Quando l’anima parla con l’arte: da oggi a Reana la nuova mostra di Adriana Bassi che con il Cfap aveva interpretato la pace

(g.l.) Quando l’anima parla con l’arte. C’è infatti un velo di spiritualità e di dolcezza interiore a fare da filo conduttore alla mostra che Adriana Bassi proporrà da oggi, 13 febbraio, nella “Vetrina del Rojale”, negli spazi della ex Scuola elementare di Reana, in via Vittorio Veneto. “Luoghi dell’anima” è infatti intitolata l’esposizione che l’artista, vergnacchese di origine e nimense di residenza, proporrà fino al 30 aprile, quindi festività pasquali comprese. La vernice si terrà questa sera, alle 18. Oltre che della Pro Rojale, dell’Unione delle Pro Loco Fvg e del Consorzio Pro Loco Torre Natisone, la rassegna beneficia del sostegno del Comune di Reana del Rojale, dell’Ecomuseo delle rogge e di CrediFriuli.

Ma non manca neppure l’appoggio del Centro friulano arti plastiche di Udine. Va detto, infatti, che con il sodalizio artistico guidato dall’architetto Bernardino Pittino – figlio del grande artista che nei primi anni Sessanta, in occasione del generale restauro, disegnò il grande mosaico absidale dell’antica Pieve di Nimis – Adriana Bassi ha grande familiarità. Tanto che la scorsa estate aveva partecipato a una bellissima collettiva intonata al tema della pace, sempre più d’attualità in questi tempi carichi di tensioni e di incertezze. Il Cfap aveva così proposto un Ferragosto d’arte per la pace, proponendo una mega-installazione a più voci, nella quale, oltre ad Adriana Bassi e allo stesso Pittino, era presente la mano degli artisti Marisa Cignolini, Silvano Castellan, Paolo Dreossi, Cristina Franzil, Catia Maria Liani e Luigi Loppi. Tutti concordi nel fare riflettere il visitatore sulla orribile situazione della guerra, in particolare di quelle in atto in Ucraina e in Medio Oriente, e in particolare sulla tragedia di Gaza. Installazione arricchita anche da testi poetici intonati con l’intensa tematica e la parola “pace” declinata in ben 150 lingue, ma anche dalla proiezione di video molto toccanti e nei quali il sangue era purtroppo il primo, tristissimo protagonista.
Opere dunque, anche quelle di Adriana Bassi, che scuotono, interrogano e parlano al cuore. E così sarà anche con la mostra che l’artista inaugura questa sera a Reana dove, come detto, la spiritualità dell’anima è la matrice dell’intera esposizione. E il pubblico, dopo aver ammirato le opere dell’artista di Nimis, può approfittare anche di un’altra interessante opportunità offerta sempre negli stessi locali della vecchia scuola primaria. Paola Miconi ricorda, infatti, che negli stessi orari – martedì 10-12, venerdì 15-18 – e su appuntamento sarà possibile visitare anche la mostra permanente del cartoccio e del vimine allestita al primo piano dello stesso edificio e aperta grazie alle volontaria della Pro Loco del Rojale.

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In copertina, Adriana Bassi impegnata nella realizzazione di un’opera; all’interno, immagini dell’installazione ferragostana per la pace al Cfap di Udine.

Da Nimis protagonista a Udine, l’arte di Adriana Bassi in vetrina al Cfap con quelle macchine dismesse rimaste sole

(g.l.) “La solitudine delle macchine dismesse” è il suggestivo titolo della mostra che Adriana Bassi propone in questi giorni a Udine nell’ambito della manifestazione “In arte con il Cfap”, attività curata nello spazio espositivo della Fondazione Friuli proprio dal Centro Friulano Arti Plastiche presieduto dall’architetto Bernardino Pittino, figlio di quel grande Fred che realizzò nei primi anni Sessanta anche il mosaico che fa da sfondo all’altare dell’antica Pieve di Nimis. Ed è proprio residente nel paese pedemontano – anche se le sue origini portano nel vicino Rojale – l’artista che in via Gemona ha dato vita alla ricca esposizione visitabile fino al 16 febbraio, nella quale sono presenti una serie di incisioni di grande formato realizzate da Adriana Bassi alla celebre stamperia di Corrado Albicocco.

