di Tita Gori, ci sarà la Messa cantata dedicata appunto al patrono, al Santo del terzo secolo dopo Cristo che uccide il drago e la cui memoria ricorreva il 23 aprile.
Quella di Monteprato, come si legge sulla locandina, è anche “una delle più antiche sagre dei Santi di Ghiaccio”, come dire dei Santi celebrati durante gli ultimi freddi di aprile, ma anche di maggio (dipende dalle zone), prima dell’arrivo definitivo della bella stagione. Infatti, come molti ricorderanno, il 21 aprile di otto anni fa c’era stato un brusco abbassamento notturno delle temperature con una grave brinata che causò molti danni anche alla viticoltura del Comune di Nimis.

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In copertina, la Chiesa di Monteprato e qui sopra la statua di San Giorgio.

Alle Palme Nimis andrà alle urne per chiudere la gestione commissariale e scegliere i nuovi amministratori: per ora la discesa in campo di Sergio Bonfini

di Giuseppe Longo

Domenica delle Palme con urne aperte a Nimis e in altri tre Comuni del Friuli Venezia Giulia per il rinnovo delle civiche amministrazioni. Nel paese pedemontano le elezioni, fissate dalla Regione Fvg per le giornate del 13 e 14 aprile prossimi, avverranno dopo un anno esatto di gestione commissariale, visto che non era stata indetta una consultazione in autunno. Una data, peraltro, che prende un po’ tutti in contropiede, in quanto era diffusa la sensazione che la chiamata al voto nei quattro Comuni – con Nimis, anche Pordenone, Monfalcone e San Pier d’Isonzo – potesse avvenire, con maggiore probabilità, tra fine maggio e metà giugno. Per cui i tempi sono molto stretti per la predisposizione delle liste attraverso le quali i cittadini dovranno scegliere i nuovi amministratori. E che a Nimis avranno l’onere di dare una guida al Comune dopo l’interruzione anticipata – appena dopo due anni – della Giunta guidata dal sindaco Giorgio Bertolla. Avvenendo il voto municipale in questo 2025, i rinnovi della civica assemblea riprenderanno l’esatto ritmo quinquennale che avevano prima della breve esperienza dei mandati quadriennali e dei precedenti commissariamenti.

Sergio Bonfini


Ma veniamo alle prospettive elettorali. Per ora si è delineato soltanto uno schieramento, a capo del quale, come riferito ieri anche dalla stampa quotidiana, c’è l’ingegner Sergio Bonfini, 69 anni, già dipendente di Telecom Italia a Trieste, vicesindaco nella decaduta amministrazione. Nella lista che si sta perfezionando non figurerà l’ex primo cittadino, il quale ha però assicurato un appoggio esterno. Nelle amministrative del 2022 alla lista di Bertolla e Bonfini si era contrapposta la compagine guidata da Gloria Bressani, sindaco uscente, che non si era affermata per un divario di poche decine di voti, sancendo di fatto una spaccatura a metà dell’elettorato. Come si ricorderà, tutto era nato in seguito a gravi dissapori venutisi a creare all’interno della maggioranza, nella quale cinque consiglieri “dissidenti” avevano dato vita al gruppo autonomo “Nimis s’è desta”. Successivamente, assieme ai quattro rappresentanti dell’opposizione espressi da “Rinnova Nimis”, oltre a predisporre una mozione di sfiducia congiunta, erano giunti nella determinazione di rassegnare le dimissioni in massa tanto da provocare la caduta dell’Esecutivo municipale con la nomina del commissario straordinario nella persona di Giuseppe Mareschi. Quattro settimane dopo gli amministratori che erano rimasti in sella – Giorgio Bertolla, Sergio Bonfini, Matteo Cuffolo e Luca Balloch – e, quindi usciti di scena, avevano diffuso una circostanziata risposta agli attacchi degli ex cinque consiglieri eletti nel 2022 nelle due liste “Nimis al Centro” e “Uniti per Nimis” che avevano permesso la nascita della Giunta Bertolla, vale a dire gli assessori Mariacristina Del Fabbro e Stefano Doraconti, che avevano anche restituito le deleghe, Ivana Di Betta, Davide Michelizza e Raul Guillermo Migueletto, i quali si erano appunto coalizzati con l’ex sindaco Bressani, il capogruppo Fabrizio Mattiuzza, Beatrice Follador e Serena Vizzutti.

Giuseppe Mareschi

Ora è arrivata, dunque, l’ora di voltare pagina e chiudere la gestione commissariale, dando alla cittadinanza la possibilità di scegliere i nuovi amministratori che dovranno subentrare alla guida, peraltro molto apprezzata, del dottor Mareschi. Il funzionario regionale, infatti, non si è limitato soltanto all’ordinaria amministrazione, ma ha cercato di assecondare richieste importanti – come la recente attribuzione della cittadinanza benemerita a monsignor Rizieri De Tina – e aspirazioni di ampio respiro come la istituzione di un museo del vino. Così, dopo la riunione prenatalizia, che era stata convocata dalla Biblioteca comunale, pochi giorni fa c’è stato un sopralluogo a Casa Comello, in piazza 29 settembre, al fine di verificarne l’idoneità, non solo per questa importante struttura a servizio del settore vitivinicolo, che si rivelerebbe strumento utile anche in chiave turistica, ma anche per ospitare in modo permanente le tele di Tita Gori, salvate dopo il terremoto e che lo scorso giugno erano state esposte in una bellissima mostra nell’antica Pieve. Un obiettivo che ora, giocoforza, passerà nelle mani dei nuovi amministratori di Nimis che usciranno dal confronto elettorale di aprile.

