San Giuseppe, dalla Cattedrale di Udine un forte appello alla pace nel mondo nel rito per Forze Armate e dell’Ordine

di Giuseppe Longo

UDINE – «San Giuseppe ci aiuti a essere operatori di pace per spegnere la violenza che insanguina il mondo». Può essere sintetizzato così il messaggio forte e chiaro che è salito ieri mattina, festività che ricordava la memoria dello Sposo della Madonna e Padre putativo di Gesù, dalla Cattedrale di Santa Maria Annunziata, dove l’arcivescovo emerito di Udine e oggi amministratore apostolico, monsignor Andrea Bruno Mazzocato, ha celebrato una Messa solenne dedicata, nell’imminenza del precetto pasquale, alle Forze Armate e dell’Ordine, vale a dire Carabinieri e Polizia di Stato e Locale. Uno degli ultimi riti per il presule prima del suo ritiro a Montebelluna, a conclusione del mandato in Friuli che il 5 maggio passerà nelle mani del successore, monsignor Riccardo Lamba, proveniente dal Vicariato di Roma.

Monsignor Mazzocato, ripetutamente ringraziato per quanto ha fatto durante gli anni della sua permanenza a Udine a capo di un’Arcidiocesi fra le più vaste d’Italia, ha infatti messo l’accento sul momento molto delicato che sta vivendo il pianeta, a cominciare dalla guerra in Ucraina e dalla gravissima crisi tra israeliani e palestinesi scatenata dall’attacco di Hamas dello scorso ottobre. Per cui ha sottolineato la necessità di un impegno corale per poter giungere a un clima di pacificazione che possa assicurare una serena e proficua convivenza.
Con gli alti ufficiali dei Corpi rappresentati, nei primi banchi della Chiesa metropolitana accanto al prefetto di Udine, Domenico Lione, e al vicesindaco della città, Alessandro Venanzi – intervenuto con Fascia tricolore e Gonfalone municipale -, anche la medaglia d’oro Paola Del Din Carnielli, presidente onoraria dell’Associazione partigiani Osoppo, che nei mesi scorsi ha brillantemente tagliato il traguardo dei cent’anni. Il rito è stato reso ancora più bello e suggestivo dalla Messa cantata in friulano dal Coro degli alpini di Passons, che ha meritato il ringraziamento da parte di monsignor Mazzocato e l’apprezzamento del Duomo gremito per la importante cerimonia dedicata a uno dei Santi più amati del Cattolicesimo.

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In copertina e all’interno alcune immagini del rito presieduto ieri in Cattedrale dall’arcivescovo emerito monsignor Andrea Bruno Mazzocato.

Da Civibank un nuovo defibrillatore (in via Pracchiuso) per la comunità di Udine

Una delle principali cause di morte improvvisa in Italia è l’arresto cardiaco, con almeno 230 mila decessi l’anno. E in Italia come in Friuli Venezia Giulia, i dati Istat riportano come prima causa di decesso le malattie cardiovascolari. E ora i cittadini di Udine hanno uno strumento in più per prevenire questi episodi e salvare vite: in via Pracchiuso è disponibile per tutti un nuovo defibrillatore. Si tratta di un dono fatto da Civibank in collaborazione con Vallimpiadi, che insieme mettono a disposizione della comunità lo strumento salvavita in prossimità della
Prefettura, all’esterno della Farmacia Ariis. Per questo il direttore generale di Civibank, Mario Crosta, ha consegnato simbolicamente il defibrillatore al prefetto di Udine, Massimo Marchesiello, durante la cerimonia di inaugurazione che è avvenuta mercoledì scorso, alle 15. Una consegna che “chiude” simbolicamente il cerchio: l’idea di questo dono, infatti, è nata da un colloquio tra il Dg e il prefetto, nel corso del quale è emersa una comune intenzione di operare a favore della comunità locale. Lo strumento è stato poi installato, per l’appunto, all’esterno della farmacia Ariis. Presenti alla cerimonia anche il dottor Gabriele Beltrame, presidente dell’Ordine dei farmacisti della provincia di Udine, il titolare della farmacia Ariis, il presidente dell’associazione Vallimpiadi Massimo Medves e Roberto Cassina, responsabile d’Impatto di Civibank. L’iniziativa è nata da un colloquio con il prefetto nel corso del quale è emersa la congiunta intenzione di operare a favore della comunità locale.
Non è la prima volta che Civibank fa questo regalo alla comunità: dal 2015 sono più di 30 i defibrillatori donati dalla Banca a svariati Comuni ed Associazioni no profit del Friuli Venezia Giulia. Insieme ai dispositivi, Civibank ha anche finanziato numerosi corsi di manovre salvavita e su come usare i defibrillatori stessi, erogati in collaborazione con la Croce Rossa. Nel 2022 la Banca ha anche attivato un corso di manovre salvavita rivolto ai propri dipendenti. Questo corso va ben oltre gli obblighi di legge a riguardo della formazione del personale e della salute dei lavoratori, e insieme ai defibrillatori donati è prova dell’impegno di Civibank per le finalità di beneficio comune legate al territorio, alla comunità e alla salute dei dipendenti. Finalità che rientrano tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile Esg (Environmental, Social & Governance), faro dell’attività delle imprese che, come Civibank, sono diventate Società Benefit e B Corp certificate.
“Siamo molto orgogliosi di proseguire anche nel 2023 questa bella iniziativa, che fa un dono prezioso a tutta la comunità”, è il commento di Mario Crosta, direttore generale di Civibank.
“Questi dispositivi – ha aggiunto – possono fare la differenza in una situazione di emergenza, e invitiamo quindi tutta la comunità a prestare attenzione al loro dislocamento sul territorio. Tutti possono fare la differenza: Civibank ha deciso di farlo anche con questo dono, insieme a tante altre piccole e grandi azioni a sostegno della comunità”.

