Open Dialogues, focus sugli Stati Uniti nella giornata del gran finale a Udine

Dopo una intensa giornata inaugurale, stamane a Udine i lavori di Open Dialogues for the Future si aprono, alle 10, nella Sala Valduga della Camera di Commercio. Con la moderazione di Malinverno di Ambrosetti, il dibattito verterà su “Comprendere gli Stati Uniti: strategie internazionali e dinamiche interne della superpotenza americana”. La panoramica iniziale sarà offerta da Federico Rampini, che introdurrà il videocommento, realizzato appositamente per Odff, dell’ex direttore della Cia David Petraeus. Quindi la discussione proseguirà con il politologo e saggista Robert D. Kaplan e, in collegamento, Benedetta Berti, director of Policy Planning della Nato e Alessandro Terzulli, chief economist di Sace. Alle 12, il focus sui rapporti economici Fvg-Usa, con gli interventi di Robert Allegrini, presidente del Niaf, Camilla Benedetti, vicepresidente di Danieli, e Lydia Alessio – Vernì, direttrice Agenzia Lavoro & SviluppoImpresa della Regione.

Federico Rampini


Nel pomeriggio, il gran finale, all’auditorium Sgorlon dell’Università di Udine in via Margreth. Comincia alle 14.45 il dibattito conclusivo su giovani e innovazione per la competitività delle imprese. Padrone di casa il rettore dell’Ateneo friulano, Roberto Pinton, che dopo il suo intervento passerà il microfono ad Alec Ross, docente alla Bologna Business School, imprenditore ed esperto di politiche tecnologiche, a Elena Alberti, ad di Penske Automotive Italy, quindi ad Angelo Montanari, professore di Computer Science nella stessa Università udinese, e Alessandro Piol, presidente di Epistemic Ai. A chiudere l’edizione 2025 di Open Dialogues saranno infine il presidente Cciaa Pn-Ud, Giovanni Da Pozzo, e il direttore scientifico Federico Rampini.

Media partner dell’evento 2025 sono Corriere della Sera, Gruppo Nem, Rai Fvg e Ansa Fvg.

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In copertina, il presidente della Cciaa Pn-Ud Giovanni Da Pozzo ieri mattina durante il suo intervento inaugurale.

Pordenone, una festosa accoglienza ai corregionali di Efasce giunti in visita alle bellezze Fvg nella terra dei loro padri

Alla fine avranno visitato varie località del Friuli Venezia Giulia – tra le quali quelle da cui partirono i loro avi – la trentina di corregionali all’estero provenienti da 4 Paesi accolti da Efasce-Pordenonesi nel Mondo con i progetti Alla ricerca delle proprie radici (dedicato ai giovani) e Destinazione Friuli Venezia Giulia (per le famiglie) provenienti da Brasile, Canada, Stati Uniti e Uruguay. A Pordenone hanno vissuto l’avvio ufficiale del loro soggiorno che durerà fino al 18 luglio. I progetti sono sostenuti dalla Regione Friuli Venezia Giulia, dallo stesso Comune di Pordenone e dalla Fondazione Friuli e con realizzati coinvolgendo anche l’Eraple regionale. Ad accoglierli nel municipio di Pordenone durante il loro primo giorno di visita l’onorevole Emanuele Loperfido, a nome del Comune di Pordenone, membro del direttivo di Efasce. Loperfido ha portato un saluto carico di emozione e amicizia. «Queste iniziative sono estremamente importanti – ha affermato – poiché permettono ai discendenti di scoprire e riscoprire i luoghi e le radici dei loro avi, consolidando così i rapporti con la nostra terra, potenziando la nostra lingua all’estero, stringendo legami culturali e talvolta anche commerciali, generando grande beneficio per tutti. Insomma, un esempio concreto di integrazione e amicizia». A seguire il Comune ha donato ai partecipanti una pubblicazione sulla città.

