Cividale, un pressante appello di pace dall’antica Messa con lo Spadone del Patriarca Marquardo prima dell’applaudita rievocazione storica

«Solo il disarmo reale può aprire la strada a dialogo e riconciliazione, mentre nazionalismo e giustificazione della violenza sono una vera e propria blasfemia». Un pressante appello alla pace, sollecitato dai venti di guerra che soffiano sempre più minacciosi, ha fatto da sfondo ieri mattina, nella Basilica di Santa Maria Assunta a Cividale, all’antica Messa dello Spadone. E l’appello è venuto dall’arciprete Livio Carlino che ha presieduto il solenne rito nel quale è stato ripetutamente rinnovato il “saluto” con la preziosa arma posseduta dal Patriarca Marquardo von Randeck, il cui ingresso nel 1366 è stato ricordato al termine del rito con la sempre interessante e curata rievocazione storica, applaudita dal folto pubblico che anche stavolta, nonostante le basse temperature e il cielo nevoso, ha voluto essere presente nella città longobarda dichiarata dall’Unesco Patrimonio mondiale dell’Umanità.

Monsignor Livio Carlino


A Cividale è stata infatti celebrata la suggestiva Messa dello Spadone, celebrazione che da 659 anni si rinnova il giorno dell’Epifania, rito unico nel mondo cattolico che intreccia fede, storia e identità civile, rievocando la coesistenza del potere spirituale e temporale alle origini del Patriarcato di Aquileia. La celebrazione prende il nome, proprio, dallo spadone patriarcale appartenuto al famoso Patriarca. Durante la liturgia, recitata e cantata in latino secondo l’antica tradizione aquileiese-cividalese, la spada è brandita dal diacono in più momenti verso il clero e i fedeli, non come gesto di benedizione ma di saluto, in simbolico equilibrio tra autorità religiosa e civile.
Come detto, monsignor Carlino, che ha celebrato la Messa – presenti i canonici dell’Insigne Collegiata -, nell’omelia ha messo in guardia contro i «novelli messia» e le verità usate per rafforzare il potere, denunciando l’illusione che la pace possa essere, appunto, garantita dal riarmo. Nella sua predica, l’arciprete ha toccato anche il tema della sanità pubblica, ricordando l’impegno di chi ha difeso il presidio ospedaliero cividalese e testimoniando luci e ombre del sistema sanitario. L’auspicio è che le strutture «diventino sempre più luoghi di accoglienza e umanità, mettendo al centro la persona, soprattutto il povero e il fragile».
Al termine del partecipatissimo rito in Duomo, come da tradizione, è seguita la rievocazione storica dell’ingresso del Patriarca a Cividale: un corteo medievale, con centinaia di figuranti, ha attraversato il centro cittadino provenendo da borgo San Pietro, quindi nella piazza accanto alla storica Basilica è seguita l’applaudita manifestazione che ha riportato all’età medioevale.

Patriarca Marquardo

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In copertina, il diacono con lo storico Spadone ieri mattina a Cividale.

(Foto Ansa)

Dopo Tarcento, la “Fieste de Patrie dal Friûl” è arrivata a Sacile il Comune più occidentale. Il governatore Fedriga: c’è un senso di appartenenza che ci unisce

«La “Fieste de Patrie dal Friûl” rinnova oggi il senso di appartenenza che ci unisce», ha sottolineato il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, intervenendo a Sacile alla 48ma edizione dell’annuale manifestazione del 3 Aprile. Il Comune più occidentale del Friuli ha ospitato, infatti, le celebrazioni della “Fieste” con cui si sono ricordati i 948 anni dalla costituzione dello Stato patriarcale friulano, fondato appunto il 3 aprile 1077. E la città-porta del Friuli ha rappresentato una scelta particolarmente simbolica in quanto, nel 1366, il Patriarca Marquardo von Randeck – quello che si ricorda ogni anno nell’Epifania cividalese con la Messa dello Spadone – la scelse per promulgare le Constitutiones Patriae Fori Iulii.