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In copertina, un momento della consegna del defibrillatore, presente il prefetto.

Eccidio 1944, Torlano e Portogruaro ricordano i martiri di quell’indimenticabile agosto

(g.l.) Ventinove agosto, un mese esatto dal 29 settembre, data che ricorda una pagina fra le più difficili e indimenticabili della storia di Nimis: l’incendio del paese avvenuto proprio quel giorno del 1944. Una tragedia che fu anticipata poco più di un mese prima da un’altra, avvenuta nella vicina frazione di Torlano, dove all’alba del 25 agosto si consumò l’Eccidio nazifascista in cui caddero 33 vittime innocenti, tra cui donne e bambini. E a pagarne più di tutte, ovviamente senza alcuna ragione, fu una numerosa famiglia di mezzadri originaria di Portogruaro: nove i martiri falciati, con mamma De Bortoli, dal mitra del “boia di Colonia”! E dalla città veneta è giunta, come a ogni commemorazione, una folta rappresentanza, guidata dal presidente del Consiglio comunale, Gastone Mascarin.

Il sindaco Giorgio Bertolla…

… e il presidente Gastone Mascarin.


Come è tradizione, il ricordo della strage è cominciato nella Chiesa di Sant’Antonio da Padova con la Messa di suffragio celebrata da monsignor Rizieri De Tina, responsabile della pastorale anche di Torlano, il quale, all’omelia, non poteva non fare riferimento anche all’attualissima tragedia che si consuma giornalmente in Ucraina, frutto della violenza dell’uomo che trova il suo “seme” anche in piccole cose di ogni giorno, come potrebbero essere un azzardato sorpasso o un’andatura troppo lenta, tale da costringere chi segue a perdere tempo. Poi, in corteo, si è raggiunto il vicino cimitero per rendere omaggio al sacello-monumento sotto il quale, dal 1947, riposano i resti di quelle trentatrè vittime, il cui sacrificio è stato rievocato attraverso la lettura, che apre ogni anno la cerimonia nel camposanto, della cronaca di quella tragica mattina del 1944..
Quindi ha portato un saluto, spendendo accorate e commosse parole per auspicare che si affermi la «cultura della pace», Adriana Geretto, presidente regionale dell’Associazione vittime civili di guerra. Alle cui parole hanno fatto seguito quelle, accompagnate da un velo di commozione, del portogruarese Mascarin, il quale ha assicurato che la sua città non mancherà mai alla cerimonia del 25 agosto a Torlano, tanta è stata la gravità di quanto accaduto in quella indimenticabile giornata della Seconda guerra mondiale, la cui memoria finì, con tante altre tragedie,  nel tristemente famoso “armadio della vergogna”.

