A 50 anni dal terremoto, Rizieri De Tina e Luigi Gloazzo allora giovani sacerdoti in prima linea oggi a Venzone ricordano con Glesie Furlane la tragedia e la rinascita

(g.l.) Quel giovane prete del 1976, con basettoni e capelli neri, oggi è un anziano sacerdote di 81 anni da poco compiuti. E all’indomani del terremoto di mezzo secolo fa era uno dei preti più attivi della Chiesa udinese guidata dal grande arcivescovo Alfredo Battisti. Con lui, da oltre quattro decenni parroco di Nimis – anche se non più con la responsabità economica dell’antica Pieve dei Santi Gervasio e Protasio -, c’era anche don Luigi Gloazzo, più giovane di tre anni, da un quarto di secolo abbondante direttore della Caritas diocesana e da anni parroco di Povoletto. Ed entrambi animeranno questo pomeriggio un importante incontro che si terrà a Venzone, a palazzo Orgnani Martina, con inizio alle 15.30, dando un significativo inizio alle celebrazioni del cinquantesimo anniversario di quel sisma che devastò mezzo Friuli. E Venzone e la vicina Gemona furono i centri più colpiti, divenuti poi protagonisti di una rapida e imponente ricostruzione, esemplare, tanto da essere indicata agli occhi del mondo come “modello Friuli”.


Rizieri De Tina, all’epoca parroco di Coia e Sammardenchia, e Luigi Gloazzo, in quel ’76 cappellano nella sua originaria Castions di Strada e poi parroco di Ciseriis e Zomeais – e quindi entrambi diretti collaboratori di monsignor Francesco Frezza, originario di Nimis e indimenticabile arciprete di Tarcento -, rievocheranno quei duri e intensi momenti successivi alle scosse del 6 maggio (e poi di settembre), anche ricordando il celebre motto che monsignor Battisti – «prima le fabbriche, poi le case e le Chiese» – fece proprio dopo averlo ascoltato il 10 maggio 1976, quattro giorni dopo la prima scossa distruttrice, da due grandi sacerdoti friulani, don Antonio Bellina e don Giuseppe Cargnello, «nella riunione – ricorda don Rizieri – che tutti noi sacerdoti facemmo nella cappella del Seminario». I due sacerdoti, a Nimis dal lontano novembre 1978 appena due anni dopo il sisma, saranno relatori dell’incontro dal titolo “Cu la int. Testemoniance di predis in prime linie tes tendopolis dal taramot dal ‘76”, appuntamento che fa parte del ciclo organizzato da Glesie Furlane «con l’intento – sottolinea La Vita Cattolica – di offrire “un’altra voce” e una prospettiva inedita nel percorso verso le celebrazioni in occasione dei 50 anni dal terremoto del 1976».
De Tina e Gloazzo porteranno, dunque, la loro testimonianza di preti in prima linea e sempre a fianco della gente nei difficili giorni che seguirono quell’indimenticabile 6 maggior 1976, ma anche negli anni della ciclopica ricostruzione che in poco tempo ha dato un volto nuovo al Friuli. Testimonianza che monsignor De Tina ha già anticipato in una bellissima intervista fattagli dal giornalista Stefano Damiani e trasmessa in questi giorni da Radio Spazio, ma che può si facilmente riascoltare reperendola sulla rete di Internet.

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In copertina, don Rizieri De Tina nei giorni successivi al terremoto del 1976; all’interno, nelle due foto di Bruno Fabretti il sacerdote assieme a don Luigi Gloazzo (monsignor Luigi Murador e don Flaviano Veronesi) durante la cerimonia d’ingresso nella Pieve di Nimis, accolti dall’arcivescovo Alfredo Battisti, nel novembre 1978 due anni dopo il sisma.

Cosa hanno di “speciale”gli abitanti di Nimis? Domani riflessione in Biblioteca con Rizieri De Tina e Adriano Ceschia

di Giuseppe Longo

Alzi una mano chi non ha mai sentito l’espressione “I bogns i triscj e chei di Nimis”! Come dire che gli abitanti del paese, vegliato dal monte Bernadia e dal millenario campanile della Pieve dei Santi Gervasio e Protasio, sono “speciali”, tanto che possono avere un difetto o una marcia in più. Ed è proprio di questo che Adriano Ceschia e Rizieri De Tina, studiosi dell’essere friulani entrambi, professore il primo e sacerdote il secondo, parleranno domani durante una serata organizzata dalla Biblioteca comunale. L’incontro, molto interessante, rientra nel vastissimo, e qualificato, programma della “Setemane de culture furlane” organizzata, come ogni anno, dalla Società Filologica Friulana e si terrà alle 20.30 nelle ex elementari di via Giacomo Matteotti, a pochi passi dal Municipio.