Le tecniche utilizzate spaziano dall’acquatinta al carborundum ed alla cera molle, rispettando comunque quelli che sono i suoi principi nel fare arte, cioè, come dice lei stessa, «andare oltre quello che è il reale, oltre quello che si vede superficialmente, per esplorare la memoria, il vissuto che può essere raccontato attraverso i colori, le forme e i materiali che di volta in volta vengono assemblati secondo una certa armonia o disarmonia». E ancora: «Qualsiasi forma, un fiore, un volto, una macchia sul muro, qualsiasi materiale, un sasso, una radice, un pezzo di legno, pezzi di ferro arrugginito possono suscitare emozioni e suggerire movimenti infiniti e dare vita a forme artistiche nuove e irripetibili, diverse dall’immagine originale».
Infatti, dopo l’iscrizione all’Accademia di Brera, dove ha seguito corsi di nudo, artefici e figura, apprendendo proporzioni, prospettiva e conoscenza dei rudimenti di educazione artistica, Adriana Bassi si è staccata da tutto ciò che è accademia per una personale ricerca indirizzata sulla tecnica e sulla forma in una continua sperimentazione e rinnovamento lavorando con molteplici materiali e su diversi supporti. In mostra, accanto alle incisioni, sono esposte, infatti, anche alcune opere a tecnica mista su carta che sono parte integrante della stessa ricerca formale, ed utilizzano come base fondi realizzati a carborundum poi rielaborati. Nell’androne esterno sono esposte, invece, tre sculture dettate da emozioni provocate da episodi di momenti particolari, che comunque non si discostano dai lavori su carta.

Adriana Bassi

Con questa mostra procedono, dunque, le attività di questo spazio espositivo, fortemente voluto e sostenuto dalla Fondazione Friuli, che per il 2025 prevedono un calendario di ben sedici mostre, una ogni tre settimane, in cui, accanto ad alcuni nomi “storici”, ci saranno artisti contemporanei, giovani e meno giovani, per cercare di portare o riportare in luce una produzione artistica del nostro territorio, con un occhio anche oltre confine. Come detto, la mostra è visitabile, nella nuova sede della Fondazione Friuli, in via Gemona 3 a Udine, fino al 16 febbraio, il venerdì dalle 16 alle 19 e il sabato e la domenica dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 19.
Tornando, infine, all’aggancio con Nimis, ricordiamo che era stata proprio Adriana Bassi – moglie di Gianni Paganello – con il Centro Friulano Arti Plastiche ad allestire la scorsa estate la tanto apprezzata mostra dedicata a Tita Gori – con le bellissime tele a olio salvate dopo il terremoto -, proponendo assieme ad altri artisti del Cfap una “lettura” contemporanea delle opere del grande pittore di Nimis.

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In copertina, le sculture di Adriana Bassi che introducono alla mostra di Udine e all’interno alcune immagini della ricca esposizione alla Fondazione Friuli.

Auguri a Rizieri De Tina che oggi compie 80 anni e da quaranta è parroco di Nimis

di Giuseppe Longo

“Monsignore, ma non troppo!”. Non sembri irriverente, ma calza alla perfezione, parlando di don Rizieri, il titolo di uno dei più famosi film di Don Camillo, sugli schermi dei cinematografi italiani, e anche della nostra amata “sala Juventus”, nei primi anni Sessanta. Anzi, monsignore per niente… Chiamarlo come storicamente spetta alla Pieve di Nimis, non dico che gli fai un dispetto, ma quasi, perché non ci tiene affatto e non ci ha mai tenuto. A tale riguardo, nel 1984, quando è diventato pievano, raccogliendo l’eredità spirituale, e materiale, di monsignor Luigi Murador – pure a lui del titolo onorifico interessava assai poco -, con la sua arguta prontezza di spirito, a chi si mostrava orgoglioso che Nimis avesse un nuovo, e peraltro giovane arciprete, tagliava corto con una colorita battuta. Neanche parlare poi dell’uso, nelle solennità, delle tradizionali vesti prelatizie: il nostro parroco non ha mai portato neppure il “quadrato” col pompon rosso. Tanto meno la tonaca nera o il clergyman, preferendo gli abiti che tutti indossiamo ogni giorno.