Monsignor Rizieri De Tina

Ha concluso la serie degli interventi il sindaco Giorgio Bertolla, alla sua prima cerimonia a Torlano essendo avvenuta appena a metà giugno la sua elezione alla guida del Comune di Nimis. Dopo aver portato il saluto del prefetto di Udine, impossibilitato a intervenire, e salutate le comunità di Portogruaro e Terzo di Aquileia, il primo cittadino ha esordito dicendo di aver voluto approfondire i contorni di quella strage che fu scatenata in risposta alla fervente attività partigiana in atto nella zona – come, del resto, anche il successivo incendio di Nimis – e ricollegandosi a quanto continua ad avvenire ancora oggi, ha dedotto che la storia, nonostante il tanto sangue versato, non è riuscita a insegnare nulla all’umanità, che continua a esprimersi con ferocia e sopraffazione. Ma ha concluso con un messaggio di speranza: stiamo uscendo appena adesso – ha osservato – dalla lunga pandemia, ma questa non ci ha impedito di esprimere la nostra solidarietà a chi soffre, offrendo ospitalità anche ai profughi provenienti proprio dall’Ucraina colpita dalle bombe russe.
Folta, alla cerimonia nella parrocchiale e poi appunto in cimitero, la rappresentanza di associazioni combattentistiche e d’arma, mentre per il Comune, oltre al vicesindaco Sergio Bonfini, c’erano anche Gloria Bressani, primo cittadino nella passata amministrazione, e Serena Vizzutti, entrambe componenti dell’attuale gruppo di minoranza.

Tanti i labari e gagliardetti. 

LA RIEVOCAZIONE STORICA

La mattina del 25 agosto 1944 giunse a Torlano, per un’azione di rappresaglia, una colonna di mezzi corazzati delle SS che si fermò all’ingresso del paese. Secondo quanto era stato predisposto dal Comando Superiore di Trieste, le vittime della rappresaglia dovevano essere quaranta, scelte a caso fra la popolazione. All’arrivo dei tedeschi le famiglie Comelli, De Bortoli e Dri, presagendo qualcosa di grave, si ritirarono in una stalla, ritenendolo il posto più sicuro.
Nuclei di partigiani, appostati sulle colline sopra Torlano, con scariche di mitragliatore ostacolavano l’arrivo dei tedeschi, che con le loro autoblinde, riparate fra le case, rispondevano rabbiosamente al fuoco. Mentre infuriava il combattimento, altri militari tedeschi passavano di casa in casa. Tutte le persone trovate, venivano accompagnate e rinchiuse in una stanza nell’osteria di Giobatta Comelli, ora “Al Paradiso”, dove faceva buona guardia un SS.
Luigi Saracco, sfuggito al rastrellamento, venne visto da un soldato tedesco che, da un centinaio di metri, con un colpo di fucile lo colpì a morte. Intanto, arrivò in motocicletta con il mitra a tracolla il maresciallo delle SS Fritz, detto il “boia di Colonia”, il quale si fermò nel cortile dell’osteria e diede ordine di far uscire, una alla volta, le persone ivi rinchiuse. Con un colpo di pistola le fece stramazzare a terra. A tutti spettò la stessa sorte.
Vuanello Giuseppe di vent’anni, da una finestra, osservò terrorizzato la macabra esecuzione e un’idea fulminea gli venne in mente: approfittando di un attimo di distrazione del boia, con una corsa disperata scappò e scomparve in un vicino campo di granoturco.
Le vittime, ricoperte di paglia e cosparse di benzina, vennero date alle fiamme. Il boia quindi entrò nella casa dove erano rinchiusi il proprietario Comelli Giobatta, la moglie e la figlia: a nulla valsero le loro suppliche, uno alla volta caddero in una pozza di sangue. L’altro figlio Albino che si trovava al piano di sopra, assistette al fatto attraverso le fessure del pavimento. Dopo due anni, dopo essersi confessato, con un colpo di fucile si tolse la vita. A sessanta metri di distanza, nella stalla, si erano rifugiati i membri delle famiglie De Bortoli e Dri. Lo stesso boia consumò il secondo atto della tragedia. Uno ad uno fece uscire dalla stalla gli uomini e nel cortile li uccise a colpi di pistola, assistito da un appartenente alla milizia. Pasqualino De Bortoli riuscì a mettere in salvo Serena Dri, Netto Dri, Paolo De Bortoli e se stesso attraverso una piccola finestra da cui si buttava fuori il letame.
Nella stalla rimasero le mamme, che stringevano al seno le loro creature, piangendo e pregando. Comparve il boia che continuò a sparare finché non ci fu alcun segno di vita. Rivoli di sangue scorsero sul selciato. I carnefici quindi diedero fuoco alla stalla per coprire l’orrendo delitto e tutto diventò un rogo crepitante. Da questo ultimo e terrificante atto riuscì miracolosamente a salvarsi nonna Elia Spironello: poiché i nipotini avevano fame, lei era andata a prendere qualcosa da mangiare e un soldato, forse con un po’ di cuore, l’aveva fatta deviare. Si salvò anche Gina De Bortoli di dodici anni che, dopo aver visto cadere la mamma e i fratellini, si gettò a terra in tempo per non essere colpita. Tra grida e urla disperate gli uccisi le piombavano addosso. Uditi i lamenti della madre sempre più fievoli e con i vestiti in fiamme, con grande coraggio, riuscì a fuggire tra i campi e ad arrivare fino a Ramandolo dove fu soccorsa.
Tre giorni dopo la strage i corpi carbonizzati delle trentatré vittime innocenti furono pietosamente raccolti e, dopo la benedizione del parroco don Marioni, sepolti in una fossa comune nel cortile dell’allora osteria Traunich. Il 15 aprile 1947 con una solenne cerimonia i miseri resti vennero traslati in cimitero.
Questi i nomi delle vittime:
COMELLI GIOBATTA, con moglie LUCIA e la figlia ROSA.
COMELLI GIOVANNI di anni 53, la moglie VIZZUTTI ANNA di anni 46, i figli IDELMA di 22 anni, STEFANO LUIGI di anni 21, RITA di anni 19, VITTORIO di anni 17, LUCIANO di anni 15, BRUNO di anni 11 e GIOVANNA MARIA di anni 3.
DRI RUGGERO di anni 48, la moglie VIZZUTTI LUCIA di anni 39 con i figli TERESA di anni 13 e FERRUCCIO di anni 11.
DE BORTOLI VIRGINIO di anni 64 con i figli SILVANO di anni 21 e ANTONIO di anni 19, la nuora PERLIN SANTA in DE BORTOLI di anni 35 con i figli VILMA di anni 11, ONELIO di anni 9, BRUNA di anni 6, EMMA di anni 4 e LUCIANO di anni 2.
BLASUTO FRANCESCO di anni 72, la figlia ROMILDA di anni 37 con il marito PELLEGRINI GIOVANNI di anni 39.
CUSSIGH GIUSEPPE di anni 27, SOMMARO GELINDO di anni 38, BARAZZA ALFREDO di anni 34, SARACCO LUIGI, PETROSSI VALENTINO.