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In copertina, il Municipio di Nimis che ora attende la nuova amministrazione.

Da Nimis protagonista a Udine, l’arte di Adriana Bassi in vetrina al Cfap con quelle macchine dismesse rimaste sole

(g.l.) “La solitudine delle macchine dismesse” è il suggestivo titolo della mostra che Adriana Bassi propone in questi giorni a Udine nell’ambito della manifestazione “In arte con il Cfap”, attività curata nello spazio espositivo della Fondazione Friuli proprio dal Centro Friulano Arti Plastiche presieduto dall’architetto Bernardino Pittino, figlio di quel grande Fred che realizzò nei primi anni Sessanta anche il mosaico che fa da sfondo all’altare dell’antica Pieve di Nimis. Ed è proprio residente nel paese pedemontano – anche se le sue origini portano nel vicino Rojale – l’artista che in via Gemona ha dato vita alla ricca esposizione visitabile fino al 16 febbraio, nella quale sono presenti una serie di incisioni di grande formato realizzate da Adriana Bassi alla celebre stamperia di Corrado Albicocco.

Le tecniche utilizzate spaziano dall’acquatinta al carborundum ed alla cera molle, rispettando comunque quelli che sono i suoi principi nel fare arte, cioè, come dice lei stessa, «andare oltre quello che è il reale, oltre quello che si vede superficialmente, per esplorare la memoria, il vissuto che può essere raccontato attraverso i colori, le forme e i materiali che di volta in volta vengono assemblati secondo una certa armonia o disarmonia». E ancora: «Qualsiasi forma, un fiore, un volto, una macchia sul muro, qualsiasi materiale, un sasso, una radice, un pezzo di legno, pezzi di ferro arrugginito possono suscitare emozioni e suggerire movimenti infiniti e dare vita a forme artistiche nuove e irripetibili, diverse dall’immagine originale».
Infatti, dopo l’iscrizione all’Accademia di Brera, dove ha seguito corsi di nudo, artefici e figura, apprendendo proporzioni, prospettiva e conoscenza dei rudimenti di educazione artistica, Adriana Bassi si è staccata da tutto ciò che è accademia per una personale ricerca indirizzata sulla tecnica e sulla forma in una continua sperimentazione e rinnovamento lavorando con molteplici materiali e su diversi supporti. In mostra, accanto alle incisioni, sono esposte, infatti, anche alcune opere a tecnica mista su carta che sono parte integrante della stessa ricerca formale, ed utilizzano come base fondi realizzati a carborundum poi rielaborati. Nell’androne esterno sono esposte, invece, tre sculture dettate da emozioni provocate da episodi di momenti particolari, che comunque non si discostano dai lavori su carta.

Adriana Bassi

Con questa mostra procedono, dunque, le attività di questo spazio espositivo, fortemente voluto e sostenuto dalla Fondazione Friuli, che per il 2025 prevedono un calendario di ben sedici mostre, una ogni tre settimane, in cui, accanto ad alcuni nomi “storici”, ci saranno artisti contemporanei, giovani e meno giovani, per cercare di portare o riportare in luce una produzione artistica del nostro territorio, con un occhio anche oltre confine. Come detto, la mostra è visitabile, nella nuova sede della Fondazione Friuli, in via Gemona 3 a Udine, fino al 16 febbraio, il venerdì dalle 16 alle 19 e il sabato e la domenica dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 19.
Tornando, infine, all’aggancio con Nimis, ricordiamo che era stata proprio Adriana Bassi – moglie di Gianni Paganello – con il Centro Friulano Arti Plastiche ad allestire la scorsa estate la tanto apprezzata mostra dedicata a Tita Gori – con le bellissime tele a olio salvate dopo il terremoto -, proponendo assieme ad altri artisti del Cfap una “lettura” contemporanea delle opere del grande pittore di Nimis.

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In copertina, le sculture di Adriana Bassi che introducono alla mostra di Udine e all’interno alcune immagini della ricca esposizione alla Fondazione Friuli.