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(g.l.) Oggi, primo gennaio, monsignor Rizieri De Tina compie 80 anni. Pertanto, in questa felice e importante circostanza ripropongo per i lettori di questo blog l’articolo che avevo scritto per “La Voce della Pieve di Nimis”, il bollettino parrocchiale pubblicato in occasione delle feste natalizie e nel quale avevo pure ricordato che il sacerdote originario di Codroipo è arciprete di Nimis da 40 anni. Ieri sera, nel Duomo di Santo Stefano, al termine del Te Deum di fine anno, ha ricevuto i primi auguri della comunità che lo ha festeggiato con un caloroso applauso.

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La semplicità, la sobrietà e la schiettezza dei modi, accanto a un tratto aperto e solare che lo ha reso simpatico dai bambini agli anziani, hanno contraddistinto, da quando la conosciamo, l’immagine di don Rizieri De Tina, arrivato ai piedi della Bernadia, dopo essere passato per Coja e Sammardenchia, dalle pianure codroipesi di Zompicchia. Un prete da sempre convinto e strenuo difensore della cultura e della lingua del nostro Friuli – interpretate da cinquant’anni a livello diocesano da “Glesie Furlane” -, tanto da usarla nelle prediche e da diffonderla, valorizzandola, anche attraverso una bella e curata pubblicistica sulla carta stampata e sui mezzi radiotelevisivi. Molto apprezzate, poi, le Messe, tutte in friulano, che celebra ogni domenica sera nella Matrice dei Santi Gervasio e Protasio, e alle quali anche a me piace partecipare. Al compimento dei 75 anni, come prescritto dalle regole canoniche, ha rimesso nelle mani dell’allora arcivescovo di Udine, Andrea Bruno Mazzocato, la gestione materiale della Pieve – della quale è stato investito, in qualità di amministratore, don Federico Saracino, parroco di Faedis -, ma ha scelto di rimanere a Nimis, e di questo gli siamo profondamente grati, quale attivo protagonista nella pastorale (occupandosi anche di Ramandolo, Chialminis e Torlano), finché le forze glielo consentiranno. E il primo gennaio compirà 80 anni, magnificamente portati, tanto che la nostra comunità potrà sicuramente beneficiare ancora a lungo del suo prezioso apostolato.
Parroco, dunque, da 40 anni e da ottanta iscritto all’anagrafe: che belle e significative queste due date, tonde tonde. Per cui era giusto, e doveroso, ricordarle anche in questa nuova uscita natalizia de “La Voce della Pieve”, il bollettino parrocchiale del quale mi onoro di essere da lungo tempo direttore responsabile. In realtà, don Rizieri è a Nimis da 46 anni. Vi era giunto l’11 novembre del 1978, quando aveva fatto “San Martino” dalla vicina Loneriacco assieme al citato don Murador, a don Luigi Gloazzo e a don Flaviano Veronesi, dove questi preti, tutti più o meno giovani, erano stretti collaboratori del nostro caro “pre’ Chechin”, Francesco Frezza, del quale la prossima Epifania ricorrerà il quinto anniversario della scomparsa. Monsignor Alfredo Battisti – indimenticabile arcivescovo del terremoto e della ricostruzione: “Prima le case, poi le chiese”,
ricordate? – aveva infatti voluto avviare, proprio a Nimis, una originale quanto importante esperienza pastorale, appunto con quattro sacerdoti a servizio di un ampio territorio che, oltre a capoluogo e frazioni (a eccezione di Torlano dove operava monsignor Giuseppe Micossi che tutti ricordano con gratitudine) arrivava fino alla lontana Uccea. Arciprete era stato nominato proprio Luigi Murador, il quale a livello diocesano era anche titolare della Caritas, come lo è ancora oggi don Gloazzo, parroco di Povoletto che però continua a vivere nella canonica di Nimis. Ma, al rientro da un viaggio nell’Irpinia terremotata, il pievano ha trovato la morte su una strada del Friuli. Era il 1984 e a 39 anni don Rizieri De Tina assumeva la responsabilità parrocchiale e con essa, appunto, anche il titolo di “monsignore”.
Un lungo apostolato, dunque, che si avvicina a quello di un illustre predecessore come Beniamino Alessio, al timone della vetusta Pieve per mezzo secolo. Una presenza che per noi risulta di giorno in giorno sempre più indispensabile, vista ormai la cronica carenza di vocazioni, per cui è giocoforza irrinunciabile un sempre maggiore coinvolgimento dei laici – problema all’attenzione anche del nuovo arcivescovo Riccardo Lamba -, tanto che da molti anni ormai si sono affermate le liturgie della Parola, con diaconi permanenti o bravi animatori, quando non può esserci un sacerdote a celebrare Messa in chiese, peraltro, sempre più vuote (e non è, si badi bene, un problema soltanto nostro!). D’altra parte, è lo stesso don Rizieri a ricordare che la Chiesa non è fatta soltanto dai preti, bensì dall’intero popolo di Dio, tanto che è doveroso farlo partecipare attivamente alla vita religiosa. E allora grazie, caro monsignore, pardon don Rizieri, per tutto quello che ancora fai per il tuo paese adottivo, del quale hai “assorbito” l’essenza diventando uno di noi, tra difetti, pregi e virtù: a proposito, che belli e simpatici quei quadretti mensili di vita locale che ci hai regalato con “I bogns, i triscj… e chei di Nimis!” su Agenda Friulana 2025. E tanti auguri anche per gli ormai vicini ottanta. “Ad multos annos!”, si diceva una volta a un sacerdote auspicando per lui ogni bene. Ma credo valga ancora.