Si tratta del clou dell’attività estiva dell’Efasce, che ogni anno ospita i corregionali in questo tour che porterà i partecipanti anche a visitare la sede del Consiglio regionale a Trieste, dopo aver fatto tappa a Polcenigo, Sacile, Vajont, Poffabro (dove ci sarà anche lo spettacolo di Efasce Brasile in lingua friulana Il puls e il pedoli con la consegna del libretto al sindaco Sandro Rovedo, mentre l’attrice Marta Riservato farà la lettura scenica dopo una breve introduzione di Dani Pagnucco sulle “parlate del friulano”), Spilimbergo con la Scuola Mosaicisti, incontrando anche i vari sindaci e amministratori nelle località citate. E poi Redipuglia, Cividale, Udine, Villa Manin, Aquileia, San Vito al Tagliamento e Sesto al Reghena per poi avere il momento conclusivo con la consegna dei diplomi di partecipazione a Pordenone prima della partenza. Ad accompagnarli il presidente di Efasce Gino Gregoris e la vice Luisa Forte assieme ad Elena Marzotto, alla guida Simonetta De Paoli e ai membri della segreteria e del consiglio.
«Ogni anno come fosse la prima volta – afferma il presidente Gregoris – rimaniamo colpiti dalle emozioni che ci trasmettono questi amici provenienti da oltreoceano, i quali spesso vedono per la prima volta i luoghi raccontati loro dai propri genitori o nonni. Questi progetti sono preziosi per rinsaldare antichi legami e fare nuove amicizie. Tutti, quando ripartono, sentono ancora di più il Friuli Venezia Giulia come la loro terra d’origine. Di solito accompagnavamo la loro visita all’Incontro con i corregionali all’Estero, momento di riflessione che invece abbiamo deciso questa volta di vivere in maniera diffusa con una serie di convegni di approfondimento direttamente nei Paesi in cui vivono a lavorano i nostri corregionali: siamo appena tornati dalla Spagna e dalla Romania, mentre nel 2023 eravamo stati nel Regno Unito, Francia e Sudamerica. Altri convegni seguiranno».
I corregionali nel corso degli ultimi mesi hanno seguito dei corsi di lingua italiana e su cultura e storia del Friuli Venezia Giulia, coordinati dalla professoressa Elena Marzotto (che ha condotto anche un corso di conversazione) e tenuti dalle professoresse Adriana Parisi e Daniela Turchet e dal professor Marco Coral. Anche questi corsi sono stati finanziati dalla Regione Friuli Venezia Giulia, dal Comune di Pordenone e dalla Fondazione Friuli.

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In copertina e all’interno alcune immagini della visita dei giovani corregionali Efasce nel palazzo municipale di Pordenone.

A Caneva ultime battute per il grande incontro con gli emigranti friulani

Dopo le cerimonie ufficiali di ieri, momenti conclusivi oggi per il 42° Incontro dei corregionali all’Estero dell’Efasce, a Caneva, cittadina che in questo fine settimana è diventata punto di riferimento per coloro che sono partiti dalle terre tra i fiumi Livenza e Tagliamento in cerca di una nuova vita, senza però dimenticare il proprio legame con la terra d’origine. Un legame forte – come abbiamo sottolineato nell’ampio servizio di ieri –  in chi è emigrato in prima persona come anche in chi discende da coloro che compirono i viaggi verso tutti i continenti e che magari tornano proprio per rinsaldare le proprie radici friulane.
Il programma odierno prevede alle 9.30 il ritrovo dinanzi al monumento ai Caduti di Caneva, per i saluti e la deposizione di una corona. Si formerà il corteo accompagnato dalla Banda “Amici della Musica” di Tamai per raggiungere la chiesa di San Tomaso apostolo, dove la santa Messa sarà celebrata dal vescovo emerito di Concordia-Pordenone, monsignor Ovidio Poletto. Alle 12.30 si raggiungerà il Castello per il pranzo comunitario su prenotazione curato dalla Pro Loco Castello Caneva (funzioneranno delle navette per salire e scendere dal colle).
Infine, domani, lunedì, dopo due settimane in visita a vari centri regionali, gli ospiti vivranno il momento conclusivo del loro tour dalle 18.30 a Palazzo Montereale Mantica, in corso Vittorio Emanuele II, a Pordenone nella cerimonia patrocinata dalla Camera di Commercio di Pordenone e Udine. Il giorno dopo le partenze verso i luoghi d’origine (Argentina, Uruguay, Brasile, Stati Uniti, Canada e Romania).
Ricordiamo che la delegazione venerdì sera era stata accolta in Consiglio comunale a Pordenone con il vicesindaco Eligio Grizzo e l’assessore regionale alla Cultura Tiziana Gibelli.

