Il Friuli con Gemona ricorda il sisma di 43 anni fa

di Gi Elle

Sono passati già 43 anni da quella caldissima – per l’epoca – sera di maggio che sconvolse mezzo Friuli. Era il terremoto dei mille morti, 400 soltanto a Gemona – la “capitale” – che domani sera, proprio alle nove, li ricorderà, come è tradizione, con altrettanti rintocchi della campana del castello, pure rinato come tutta la cittadina vegliata dal monte Glemine dopo il sisma.
Un omaggio a chi, servendo il proprio Paese, è rimasto vittima del tragico evento, ma anche un segno di vicinanza delle istituzioni nei confronti della comunità regionale per commemorare sia i civili morti sotto le macerie sia il “padre” della ricostruzione, Giuseppe Zamberletti, scomparso pochi mesi fa e che fu inviato dal Governo nazionale per dare sostegno alla Giunta regionale, allora guidata da Antonio Comelli, trovatasi di fronte ai gravosissimi compiti dell’emergenza e dell’assistenza alle popolazioni colpite. È stata questa la testimonianza che il vicegovernatore della Regione, Riccardo Riccardi, accompagnato dall’assessore al Bilancio, Barbarza Zilli, ha portato ieri nel corso delle cerimonie svoltesi a Gemona proprio nel ricordo del terremoto del ’76.

Giuseppe Zamberletti

La celebrazione – come informa una nota Arc – ha preso il via con la deposizione di una corona nella sede dell’Ana al cippo che ricorda gli alpini deceduti durante il sisma. Successivamente, in piazzale Emanuele Chiavola – che ricorda il segretario generale straordinario della ricostruzione -, si è tenuta la commemorazione al monumento eretto a memoria delle vittime del terremoto e dell’opera di soccorso portata alla popolazione dal Corpo nazionale dei Vigili del fuoco. Infine, alla Goi-Pantanali è stata celebrata una messa, cui ha fatto seguito la deposizione di una corona per ricordare gli alpini della Julia deceduti in caserma proprio sotto le macerie del sisma.
A margine dell’incontro, la Regione ha evidenziato il significato delle celebrazioni che hanno preso il via appunto ieri e che si concluderanno domani, 6 maggio, esattamente a 43 anni di distanza dai tragici fatti che segnarono la storia del Friuli Venezia Giulia. In particolare, la presenza del vicegovernatore ha voluto rappresentare l’omaggio dell’istituzione a quanti, prestando servizio per il proprio Paese, hanno perso la vita nell’adempimento del proprio servizio e alle ricordate quasi mille vittime civili di quel luttuoso evento.

L’esponente della Giunta Fedriga si è infine soffermato sulla figura dell’onorevole Zamberletti, che fino allo scorso anno aveva partecipato alle annuali commemorazioni: un uomo di Stato, affermatosi quale “padre della ricostruzione”, la cui lungimiranza nella gestione del volontariato organizzato produsse un modello che, su scala nazionale, prese successivamente forma con il nome di Protezione Civile.

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In copertina, il duomo di Gemona simbolo della rinascita del Friuli.

Addio a Zamberletti: il Friuli rinato dal sisma gli è grato

di Giuseppe Longo

Dopo Antonio Comelli, il Friuli ha perso un altro grande fautore e protagonista, anzi l’uomo-chiave, della rinascita post-sismica. Infatti, se lo storico leader della Regione Fvg morto nel 1998 – l’ultima commemorazione nel ventesimo anniversario della scomparsa era avvenuta a Nimis, suo paese natale, a fine novembre – è ricordato come il “Presidente della Ricostruzione”, Giuseppe Zamberletti, nonostante fossero passati quasi 43 anni dal terremoto, godeva ancora di immutata riconoscenza, così tanto che a ogni suo ritorno per qualche pubblica cerimonia nei paesi sconvolti in quella terribile sera del 6 maggio 1976, e poi nelle repliche di settembre, era accolto con sincere e calorose attestazioni di simpatia e affetto. Perché di Zamberletti si ricordano ancora con gratitudine, e si indicano come esempio, i tratti della vera politica: saggezza, onestà, concretezza, lungimiranza.