Adriano Ceschia

Rizieri De Tina

Tema dell’incontro, con relativo dibattito, è appunto “I bogns i triscj e chei di Nimis? Il teritori des plui lenghis e la sô int” e praticamente dà il via a una nuova stagione della Biblioteca stessa, tanto che per la prossima settimana, venerdì, con la puntuale iniziativa della sua Angelika Pfister, ha organizzato una interessante mattinata (dalle 10) nell’ambito di “Aspettando la notte dei lettori”, l’anteprima itinerante che si concluderà il 31 maggio prossimo. Ma fermandoci alla serata di domani va detto che, appunto, il professor Ceschia – molti ne ricorderanno sicuramente il padre, il “mestri Gjno”, per una vita insegnante in quelle scuole – e monsignor De Tina prenderanno in esame, sotto vari punti di vista, le motivazioni che hanno portato alla ormai storica definizione secondo la quale ci sono “i buoni, i cattivi e quelli di Nimis”, arrivando alla conclusione – magari con gli apporti che potranno giungere dal dibattito – se questo detto sia giustificato o meno. Adriano Ceschia è un nimense “verace” e don Rizieri è codroipese di nascita, ma è nel paese pedemontano da quasi 47 anni, un periodo così lungo che gli ha permesso di conoscere a fondo la realtà locale con pregi e difetti, per cui entrambi hanno pieno titolo a disquisire in maniera sicuramente coinvolgente sul tema messo sul tappeto dalla Filogica e dalla Biblioteca, con il supporto della civica amministrazione uscita dalle recenti elezioni.

Adriano Ceschia oggi è anziano e, instancabile, ha trascorso una vita intensa, anche politicamente, nel difendere e valorizzare la lingua e la cultura del nostro Friuli, scrivendo le sue riflessioni anche in apprezzati volumi. Non di meno il pievano – oggi, data l’età, soltanto responsabile pastorale – che ha sempre avuto a cuore le peculiarità di questa terra di confine, offrendo preziosi contributi attraverso la carta stampata, i mezzi di informazione radiotelevisivi e le Messe in “marilenghe” (ogni domenica sera, molto apprezzate per le sue riflessioni, nella Chiesa matrice). E, a proposito della gente di Nimis, il sacerdote ha sempre sottolineato il suo carattere di «appartenenza», cioè di sentirsi “parte” del paese soprattutto da chi si trova a vivere lontano. Peraltro, la stessa villotta “Viva Nimis” a un certo punto aggiunge “la passion di torna dongje tal pais de brave int”. E a tal proposito è illuminante il bellissimo articolo che l’avvocato Alberto Picotti pubblicò su “Il Pignarul” dell’Epifania tarcentina nell’ormai lontano 1994, intitolato “O soi di Nimis! Clamimi… Nimis!”. Merita di essere letto e se non lo avete già fatto lo trovate sull’ultimo numero di “In Cunfidenze” (anche qui sopra), l’irrinunciabile foglio della Parrocchia, supplemento settimanale alla “Voce della Pieve”, giunto alla bellezza di 2086 uscite!

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In copertina, una bella veduta di Nimis con sullo sfondo le sue amate montagne.

Sant’Antonio Abate, da oggi tre giorni di festa a Sammardenchia di Tarcento: domenica il libro di don Rizieri De Tina

(g.l.) A Sammardenchia di Tarcento, fino agli anni Sessanta era facile vedere, girare di casa in casa, il “purcit di Sant’Antoni”. L’ha ricordato stamane, monsignor Rizieri De Tina, nell’antica chiesetta di San Mauro, a Nimis, in occasione della ricorrenza di Sant’Antonio Abate. E stasera a Sammardenchia comincia la tradizionale sagra che fa perno proprio sulla memoria del patrono della piccola frazione montana e degli animali allevati. E appunto don Rizieri, che prima di arrivare a Nimis nel 1978 si occupava anche di questa località tarcentina, interverrà domenica prossima, al termine della processione, per presentare il suo nuovo libro “Dal fevelà di Lui al fevelà cun Lui an C”.

Don Rizieri stamane a Nimis.

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Oggi letture per bimbi in Biblioteca

Primo appuntamento oggi, alle 17, nella Biblioteca civica di Tarcento, con “L’ora del racconto” organizzata dall’amministrazione comunale. Si tratta di Letture ad alta voce per bambini dai tre anni. Gli altri incontri seguiranno il 30 gennaio, il 14 e il 27 febbraio, nonché il 14 e il 27 marzo: prenotazioni al numero 0432.791471. L’iniziativa beneficia della collaborazione del Club per l’Unesco di Udine.