La Chiesa di Torlano.

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In copertina, il monumento che in cimitero custodisce i resti dei trentatrè martiri.

Udine, dalla festa dei Patroni un forte richiamo alla tradizione aquileiese

«Nell’omelia del cardinale Dominique Mamberti ho trovato un forte richiamo alla tradizione aquileiese della Chiesa di questa regione e ai valori della friulanità: è importante questa rinnovata tradizione della festa dei Santi Patroni Ermacora e Fortunato, soprattutto in questo particolare momento delicato che tutti stiamo vivendo, caratterizzato da un profondo stato di incertezza». Lo ha commentato ieri mattina il vicegovernatore del Friuli Venezia Giulia, Riccardo Riccardi, al termine della Messa solenne, accompagnata dal Cappella musicale Pontificia Sistina, che è stata celebrata in occasione della ricorrenza dei Santi Ermacora e Fortunato, Patroni oltre che dell’Arcidiocesi anche della Città di Udine.

Particolarmente partecipata la Messa in Duomo, presieduta dal cardinale Dominique Mamberti e animata da letture e preghiere nelle quattro lingue del territorio diocesano: italiano, friulano, sloveno e tedesco. Al termine del solenne rito, assieme all’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato, il cardinale ha benedetto la città con le reliquie dei Santi Patroni dal sagrato della Cattedrale, auspicando una concordia operosa, l’attenzione ai piccoli e agli anziani e agli ammalati, una premurosa apertura verso l’umanità che in ogni parte del mondo soffre, lotta e spera per un avvenire di giustizia e di pace.
Nel corso dell’omelia, il cardinale aveva richiamato all’importanza di una Chiesa accogliente e aperta come una casa e di uno stile di vita che non annulla il prossimo, ma lo accoglie e ne favorisce l’esistenza, sottolineando come l’esperienza della Chiesa di Aquileia si sia rivelata nella sua essenza, come Chiesa in cui ognuno ha potuto ritrovare se stesso nella sua specificità.
Numerose le autorità che hanno preso parte alla celebrazione, tra gli altri il sindaco Pietro Fontanini, che al termine della benedizione ha rivolto un discorso sul sagrato ai numerosi fedeli intervenuti alla Messa, il presidente del Consiglio regionale Fvg, Piero Mauro Zanin, e il prefetto di Udine Massimo Marchesiello.