La notizia della sua morte, rapidamente diffusasi ieri mattina, è stata accolta da tutti con dolore,  perché in questo modo il Friuli ha perso un vero, grande amico, che accompagnò passo dopo passo il suo cammino prima per l’uscita dall’emergenza e poi per avviare e seguire la riedificazione di tutto ciò che il sisma aveva cancellato, innestando nel contempo una grande stagione di sviluppo che ha dotato la regione di infrastrutture e servizi – l’autostrada Alpe Adria, il raddoppio della ferrovia Pontebbana, l’istituzione dell’Università di Udine –  che ci hanno dato una dimensione moderna e progredita, ponendoci al centro dell’Europa. E i sentimenti della popolazione del Friuli che ricorda, come me, nitidamente le giornate dell’emergenza e della rinascita sono stati efficacemente tratteggiati dal governatore della Regione Massimiliano Fedriga e dal vice Riccardo Riccardi, che ha anche la delega alla Protezione civile.

L’onorevole Zamberletti – spentosi sabato sera a 85 anni, per l’aggravarsi di una malattia che l’aveva colpito tempo addietro, e domattina nella sua Varese riceverà l’ultimo saluto-  era stato nominato, poco più che quarantenne, dal presidente della Repubblica Sandro Pertini commissario straordinario per la ricostruzione del Friuli terremotato con il compito di affiancare la Regione, guidata appunto dal presidente Comelli, nel complesso e impegnativo progetto di rinascita. Un incarico che assicurava prima di tutto un filo diretto tra il Friuli e Roma, un canale di comunicazione efficacemente sostenuto anche da tre parlamentari del tempo – Mario Toros, Giuseppe Tonutti e Maria Santa Piccoli – che ci hanno lasciato nel volgere di pochi mesi proprio nell’anno appena concluso. Un dialogo costruttivo con la Capitale, dove primo interlocutore fu Aldo Moro, il quale disse proprio a Toros, convocato a palazzo Chigi l’indomani del sisma: “Dobbiamo fare subito una legge per la ricostruzione e lo sviluppo del Friuli”. Perché Moro – l’ho sentito raccontare proprio da Comelli  e l’ho rievocato già nel giugno scorso, al momento della morte dell’ex senatore e ministro – aveva un’attenzione particolare per la nostra terra.  “Mi ricorda – diceva – la gente delle Puglie, della mia Maglie: laboriosa, seria, sobria, tenace”.
E in quell’incontro nella immediata emergenza si posero le basi per ripartire. Non solo attraverso la erogazione di finanziamenti adeguati per assicurare ricostruzione e sviluppo, ma anche con la possibilità, mai sperimentata prima, di delegare ai sindaci – nominati funzionari delegati – la gestione in prima persona delle incombenze burocratiche così da semplificare non poco le pratiche e accelerare i tempi per la rinascita. E in appena dieci anni – lo ricordavo proprio in occasione della commemorazione di Antonio Comelli, nella mia Nimis – la riedificazione di quanto era stato distrutto, privato e pubblico, era per larga parte completato.

Ma Zamberletti sarà ricordato anche come “padre” della Protezione civile. Un servizio di prevenzione in caso di calamità naturali importanti, come appunto il terremoto, che non esisteva né in Friuli né tantomeno altrove, così come lo intendiamo oggi. Proprio qui infatti nacque dopo il sisma, appunto grazie alla felice intuizione del commissario straordinario, la Protezione civile che poi si è via via diffusa in tutt’Italia. “Oggi la Protezione civile non perde solo il suo fondatore ma anche un amico, un maestro, una guida. Questo è stato in questi anni per tutti noi e per i tanti volontari italiani”, ha detto il suo capo, Angelo Borrelli, ricordando con gratitudine Zamberletti. Il quale, eletto deputato nel 1968, fu a lungo parlamentare in rappresentanza della Democrazia Cristiana. Ma, forte dell’esperienza maturata proprio in Friuli, fu nominato commissario straordinario anche in occasione dei terremoti che colpirono l’Italia meridionale a cominciare da quello della Campania, nel 1980, divenendo un anno dopo ministro per il coordinamento della Protezione civile.