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La giornata festiva sarà aperta già al mattino dalla Messa solenne delle 11, nel corso della quale ci sarà la tradizionale benedizione del sale. Canterà il coro “Des Vilis” diretto dal maestro Aldo Micco. Alle 14, dopo la grigliatissima, seguirà una dimostrazione di intaglio dei Tomats, le tradizionali maschere lignee di Tarcento. Quindi la ricordata processione, accompagnata dalla Banda di Coia. Al termine uno spettacolo di burattini e alle 17.30 estrazione della lotteria. Tra i piatti serviti nella cena anche il gustosissimo “lidric cu lis fricis”, cioè il radicchio di campo con le croccanti cicciole di maiale.
Come detto, la Sagra di Sant’Antonio Abate comincerà proprio oggi. Per cui, alle 19, Sammardenchia aspetta tutti all’Aperitif di Sant Antoni da gustare con il Paninozzo goloso. Alle 20.30, torneo di Morra a coppie, l’antico gioco molto praticato in Friuli e che, come è noto, è ritornato libero con grande soddisfazione di tutti gli appassionati. Quindi una invitante pastasciutta. Per domani, sabato, si annuncia invece una serata di ballo con Nevio, oltre ai giochi popolari e alla immancabile grigliatissima.
Ricordiamo, infine, che a Sammardenchia si arriva attraverso il caratteristico “Troi de memorie” lungo il quale oltre un centinaio di pannelli in ceramica, realizzati degli abitanti della frazione di Tarcento, raccontano vecchi borghi, usanze e tradizioni del paese, oltre che della storia del Friuli.

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In copertina, una veduta di Sammardenchia e qui sopra il suggestivo “Troi de memorie”.

La sera dell’Epifania di cinque anni fa si spegneva monsignor Francesco Frezza pievano che Tarcento non dimenticherà

di Giuseppe Longo

Era la sera dell’Epifania di cinque anni fa. E, mentre nel cielo sopra Coia si levavano i bagliori del “Pignarûl Grant”, a Udine si spegneva monsignor Francesco Frezza, che per Tarcento rimarrà un pastore indimenticabile. Nimis, infatti, l’aveva nel cuore, perché vi era nato, e lì c’erano i suoi affetti familiari. Ma è nella comunità in riva al Torre che aveva trascorso larga parte della propria vita – 36 anni come arciprete e prima altri dieci come parroco di Segnacco – e qui aveva voluto tornare al termine del suo lungo cammino terreno, nonostante fosse a Udine già dal 2002 quando dovette arrendersi all’avanzare dell’età e ritirarsi in un impegno meno gravoso.
A Tarcento, infatti, aveva desiderato riposare per l’eternità ed era stata proprio la bella Chiesa arcipretale di San Pietro Apostolo, che con grande tenacia e determinazione volle salvare dopo i terremoti del 1976, ad aprirgli le porte per l’ultimo saluto. Così, pochi giorni dopo la dipartita, “pre Chechin” tornava nella “sua” Tarcento, terra che ha tanto amato e per la quale ha gioito ma anche sofferto. E qui riposa nella chiesetta che sorge in mezzo al cimitero, accanto a quel Camillo Di Gaspero, cui è dedicata la scuola media che rappresenta una delle opere post-sisma più luminose del parroco scomparso alla Fraternità sacerdotale udinese a 95 anni, e a Duilo Corgnali che ne aveva raccolta l’eredità spirituale, e materiale, quando appunto si era ritirato nella Chiesa di San Giacomo. Un incarico ricevuto dall’allora arcivescovo Pietro Brollo e accettato con vero entusiasmo, tanto che l’opera in città dell’anziano sacerdote era molto apprezzata e seguita.
Un apostolato, quello di monsignor Frezza, alimentato da una fede viva, ardente, da uno slancio instancabile sostenuto da forza e saggezza non comuni, come aveva sottolineato l’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato, che aveva celebrato i solenni funerali in un Duomo gremito. Il presule – ritiratosi la scorsa primavera per raggiunti limiti di età lasciando il posto a monsignor Riccardo Lamba – aveva accanto l’allora pievano Duilio Corgnali, che diciotto anni prima aveva ne raccolto la feconda eredità. Erano presenti numerosi sacerdoti e tra questi l’arciprete di Nimis, Rizieri De Tina. E a rappresentare il Comune d’origine c’era anche l’allora sindaco Gloria Bressani con i nipoti del sacerdote. Mentre il primo cittadino di Tarcento, Mauro Steccati, aveva espresso il cordoglio e la riconoscenza della comunità, che non aveva dimenticato la guida illuminata di “pre Chechin”.
Francesco Frezza era nato nel 1924, era il giorno di Santo Stefano, in una storica famiglia di Nimis ed era cresciuto nella fede alla “scuola” di quel monsignor Beniamino Alessio che nel 1912 era arrivato da Buja, il paese di origine dell’attuale arciprete Luca Calligaro, che stamane celebrerà la Messa solenne dell’Epifania. Il suo lungo e zelante impegno sacerdotale era stato premiato con la investitura a canonico onorario della Cattedrale di Udine, titolo che si era aggiunto alla dignità prelatizia ricevuta con la nomina a pievano di Tarcento. La cittadina che aveva voluto riabbracciare alla fine della sua vita, tornandovi a riposare anche se ormai assente da molti anni. Aveva, infatti, voluto tornare nella terra che aveva amato e che l’aveva visto illuminato pastore per quasi mezzo secolo. Dopotutto, la sua Nimis era comunque a due passi.