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In copertina, monsignor Rizieri De Tina durante la predica di Natale.

Quei volti “veri” nelle opere di Tita Gori raccontati da don Alessio Geretti: nella Pieve di Nimis ultimo giorno con la mostra delle otto tele salvate dal sisma

di Giuseppe Longo

NIMIS – «In quel volto di donna riconosco quello di mia nonna Lucia». La Pieve di Nimis, gremita più che mai, era attentissima nell’ascoltare le parole di don Alessio Geretti, quando si leva la voce – non certo per interrompere la illustrazione di una serie di belle diapositive da parte del sacerdote-esperto d’arte, quanto per interloquire con una osservazione molto interessante – di uno dei pronipoti di Tita Gori, figlio di Luisa Tessitori, la quale a sua volta figlia di “Luzine” e dell’indimenticato senatore Tiziano, il “padre” della nostra Regione autonoma. Il giornalista Michele Meloni, da sempre affascinato dalla pittura del bisnonno materno, voleva infatti mettere l’accento su un particolare-chiave: in quei volti così espressivi “raccontati” dall’artista nato nel 1870 e morto nel 1941 si riflettono non solo diversi componenti della sua famiglia cresciuta nella casa all’ombra dell’ultramillenario campanile, ma anche diversi borghigiani o compaesani, se non addirittura avventori che si fermavano alla sua osteria.

Don Geretti, ideatore e curatore delle magnifiche mostre che hanno fatto diventare grande la piccola Illegio, sui monti sopra Tolmezzo – proprio quella sera a Nimis avevano annunciato che l’indomani sarebbe arrivato l’ultimo attesissimo pezzo, un capolavoro di Caravaggio -, ha insistito molto infatti sui volti “veri” di Tita Gori, raffigurati negli affreschi della stessa Chiesa matrice – che oggi celebra i Santi Martiri Gervasio e Protasio -, ma anche nelle otto tele a olio che Ottone, uno dei tanti figli del pittore, riuscì a salvare (e poi a restaurare a proprie spese), prima che quegli impietosi bracci meccanici completassero l’opera demolitrice del terremoto nella comparrocchiale di Santo Stefano, in Centa, e nell’asilo infantile edificato negli anni Venti da monsignor Beniamino Alessio, a pochi anni dal suo arrivo in paese.
Volti veri, dunque, tanto che Tita Gori è stato associato ai “preraffaeliti”, cioè a quei pittori appartenenti al movimento nato a Londra a metà Ottocento e che si rifaceva all’arte esistita, appunto, prima di Raffaello Sanzio. Quindi, volti non più ideali e perfetti, ma che riflettono quelli della vita di ogni giorno e che siamo soliti incontrare, ma che ugualmente fanno descrivere all’artista una “bellezza” che avvicina a Dio. Don Alessio ha ricordato, a tale riguardo, anche quanto sostenne il compianto Licio Damiani, giornalista e raffinato critico d’arte, il quale su incarico del Comune di Nimis nel 1991, in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’artista di San Gervasio, scrisse un bel libro intitolato “Tita Gori e i Giardini del Paradiso” facendo riferimento, appunto, a un concetto di bellezza vera, non idealizzata, che ha fatto da filo conduttore a tutta l’opera del pittore celebrato e che si ritrova, come detto, anche nelle otto tele che i figli di Ottone – Caterina, suor Sara e Giancarlo – hanno lodevolmente deciso di restituire alla Chiesa di Nimis e che sono rimaste esposte in questa settimana suscitando grandissimo interesse, grazie alla mostra sapientemente allestita dal Centro friulano arti plastiche, presieduto da Bernardino Pittino, che nell’occasione ha abbinato pure l’esposizione di opere di alcuni artisti associati che si sono ispirati proprio al messaggio artistico di Tita Gori. Un artista dalle innate capacità, ma che ha avuto la fortuna – come ha osservato don Geretti – di avviare la propria formazione alla “scuola” di un prete di grande apertura mentale e culturale, quale fu monsignor Agostino Candolini, pastore di Nimis per lunghi decenni prima dell’arrivo di “pre’ Beniamin”.