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In copertina e qui sopra l’incontro nel municipio di Pordenone degli emigranti con l’assessore regionale Gibelli e il vicesindaco Grizzo.

In Friuli Venezia Giulia alla riscoperta delle proprie radici

Alla fonte delle proprie radici friulane: sono 66 i partecipanti al tour tra i maggiori centri regionali dei due progetti che l’Efasce (Ente Friulano Assistenza Sociale Culturale Emigranti) dedica, come ogni estate, ai corregionali che dall’Estero tornano in Italia per scoprire la terra di origine dei propri avi. I due progetti “Stage culturale per giovani discendenti di corregionali” (giovani 18-35 anni) e “Ri-Scoprire il Friuli” (adulti/anziani e bambini) sono finanziati dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e si svolgeranno sino alla fine di luglio.
Clou del programma il 42° Incontro dei corregionali all’Estero che si terrà, come già annunciato, il 27 e 28 luglio a Caneva, ma nel frattempo i partecipanti (provenienti da 6 Paesi ovvero Argentina, Uruguay, Brasile, Stati Uniti, Canada e Romania) stanno vivendo una serie di interessanti esperienze in alcuni dei luoghi e istituzioni più significativi del territorio regionale.
Come a Spilimbergo, dove hanno visitato la Scuola Mosaicisti del Friuli o a Cordenons dove, grazie al cofinanziamento del Comune, hanno visitato dopo essere stati accolti dal sindaco Andrea Delle Vedove i Magredi svolgendo anche attività di “land art” e “stone balancing” (arte di mettere in equilibrio sassi e pietre sul greto fluviale). Ma non solo: le visite stanno toccando anche Pordenone dove, accolti dal vicesindaco Eligio Grizzo, sul lago della Burida hanno pagaiato con le donne operate di tumore al seno, e con il loro allenatore Mauro Baron, che proprio attraverso questa attività sportiva portano avanti socializzazione e terapia allo stesso tempo.

Foto ricordo dopo la visita alla Scuola Mosaicisti di Spilimbergo.

Dopo una puntata a Venezia, ecco nell’ordine Cavasso Nuovo con il Museo dell’emigrazione, San Vito al Tagliamento, Barcis, Sacile, Polcenigo, Aquileia, Grado, Maniago con il museo dell’arte fabbrile e Frisanco, oltre a Valvasone Arzene, Trieste (incontrando l’assessore regionale alle Autonomie locali, Pierpaolo Roberti) e Redipuglia.
I partecipanti di Ri-Scoprire il Friuli sono accompagnati da Simonetta De Paoli e Sara Bertelle, i giovani dai professori Daniela Turchet e Andrea Massarut. Coordinatrice delle visite la professoressa Luisa Forte con il contributo di Elena Marzotto. Da segnalare inoltre i ragazzi che operano come mediatori culturali per accompagnare il gruppo, provenienti dal liceo Le Filandiere di San Vito al Tagliamento con il progetto “Scuola / Lavoro”: Anna Moro, Miriam Basso, Giorgia Franzo, Silvia Morson, Alessia Bomben e Agnese Dal Piaz, più il coetaneo pordenonese Jacopo Stefanato.

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In copertina e qui sopra i ragazzi ospiti sui Magredi di Cordenons.

Tumori, il gotha della ricerca mondiale da oggi a Trieste

Si riunisce alla Stazione Marittima di Trieste tra oggi (dalle 17) e domenica, il gotha mondiale della ricerca sui tumori su iniziativa del Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologie. Il Congresso “Dna Tumour Virus” è in assoluto il più importante incontro scientifico a livello internazionale in questo settore e vedrà la partecipazione di oltre 300 esperti, provenienti da tutto il mondo, tra Stati Uniti, Europa, America Latina, Asia, Africa e Australia.
Il Congresso, che rappresenta anche il sesto appuntamento nella serie di conferenze organizzate in memoria di Arturo Falaschi, mente e forza portante nella fondazione e sviluppo dell’Icgeb, costituisce anche la prima uscita pubblica in Italia del neo direttore generale di Icgeb, Lawrence Banks, di rientro dalla sua prima missione nella sede di New Delhi.
Incentrato sui virus che causano i tumori, il Congresso mondiale è alla sua 50ma edizione: dal 1969 si è svolto ogni anno alternandosi tra Cold Spring Harbour, Usa e Cambridge, UK, e più recentemente, a Madison e San Diego, Usa, Montreal, Canada, Oxford e Birmingham, UK e a Trieste per ben altre quattro volte (nel 2015, 2011, 2007 e nel 2003).