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In copertina, monsignor Francesco Frezza nelle vesti di canonico onorario della Cattedrale di Udine.

Auguri a Rizieri De Tina che oggi compie 80 anni e da quaranta è parroco di Nimis

di Giuseppe Longo

“Monsignore, ma non troppo!”. Non sembri irriverente, ma calza alla perfezione, parlando di don Rizieri, il titolo di uno dei più famosi film di Don Camillo, sugli schermi dei cinematografi italiani, e anche della nostra amata “sala Juventus”, nei primi anni Sessanta. Anzi, monsignore per niente… Chiamarlo come storicamente spetta alla Pieve di Nimis, non dico che gli fai un dispetto, ma quasi, perché non ci tiene affatto e non ci ha mai tenuto. A tale riguardo, nel 1984, quando è diventato pievano, raccogliendo l’eredità spirituale, e materiale, di monsignor Luigi Murador – pure a lui del titolo onorifico interessava assai poco -, con la sua arguta prontezza di spirito, a chi si mostrava orgoglioso che Nimis avesse un nuovo, e peraltro giovane arciprete, tagliava corto con una colorita battuta. Neanche parlare poi dell’uso, nelle solennità, delle tradizionali vesti prelatizie: il nostro parroco non ha mai portato neppure il “quadrato” col pompon rosso. Tanto meno la tonaca nera o il clergyman, preferendo gli abiti che tutti indossiamo ogni giorno.

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(g.l.) Oggi, primo gennaio, monsignor Rizieri De Tina compie 80 anni. Pertanto, in questa felice e importante circostanza ripropongo per i lettori di questo blog l’articolo che avevo scritto per “La Voce della Pieve di Nimis”, il bollettino parrocchiale pubblicato in occasione delle feste natalizie e nel quale avevo pure ricordato che il sacerdote originario di Codroipo è arciprete di Nimis da 40 anni. Ieri sera, nel Duomo di Santo Stefano, al termine del Te Deum di fine anno, ha ricevuto i primi auguri della comunità che lo ha festeggiato con un caloroso applauso.

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La semplicità, la sobrietà e la schiettezza dei modi, accanto a un tratto aperto e solare che lo ha reso simpatico dai bambini agli anziani, hanno contraddistinto, da quando la conosciamo, l’immagine di don Rizieri De Tina, arrivato ai piedi della Bernadia, dopo essere passato per Coja e Sammardenchia, dalle pianure codroipesi di Zompicchia. Un prete da sempre convinto e strenuo difensore della cultura e della lingua del nostro Friuli – interpretate da cinquant’anni a livello diocesano da “Glesie Furlane” -, tanto da usarla nelle prediche e da diffonderla, valorizzandola, anche attraverso una bella e curata pubblicistica sulla carta stampata e sui mezzi radiotelevisivi. Molto apprezzate, poi, le Messe, tutte in friulano, che celebra ogni domenica sera nella Matrice dei Santi Gervasio e Protasio, e alle quali anche a me piace partecipare. Al compimento dei 75 anni, come prescritto dalle regole canoniche, ha rimesso nelle mani dell’allora arcivescovo di Udine, Andrea Bruno Mazzocato, la gestione materiale della Pieve – della quale è stato investito, in qualità di amministratore, don Federico Saracino, parroco di Faedis -, ma ha scelto di rimanere a Nimis, e di questo gli siamo profondamente grati, quale attivo protagonista nella pastorale (occupandosi anche di Ramandolo, Chialminis e Torlano), finché le forze glielo consentiranno. E il primo gennaio compirà 80 anni, magnificamente portati, tanto che la nostra comunità potrà sicuramente beneficiare ancora a lungo del suo prezioso apostolato.
Parroco, dunque, da 40 anni e da ottanta iscritto all’anagrafe: che belle e significative queste due date, tonde tonde. Per cui era giusto, e doveroso, ricordarle anche in questa nuova uscita natalizia de “La Voce della Pieve”, il bollettino parrocchiale del quale mi onoro di essere da lungo tempo direttore responsabile. In realtà, don Rizieri è a Nimis da 46 anni. Vi era giunto l’11 novembre del 1978, quando aveva fatto “San Martino” dalla vicina Loneriacco assieme al citato don Murador, a don Luigi Gloazzo e a don Flaviano Veronesi, dove questi preti, tutti più o meno giovani, erano stretti collaboratori del nostro caro “pre’ Chechin”, Francesco Frezza, del quale la prossima Epifania ricorrerà il quinto anniversario della scomparsa. Monsignor Alfredo Battisti – indimenticabile arcivescovo del terremoto e della ricostruzione: “Prima le case, poi le chiese”,
ricordate? – aveva infatti voluto avviare, proprio a Nimis, una originale quanto importante esperienza pastorale, appunto con quattro sacerdoti a servizio di un ampio territorio che, oltre a capoluogo e frazioni (a eccezione di Torlano dove operava monsignor Giuseppe Micossi che tutti ricordano con gratitudine) arrivava fino alla lontana Uccea. Arciprete era stato nominato proprio Luigi Murador, il quale a livello diocesano era anche titolare della Caritas, come lo è ancora oggi don Gloazzo, parroco di Povoletto che però continua a vivere nella canonica di Nimis. Ma, al rientro da un viaggio nell’Irpinia terremotata, il pievano ha trovato la morte su una strada del Friuli. Era il 1984 e a 39 anni don Rizieri De Tina assumeva la responsabilità parrocchiale e con essa, appunto, anche il titolo di “monsignore”.
Un lungo apostolato, dunque, che si avvicina a quello di un illustre predecessore come Beniamino Alessio, al timone della vetusta Pieve per mezzo secolo. Una presenza che per noi risulta di giorno in giorno sempre più indispensabile, vista ormai la cronica carenza di vocazioni, per cui è giocoforza irrinunciabile un sempre maggiore coinvolgimento dei laici – problema all’attenzione anche del nuovo arcivescovo Riccardo Lamba -, tanto che da molti anni ormai si sono affermate le liturgie della Parola, con diaconi permanenti o bravi animatori, quando non può esserci un sacerdote a celebrare Messa in chiese, peraltro, sempre più vuote (e non è, si badi bene, un problema soltanto nostro!). D’altra parte, è lo stesso don Rizieri a ricordare che la Chiesa non è fatta soltanto dai preti, bensì dall’intero popolo di Dio, tanto che è doveroso farlo partecipare attivamente alla vita religiosa. E allora grazie, caro monsignore, pardon don Rizieri, per tutto quello che ancora fai per il tuo paese adottivo, del quale hai “assorbito” l’essenza diventando uno di noi, tra difetti, pregi e virtù: a proposito, che belli e simpatici quei quadretti mensili di vita locale che ci hai regalato con “I bogns, i triscj… e chei di Nimis!” su Agenda Friulana 2025. E tanti auguri anche per gli ormai vicini ottanta. “Ad multos annos!”, si diceva una volta a un sacerdote auspicando per lui ogni bene. Ma credo valga ancora.