“La nostra regione – ha detto il governatore Fedrigasa apprezzare chi le fa del bene e non dimentica, tributando un saluto composto quanto sincero e riconoscente”. Io non ho avuto la possibilità, o meglio la fortuna, di conoscere Giuseppe Zamberletti personalmente, ma ricordo benissimo quella fredda giornata in cui per la prima volta arrivò a Nimis, accompagnato dal presidente Comelli e dal prefetto Spaziante – come testimoniano le fotografie scattate dal bravo Bruno Fabretti, oggi 95enne -, per prendere visione, ragguagliato dal sindaco Giovanni Mattiuzza, di come procedeva l’allestimento dei prefabbricati che sarebbero stati necessari per lasciare gli alloggi di fortuna e le roulotte inviate dalla massiccia solidarietà. Per cui credo di interpretare appieno i sentimenti della popolazione friulana, a cominciare ovviamente da quella che visse in prima persona l’esperienza del terremoto, se dico: “Grazie, onorevole Zamberletti!”.

Due momenti della visita a Nimis dell’onorevole Zamberletti.

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In copertina, Zamberletti con Comelli, Mattiuzza e Spaziante a Nimis nell’inverno dopo il sisma.

 

 

Solo il Fvg in tutt’Italia è senza Province: a Udine via 200 anni di storia

di Gi Elle

Pubblico delle grandi occasioni per un omaggio alla storica Provincia di Udine che non c’è più, soppressa dalla scorsa primavera, dalla legge regionale di riforma che al posto dei quattro enti intermedi del Friuli Venezia Giulia (con Udine, anche Gorizia, Pordenone e Trieste) ha istituito 18 Uti, le tanto contestate Unioni territoriali intercomunali. Gremito, infatti, il meraviglioso salone del Quaglio, a palazzo Belgrado, per la presentazione del libro “L’ultima Provincia Storia politica a Nordest”, scritto da Raffaella Sialino e pubblicato da Aviani & Aviani editori. Presenti con il presidente del Consiglio regionale, Piero Mauro Zanin, e il capogruppo della Lega nella stessa Assemblea di piazza Oberdan, Mauro Bordin, già capogruppo del Carroccio nel decaduto Consiglio provinciale di Udine, numerosi sindaci e amministratori locali. I lavori sono stati coordinati dal giornalista e scrittore Daniele Damele.

Damele mentre dà il via ai lavori e sotto l’intervento del presidente del Consiglio regionale Zanin.

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“Il libro – ha detto la dottoressa Sialino – nasce dall’esigenza di spiegare, in maniera semplice, comprensibile a tutti, il perché la nostra regione sia attualmente l’unica in Italia priva delle sue Province. Il Friuli Venezia Giulia, infatti, rappresenta un’anomalia nella nostra penisola perché – in virtù o a causa, a seconda dei punti di vista, di una riforma regionale della precedente amministrazione- solo qui le Province sono state chiuse, eliminate, nonostante il referendum del 2016 che ha sancito la sopravvivenza delle Province in tutt’Italia”.

“La riforma degli enti locali ideata dall’ormai ex governatrice Serracchiani e dal suo gruppo – ha continuato l’autrice, spiegando il percorso che ha visto la soppressione della quattro Province Fvg – ha portato fin dalle prime battute alla formazione di due opposte fazioni: da un lato i favorevoli, dall’altro i contrari e nel mezzo dibattiti, confronti, iniziative, ribellioni, anche con ricorsi al Tar. Il libro raccoglie in un unico testo quanto accaduto in questi anni, dai primi esordi della riforma, nota anche come legge 26/2014, fino a metà settembre 2018. E cerca di rispondere alle domande: che cosa sono state le Province negli anni, di quali funzioni e servizi si occupavano, che vuoto lasciano; che cosa sono invece le nuove Uti, con quali obiettivi sono nate, quali funzioni hanno, se funzionano, o è meglio ripristinare gli enti intermedi; quali sono stati i contenuti e i protagonisti dei confronti di questi anni; come i Comuni hanno accolto o respinto la riforma; e adesso in che direzione sta andando la nuova amministrazione regionale?”.

“Mentre qui proseguiva l’iter della legge 26 sono accaduti a livello nazionale, ma anche internazionale – ha aggiunto Raffaella Sialino –, avvenimenti che hanno portato alla crisi della sinistra e del Partito Democratico e all’ascesa di altri partiti, con risultati insperabili fino a qualche tempo fa. In queste pagine, dunque, i fatti locali si intrecciano inevitabilmente con quelli nazionali e, in parte, con quanto avvenuto oltre i nostri confini. Fornendo uno sguardo d’insieme sulle modifiche amministrative e le principali problematiche sociali degli ultimi anni. Se le Province non dovessero venire ripristinate, rimanga la memoria storica, in special modo tra i giovani, di ciò che hanno rappresentato soprattutto come fattore identitario per la comunità ed il territorio”.