Lawrence Banks

È ormai accertato che oltre il 10% dei tumori che colpiscono l’uomo sono la conseguenza di un’infezione di origine virale. Questi tumori comprendono il cancro dell’utero, i tumori che si sviluppano nella testa e nel collo, diversi tipi di leucemia, il tumore del fegato e quello della pelle. Il Congresso, che si aprirà appunto alle 17, vedrà alcuni dei massimi esperti del settore confrontarsi sulle più innovative scoperte, strategie e cure nel settore.

Spicca la presenza, giovedì, di John Schiller, dell’Istituto Nazionale del Cancro, Nih, del Maryland, Bethesda, Usa, tra i massimi esperti di Papilloma virus e inventore del vaccino per l’Hpv. Nello stesso ambito, che annovera anche il Dg di Icbeg Banks, presente anche Silvio Perea, del Centro di Ingegneria Genetica e Biotecnologia, Cigb, di Havana, Cuba, affiliato storico di Icgeb, che presenta una nuova terapia per i tumori dell’Hpv, in fase di test clinico a Cuba. Anche John Doorbar, del Dipartimento di Patologia dell’Università di Cambridge, parlerà di strategie di prevenzione nel trattamento del papillomavirus.
James M. Pipas, dell’ Università di Pittsburgh, sarà protagonista della sessione sponsorizzata da Airc parlando dei 50 anni del meeting e dello sviluppo della biologia molecolare che ha grosso impatto sulla ricerca della virologia e dei tumori.
Davvero numerosi e di altissimo livello gli scienziati presenti al meeting che ancora una volta porta Trieste ai massimi livelli della ricerca scientifica mondiale.

La Stazione Marittima di Trieste.

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In copertina, da oggi vertice mondiale sulle ricerche riguardanti i tumori.

COREA DEL NORD E STATI UNITI. UN CONFRONTO PERICOLOSO

Stati “canaglia” che non vogliono la guerra ma potrebbero scatenarla.

Giorgio Da Gai

Historia Limes Club Pordenone

Il Termine Stato “canaglia” (rouge State) è usato in America per indicare le nazioni governate da dittature, o che minacciano la pace internazionale. La Corea del Nord è uno Stato “canaglia”, come lo sono tutte le dittature che costringono la popolazione a vivere nel terrore e nell’indigenza. Gli Stati Uniti non sono una dittatura, ma minacciano la pace internazionale, quindi sono uno Stato “canaglia”: calpestano la sovranità delle nazioni con guerre imperialiste camuffate da operazioni di polizia internazionale (Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria); fomentano i conflitti nelle nazioni che reputano ostili (le Rivoluzioni colorate nell’Europa Orientale) scatenano con la Russia una nuova “Guerra Fredda” (l’allargamento a est della Nato). Gli effetti di questa politica irresponsabile e criminale sono sotto i nostri occhi e l’Europa ne subisce le conseguenze con la minaccia del terrorismo islamista, l’immigrazione e le tensioni con la Russia.

Le “canaglie” si sfidano con reciproche provocazioni. Pyongyang minaccia i vicini con i test nucleari. Washington compie imponenti esercitazioni militari a Hokkaido e in Corea del Sud. Immaginate quale sarebbe la reazione americana se la Corea del Nord compisse simili esercitazioni in prossimità della baia di San Francisco. L’attacco americano sarebbe certo e immediato. La politica americana è un capolavoro di doppia morale.