Tarcento voleva bene a don Duilio e l’ha dimostrato con il sentito ricordo tributatogli a un anno dalla scomparsa

di Giuseppe Longo

Tarcento voleva bene a don Duilio. E l’ha dimostrato con una foltissima partecipazione alla cerimonie indette dalla Pieve arcipretale di San Pietro Apostolo per ricordare il pievano a un anno dalla scomparsa, strappato alla sua comunità da una malattia rivelatasi ben presto senza speranze. Affollato il Duomo durante la Messa di suffragio che ha voluto celebrare l’arcivescovo Riccardo Lamba, dimostrando la vicinanza nel ricordo, unita a tanta gratitudine, della Chiesa friulana. Monsignor Corgnali, sacerdote-giornalista, non era stato infatti soltanto pastore d’anime per lungo tempo nel Tarcentino – dapprima nella frazione di Sedilis e poi nel capoluogo, dove era succeduto a monsignor Francesco Frezza -, ma per oltre vent’anni era stato anche direttore della Vita Cattolica, il settimanale dell’Arcidiocesi di Udine, e poi di Radio Spazio, l’emittente che volle fondare, all’epoca di monsignor Alfredo Battisti – il presule del quale si è appena ricordato a Tricesimo il centenario della nascita -, per dare un aiuto e un segno di speranza al Friuli che rinasceva dalla devastazione del terremoto del 1976.


All’altare con il nuovo titolare della Chiesa udinese, l’attuale arciprete Luca Calligaro che guida la Pieve tarcentina dalla fine di ottobre assieme a numerosi sacerdoti friulani che hanno voluto unirsi nel ricordo di don Duilio. Del quale la sera precedente, in un Teatro Margherita gremito, era stato presentato un libro inedito di poesie – perché il defunto pievano non era soltanto giornalista e scrittore, ma anche fine poeta – dal titolo “Un resto di vita”. Con lo stesso monsignor Calligaro, c’erano sul palco il sindaco Mauro Steccati – che ha portato un grato saluto alla memoria di don Corgnali da parte della comunità tarcentina – e don Daniele Antonello, attuale direttore della Vita Cattolica. Della figura del sacerdote scomparso e in particolare della sua opera letteraria, oltreché pastorale, ha parlato don Alessio Geretti, figura molto nota in Friuli, e non solo, per aver ideato e da sempre diretto le meravigliose mostre di Illegio. E nel giugno scorso l’esperto di storia dell’arte aveva proposto a Nimis un bellissimo e approfondito ricordo di Tita Gori, il pittore del quale si conserva una bellissima opera anche nel Duomo di Tarcento.
In rappresentanza dei curatori del volume di poesie c’erano, invece, Riccardo Pieroni e Luca Corgnali, mentre Giuseppe Bevilacqua ha letto alcune delle liriche di don Duilio, accolte da calorosissimi applausi. Come avevamo annunciato, l’incontro è stato intercalato da apprezzati interventi musicali animati da quattro cori cittadini: il San Pietro Apostolo, che anima sempre le liturgie solenni nella Chiesa arcipretale, Voci e suoni, Sul far dell’Aurora e Des Vilis di Coia e Sammardenchia.
Due giornate, insomma, memorabili quelle di lunedì e martedì scorsi che, come si diceva, hanno ribadito il cordoglio che anima ancora la comunità parrocchiale per la perdita di monsignor Corgnali. Ma, evidentemente, il suo passaggio non è stato vano perché il ricordo – accanto a quello degli illuminati predecessori – è vivo e continuerà a vivere a lungo attraverso l’esempio che don Duilio ha lasciato a Tarcento e alla Chiesa friulana tutta.

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In copertina, l’arcivescovo Lamba con monsignor Calligaro durante la Messa di suffragio per don Duilio; all’interno, il Duomo e il Teatro gremiti per il ricordo del sacerdote a un anno dalla scomparsa.

(Le foto della Messa sono state pubblicate da Vita Cattolica; quella del Teatro Margherita l’ha scattata Nazareno Orsini presidente della Pro Tarcento)

A Nimis l’Antighe Sagre des Campanelis domani al via sul Prato delle Pianelle, una tradizione che si rinnova da 508 anni!

di Giuseppe Longo

E, allora, che la festa cominci! Si alzerà domani, 31 agosto, il sipario sull’Antighe Sagre des Campanelis che continuerà poi, sull’ombreggiato Prato delle Pianelle, nei giorni 1, 6, 7 e 8 settembre. La seconda domenica del mese ricorre, infatti, la festa della Natività della Madonna venerata nel Santuario “vestito” dai familiari affreschi di Giacomo Monai che raccontano scene della vita di Maria, come l’Assunzione al Cielo appena festeggiata a Ferragosto. Purtroppo, manca il meraviglioso soffitto dedicato proprio alla nascita della Vergine che è andato completamente distrutto, a causa del terremoto di 48 anni fa, salvo piccolissimi frammenti. Inoltre, in uno degli altari laterali c’è la Sacra Famiglia che Tita Gori – l’artista di Nimis, che fu maestro dello stesso Monai, ricordato in giugno con una bella mostra nell’antica Pieve – dipinse appena diciannovenne. La solennità dell’8 settembre sarà introdotta dal tradizionale Ottavario che prevede ogni mattina la celebrazione di tre Messe.