Ecco un aspetto del salone del Quaglio gremito alla presentazione del libro.

Il meticoloso lavoro della dottoressa Sialino è stato salutato da calorosissimi applausi da parte della folta platea che ha assistito alla presentazione del libro che si configura fin d’ora come una importante opera, riccamente documentata, a ricordo di un ente – se un giorno non dovesse rinascere, non si può mai sapere – che ha accompagnato la storia locale per oltre duecento anni (esattamente dal 1806), in momenti di grandi difficoltà, come quelli dopo le guerre o il terremoto, ma anche di speranza, di ripresa e di sviluppo di questo nostro amato Friuli. Tutto cancellato con un colpo di spugna (pardon, di legge!). E proprio la storia si incaricherà di dimostrare se quella riforma andava fatta o meno.

Palazzo Belgrado ormai è stato svuotato delle sue storiche competenze.

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In copertina, foto-ricordo per Raffaella Sialino con Bordin e Zanin.

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Udine, la Provincia (che non c’è più) vista da Raffaella Sialino

di Giuseppe Longo
Passo quasi ogni giorno, almeno due volte, in piazza Patriarcato e vedendo palazzo Belgrado mi è praticamente impossibile non pensare che lì, fino a pochi mesi fa, c’era la Provincia di Udine.
E pure a quella toccante cerimonia d’addio che si era tenuta nella tarda mattinata del 21 aprile: d’un tratto, calava il sipario su oltre due secoli di storia.
Quella del Friuli, perché la Provincia di Udine non era una Provincia qualsiasi – uno di quegli enti inutili, come si chiamano oggi, tanto da essere “tagliato” senza pensarci troppo -, bensì un autentico “crocevia” della storia della nostra terra, sul quale si sono intrecciati momenti tristi e difficili, come le due guerre mondiali e il terremoto del 1976, e momenti belli, di speranza, di rinascita, di sviluppo.
Una storia che affonda le sue radici addirittura nel 1806, a pochi anni dal Trattato di Campoformido (o Campoformio come si scriveva allora), quando mancavano ancora ben 60 anni al passaggio del Friuli storico alla neonata Italia unita.
Tutto si è incrociato in quel palazzo e vederlo oggi “svuotato” del suo vero motivo d’essere – avrà una destinazione, certamente, ma non quella cui era deputato – innesca in me un innegabile sentimento di nostalgia perché, indubbiamente, il Friuli è stato privato di qualcosa di suo, che gli apparteneva.
Due secoli, converrete, non si cancellano così, con un battito di ciglia.
Tanto, ente più ente meno…
Ci restano però i ricordi, almeno quelli sì.
E in questo ci soccorre, dandoci un importante aiuto, anche la penna di Raffaella Sialino,
fagagnese doc, che evidentemente animata pure lei da un sentimento simile al mio e all’ attaccamento alle cose del nostro passato, ha scritto un libro molto interessante dal titolo ” L’ultima Provincia Storia politica a Nordest”, appena pubblicato da Aviani & Aviani editori.

la locandina del libro


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La sua presentazione avverrà venerdì 5 ottobre, alle 18, proprio nella sala consiliare di palazzo Belgrado, meravigliosamente affrescata da Giulio Quaglio alla fine del XVII secolo.