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In copertina, monsignor Rizieri De Tina durante la predica di Natale.

Nimis, quelle preziose pagine di Mozart e Schubert dedicate da Alberto al nonno Carlo che in tanti hanno voluto salutare

di Giuseppe Longo

NIMIS – Non il tradizionale canto in friulano di invocazione ai Santi, bensì il dolcissimo “Suspir da l’anime” per accompagnare la salma all’uscita della Chiesa prima che il corteo s’incamminasse verso la sua ultima dimora. Alberto Nocera, pianista e organista, amava molto il nonno Carlo e ieri pomeriggio ha voluto dargli uno splendido saluto musicale durante la Messa d’addio celebrata nel Duomo di Santo Stefano, facendo precedere il brano di Oreste Rosso da altri molto famosi, come l’Ave Maria di Schubert e l’Ave Verum di Mozart. Il giovane professionista, uscito dal Conservatorio Tomadini, ha infatti avuto la forza di sedersi all’organo e accompagnare la bellissima voce di Ambra Gerussi, eseguendo queste preziose e suggestive pagine alternandole ai consueti canti esequiali.


Tanti hanno voluto essere presenti all’ultimo saluto a Carlo Gobetti, che si è spento a 85 anni dopo una lunga malattia rivelatasi purtroppo ben presto senza speranze, stringendosi accanto alla sua amata moglie Armanda, alla figlia Alida, ai nipoti Alberto e Giulia, e al genero Pietro Nocera, direttore del consiglio pastorale parrocchiale. Monsignor Rizieri De Tina ha letto una significativa pagina del Vangelo di Giovanni, quella dedicata all’amore, per poi sottolineare le qualità morali che hanno sempre caratterizzato, «con quel suo immancabile sorriso», la vita del defunto: esemplare come marito, come padre, come nonno. Ma anche nel suo lavoro di elettricista. Qualità che l’hanno reso una persona amata e benvoluta da tutti, anche perché quando si trattava di aiutare qualcuno era sempre e subito disponibile. Una particolarità colta pure nelle affettuose parole che ha voluto rivolgergli Renato Zussino, amico da sempre, anche dopo il matrimonio che lo ha portato a vivere a Buja, lontano da quella via Comelli che adesso anche con la scomparsa di Carlo si ritrova sempre più povera e deserta. «Non ti vedremo più – ha detto nel suo toccante saluto in friulano – andare nell’orto e tornare a casa con un mazzo di fiori per la tua Armanda».