Ma torniamo alla storica sagra che conta la bellezza di 508 anni, come dire che i primi festeggiamenti vennero organizzati a mezzo secolo dalla costruzione del Santuario la cui prima pietra fu benedetta nel 1467. Ricco e articolato il programma messo a punto dalla Pro Nimis guidata da Mario Srebotuyak e il cui sipario si alzerà, appunto domani, con l’inaugurazione ufficiale dei festeggiamenti che si terrà alle 20, dopo l’apertura dei chioschi e della pesca di beneficenza. Quindi, una divertente serata con Radio Piterpan Impatto (Dj Maxwell & Andrea Ferrara). Per la mattinata di domenica 1 settembre si segnalano, poi, l’Ape e Vespa Raduno della mattinata seguito dalla Mostra dei funghi allestita dal Gruppo Micologico Gemonese, e la Mostra dei rapaci a cura dell’associazione Acrobati del Sole. Alle 11, importante parentesi religiosa con un appuntamento divenuto ormai irrinunciabile: la Messa di tutte le coppie che si sono sposate nel Santuario davanti alla statua della Madonna. Al termine pranzo paesano con estrazione della tombola, mentre per i bambini ci saranno i gonfiabili oltre a uno spettacolo con il mago Jean Stell. In serata torneo di briscola e quindi intrattenimento musicale con Franco Rosso e la sua fisarmonica.
Dopo qualche giorno di rigenerante riposo per i numerosi volontari della sagra, i festeggiamenti riprenderanno venerdì 6 settembre per continuare sabato 7 e concludersi domenica 8, quando ci saranno i riti solenni dedicati alla Natività della Madonna. Per quel giorno si segnalano il primo mercatino “I creativi di Nimis” nell’ambito del quale ci sarà anche uno stand degli amici di Lannach in occasione dei 35 anni del gemellaggio che saranno festeggiati nel corso di un pranzo sul Prato. Nel pomeriggio il tradizionale appuntamento con la Banda di Vergnacco seguito dal concerto in Santuario del Gruppo fisarmonicisti di Tarcento – Ensemble Flocco Fiori. Infine, la giornata conclusiva sarà coronata da un grandioso spettacolo pirotecnico. Durante la sagra funzionerà anche una ricca enoteca con i vini di una ventina di produttori.

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In copertina, il Santuario in mezzo ai girasoli, immagine che è ormai divenuta familiare; all’interno, la statua della Madonna sull’altare maggiore e un’altra inquadratura della Chiesa.

L’addio ad Angela Bolognesi Barborini: Ribis, il Rojale e anche Nimis la ricorderanno con affetto e gratitudine

di Giuseppe Longo

REANA – Se c’è una persona che il Rojale, ma non solo, ricorderà con simpatia e riconoscenza, questa è Angela Bolognesi Barborini. Insegnante di italiano e preside per tanti anni, soprattutto nella vicina Nimis, ma attiva da sempre anche nel volontariato di Ribis, il suo amato paese, si è spenta serenamente proprio il giorno che compiva 91 anni. E ora mi fa malinconia e tristezza passare davanti alla sua casa, dove ero stato tante volte da quella professoressa che conoscevo dagli anni Sessanta, quando appunto aveva cominciato a salire a Nimis (anche se non è mai stata mia insegnante).  Ogni anno, infatti, mi chiamava puntuale a settembre per darmi dati e  informazioni per scrivere qualcosa sul giornale a proposito della Festa delle patate che la frazione di Reana organizza tradizionalmente a cavallo della ricorrenza del “Perdon dal Rosari”. E prima che andasse in pensione mi invitava frequentemente proprio alle Medie del mio paese per chiedermi di riferire sulla cronaca locale di problemi o iniziative didattiche.


Ed è proprio questa sua instancabile disponibilità – che durante la sagra si manifestava anche con un aiuto diretto soprattutto nella rinomata cucina – che è risuonata il giorno del funerale nel Santuario che sorge a pochi metri dalla sua abitazione. Il celebrante ha voluto, infatti, che prima della sua predica fosse Aldo Bertoni, il presidente di “Chei da lis patatis”, a ricordare una persona così benemerita. E lui l’ha fatto con parole grate e commosse che hanno fornito al sacerdote spunti preziosi per sottolineare quanto sia importante saper collaborare, appunto come Angela, a favore di una comunità. E in questo la professoressa Barborini, come era da tutti conosciuta, si è sempre distinta. Così pure nella sua famiglia, come è apparso a chiare lettere dalle parole della nipote Alessia che a stenti ha trattenuto le lacrime: una grande nonna, ma anche una grande madre – con i figli Renata e Umberto – e compagna di vita con il suo Stefano, che l’aveva lasciata ormai tanti anni fa. E anche lui, in fatto di volontariato, era stato veramente esemplare. Ora Angela, per chi crede, è andata proprio a ritrovare l’amato marito, lasciando un luminoso ricordo nel suo paese e fra quanti l’hanno stimata, come ha avuto modo di sottolineare anche l’amico don Bepi Riva. Un ricordo che rimarrà indelebile fra quanti l’hanno conosciuta anche a Nimis dove fu proprio lei a volere, come mi ha ricordato un’amica venuta a salutarla, e che con lei aveva lavorato nella segreteria della scuola, che le Medie del vicino Comune fossero intitolate a Tita Gori, il pittore che è stato appena ricordato con la mostra di otto grandi tele a olio salvate dopo il terremoto e che ha lasciato opere anche nel Rojale.