Insomma, una vera e propria “lectio magistralis” quella di don Alessio Geretti, ascoltata con grande interesse perché esposta con un linguaggio non cattedratico ma immediato, accessibile a tutti, arricchito, come detto, da una serie di proiezioni che non hanno riguardato soltanto le opere di Tita Gori, ma anche altre, esemplificative, che hanno aiutato a inquadrare meglio il pensiero artistito del pittore di Nimis. Sulla cui figura aveva proposto un affettuoso e documentato ritratto anche la trisnipote Francesca Totaro, esperta in beni culturali, la quale aveva parlato in occasione dell’apertura della mostra. Come detto, le otto tele a olio potranno essere ammirate anche oggi, in occasione della Messa solenne delle 11 e di quella vespertina delle 19. Poi l’antica Pieve tornerà alla consueta tranquillità, con il “suo” Tita Gori che rimane impresso nei medaglioni di Santi, Evangelisti e personaggi biblici degli archi e nelle scene che abbelliscono il presbiterio.

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In copertina, Lucia Gori Tessitori, giovanissima, ritratta dal padre accanto a Gesù; all’interno, don Alessio Geretti, durante la sua applauditissima “lectio magistralis” e due aspetti della mostra dedicata a Tita Gori nella Pieve di Nimis.

Pieve di Nimis gremita per l’addio a Claudio Benigni: la vicinanza del paese alla moglie ed ex sindaco

di Giuseppe Longo

NIMIS – Gremita l’antica Pieve di Nimis che questo pomeriggio si è stretta attorno a Gloria Bressani, già sindaco del Comune pedemontano, e al figlio Davide esprimendo loro dolore e vicinanza per la perdita, dopo una lunga malattia rivelatasi purtroppo senza speranze, del marito e padre Claudio Benigni. Terminata l’emergenza pandemica, è stata infatti rispettata anche in questa occasione la storica consuetudine secondo la quale i funerali dei residenti a sinistra del Cornappo vengono celebrati nella Chiesa matrice dei Santi Gervasio e Protasio.
All’altare monsignor Rizieri De Tina che tratteggiando la figura del defunto, spentosi a 74 anni, ha detto che Claudio lascia il ricordo di «un uomo schietto, combattente e lavoratore», delineandone con queste parole un efficace “ritratto”. Al termine delle esequie, è salita all’ambone Serena Vizzutti, amica di famiglia e consigliere comunale di minoranza, per sottolineare con parole rotte dalla commozione tutto l’affetto e la partecipazione corale di Rinnova Nimis, il gruppo che aveva espresso nella passata legislatura la civica amministrazione, al grave lutto che ha colpito l’ex primo cittadino. «Ricorderemo Claudio – ha detto – per la sua costante vicinanza a Gloria, per la sua schiettezza e per la sua passione politica». Dopo di lei, belle e significative frasi sono state pronunciate anche da Rita Monai.
Al termine del rito, mentre dalla millenaria torre giungeva un festoso scampanìo – ribadendo che, come aveva ricordato il celebrante, «la vita non è tolta ma trasformata» -, la salma è stata accompagnata da una lunga fila di autovetture (ormai il corteo a piedi è rimasto soltanto un ricordo) in cimitero ove è avvenuta la tumulazione.