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In copertina e all’interno alcune immagini della celebrazione dei Patroni a Udine.

(Foto Regione Fvg)

Tilatti (Artigiani Udine): niente eccessi, ma sobrietà anche se il Fvg torna giallo

Rush finale per la zona arancione in Fvg? Se tutto andrà bene, nell’arco di poche ore i cittadini della regione potrebbero tornare a frequentare negozi, botteghe e ristoranti, ma in vista del possibile allentamento delle restrizioni il presidente di Confartigianato-Imprese Udine, Graziano Tilatti, richiama alla massima prudenza. «Abbiamo visto assembramenti a Milano che non vorremmo si ripetessero qui da noi. Se torneremo in zona gialla potremo tirare un sospiro di sollievo che però non dovrà indurci ad allentare l’attenzione». Che deve restare alta, secondo il presidente degli artigiani friulani, in questi giorni e in quelli a venire. Tilatti approfitta per ricordare che fino a giovedì 3 dicembre il Dpcm prevede l’obbligo di restare all’interno del proprio Comune e che gli spostamenti fuori dal confine di residenza sono possibili solo in caso di necessità. Possibili tra Comuni contigui se questi ultimi dispongono di prodotti essenziali che non sono presenti nel proprio Comune e/o che sono economicamente vantaggiosi.
«Teniamo a mente la raccomandazione del prefetto di Udine, Angelo Ciuni, che ha invitato a usare il buon senso», aggiunge Tilatti ricordando a proposito degli spostamenti fuori Comune che le deroghe alla limitazione, così come indicate dal rappresentante di Governo, sono giustificate solo se alla base ci sono situazioni di necessità legate a una concreta mancanza o sostanziale limitatezza del servizio nel Comune di residenza, domicilio o abitazione e se di detto servizio non si può usufruire con modalità alternative.
Conclude Tilatti: «Se tutti contribuiremo a rispettare le regole, potremo superare questo momento di difficoltà. In questo senso, la regola aurea resta quella della permanenza entro i confini del proprio Comune o di quelli contigui, cosa che al netto del confine Istat sono i Comuni dell’hinterland di Udine rispetto alla città. In caso di necessità, il buonsenso suggerisce quindi che si possano “frequentare” botteghe, negozi e centri commerciali che insistono sul loro territorio. Oggi in zona arancio e senza ombra di dubbio quando il Fvg tornerà in zona gialla – conclude Tilatti – cosa che auguriamo a noi stessi, alla grande famiglia degli artigiani, ma anche a commercianti ed esercenti, così che tutti possiamo rifarci a Natale delle gravi perdite di quest’anno, con la solita raccomandazione: niente eccessi, ma sobrietà».

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In copertina, Graziano Tilatti presidente di Confartigianato-Imprese Udine.

Torlano e Portogruaro ricordano l’eccidio del ’44 – Ma De Bortoli non c’è più

di Giuseppe Longo

Grande partecipazione, come sempre, alla commemorazione dell’eccidio di Torlano, ma Paolo De Bortoli stavolta non c’era.
Già nella parrocchiale gremita ci si era accorti che mancava e poi la sua assenza è stata ancora maggiormente notata in cimitero, davanti alla tomba-monumento di quelle povere vittime.
No stavolta lui, uno dei pochissimi superstiti, non c’era perché se n’è andato improvvisamente, a 81 anni, la scorsa primavera, nella sua Portogruaro.

Il portogruarese Paolo De Bortoli,
sopravvissuto alla strage e recentemente scomparso.