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In copertina, la professoressa Angela Bolognesi Barborini spentasi a 91 anni e all’interno un momento del suo funerale.

Quei volti “veri” nelle opere di Tita Gori raccontati da don Alessio Geretti: nella Pieve di Nimis ultimo giorno con la mostra delle otto tele salvate dal sisma

di Giuseppe Longo

NIMIS – «In quel volto di donna riconosco quello di mia nonna Lucia». La Pieve di Nimis, gremita più che mai, era attentissima nell’ascoltare le parole di don Alessio Geretti, quando si leva la voce – non certo per interrompere la illustrazione di una serie di belle diapositive da parte del sacerdote-esperto d’arte, quanto per interloquire con una osservazione molto interessante – di uno dei pronipoti di Tita Gori, figlio di Luisa Tessitori, la quale a sua volta figlia di “Luzine” e dell’indimenticato senatore Tiziano, il “padre” della nostra Regione autonoma. Il giornalista Michele Meloni, da sempre affascinato dalla pittura del bisnonno materno, voleva infatti mettere l’accento su un particolare-chiave: in quei volti così espressivi “raccontati” dall’artista nato nel 1870 e morto nel 1941 si riflettono non solo diversi componenti della sua famiglia cresciuta nella casa all’ombra dell’ultramillenario campanile, ma anche diversi borghigiani o compaesani, se non addirittura avventori che si fermavano alla sua osteria.

Don Geretti, ideatore e curatore delle magnifiche mostre che hanno fatto diventare grande la piccola Illegio, sui monti sopra Tolmezzo – proprio quella sera a Nimis avevano annunciato che l’indomani sarebbe arrivato l’ultimo attesissimo pezzo, un capolavoro di Caravaggio -, ha insistito molto infatti sui volti “veri” di Tita Gori, raffigurati negli affreschi della stessa Chiesa matrice – che oggi celebra i Santi Martiri Gervasio e Protasio -, ma anche nelle otto tele a olio che Ottone, uno dei tanti figli del pittore, riuscì a salvare (e poi a restaurare a proprie spese), prima che quegli impietosi bracci meccanici completassero l’opera demolitrice del terremoto nella comparrocchiale di Santo Stefano, in Centa, e nell’asilo infantile edificato negli anni Venti da monsignor Beniamino Alessio, a pochi anni dal suo arrivo in paese.
Volti veri, dunque, tanto che Tita Gori è stato associato ai “preraffaeliti”, cioè a quei pittori appartenenti al movimento nato a Londra a metà Ottocento e che si rifaceva all’arte esistita, appunto, prima di Raffaello Sanzio. Quindi, volti non più ideali e perfetti, ma che riflettono quelli della vita di ogni giorno e che siamo soliti incontrare, ma che ugualmente fanno descrivere all’artista una “bellezza” che avvicina a Dio. Don Alessio ha ricordato, a tale riguardo, anche quanto sostenne il compianto Licio Damiani, giornalista e raffinato critico d’arte, il quale su incarico del Comune di Nimis nel 1991, in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’artista di San Gervasio, scrisse un bel libro intitolato “Tita Gori e i Giardini del Paradiso” facendo riferimento, appunto, a un concetto di bellezza vera, non idealizzata, che ha fatto da filo conduttore a tutta l’opera del pittore celebrato e che si ritrova, come detto, anche nelle otto tele che i figli di Ottone – Caterina, suor Sara e Giancarlo – hanno lodevolmente deciso di restituire alla Chiesa di Nimis e che sono rimaste esposte in questa settimana suscitando grandissimo interesse, grazie alla mostra sapientemente allestita dal Centro friulano arti plastiche, presieduto da Bernardino Pittino, che nell’occasione ha abbinato pure l’esposizione di opere di alcuni artisti associati che si sono ispirati proprio al messaggio artistico di Tita Gori. Un artista dalle innate capacità, ma che ha avuto la fortuna – come ha osservato don Geretti – di avviare la propria formazione alla “scuola” di un prete di grande apertura mentale e culturale, quale fu monsignor Agostino Candolini, pastore di Nimis per lunghi decenni prima dell’arrivo di “pre’ Beniamin”.


Insomma, una vera e propria “lectio magistralis” quella di don Alessio Geretti, ascoltata con grande interesse perché esposta con un linguaggio non cattedratico ma immediato, accessibile a tutti, arricchito, come detto, da una serie di proiezioni che non hanno riguardato soltanto le opere di Tita Gori, ma anche altre, esemplificative, che hanno aiutato a inquadrare meglio il pensiero artistito del pittore di Nimis. Sulla cui figura aveva proposto un affettuoso e documentato ritratto anche la trisnipote Francesca Totaro, esperta in beni culturali, la quale aveva parlato in occasione dell’apertura della mostra. Come detto, le otto tele a olio potranno essere ammirate anche oggi, in occasione della Messa solenne delle 11 e di quella vespertina delle 19. Poi l’antica Pieve tornerà alla consueta tranquillità, con il “suo” Tita Gori che rimane impresso nei medaglioni di Santi, Evangelisti e personaggi biblici degli archi e nelle scene che abbelliscono il presbiterio.