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In copertina, Claudio Benigni spentosi a 74 anni dopo una lunga malattia.

Nimis, la tradizione di San Giuseppe nella piccola Vallemontana

(g.l.) Appena passato il ponticello sul rio Montana, che dà anche il nome al borgo, c’è la bianca, accogliente chiesina dedicata a San Giuseppe. Ed è proprio al suo interno che domani, 19 marzo, sarà celebrata alle 11 la Messa cantata in onore del patrono della piccola frazione di Nimis. E poi, annuncia la locandina, “la tradizione continua”. Come dire che ci sarà la possibilità di passare qualche ora in compagnia, con un buon bicchiere di vino, ricordando i bei tempi, precedenti alla pandemia, quando si allestiva la simpaticissima sagra. Nel capoluogo, invece, lo Sposo di Maria sarà onorato con la Messa penitenziale che sarà celebrata, sempre alle 11, a Madonna delle Pianelle, dove il Santo è raffigurato in un bellissimo affresco giovanile di Tita Gori.
Vallemontana è, dunque, la seconda comunità a fare festa allo sbocciare della primavera. Era stata preceduta, infatti, domenica scorsa da Ramandolo dove si è riproposto il sentito appuntamento con Sant Bastiàn. E al termine del rito solenne nell’antica chiesetta affrescata dal Thanner è seguito il pranzo per tutti, così ben riuscito e apprezzato che gli organizzatori hanno meritato un “bravissimi” da parte del foglio settimanale della Pieve di Nimis. Terzo paese, in ordine di tempo, a fare festa sarà quindi Torlano dove tornerà la bella e sempre partecipata tradizione pasquale. Ma per parlare di questo è ancora troppo presto: siamo soltanto a metà Quaresima.

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In copertina, la bianca chiesina di Vallemontana dedicata a San Giuseppe.

A Nimis tantissimi per dire Mandi ad Alberto Trevisan “uno specialista in relazioni umane”

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Era uno specialista in relazioni umane». Non poteva dare una immagine più bella, e reale, di Luigi Alberto Trevisan monsignor Rizieri De Tina, durante i funerali celebrati nella Pieve di Nimis. È infatti antica tradizione che proprio nella Chiesa matrice dei Santi Gervasio e Protasio venga dato l’estremo saluto agli abitanti della storica borgata che sorge sulla collinetta a sinistra del Cornappo, mentre per tutti gli altri le esequie vengono officiate nel Duomo di Santo Stefano.
Ebbene, neppure la ben più ampia Comparrocchiale al centro del paese probabilmente sarebbe riuscita a contenere la folla – c’è chi parlava di un migliaio di persone! – che ha voluto salutare Alberto, morto improvvisamente la sera di Capodanno: era rappresentato di sicuro mezzo Friuli, con numerose persone giunte anche da oltreconfine, in particolare dall’Austria (Villach e Klagenfurt). In tantissimi, infatti, si sono voluti stringere attorno alla moglie Oriana e ai figli Paolo e Marco, privati così repentinamente del sorriso del loro caro, spentosi a 73 anni. E proprio sul carattere aperto, solare, generoso, sempre disponibile, che lo rendeva amico di tutti, ha voluto incentrare la sua predica l’arciprete, prendendo spunto anche dalle parole del Vangelo appena lette da don Marco Visentini. Parole che si sono intrecciate alla conclusione del rito con quelle commosse di una nuora («dolorosa perdita dopo due giorni di grande festa, a San Silvestro con gli amici della “frasca” e a Capodanno con la famiglia») e quelle di Stefano Stefanel («la sua amicizia mi onorava da 45 anni!») che ha ricordato il lungo e appassionante passato sportivo di Luigi Alberto Trevisan nelle file del Judo Kuroki, sodalizio dal quale in molti sono arrivati a salutarlo.
Infine, mentre sulla torre millenaria il lamentoso suono delle campane a lutto si trasformava in un festoso concerto, come avviene nelle solennità, il feretro ha lasciato l’antica Pieve – che al termine della pandemia ha, appunto, riaccolto i funerali degli abitanti del borgo – per raggiungere il cimitero, dove è avvenuta la tumulazione tra gli onori resi dai gagliardetti delle penne nere, in particolare del Gruppo Ana Nimis-Val Cornappo, con il presidente Roberto Grillo (che ha letto anche la “Preghiera dell’alpino”), e dal labaro dei donatori di sangue, con il responsabile della locale sezione Afds, Danilo Gervasi, mentre riecheggiavano le struggenti note di una tromba che eseguiva il “Silenzio”. Mandi Alberto!