il salone del Quaglio


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Assieme all’autrice interverranno il presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, Piero Mauro Zanin, e il capogruppo della Lega nella stessa Assemblea di piazza Oberdan, già capogruppo del Carroccio in Consiglio provinciale, Mauro Bordin.
Moderatore dell’incontro il giornalista e scrittore Daniele Damele.
“Il Friuli Venezia Giulia nel 2018, per effetto della legge regionale 26/2014 – scrive la dottoressa Sialino – si è ritrovato ad essere l’unica regione in Italia priva delle sue Province.
A decidere la soppressione di quattro enti intermedi (Pordenone, Gorizia, Trieste e Udine), avvenuta tra il 2016 e il 2018 nonostante il referendum del dicembre 2016 avesse decretato la loro sopravvivenza a livello nazionale, è stata l’allora presidente regionale Debora Serracchiani”.
Quindi la Sialino conclude la breve presentazione del suo libro: “Le novità introdotte dalla cosiddetta riforma Panontin – tra cui la nascita delle Unioni Territoriali Intercomunali – sono state oggetto di accesi dibattiti tra favorevoli e contrari, ricorsi al Tar, rimandi e rimaneggiamenti, ciò nonostante il percorso di cancellazione delle Province in Friuli Venezia Giulia è stato portato a termine”.
“Per sempre???”, si chiede infine l’autrice.
A oggi, ovviamente, non è dato di sapere.
La storia, è noto, è sempre fatta di corsi e ricorsi.
E tutto può accadere, pure che una Provincia “rinasca” (e così, mi par logico, anche le altre tre della regione).
Come sempre, il tempo sarà buon giudice e ci dimostrerà se questo sarà possibile o meno.
Per ora, ci restano soltanto i ricordi alimentati appunto dal bel libro di Raffaella Sialino.
Come pure emblematica resta quella frase che Pier Paolo Pasolini scrisse nel 1944 e che il 21 aprile si leggeva sul portone di palazzo Belgrado ormai sbarrato:

“A vegnarà ben il dì che il Friùl si inecuarzarà di vei na storia, un passat, na tradision!”.

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in copertina : palazzo Belgrado

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L’addio a Giuseppe Tonutti: all’epoca del sisma fece parlare il Friuli con Roma

di Giuseppe Longo

Un altro grave lutto ha colpito oggi la politica del Friuli Venezia Giulia.   Si è spento, infatti, all’età di 93 anni, nella sua casa di Fagagna, l’ex senatore Giuseppe Tonutti, la cui dipartita si aggiunge a quelle recenti di Ettore Romoli, presidente del Consiglio regionale, e dell’ex ministro Mario Toros.

I funerali saranno celebrati martedì mattina, alle 10.30, nella chiesa di San Giorgio Maggiore in via Grazzano, a Udine.

Con la scomparsa di Tonutti, si chiude un’altra importante pagina di storia politica friulana e in particolare di quella contrassegnata dalla Democrazia cristiana.   Del partito cattolico è stato infatti un importante leader a livello regionale e pure nazionale, avendo ricoperto il ruolo di segretario amministrativo a metà degli anni Ottanta.   Una importante carica, coincisa con quella politica di Benigno Zaccagnini all’epoca del rapimento e della barbara uccisione di Aldo Moro, presidente della Dc, del quale proprio nei mesi di marzo e maggio scorsi si è celebrato il quarantennale della tragica vicenda.

Ma la carica politica si è incrociata, negli stessi anni, anche con quella istituzionale.   Giuseppe Tonutti fu eletto infatti senatore nel 1976 :  mi ricordo ancora benissimo quelle elezioni fatte, in alloggi prefabbricati, a poche settimane da quel terremoto che aveva sconvolto il Friuli.   Sarebbe rimasto in carica fino al 1987, cioè negli anni cruciali della rinascita post-sismica.   E il suo apporto fu prezioso perché anche Tonutti, come Toros, seppe tenere sempre in  efficienza il collegamento tra Udine e Roma, cioè tra l’amministrazione regionale guidata da Antonio Comelli – da poco ricordato nel ventesimo anniversario della scomparsa come il “Presidente della ricostruzione” – facendo funzionare proficuamente il “dialogo” tra il governo centrale e quello locale, tanto da realizzare il “modello Friuli”
tuttora indicato come esempio.

Tonutti, da Roma, ebbe modo infatti di occuparsi direttamente del disastro che aveva colpito la sua terra in quanto fece parte della Commissione speciale Terremoto Friuli, dando appunto anche lui il suo importante apporto che ha consentito di ottenere, in uno sforzo corale, quel miracolo che ha ricostruito i paesi distrutti in appena dieci anni.   Un risultato che non è stato purtroppo visto mai in nessun altra regione italiana.   E questo, abbiamo avuto modo di  ricordarlo in altre occasioni, è stato il frutto di quel decentramento dei poteri – dallo Stato alla Regione, e quindi da questa ai Sindaci funzionari delegati – che si è rivelato la carta vincente del processo di rinascita, avendo consentito un importante taglio della burocrazia e quindi uno snellimento delle procedure che altrimenti sarebbero state oltremodo lunghe e complesse.