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In copertina, Lucia Gori Tessitori, giovanissima, ritratta dal padre accanto a Gesù; all’interno, don Alessio Geretti, durante la sua applauditissima “lectio magistralis” e due aspetti della mostra dedicata a Tita Gori nella Pieve di Nimis.

Nell’antica Pieve i “gioielli” di Nimis: gli affreschi di Tita Gori si fondono con le otto tele salvate da Ottone dopo il sisma

di Giuseppe Longo

NIMIS – “Questi sono i miei gioielli” (Haec ornamenta mea), disse Cornelia, la madre dei Gracchi. Mi pare appropriato prendere in prestito la famosa locuzione latina per sottolineare quanto vivrà Nimis in questa settimana, a cavallo della ricorrenza dei Patroni Gervasio e Protasio (19 giugno) e che ha preso corpo e immagine ieri pomeriggio, quando, nell’antica Chiesa matrice, è stata inaugurata una bellissima mostra dedicata a Tita Gori (1870-1941) nella quale, a cura del Centro friulano arti plastiche, sono esposte otto tele a olio di grande formato, appartenute alla Chiesa di Santo Stefano e all’Asilo infantile (vittime della demolizione post-sismica) e che furono salvate e restaurate da Ottone, figlio dell’artista che era nato nella casa-osteria all’ombra del campanile della Pieve. E proprio dalla torre millenaria, alle sei in punto, si è levato un festoso scampanìo – “O cjampanis de sabide sere” avrebbe esclamato Luigi Garzoni, direttore anteguerra pure del Coro di Nimis – che ha fatto interrompere la ricca relazione di Francesca Totaro, ma che non ha affatto disturbato. Anzi il pubblico che affollava la Chiesa tanto amata da Tita Gori ha atteso pazientemente, ascoltando volentieri il gioioso e solenne concerto.

Monsignor Rizieri De Tina

Giuseppe Mareschi, commissario

Bernardino Pittino, Cfap

Ecco, allora, i “gioielli di Nimis” – tornando ai Gracchi, Caio e Tiberio – rappresentati proprio dalle otto tele salvate dal terremoto e dagli affreschi, medaglioni di Santi negli archi e scene evangeliche nel presbiterio, che l’artista di San Gervasio realizzò su incarico di monsignor Agostino Candolini, predecessore del pievano Beniamino Alessio. Opere che, proprio in questa importante settimana, si fondono in tutt’uno, offrendo gran parte di quanto è rimasto di Tita Gori nella sua Nimis, dopo la gravissima perdita di Centa che a 48 anni dal terremoto non sono ancora riuscito a metabolizzare. E né ci riuscirò, sono certo!

Una parte del folto pubblico.


Semplice, ma ricca di contenuti la cerimonia inaugurale, introdotta da monsignor Rizieri De Tina, il quale ha sottolineato l’importanza che il paese si ritrovi assieme al suo grande artista. Nel contempo, l’arciprete ha ringraziato tutti coloro che hanno consentito questa manifestazione. A cominciare da Ottone Gori, alla cui memoria è andato un deferente omaggio, e dai suoi figli, Caterina, suor Sara e Giancarlo, tutti presenti assieme ad altri numerosi discendenti di Tita: fra tutti, Luisa Tessitori, figlia di Lucia e del senatore Tiziano, innamorata dell’arte del nonno. Quindi ha portato un saluto il commissario straordinario Giuseppe Mareschi che ha il compito di “traghettare” il Comune di Nimis fino alle elezioni amministrative del prossimo anno, seguito dall’architetto Bernardino Pittino, figlio dell’artista autore del grande mosaico parietale che da 60 anni fa da sfondo all’altare nel quale sono raffigurati proprio i Santi Gervasio e Protasio. Il Cfap da lui presieduto ha infatti provveduto all’allestimento della mostra, fruendo della preziosa collaborazione dei coniugi Paganello che ne sono stati appassionati artefici. E nell’occasione alcuni artisti soci del sodalizio udinese hanno realizzato delle opere, pure esposte nella Pieve, che rileggono in chiave contemporanea i tratti e il messaggio di Tita Gori. Sono Adriana Bassi, Marisa Cignolini, Catia Maria Liani, Luigi Loppi, lo stesso Bernardino Pittino e Rinaldo Railz.

L’esperta Francesca Totaro


Al termine, la citata relazione della dottoressa Francesca Totaro, laureata in beni culturali, che ha proposto un affettuoso ritratto del trisnonno artista (nell’articolo sottostante il testo integrale del suo intervento). Della sua arte si occuperà in maniera approfondita domani, alle 20.30, nella stessa Chiesa, anche don Alessio Geretti, sacerdote ed esperto d’arte di grande fama per aver ideato e portato avanti da molti anni le stupende mostre di Illegio, a Tolmezzo. Questo il titolo della sua lectio magistralis: “Il mistero semplice: un Cristo di Cielo tra gente di Terra nella pittura di Tita Gori”. A domani!