Al termine del rito, uscendo, mi è tornato in mente il Duomo, voluto da monsignor Beniamino Alessio, quando era ancora in fase di completamento. All’epoca, erano gli anni Sessanta, all’interno della futura comparrocchiale venivano allestite grandiose pesche di beneficenza – dove c’era sempre anche un importante dono del cardinale Ildebrando Antoniutti, di cui proprio ieri ricorrevano i cinquant’anni della scomparsa – in occasione della plurisecolare sagra settembrina di Madonna delle Pianelle, proprio per finanziare gli ultimi lavori. E sulla cupola gli allora giovani elettricisti di Nimis realizzavano dei giochi di luce meravigliosi, davvero indimenticabili. Uno di loro era proprio Carlo Gobetti: anche per questo merita la gratitudine del paese che lo ricorderà come uno dei suoi figli migliori. Mandi Carlo!

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In copertina, Carlo Gobetti aveva 85 anni; all’interno, don Rizieri benedice la salma e Renato Zussino durante il suo saluto.

L’addio di Nimis a Franco Meduri all’epoca del Covid medico esemplare per la sua grande disponibilità

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Un medico quando si accinge ad avviare la propria professione fa il solenne Giuramento di Ippocrate, con il quale si impegna a rispettare tutti i principi etici per la tutela della salute. E Franco Meduri questi principi li ha rispettati tutti. Per lui un malato non era un numero, ma una persona con una vita da vivere e da tutelare». È il concetto che sta alla base della omelia che monsignor Marco Visintini – responsabile spirituale delle frazioni a est che sostituiva il parroco Rizieri De Tina -, attingendo dalle parole del Vangelo di Giovanni, ha pronunciato ieri pomeriggio, nel Duomo di Santo Stefano, dinanzi al feretro del professionista di Nimis, morto prematuramente a 66 anni a causa di un male che, da subito, si era manifestato lasciando intravvedere purtroppo poche speranze. Tantissime le persone – molte venute da fuori paese – che hanno voluto dire addio al dottor Meduri che si era specializzato nella medicina del lavoro, fondando anche un centro a Tricesimo: unanime la stima e la riconoscenza da parte delle numerose aziende a favore dei cui dipendenti aveva esercitato la propria attività. Resterà, inoltre, indelebile il ricordo del medico soprattutto durante la crisi pandemica, quando si è speso con grande generosità e altruismo a favore di coloro che, essendo stati contagiati dal Covid, avevano bisogno di cure immediate e ricorrevano a lui per una visita o un consiglio.
Accanto alla vita professionale, Franco Meduri aveva saputo ritagliare, in gioventù, del tempo anche per una esperienza amministrativa a favore del proprio Comune. Ma oltre alla sua figura di medico preparato e disponibile, lascia anche il ricordo di una persona sempre cordiale, sorridente, piena di vita e di entusiasmo, per la quale i valori dell’amicizia erano fondamentali, come ha sottolineato anche Antonella Bozzato al termine del rito leggendo un affettuoso e commosso ricordo. Come detto, in tanti si sono stretti accanto ai figli Elisabetta, Marco e Valentina, e ai fratelli Alessandro e Luciano, esprimendo il cordoglio e il dolore della comunità per la perdita di un bravissimo medico, ma soprattutto di un amico.

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In copertina, il dottor Franco Meduri scomparso a 66 anni; qui sopra, due immagini del funerale celebrato ieri pomeriggio nel Duomo di Nimis.

Nell’antica Pieve i “gioielli” di Nimis: gli affreschi di Tita Gori si fondono con le otto tele salvate da Ottone dopo il sisma

di Giuseppe Longo

NIMIS – “Questi sono i miei gioielli” (Haec ornamenta mea), disse Cornelia, la madre dei Gracchi. Mi pare appropriato prendere in prestito la famosa locuzione latina per sottolineare quanto vivrà Nimis in questa settimana, a cavallo della ricorrenza dei Patroni Gervasio e Protasio (19 giugno) e che ha preso corpo e immagine ieri pomeriggio, quando, nell’antica Chiesa matrice, è stata inaugurata una bellissima mostra dedicata a Tita Gori (1870-1941) nella quale, a cura del Centro friulano arti plastiche, sono esposte otto tele a olio di grande formato, appartenute alla Chiesa di Santo Stefano e all’Asilo infantile (vittime della demolizione post-sismica) e che furono salvate e restaurate da Ottone, figlio dell’artista che era nato nella casa-osteria all’ombra del campanile della Pieve. E proprio dalla torre millenaria, alle sei in punto, si è levato un festoso scampanìo – “O cjampanis de sabide sere” avrebbe esclamato Luigi Garzoni, direttore anteguerra pure del Coro di Nimis – che ha fatto interrompere la ricca relazione di Francesca Totaro, ma che non ha affatto disturbato. Anzi il pubblico che affollava la Chiesa tanto amata da Tita Gori ha atteso pazientemente, ascoltando volentieri il gioioso e solenne concerto.