In questa nuova impostazione della gestione post-sismica – davvero innovativa, direi rivoluzionaria, per l’epoca – non mancò l’apporto del senatore Tonutti, uomo dalla solida preparazione politica e istituzionale, doti unite alla serietà e onestà del friulano verace.   E questi caratteri, al termine del mandato parlamentare, l’onorevole Tonutti li espresse anche attraverso altri importanti locali assunti a livello locale. Fu infatti presidente della Cassa di risparmio di
Udine e Pordenone – incarico assunto anche da Comelli al termine del lunghi mandati in Regione – e della finanziaria Friulia, ma anche di Autovie Venete e del Porto di Trieste.

Anche a lui il suo Friuli deve riconoscenza, serbandone un grato ricordo.

in copertina la foto del senatore Giuseppe Tonutti dal sito ufficiale del Senato

http://www.senato.it/leg/07/BGT/Schede/Attsen/00002398.htm

Dobbiamo anche a Toros il modello del Friuli rinato

di Giuseppe Longo

A chi oggi ha venti o trent’anni il nome di Mario Toros probabilmente dice poco se non addirittura nulla, ma a colui che ha superato, come chi scrive, gli anta per la terza volta riapre un album ricco di ricordi.
Perché quella di Toros, che seppe fare un balzo inimmaginabile passando da semplice operaio delle Officine Bertoli al Parlamento fino a diventare addirittura ministro, è stata una vita eccezionale, poliedrica, esemplare sotto ogni aspetto.
Abbiamo ricordato da neanche un mese il 42° anniversario di quell’indimenticabile, caldissima sera di maggio che squassò mezzo Friuli.
Di quel terremoto che ci mise improvvisamente in ginocchio ma dal quale trovammo subito la forza per rialzarci e pensare alla ricostruzione. E la rinascita di questi poveri paesi – perché il sisma, manco a farlo apposta, colpì per larga parte proprio le aree più depresse e in difficoltà – la dobbiamo, senza dubbio alcuno, anche a Mario Toros che si è spento ieri, alla bella età di 95 anni, all’ospedale di Udine circondato dall’affetto delle due figlie e dei cinque adorati nipoti, Toros in quella primavera del 1976 era al governo con Aldo Moro, lo statista democristiano assassinato due anni dopo dalle Brigate rosse.
Ebbene, il politico friulano – come lui stesso ha ricordato in una intervista di pochi anni fa trasmessa oggi dalla Rai regionale – fu immediatamente convocato a Roma dal collega Francesco Cossiga perché, assieme ad Antonio Comelli allora presidente della Regione, era atteso proprio da Moro.
Il quale disse: “Dobbiamo fare subito una legge per la ricostruzione e lo sviluppo del Friuli”.
Sì, perché Aldo Moro – l’ho sentito raccontare proprio da Comelli – aveva un’attenzione particolare per la nostra terra.   Mi ricorda – diceva – la gente delle Puglie, della mia Maglie: laboriosa, seria, sobria, tenace”.
Da quell’incontro nella immediata emergenza si posero, infatti, le basi per la rinascita, per lo sviluppo, che da una situazione emarginata ci proiettò in pochi anni al centro dell’Europa.
In due parole, si dette vita a quello che è passato alla storia come “modello Friuli” e se questo è stato possibile lo dobbiamo appunto anche a Mario Toros che nella sua posizione privilegiata di ministro seppe mantenere pure con gli altri presidenti del Consiglio che succedettero a Moro – non si chiamavano ancora premier come adesso – gli indispensabili collegamenti tra Udine e Roma. Fu l’anello di congiunzione di quella catena formidabile che portò a un vero e proprio miracolo: un Friuli tutto nuovo in appena dieci anni.
E in più proiettato verso lo sviluppo, sostenuto culturalmente anche dalla nascita dell’Università di Udine che, se non fosse stata inserita in quel “pacchetto”, probabilmente sarebbe rimasta soltanto un sogno.
Questo era dunque Mario Toros: più che soffermarmi sulle tappe della sua laboriosa esistenza (partigiano della Osoppo, sindacalista della Cisl, deputato e senatore per quasi trent’anni e più volte ministro, in particolare del lavoro e della previdenza sociale, uomo di punta della Democrazia cristiana, nell’ala sociale forzanovista di Donat Cattin, e infine a lungo presidente dell’Ente Friuli nel Mondo), ho preferito dedicargli questo speciale ritratto, legato a un momento chiave per questa nostra amata terra friulana.
E verso la quale l’amore di Mario Toros, friulano di Pagnacco per nascita e di Feletto per vita, non è mai mancato,

Il Friuli gli deve riconoscenza !