I quadri di Tita Gori e degli artisti Cfap.

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In copertina, gremita la storica Pieve di Nimis per la mostra su Tita Gori.

Tita Gori quel “dipintor serafico” che nel suo amato paese rimarrà vivo per sempre

di Francesca Totaro

“Il dipintor serafico”, così venne definito Tita Gori, figura immortale di Nimis, la cui arte e le preziose memorie tramandate dai suoi figli e dai suoi nipoti hanno contribuito a mantenere viva la sua eredità.

Nato con il nome di Gio Batta Gori a Nimis il 22 giugno 1870, Tita era figlio di Francesco e Giustina Gori. Fin da piccolo, visse in un ambiente familiare esteso, poiché due zii senza figli si unirono alla sua famiglia, garantendogli un’infanzia ricca di affetto e attenzioni, e alla fine portandolo a ereditare tutti i beni familiari che, tuttavia, mai riuscirono a scalfire la sua umiltà. Tita frequentò le scuole elementari locali a Nimis e negli stessi anni ebbe la possibilità di accrescere le sue conoscenze grazie a Monsignor Candolini, suo precettore, che non solo contribuì ad arricchire il suo bagaglio culturale, lo introdusse anche alla lettura delle Sacre Scritture, nonché alla poesia lirica e cavalleresca, ampliando in maniera significativa il suo orizzonte culturale intellettuale, e portandolo a pubblicare un piccolo poemetto sul giornale “Pagine Friulane” ispirato dalla lettura del poema de l’Orlando Furioso di Ariosto. All’età di vent’anni, mosso da un’innata e profonda passione per la pittura che aveva iniziato a coltivare già da tempo, Tita decide di intraprendere un percorso di studi alla prestigiosa Accademia di Belle Arti di Venezia; nella città lagunare ebbe l’opportunità di conoscere direttamente le opere dei grandi maestri veneziani del Rinascimento e le numerose chiese, oltre che approfondire gli studi di anatomia umana; un’esperienza che avrebbe potuto segnare una svolta nella sua carriera professionale.
Tita si avvicinò all’arte per vocazione innata, per puro e personale amore verso questa materia e senza la preoccupazione di identificarsi in una scuola o tendenza particolare, anche se la critica contemporanea oggi lo avvicina alla pittura dei preraffaelliti. La sua arte è guidata da un animo profondamente intriso di fede che, accompagnato allo studio da autodidatta, lo porta in maniera naturale a dedicarsi per tutta la vita alla pittura religiosa.

Tuttavia, nonostante le straordinarie opportunità offerte da Venezia, dopo soli tre mesi, Tita sentì che la città non era il luogo adatto a lui e decise di fare ritorno nella sua amata Nimis, nella convinzione profonda che per lui la vera ispirazione fosse la natura, e così fu. Dopo essere tornato a Nimis, negli ultimi anni dell’Ottocento conosce e sposa una giovane donna di origini padovane, Caterina Gervasi, dalla quale poi avrà ben 11 figli, 2 dei quali morirono però in giovane età. Nonostante le difficoltà, la casa natale di San Gervasio rimase sempre il punto di riferimento centrale per l’intera famiglia, fungendo da luogo di conforto e stabilità. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914 ebbe un impatto significativo sulla famiglia Gori, costringendola a fuggire verso Roma a bordo di un treno merci. Nella capitale, trascorsero circa tre anni ospitati da alcuni conoscenti, prima di poter tornare finalmente nella loro amata Nimis.
Durante questo periodo romano, mentre la moglie trovò lavoro come domestica, Tita attraversò una lunga fase di depressione; sebbene gli fosse stato offerto un lavoro come scenografo nella nascente Cinecittà, egli rifiutò l’incarico e trascorse questi anni senza dedicarsi a nessuna attività artistica. Il senso di appartenenza alla propria comunità, al paese natale e soprattutto alla famiglia saranno dei fattori determinanti che influenzeranno sempre la vita e le scelte del pittore. Ritornato dagli anni dell’esilio romano, Tita riprende a pieno ritmo la sua attività artistica, la quale si si sviluppa parallelamente alla gestione della locanda a conduzione familiare a San Gervasio, che oggi porta il nome de La Valanghe.
L’osteria, focolare di riferimento per l’intero paese, diventa per Tita una miniera per stimolare la sua creatività. I viandanti e gli avventori quotidiani che vi si fermavano ricevevano una calorosa ospitalità, un bicchiere di vino e sempre qualcosa da mangiare; in cambio, Tita riceveva qualcosa di ben più prezioso: l’ispirazione.
Dopo gli anni difficili passati a Roma, il ritorno a Nimis non solo fu un conforto per il suo animo, ma diventò un motivo di stimolo per ritornare sui suoi passi e ricominciare a praticare in maniera costante la sua innata passione per la pittura.
La locanda, portata avanti da Siore Rine, mentre Tita si dedicava all’arte, era come un piccolo universo luogo di ospitalità e ristoro per chiunque ne avesse bisogno. Tita vi passava molto tempo, lo incuriosivano i volti delle persone che vi si fermavano e che spesso diventavano suoi modelli da trasporre nelle figure di Giuda o di Barabba o di altri personaggi biblici.
Il suo studio si trovava al primo piano della casa, sopra l’osteria, ed è qui che nascevano le idee per i suoi dipinti. Il corridoio presentava il soffitto completamente dipinto in quanto Tita aveva bisogno di studiare a lungo la composizione prima di trasporla sul supporto finale. Lo studio vero e propria era chiamato “la sala”, ove Tita passava moltissime ore con il sigaro toscano tra le labbra, davanti al suo cavalletto, per studiare ed abbozzare le sue figure. I suoi modelli prediletti erano quattro dei suoi figli: Antonietta, Adriana, Luzine e Pietro. I bambini salivano nel suo studio e passavano lunghe ore con il Papà che li faceva mettere in posa per studiarne i movimenti e le pieghe dei panneggi.