Oggi il 38° parallelo segna il confine tra le due Coree. La penisola coreana fu per secoli una sola nazione guidata dalla dinastia Joseon (1392-1910). Nel 1910 la Corea divenne una colonia dell’Impero giapponese e tale rimase fino alla capitolazione del Giappone (agosto 1945): gli Stati Uniti occuparono la parte meridionale della penisola coreana, l’attuale Corea del Sud (1948); la resistenza comunista, guidata da Kim II sung (nonno dell’attuale dittatore) occupò quella settentrionale, l’odierna Corea del Nord (1948).

Nel 1950 la Corea del Nord invase quella del Sud per conquistare l’intera penisola e trasformarla in una lugubre Paese comunista. In breve tempo le truppe nord coreane arrivarono a occupare la capitale Seul. Gli Stati Uniti su mandato dell’ONU e affiancati da altri diciassette Paesi intervennero in aiuto della Corea del Sud. Il contingente militare era guidato dal generale americano Douglas MacArthur e composto in prevalenza da truppe statunitensi. La controffensiva statunitense si spinse oltre la linea del 38° parallelo invadendo la Corea del Nord. La Cina per impedire la caduta del regime nordcoreano e il conseguente schieramento delle truppe americane ai propri confini; inviò in aiuto di Pyongyang un contingente militare di circa 300 mila uomini. L’Unione Sovietica mantenne una posizione defilata, sostenne Pyongyang con un numero limitato di aerei e di piloti; Stalin non vedeva di buon occhio un conflitto che poteva modificare l’equilibrio della “Guerra Fredda”. Il mondo rimase con il fiato sospeso temendo lo scoppio di un conflitto nucleare. Il generale MacArthur voleva colpire la Cina con armi nucleari, ma l’autorizzazione gli fu negata dal presidente Harry S Truman che temeva un’eventuale ritorsione sovietica.

La guerra terminò nel 1953 con l’armistizio di Panmunjeom. Le vittime totali del conflitto furono circa 3 milioni: gli Stati Uniti persero 54.240 uomini, la, la Corea del Sud 415.000, la Cina 110.400, la Corea del Nord oltre 200.000. Le vittime civili furono 1.500.000: un milione di nordcoreani e 500.000 sudcoreani. L’assetto geopolitico della penisola rimase invariato e rispecchia ancora le aree d’influenza della Guerra Fredda.

Il conflitto tra le due Coree non si può dire finito ma solo “congelato”: i belligeranti non hanno ancora firmato un trattato di pace e i rapporti tra le due Coree rimangono tesi. Incidenti di confine e azioni terroristiche hanno segnato il dopo armistizio: il 9 ottobre del 1983, tre militari nordcoreani fecero esplodere una bomba sotto il palco della delegazione sudcoreana in visita a Rangoon (Birmania) morirono 21 persone tra queste 4 ministri del governo di Seul; il 29 novembre 1987, due agenti della polizia segreta nordcoreana, fecero esplodere una bomba su un aereo della Korean Air, le vittime furono 115 avvenuti; il 26 marzo del 2010, un sommergibile nordcoreano affondò una corvetta sudcoreana, morirono quarantasei marinai, nello stesso anno l’artiglieria nordcoreana bombardò l’isola Yeonpyeong (arcipelago conteso tra le Coree) uccidendo quattro civili.

Il regime nordcoreano sopravvive grazie al sostegno russo-cinese e all’effetto deterrente del suo arsenale nucleare. Senza questo collasserebbe come è collassata l’Unione Sovietica. L’Organizzazione delle Nazioni Unite include la Corea del Nord tra le 34 nazioni al mondo che hanno bisogno di aiuti esteri per poter alimentare la popolazione (circa 23 milioni dei nord coreani hanno una dieta quotidiana insufficiente e solo sei milioni si salvano della carestia); l’inefficienza del sistema agro-alimentare e le avversità climatiche provocarono la carestia del periodo 1994 – 1998 (le vittime furono circa 220 mila); il 97% del fabbisogno petrolifero nordcoreano e assicurato dalla Russia e dalla Cina, discorso analogo vale per l’interscambio commerciale.