E’ serenamente mancato all’affetto dei suoi cari MARIO TOROS
Ne danno il triste annuncio le figlie Carla, Franca con Paolo, i nipoti Francesco con Rosella, Federico con Federica, Paolo con Caterina, Marco ed Enrico ed i pronipoti Alessandro, Andrea, Edoardo e Carlo.
Il luogo e la data dei funerali saranno comunicati successivamente.
Un sentito ringraziamento alla dottoressa Clara Ricci ed alla signora Nina per l’assidua assistenza prestata.>
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< N.d.R:    dichiarazione del presidente della Regione FVG  
«Pochi politici come Mario Toros hanno inciso così tanto nella storia della nostra regione . 
Con la sua scomparsa finisce una pagina di storia che dovrà restare sempre aperta, perché il suo impegno e la sua passione politica rappresentano un grande esempio di competenza e di amore per la propria terra.
Chi, come il sottoscritto, ha scelto di rappresentare e governare questa regione  ha ben chiaro quali sono i modelli a cui ispirarsi e quello di Toros è senz’altro uno di questi.
Lo stare vicino alla gente agendo per il bene della comunità è infatti l’esperienza che più delle altre ci viene da lui lasciata in eredità ed èDichiarazione Circolo Fratelli d’Italia Udine Castello la Presidente Cristina Pozzo
Rendiamo onore alla memoria di Mario Toros che è stato ed è il Padre della nostra “piccola Patria” e un secondo padre per molti Friulani. Senza di Lui il Friuli V.G. non esisterebbe, non avremmo ottenuto l’autonomia e continueremmo ad essere la periferia est del Veneto. È grazie a Lui se è stato istituito lo “Statuto dei lavoratori”, una grande conquista sociale distrutta da questi ultimi governi, politico di grande spessore è stato soprattutto un grande uomo a cui dobbiamo guardare come esempio di serietà e dignità, sempre al servizio del proprio Paese e del suo Popolo e mai di se stesso. Il bene della propria comunità era il suo obbiettivo, quello a cui ogni politico dovrebbe ispirarsi e ambire. la stessa che ci motiva ad andare avanti».         
Massimiliano Fedriga   >
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<  N.d.R
Dichiarazione Circolo Fratelli d’Italia Udine Castello la Presidente Cristina Pozzo
Rendiamo onore alla memoria di Mario Toros che è stato ed è il Padre della nostra “piccola Patria” e un secondo padre per molti Friulani.
Senza di Lui il Friuli V.G. non esisterebbe, non avremmo ottenuto l’autonomia e continueremmo ad essere la periferia est del Veneto.
È grazie a Lui se è stato istituito lo “Statuto dei lavoratori“, una grande conquista sociale distrutta da questi ultimi governi, politico di grande spessore è stato soprattutto un grande uomo a cui dobbiamo guardare come esempio di serietà e dignità, sempre al servizio del proprio Paese e del suo Popolo e mai di se stesso.
Il bene della propria comunità era il suo obbiettivo, quello a cui ogni politico dovrebbe ispirarsi e ambire. >

 

Sindaci benemeriti anima e motore della rinascita

di Giuseppe Longo

Proprio nella ricorrenza del 25 aprile, ritengo doveroso dedicare ancora alcune righe all’importante ricerca realizzata con impegno certosino da Giannino Angeli ed Amos D’Antoni, e riportata nel libro di 152 pagine dal titolo “I Sindaci del Friuli Venezia Giulia dalla Costituente a oggi”, uscito con il patrocinio del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia per i tipi della Lithostampa di Pasian di Prato,su iniziativa dell’Associazione sindaci emeriti del Friuli Venezia Giulia presieduta da Elio Di Giusto.
Ma ritengo opportuno farlo anche perché siamo nell’imminenza del 42mo anniversario di quel terremoto che sconvolse queste terre alle nove di sera del 6 maggio 1976.