Monsignor Rizieri De Tina

Giuseppe Mareschi, commissario

Bernardino Pittino, Cfap

Ecco, allora, i “gioielli di Nimis” – tornando ai Gracchi, Caio e Tiberio – rappresentati proprio dalle otto tele salvate dal terremoto e dagli affreschi, medaglioni di Santi negli archi e scene evangeliche nel presbiterio, che l’artista di San Gervasio realizzò su incarico di monsignor Agostino Candolini, predecessore del pievano Beniamino Alessio. Opere che, proprio in questa importante settimana, si fondono in tutt’uno, offrendo gran parte di quanto è rimasto di Tita Gori nella sua Nimis, dopo la gravissima perdita di Centa che a 48 anni dal terremoto non sono ancora riuscito a metabolizzare. E né ci riuscirò, sono certo!

Una parte del folto pubblico.


Semplice, ma ricca di contenuti la cerimonia inaugurale, introdotta da monsignor Rizieri De Tina, il quale ha sottolineato l’importanza che il paese si ritrovi assieme al suo grande artista. Nel contempo, l’arciprete ha ringraziato tutti coloro che hanno consentito questa manifestazione. A cominciare da Ottone Gori, alla cui memoria è andato un deferente omaggio, e dai suoi figli, Caterina, suor Sara e Giancarlo, tutti presenti assieme ad altri numerosi discendenti di Tita: fra tutti, Luisa Tessitori, figlia di Lucia e del senatore Tiziano, innamorata dell’arte del nonno. Quindi ha portato un saluto il commissario straordinario Giuseppe Mareschi che ha il compito di “traghettare” il Comune di Nimis fino alle elezioni amministrative del prossimo anno, seguito dall’architetto Bernardino Pittino, figlio dell’artista autore del grande mosaico parietale che da 60 anni fa da sfondo all’altare nel quale sono raffigurati proprio i Santi Gervasio e Protasio. Il Cfap da lui presieduto ha infatti provveduto all’allestimento della mostra, fruendo della preziosa collaborazione dei coniugi Paganello che ne sono stati appassionati artefici. E nell’occasione alcuni artisti soci del sodalizio udinese hanno realizzato delle opere, pure esposte nella Pieve, che rileggono in chiave contemporanea i tratti e il messaggio di Tita Gori. Sono Adriana Bassi, Marisa Cignolini, Catia Maria Liani, Luigi Loppi, lo stesso Bernardino Pittino e Rinaldo Railz.

L’esperta Francesca Totaro


Al termine, la citata relazione della dottoressa Francesca Totaro, laureata in beni culturali, che ha proposto un affettuoso ritratto del trisnonno artista (nell’articolo sottostante il testo integrale del suo intervento). Della sua arte si occuperà in maniera approfondita domani, alle 20.30, nella stessa Chiesa, anche don Alessio Geretti, sacerdote ed esperto d’arte di grande fama per aver ideato e portato avanti da molti anni le stupende mostre di Illegio, a Tolmezzo. Questo il titolo della sua lectio magistralis: “Il mistero semplice: un Cristo di Cielo tra gente di Terra nella pittura di Tita Gori”. A domani!

I quadri di Tita Gori e degli artisti Cfap.

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In copertina, gremita la storica Pieve di Nimis per la mostra su Tita Gori.

Nimis, grato addio a Mario Ceschia esemplare nel volontariato di paese

di Giuseppe Longo

NIMIS – “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Monsignor Rizieri De Tina ha scelto le parole del Vangelo di Matteo, quelle che parlano delle opere di misericordia, per irrobustire la sua predica tutta incentrata sul volontariato e sulla sua importanza all’interno di un paese. E l’ha fatto per dare l’ultimo saluto a una persona che proprio del volontariato ha fatto un motivo costante della sua esistenza. Ieri pomeriggio, nel Duomo di Santo Stefano, a Nimis, sono stati celebrati infatti i funerali di Mario Ceschia, scomparso a 84 anni dopo una lunga malattia. Sul feretro il cappello di alpino, corpo a cui il defunto era sempre stato orgoglioso di appartenere.