Nella crisi coreana la posta in gioco è l’ascesa della Cina come potenza internazionale. La Corea del Nord è una pedina nella partita tra gli Stati Uniti e la Cina. Un confronto che vede schierati da una parte gli Stati Uniti, la Corea del Sud e il Giappone; dall’altra, la Corea del Nord e la Cina. La Russia cerca di mediare tra le parti, la sua politica estera si concentra nelle aree ex sovietiche o strategiche per la sicurezza russa: l’Africa Settentrionale (la Libia) il Medio Oriente (l’Egitto e la Siria), l’Asia Centrale (le repubbliche ex sovietiche) l’Europa Orientale (l’Ucraina, e i Balcani), il Caucaso (l’Azerbaigian, la Georgia, la Cecenia e il Daghestan).

La Corea del Sud e il Giappone si appoggiano agli Stati Uniti per opporsi alla minaccia militare di Pyongyang e all’ascesa della Cina, la nazione più potente dell’Estremo Oriente. La Corea del Nord è il quinto esercito più numeroso del mondo, è fornito di armi nucleari e chimiche; ma il suo arsenale convenzionale e in prevalenza obsoleto. Si stima che la Corea del Nord abbia 20 – 40 testate nucleari della potenza di quelle sganciate su Hiroshima e su Nagasaki, in parte sganciabili con bombe di aereo e in parte imbarcabili con missili balistici; l’arsenale chimico di Pyongyang ammonta a circa 5.000 tonnellate di armi chimiche. Immaginate quale catastrofe potrebbe provocare l’impiego di tali armi nella penisola coreana e nel Pacifico.

Gli Stati Uniti vorrebbero eliminare il regime coreano per spostare le basi militari sul confine cinese e mettere sotto pressione la Cina, l’unica nazione che può contrastare la supremazia degli Stati Uniti nel Pacifico e piegare l’economia americana. La Cina è una nazione in rapida ascesa: il suo esercito tra i più potenti del mondo; il tesoro cinese detiene la maggioranza dei titoli del debito pubblico americano, se decidesse di metterli sul mercato con fini speculativi farebbe collassare il dollaro; l’industria cinese è il principale concorrente dell’industria americana. Su questa consapevolezza si fonda la “sinofobia” di Tramp e della classe dirigente americana.

La Russia e la Cina si adoperano per evitare lo scoppio di una guerra ai propri confini. Ambedue temono un conflitto dalle conseguenze apocalittiche (milioni di profughi, radiazioni nucleari, la possibilità di essere coinvolte direttamente nello scontro); un conflitto che permetterebbe agli Stati Uniti di avvicinarsi al confine russo e cinese come ai tempi della Guerra di Corea.

La crisi coreana offre a Pyongyang e Washington indubbi vantaggi. Vantaggi politici: il regime coreano ottiene il sostegno della Russia e della Cina per fare da baluardo all’espansione americana nel Pacifico; gli Stati Uniti con la scusa di combattere la minaccia nordcoreana giustificano l’installazione in Corea del Sud del sistema antimissilistico “THAAD”, acronimo di Terminal High Altitude Area Defence; un’arma capace di abbattere i missili a corto e medio raggio nordcoreani e di influire sulle capacità militari di Mosca e di Pechino (radar di “scoperta” AN/TPY 2). Vantaggi economici, la crisi coreana offre all’industria dei Paesi coinvolti una buona opportunità commerciale: gli Stati Uniti vendono alla Corea del Sud e al Giappone le armi per contrastare la minaccia di Pyongyang; la Corea del Nord vende i sistemi missilistici all’Iran, che teme a ragione un attacco americano.

La Corea del Nord ha potuto sviluppare un arsenale nucleare grazie ai propri giacimenti di uranio e alla tecnologia fornita dal Pakistan. Kim Jong un non è pazzo, la sua strategia è lucida, usa l’arma nucleare come strumento di deterrenza per non fare la fine di Gheddafi e di Saddam. Il tiranno Kim è consapevole che solo l’arma nucleare può dissuadere gli Stati Uniti dall’attaccarlo.