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In copertina e all’interno due immagini  dei funerali di Alberto Trevisan nell’antica Pieve dei Santi Gervasio e Protasio a Nimis.

Addio a don Gianni Arduini prete degli “ultimi”: i funerali martedì a Nimis

di Giuseppe Longo

Fino a due anni fa aveva diretto la Casa dell’Immacolata, raccogliendo la non facile eredità di don Emilio De Roja che aveva creato l’importante struttura udinese, nel borgo di San Domenico, per aiutare tanti giovani in difficoltà. Gli “ultimi”, per dirla con padre Turoldo. Ma, prima di assumere questo gravoso incarico, aveva fatto il prete operaio nel “triangolo della sedia”, tra Manzano e San Giovanni al Natisone, dove lo ricordano ancora con affetto, come pure a Carlino, a ridosso della Laguna di Marano, dove aveva compiuto la prima esperienza sacerdotale. Questo era don Gianni Arduini – Giampietro sui registri anagrafici – spentosi ieri mattina all’ospedale di Cividale, dopo una malattia che da qualche tempo lo affliggeva. Avrebbe compiuto fra poco 78 anni, essendo nato nel 1942 a Nimis, paese che martedì lo riaccoglierà per dargli l’ultimo saluto, durante i funerali che saranno celebrati, alle cinque del pomeriggio, dall’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato. Era venuto alla luce a San Gervasio, proprio ai piedi della storica Pieve, nella quale è tradizione vengano officiate le esequie degli abitanti del borgo. Che, invece, in questa occasione si terranno nella comparrocchiale molto più ampia, il Duomo di Santo Stefano, per le comprensibili misure di sicurezza richieste dall’emergenza sanitaria.

All’uscita dalla Chiesa matrice con i genitori e monsignor Lovo.


Don Gianni, che ormai lascia soltanto la sorella Ada, essendo i genitori scomparsi da molti anni, nel 2016 aveva festeggiato il mezzo secolo di sacerdozio. Ricordo ancora, come fosse oggi, la solenne cerimonia di consacrazione avvenuta il 29 giugno 1966, ricorrenza dei Santi Pietro e Paolo, nella Cattedrale di Udine dove gli impose le mani l’arcivescovo Giuseppe Zaffonato. Quindi la prima Messa, proprio nella Pieve di Nimis, nella quale erano da poco terminati gli studi archeologici abbinati a un’opera di generale restauro che ha riportato l’edificio alla sobrietà antica. Con monsignor Eugenio Lovo, a fianco del novello sacerdote c’erano altri due giovani presbiteri figli del paese pedemontano: monsignor Francesco Frezza, da poco arciprete di Tarcento, e don Luigino Bernardis, per tantissimi anni alla guida della parrocchia della Beata Vergine di Fatima, a Udine.
Il primo incarico, come detto, fu a Carlino nella Bassa friulana, ma dopo tre anni don Gianni Arduini venne trasferito a Manzano e quindi nella vicina San Giovanni, dove univa la missione spirituale soprattutto fra i giovani di quelle comunità a quella di lavoratore per essere più in sintonia con i problemi degli operai. E, alla morte di don De Roja, l’arcivescovo Pietro Brollo gli affidò la guida della Casa dell’Immacolata, dove spese intensi anni a favore proprio degli emarginati.

Infine, la festa nel vecchio Asilo.

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In copertina, la prima Messa di don Gianni nella Pieve: con lui monsignor Frezza e don Bernardis.