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Dalla città del Veneto orientale era invece giunto il figlio assieme alla rappresentanza che non manca mai – proprio come faceva Paolo – all’annuale rievocazione del 25 agosto 1944.  Quando all’alba si consumò una delle stragi più orribili delle seconda guerra mondiale – frutto della feroce rappresaglia decisa dal Comando superiore delle SS di Trieste per contrastare e intimidire l’attività dei partigiani – ,  il cui fascicolo finì nel cosiddetto “armadio della vergogna”.
Doveva scorrere il sangue di quaranta innocenti, invece le vittime furono trentatre, tra cui intere famiglie con donne e bambini.
Come quella dei De Bortoli, mezzadri sfrattati dalla loro terra e giunti proprio sotto la Bernadia in cerca di un po’ di fortuna, che fu praticamente sterminata: in nove furono barbaramente uccisi.   Ma Paolo, che aveva sette anni, riuscì a salvarsi, protetto dal corpo della mamma, e a farsi una vita, come pure la sorella Gina, tredicenne, che riuscì a fuggire, pur con le gravissime ustioni causate dai vestiti in fiamme.   E Paolo De Bortoli ha sempre partecipato, fino appunto all’anno scorso, al ricordo dell’immane sacrificio costato alla sua famiglia e ad altre 24 persone di Torlano: i Comelli, i Dri, i Vizzutti e tanti altri.
Così, ancora una volta il paese si è fermato per ricordare e per onorare i morti dell’eccidio nazifascista.
L’ha fatto dapprima in chiesa con la messa di suffragio celebrata dall’arciprete di Nimis, monsignor Rizieri De Tina – il quale, alla luce del Vangelo di Matteo “perdonate settanta volte sette”, si è soffermato sugli effetti della violenza a ogni livello, a cominciare da quella che purtroppo si scatena nelle famiglie per continuare con quella che si allarga nella società fino a scoppiare nel “bubbone” della guerra -;
quindi in cimitero, davanti al sacello delle vittime i cui resti, tre anni dopo quel 25 agosto, furono raccolti in cinque bare e solennemente tumulati, lasciando la fossa comune di Torlano Inferiore perché proprio là fu consumata la strage.
Qui, davanti ai gonfaloni civici di Nimis e Portogruaro, e ai vessilli di numerose associazioni combattentistiche e d’arma, è seguita la semplice cerimonia civile, dopo la benedizione che il sacerdote ha impartito alla tomba.
Una ragazza del luogo, Cristina, ha letto con palpabile commozione – anche se nata molti decenni dopo i fatti – la cronistoria di quella tragica mattina che vide esibirsi con inaudita ferocia quello che è passato tristemente alla storia come il “boia di Colonia”.   Quindi, ha portato un saluto, in rappresentanza della Città di Portogruaro, Alessandra Zanutto, delegata del sindaco Maria Teresa Senatore, impossibilitata a intervenire.
Infine, un breve intervento del prefetto di Udine, dottor Angelo Ciuni – che si è richiamato alle parole del celebrante, esortando a rifuggire ogni pretesto di divisione, sempre connotata da effetti devastanti o per lo meno pericolosi -, seguito dal breve ma intenso discorso commemorativo del sindaco di Nimis, Gloria Bressani, che ha pure portato il saluto delle due piccole comunità olandese e tedesca – accomunate a Torlano da un analogo triste destino – presenti alla cerimonia di un anno fa.
La Regione era rappresentata dal consigliere Furio Honsell, già sindaco di Udine, come pure diversi Comuni del circondario erano presenti con i primi cittadini o loro delegati.
E, oltre ai rappresentanti delle Forze dell’ordine, c’era anche il cavalier Bruno Fabretti, quasi novanticinquenne, presidente della sezione ex Internati di Nimis, testimone di quella tragica mattina del 1944 e di tutti gli orrori della guerra, vissuti sulla propria pelle a causa della deportazione in vari Lager della Germania.
Un’esperienza che Fabretti ha trasmesso, con toccanti testimonianze, a centinaia di giovani, tenendo decine di incontri soprattutto nelle scuole di tutto il Friuli.
Perché proprio questi orrori non abbiano a ripetersi mai più.

In copertina, il sindaco di Nimis, Gloria Bressani, durante il suo discorso commemorativo.

a seguire :

Il saluto del prefetto di Udine, dottor Angelo Ciuni.

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Il saluto di Alessandra Zanutto, delegata del sindaco di Portogruaro.

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La rievocazione storica della giovane Cristina.

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Autorità intervenute alla cerimonia: in primo piano, Furio Honsell per la Regione.

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La tomba che raccoglie i resti delle trentatre vittime innocenti.