Innanzitutto, va detto che il volume presentato la scorsa settimana a Udine abbraccia un ampio periodo che va appunto dalla fine della seconda guerra mondiale, cioè da quelle amministrazioni civiche nate dalla Resistenza e che subentrarono a quelle autoritarie incarnate dai podestà. E alle quali gli stessi autori avevano già dedicato una specifica trattazione nel 2013 dal titolo “I Sindaci della Liberazione”.
“Superati anche questi tempestosi anni” – appunto del Ventennio fascista – e con il ritorno alla democrazia ecco “l’avvio controllato della gestione amministrativa dei Comuni e quindi il ripristino dell’elezione dei rappresentanti dei cittadini riservando al Sindaco la nomina di secondo grado, cioè eletto dal Consiglio comunale.
Solo con la Legge 25 marzo 1993 numero 81 – annotano Angeli e D’Antoni che furono primi cittadini rispettivamente di Tavagnacco (1970 – 1975) e Basiliano (1980 – 1992) – si arriverà alla elezione diretta del responsabile alla guida delle nostre comunità”.
Ma tralasciamo gli anni post-bellici che seguirono, sebbene eroici perché segnarono una vera e propria rinascita amministrativa, fisica, sociale ed economica, per arrivare a quella che è senza dubbio la pagina più esaltante in questi settant’anni o poco più: la ricostruzione post-sismica nella quale i Sindaci sono stati anima e motore consentendo a queste terre devastate, con il fattivo sostegno dello Stato e della solidarietà internazionale, di rinascere in poco più di una decina d’anni.
Unico caso del genere in Italia e del quale voglio proprio parlare in questa sede per indicare ancora una volta quello che era stato definito “modello Friuli” come esempio per l’intera Penisola, in particolare per quei paesi e quelle città del Centro che in questi ultimi anni hanno purtroppo dovuto fare la stessa durissima esperienza, travolti da terremoti ricorrenti e impietosi.
Questo fu possibile – ricordano Angeli e D’Antoni – perché i Sindaci, in stretto contatto con la Regione Friuli Venezia Giulia, allora guidata da Antonio Comelli, e sotto la regia del Commissario straordinario del Governo Giuseppe Zamberletti, furono investiti della gravosa incombenza di “funzionari delegati” con una responsabilità e una fiducia fino a quel momento mai accordate a un amministratore locale. In pratica, il finanziamento per ricostruire o riparare la casa era “erogato direttamente dal Sindaco del Comune, nel suo ruolo di delegato della Regione e con i mezzi messi a disposizione dalla Segreteria generale straordinaria”.

Questo ha permesso di semplificare alquanto la macchina burocratica velocizzando tutte le pratiche presentate dagli aventi diritto e quindi tutta l’operazione di rinascita, peraltro uscita senza macchia. “Non si scordi, tra l’altro – osserva al riguardo il professor Fulvio Salimbeni, dell’ Universita di Udine, che ha curato la prefazione del volume -, che questo è stato l’unico caso di ricostruzione senza malversazioni, ruberie e inadempienze di sorta, il che è dovuto anche e in particolare misura proprio a questi benemeriti personaggi, cui il presente lavoro ha saputo fornire il dovuto riconoscimento, mettendo a disposizione di chi lo vorrà gli elementi essenziali per studi biografici su singole personalità tra quelle qui egregiamente schedate”. E tra queste come non citare, una per tutte: Ivano Benvenuti, Sindaco di Gemona dal 1975 al 1983, negli anni cruciali dell’emergenza e della ricostruzione.

Sotto la sua guida competente e appassionata è praticamente avvenuta quasi tutta la rinascita della “capitale” del terremoto, meritando quella stima e riconoscenza che la sua gente ha voluto tributargli in massa la scorsa estate quando gli ha dato l’ultimo, commosso saluto.
“A ragione, dunque – riprende e conclude Salimbeni -, Sindaci della speranza, capaci di risollevare due volte a pochi decenni di distanza le loro comunità duramente provate dalla Storia e dalla Natura, proiettandole verso il futuro, ma speranza anche che Giannino Angeli continui a contribuire, come fatto anche in questa per il momento sua ultima fatica, a una sempre migliore conoscenza del passato della nostra regione”.
Un augurio al quale mi associo, estendendolo anche ad Amos D’Antoni.