(Foto storiche di Bruno Fabretti)

Benvenuto a don Saracino sacerdote “cireneo” nella Pieve di Nimis

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Don Federico mi ha subito detto sì, anzi da buon “cireneo” ha accettato con entusiasmo di accollarsi la responsabilità legale anche delle parrocchie di Nimis e Torlano. E ora si appresta ad avviare, con don Rizieri, un lavoro che sarà sicuramente proficuo, a vantaggio di queste comunità cristiane». L’arcivescovo di Udine ha salutato con queste parole il nuovo corso della Pieve di Nimis, durante la Messa celebrata stamane nel Duomo di Santo Stefano – anziché nella Chiesa matrice, per questioni di distanziamento sociale, come sarebbe stato invece richiesto dalla tradizione – per la presentazione ufficiale del nuovo legale rappresentante delle parrocchie, il quale ha aggiunto così nuovo lavoro a quello che già ricopre essendo guida spirituale di Faedis e Campeglio. «Un impegno che don Saracino saprà coniugare con efficacia, sommandolo anche agli altri importanti incarichi extra-parrocchiali”, ha aggiunto il presule, ricordando che il sacerdote – 54 anni, consacrato nel 1993 e originario delle Valli del Natisone -, essendosi specializzato in diritto canonico, è anche Difensore del Vincolo e Promotore di Giustizia presso il Tribunale Ecclesiastico Diocesano. «Inoltre – ha continuato monsignor Andrea Bruno Mazzocato -, gli ho affidato la importante delega della tutela dei minori dagli abusi che qui però, grazie a Dio, non evidenziano problemi».

Don Federico Saracino

Don Rizieri De Tina

All’augurio dell’arcivescovo, don Federico Saracino ha risposto confermando il suo impegno nel mettersi a disposizione anche di queste nuove comunità, dicendosi certo che sarà possibile creare una fruttuosa intesa con l’arciprete attuale, don Rizieri De Tina, che si ritira dalle responsabilità amministrative, per motivi d’età, ma che assicura ancora la sua guida pastorale. Un concetto sottolineato nell’indirizzo di saluto anche da parte del sindaco Gloria Bressani – che aveva a fianco il primo cittadino di Faedis, Claudio Zani, e gli assessori Serena Vizzutti e Aldo Attimis – e dal direttore del consiglio pastorale, Pietro Nocera, il quale ha presentato al nuovo parroco titolare anche tutti coloro, e sono numerosi, che collaborano con vari incarichi in rappresentanza delle comunità cristiane di Nimis, Torlano, Ramandolo e Chialminis. E la disponibilità ad assicurare ancora tutta la propria collaborazione è stata ovviamente ribadita da don Rizieri, il quale probabilmente è l’ultimo pievano con il titolo onorifico di “monsignore” in seguito alla riforma che Papa Francesco fece all’indomani della sua elezione al Soglio di Pietro.

Gloria Bressani

Pietro Nocera

Il semplice rito – ben lontano dalla fastosità di un tempo – si è quindi concluso mentre dalla millenaria torre della Chiesa matrice dei Santi Gervasio e Protasio giungeva la voce solenne della campana maggiore che sempre a mezzogiorno invita a recitare l’Angelus, quasi a voler esprimere il benvenuto a don Federico anche da parte della vetusta Pieve esclusa dalla cerimonia di insediamento a causa dell’emergenza sanitaria. E ora comincia, dunque, ufficialmente una nuova vita per le parrocchie di Nimis e Torlano, inaugurando quella «sperimentazione» che monsignor Mazzocato si è detto sicuro che sarà foriera di nuovi e importanti frutti, come lo era stata quella che aveva introdotto 42 anni fa il suo illuminato predecessore, Alfredo Battisti, facendo arrivare in paese quattro sacerdoti per una pastorale di zona: con lo stesso De Tina, Luigi Murador, Luigi Gloazzo e Flaviano Veronesi. E come sarà sicuramente positiva anche la scelta di affidare la gestione dello storico asilo parrocchiale creato alla fine della Grande Guerra da monsignor Beniamino Alessio a una fondazione istituita a livello diocesano, pur salvaguardando – ha assicurato l’arcivescovo – la sua autonomia operativa sul territorio, al fine di continuare a garantire ai bambini del paese quell’accoglienza per la quale si era tanto prodigata, durante la sua vita quasi centenaria, anche la compianta suor Rosalba Cepparo.

Un momento della cerimonia.

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In copertina, l’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato con don Rizieri De Tina e don Federico Saracino.