In certi periodi dell’anno, quando Tita era molto impegnato, non lo si vedeva per il paese anche per intere settimane, se ne stava chiuso nel suo studiolo in cerca di ispirazione o immerso nella sua concentrazione. Siore Rine non manifestava preoccupazione, appoggiava questa inclinazione del marito e, in questi periodi di lavoro intenso, si preoccupava di fargli recapitare qualcosa da mangiare direttamente al suo studio.
Tita era un artista molto impegnato, affrescò le pareti di molte chiese della regione, molte delle quali a Nimis e frazioni, e realizzò tele che oggi sono conservate anche in Slovenia. Si vergognava spesso di farsi pagare per il suo lavoro, che in fondo non era che per lui la passione più grande. Uno dei lavori fra i più importanti tra quelli da lui realizzati è forse il restauro della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, al quale si dedicherà per molti anni, rilevante non solo per la qualità degli affreschi indubbiamente preziosi e pregiati, ma soprattutto per il legame che Tita instaura con questo ambiente: ne era il custode, ne possedeva le chiavi, era la chiesa del suo borgo, quello che non ha mai smesso di mancargli ogni qualvolta ha dovuto allontanarsene, per sua volontà o per cause di forza maggiore.
Tra le tante cose che fece, per un certo periodo Tita ricoprì la carica di Sindaco di Nimis attività che però, e qua cito da un articolo scritto in sua memoria negli anni ’70 «la politica era per lui mezzo contingente, mentre la vita, tutta la vita bene vissuta era la sintesi e il fine». Tita era un uomo umile, tutto quello che fece per il Paese fu per puro amore verso di esso, lasciando perciò come esempio non solo una straordinaria attitudine verso l’arte ma anche e soprattutto l’esempio di una vita vissuta all’insegna di quelle virtù come la dedizione al lavoro, la beneficienza e la disponibilità ad aiutare il prossimo, che, condotte da una rettitudine morale e da una profonda e sincera fede in Dio, ci lasciano in eredità la testimonianza di una figura chiave per il nostro paese. Fu sia pittore che agricoltore, possedeva molti terreni e uno splendido appezzamento di terra che dalla locanda arrivava fino alle rive del Cornappo, il cosiddetto “broili”. Qua Tita passava il tempo quando non era impegnato a dipingere, vi passeggiava nelle calde giornate estive con un vecchio cappello di paglia, dirigendo il lavoro dei figli e dei coloni che si occupavano delle sue terre.
Era un uomo di campagna, si curava delle sue vigne e dei suoi frutteti con molta attenzione, aveva anche uno splendido giardino con un piccolo laghetto, adornato da piante e alti alberi sotto cui Tita soleva andare a riposarsi o a passare del tempo con i suoi amici o con gli avventori della locanda che per lui diventavano subito parte della famiglia. Viene a mancare il 24 maggio del 1941 alla soglia dei 71 anni, lasciando in eredità a tutta la comunità non solo la sua produzione artistica ma l’esempio di una vita vissuta all’insegna di una fede radicata, inscalfibile e sempre viva, che lo guidò in ogni sua decisione e che fu materia fondamentale per la sua attività di artista.
Siamo orgogliosi oggi di presentare e poter ammirare queste opere, salvate dalla furia del terremoto grazie al figlio Ottone, che si preoccupò del restauro e della loro conservazione. Ringraziamo poi i figli di Ottone per aver consentito a tutta la comunità di poter beneficiare di questi capolavori, profondamente connessi alla storia del nostro paese, alcuni dei quali ritornano dopo tanti anni in questa chiesa, così antica e così amata da Tita, il cui ricordo si lega al suo prezioso e inestimabile lavoro artistico che, sostenuto dalle memorie tramandate di generazione in generazione dai suoi eredi, contribuiranno a renderlo vivo per sempre.

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In copertina, il tradimento di Giuda e all’interno le altre sette tele di Tita Gori.