Nel dicembre del 2017, come risposta ai test nucleari, l’ONU ha approvato nuove sanzioni a carico della Corea del Nord: restrizioni alle importazioni petrolifere, blocco all’esportazione dei prodotti tessili nordcoreani, il blocco dei permessi di lavoro ai circa centomila nordcoreani che lavorano all’estero. A favore di tali sanzioni hanno votato anche la Russia e la Cina, stanche delle provocazioni del riottoso alleato. Gli Stati Uniti volevano includere nelle sanzioni anche il blocco navale in acque internazionali e la totale sospensione delle forniture petrolifere; il fine è per far collassare la Corea del Nord, anche a costo di provocare migliaia di vittime tra la popolazione stremata dalle dure condizioni imposte dal regime. Alle drastiche sanzioni proposte dagli Stati Uniti si sono opposte la Russia e la Cina; nazioni, che secondo Trump violano le sanzioni internazionali rifornendo segretamente di petrolio l’alleato coreano.

La soluzione alla crisi coreana sta nella proposta russo-cinese: la contemporanea e reciproca sospensione di qualsiasi attività nucleare da parte della Corea del nord e delle esercitazioni militari degli Stati Uniti. Un accordo difficile da realizzare per l’ostilità che regna tra le parti e per il carattere dei soggetti coinvolti: il “Gabibbo” Trump e il “Godzilla” Kim (il dinosauro atomico del genere Kaiju Eiga caro al dittatore coreano) sono personaggi grotteschi e pessimi diplomatici, inadatti a gestire le crisi. Ci sarebbe da ridere se in gioco non ci fosse la vita di milioni di persone.

Stati Uniti e Corea del Nord non vogliono la guerra perché le conseguenze sarebbero disastrose per entrambi. Un attacco preventivo di una delle parti scatenerebbe la rappresaglia dell’altra.

La rappresaglia nordcoreana sarebbe chimico-nucleare e colpirebbe la Corea del Sud, il Giappone e gli Stati Uniti (le isole Hawaii e la base militare di Guam); le vittime potrebbero superare il milione e il ruolo internazionale degli Stati Uniti sarebbe irreparabilmente compromesso (una superpotenza è tale fino a quando riesce a difendere i propri alleati). Gli Stati Uniti non potrebbero eliminare l’intero arsenale nordcoreano dotato: di circa mille missili a breve, medio e lungo raggio in prevalenza installati su basi mobili o nascosti in bunker sotterranei; centinaia di cannoni semoventi Koksan da 170 millimetri e lanciarazzi da 240 millimetri protetti da bunker sotterranei, in grado di colpire Seul con proiettili contenenti armi chimiche (sarin e iprite).

La rappresaglia americana sarebbe anch’essa nucleare, trasformerebbe la Corea del Nord in un cumulo di macerie; senza timore di una reazione russo-cinese. Il sostegno militare della Russia e della Cina all’alleato coreano è subordinato a un attacco preventivo americano. In quest’ultima ipotesi rischieremo un conflitto nucleare tra superpotenze.

Un conflitto tra Corea del Nord e Stati Uniti è improbabile ma non impossibile, varie potrebbero essere le cause: una serie crescente di ritorsioni, provocate da gravi incidenti come avvenuti dopo la fine del conflitto coreano; un test nucleare nordcoreano dagli effetti disastrosi, come la minacciata esplosione di un ordigno termonucleare nel Pacifico; l’illusione americana di poter eliminare il regime di Pyongyang utilizzando armi nucleari tattiche (a limitata potenza) la strategia del “primo colpo nucleare” (first-strike) tesi cara ai “falchi” di Washington.

Alle Olimpiadi gli atleti delle due Coree sfilano insieme sotto la bandiera della Corea unita; ma la penisola rimarrà divisa perché non ci sono le condizioni per la riunificazione. Unire le due Coree presuppone un accordo tra le potenze egemoni del Pacifico: la Cina e gli Stati Uniti. Un accordo impossibile da realizzare perché la competizione tra i due Paesi cresce di giorno in giorno. La politica protezionistica del presidente americano non fa che inasprire detta competizione.

Non dobbiamo essere pessimisti, a maggio il presidente americano e quello nord coreano si incontreranno per discutere sulla denuclearizzazione della penisola e non solo di un congelamento del programma nucleare nordcoreano. Un evento eccezionale, mai nella storia un presidente americano e uno nordcoreano si sono incontrati. Merito delle sanzioni internazionali e delle pressioni cinesi che hanno indotto il regime di Pyongyang a miti consigli. E’ presto per parlare di pace ma le premesse ci sono; non tanto per le qualità dei personaggi coinvolti, ma perché la guerra non conviene a nessuno.