Dinanzi a una Chiesa gremita, che si è stretta accanto ai familiari – in particolare ai figli Antonio e Michela, e idealmente alla moglie Pierina -, l’arciprete ha sottolineato le doti esemplari che hanno sempre contraddistinto l’operato di Mario, sia nella sfera privata – e quindi all’interno della sua famiglia – sia nel campo lavorativo, attraverso il mestiere di elettricista. Ma anche, appunto, nel volontariato, espresso con generosità nell’impegno civile, quale pubblico amministratore per lungo tempo e quale collaboratore nelle varie attività paesane, e nelle attività riguardanti la Parrocchia. “Il volontariato – ha sottolineato don Rizieri – è il vero motore di una comunità e Mario è sempre stato un suo esemplare interprete”.
Mario Ceschia sedette in consiglio comunale per quindici anni, tre mandati. Era stato eletto per la prima volta nel 1970 con il sindaco Guido Barchiesi; quindi una lunga collaborazione fino al 1985 con il successore Giovanni Roberto Mattiuzza (presente alle esequie), durante anni in cui, dopo il terremoto del 1976, fu richiesto il massimo impegno per dare vita alla seconda ricostruzione del dopoguerra. Ma nel contempo, non era mancato mai il suo apporto alle numerose iniziative del paese, organizzate da Pro Loco o Comitato festeggiamenti, anche attraverso il suo apporto professionale. Ricordo ancora quando, giovanissimo, allestiva negli anni Sessanta assieme agli altri colleghi elettricisti la meravigliosa illuminazione sulla cupola del Duomo da ultimare durante la tradizionale “Madone di setembar”, l’antica sagra che allora si svolgeva quasi interamente nel centro cittadino e proprio nella grande Chiesa voluta da monsignor Beniamino Alessio veniva allestita una famosa pesca di beneficenza a sostegno delle opere parrocchiali. Nel contempo, Mario era era sempre attivo e presente anche all’interno dell’allora Unione artigiani del Friuli, facendo sentire la sua voce a favore della pedemontana.
Al termine del rito, al quale ha partecipato anche il sindaco Giorgio Bertolla, un lungo corteo ha accompagnato la salma in cimitero. Avvenuta la tumulazione, il capogruppo Ana di Nimis, Roberto Grillo, ha letto ha “Preghiera dell’Alpino” dinanzi ai gagliardetti alzati in segno di saluto. Un vero peccato che Ceschia non abbia fatto in tempo a vedere, ovviamente attraverso la televisione, la grande Adunata nazionale che in maggio tornerà dopo tanti anni a Udine. Il destino, purtroppo, ha voluto che l’alpino Mario “andasse avanti” prima.

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In copertina e all’interno l’addio a Mario Ceschia: la benedizione della salma in Duomo e la tumulazione seguita dalla “Preghiera dell’Alpino”.

 

 

A Nimis tantissimi per dire Mandi ad Alberto Trevisan “uno specialista in relazioni umane”

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Era uno specialista in relazioni umane». Non poteva dare una immagine più bella, e reale, di Luigi Alberto Trevisan monsignor Rizieri De Tina, durante i funerali celebrati nella Pieve di Nimis. È infatti antica tradizione che proprio nella Chiesa matrice dei Santi Gervasio e Protasio venga dato l’estremo saluto agli abitanti della storica borgata che sorge sulla collinetta a sinistra del Cornappo, mentre per tutti gli altri le esequie vengono officiate nel Duomo di Santo Stefano.
Ebbene, neppure la ben più ampia Comparrocchiale al centro del paese probabilmente sarebbe riuscita a contenere la folla – c’è chi parlava di un migliaio di persone! – che ha voluto salutare Alberto, morto improvvisamente la sera di Capodanno: era rappresentato di sicuro mezzo Friuli, con numerose persone giunte anche da oltreconfine, in particolare dall’Austria (Villach e Klagenfurt). In tantissimi, infatti, si sono voluti stringere attorno alla moglie Oriana e ai figli Paolo e Marco, privati così repentinamente del sorriso del loro caro, spentosi a 73 anni. E proprio sul carattere aperto, solare, generoso, sempre disponibile, che lo rendeva amico di tutti, ha voluto incentrare la sua predica l’arciprete, prendendo spunto anche dalle parole del Vangelo appena lette da don Marco Visentini. Parole che si sono intrecciate alla conclusione del rito con quelle commosse di una nuora («dolorosa perdita dopo due giorni di grande festa, a San Silvestro con gli amici della “frasca” e a Capodanno con la famiglia») e quelle di Stefano Stefanel («la sua amicizia mi onorava da 45 anni!») che ha ricordato il lungo e appassionante passato sportivo di Luigi Alberto Trevisan nelle file del Judo Kuroki, sodalizio dal quale in molti sono arrivati a salutarlo.
Infine, mentre sulla torre millenaria il lamentoso suono delle campane a lutto si trasformava in un festoso concerto, come avviene nelle solennità, il feretro ha lasciato l’antica Pieve – che al termine della pandemia ha, appunto, riaccolto i funerali degli abitanti del borgo – per raggiungere il cimitero, dove è avvenuta la tumulazione tra gli onori resi dai gagliardetti delle penne nere, in particolare del Gruppo Ana Nimis-Val Cornappo, con il presidente Roberto Grillo (che ha letto anche la “Preghiera dell’alpino”), e dal labaro dei donatori di sangue, con il responsabile della locale sezione Afds, Danilo Gervasi, mentre riecheggiavano le struggenti note di una tromba che eseguiva il “Silenzio”. Mandi Alberto!

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In copertina e all’interno due immagini  dei funerali di Alberto Trevisan nell’antica Pieve dei Santi Gervasio e Protasio a Nimis.