Organizzata quest’anno da Comune di Sacile, Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia e Agenzia regionale per la lingua friulana, in collaborazione con l’Istitût Ladin Furlan “Pre Checo Placerean”, la “Fieste” è cominciata, in piazza Sant’Odorico, con il tradizionale alzabandiera dello storico vessillo del Friuli. Presenti, come di consueto, tantissime autorità, insieme ai sindaci e ai rappresentanti dei Comuni del territorio friulano. Successivamente, nella Chiesa di Sant’Ulderico è stata celebrata una Messa con letture e preghiere in friulano, sloveno, tedesco e veneto. Terminata la funzione, le cerimonie si sono spostate alla Loggia del Municipio, dove è seguito il saluto di benvenuto agli ospiti e alla cittadinanza. Le celebrazioni civili sono poi proseguite al Teatro Ruffo. Ad aprirle è stata l’esecuzione dell’Inno del Friuli intonato dalla talentuosa mezzosoprano Valentina Volpe Andreazza, accompagnata al pianoforte da Ruggero Spagnol, assessore comunale alla cultura. Terminato l’inno, come da programma c’è stata la lettura della Bolla imperiale seguita dal tradizionale scambio della bandiera tra il sindaco di Tarcento, Maurizio Steccati, che aveva ospitato la Festa lo scorso anno, e il sindaco di Sacile, Carlo Spagnol. Sono seguiti gli interventi delle molte autorità.
Dopo l’intervento del primo cittadino, nel corso della cerimonia civile hanno parlato: Geremia Gomboso, presidente dell’Istitût Ladin Furlan; Daniele Sergon, presidente dell’Assemblea della comunità linguistica friulana; Dorino Favot, presidente dell’Anci Fvg – Associazione Nazionale Comuni Italiani; Angelo Montanari, che dal prossimo ottobre sarà il rettore dell’Università degli Studi di Udine; Eros Cisilino, presidente dell’Arlef; gli onorevoli Isabella De Monte ed Emanuele Loperfido; la senatrice Tatjana Rojc; Markus Maurmair, per il Consiglio regionale Fvg; Mario Anzil, vicepresidente della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia e assessore alla cultura; il governatore della Regione Massimiliano Fedriga (con un videointervento). Presenti, inoltre, Rita Nassimbeni, presidente del Consiglio comunale di Udine, e la consigliera Stefania Garlatti Costa; Maurizio Negro, assessore del Comune di Gorizia; Stefania Miotto per la Società Filologica Friulana; Gabrio Piemonte per l’Ente Friuli nel Mondo.
Massimiliano Fedriga, presidente della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, intervenendo in un video messaggio, ha ricordato come la città di Sacile, nel 1366, fu teatro dell’approvazione della Costituzione della Patria del Friuli. Una delle più alte espressioni di autonomia istituzionale in Europa. «Da quel momento – ha ricordato il governatore – la nostra terra visse, per oltre tre secoli, un periodo di unità e coesione, in cui si svilupparono una lingua comune, una cultura condivisa e un forte senso di appartenenza. Il Patriarcato fu anche esempio di pluralità e convivenza. Al fianco della lingua friulana, si garantiva rispetto e tutela alle lingue culture delle comunità slovene e germanofone. Un modello di pluralismo che oggi, in un’Europa che cerca nuovi equilibri, resta un riferimento importante. Questa giornata ci ricorda che l’identità friulana è fondata sull’autonomia ma anche sulla responsabilità. Celebrare la nostra storia non significa rimanere ancorati al passato, ma rinnovare l’impegno a trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza delle proprie radici. La lingua friulana – ha rimarcato – rappresenta un elemento essenziale di questo patrimonio. Promuoverla nei contesti educativi, nell’istituzioni e i mezzi di comunicazione è un dovere che ci assumiamo, perché attraverso la lingua passa non solo la memoria, ma la capacità di affrontare il futuro con consapevolezza. Il Fvg, grazie anche alla propria autonomia speciale, ha saputo dimostrare che è possibile coniugare autogoverno e responsabilità, identità e apertura, tradizione e innovazione. Questo è il contributo che vogliamo continuare a offrire all’Italia e all’Europa. Essere un esempio concreto di coesione nella diversità, di rispetto delle specificità e di solidarietà tra le comunità. La Fieste del Patrie dal Friûl rinnova oggi il senso di appartenenza che ci unisce. Ci ricorda – ha chiuso il presidente Fedriga – che siamo custodi di un’eredità preziosa, fatta di istituzioni solide, di pluralismo culturale e di coesione sociale e che questa eredità va custodita, difesa e trasmessa».

Nel suo intervento, Mario Anzil, vice presidente del Fvg e assessore alla cultura, ha evidenziato l’importanza di conservare l’identità, ricordare i valori degli avi – un patrimonio di secoli di laboriosità e capacità di superare le avversità, come la ricostruzione post terremoto -, ma anche alimentare la consapevolezza nelle giovani generazioni di essere all’altezza di queste radici per costruire un futuro solido.
Nel ricevere la bandiera dall’omologo di Tarcento, che ha ospitato la “Fieste” lo scorso anno, Carlo Spagnol, sindaco di Sacile, ha posto l’accento sulla storia della città ospitante sottolineando che «Sacile è stato ed è ancora un crocevia. Siamo orgogliosi di avere le nostre radici in Friuli. Noi vogliamo continuare a portare avanti questo legame, con l’aiuto di tutti, anche attraverso il recupero dei legami, delle tradizioni, che sono il nostro patrimonio e che sapremo coltivare e far crescere nell’interesse comune, guardando con ottimismo al futuro».
Anche il presidente dell’Arlef, Eros Cisilino, ha posto l’accento sull’importanza di Sacile nella storia del Friuli: «Con le celebrazioni della Fieste de Patrie dal Friûl a Sacile abbiamo acceso i fari su un fatto storico non ancora sufficientemente noto: seicentocinquantanove anni fa, nel 1366, su impulso del patriarca Marquardo di Randeck, in questa città venivano promulgate le Constitutiones Patriae Fori Iulii, ovvero un volume che conteneva i “codici” del diritto friulano, poi rimasti in vigore fino al 1797. Una codificazione giuridica all’avanguardia per l’epoca, così come del resto lo era il Parlamento della Patria, uno dei più antichi d’Europa e dei più longevi della storia, dove accanto ai nobili e agli ecclesiastici, sedevano anche i rappresentanti dei Comuni. Le Constitutiones erano significativamente innovative sotto diversi punti di vista, ma senz’altro per il peso che davano alle donne, alle quali riconoscevano tutele e diritti non immaginabili per l’epoca e diventati universalmente riconosciuti solo secoli dopo. Si tratta di aspetti fondamentali che in una certa misura, da un punto di vista legislativo, ponevano la donna alla pari dell’uomo: poteva ereditare i beni del marito, in mancanza di eredi maschi, e aveva potere sul suo patrimonio in casi precisi. Temi tutt’altro che secondari e che hanno visto il Friuli antesignano, rimarcando così, ancora una volta, la sua autonomia».
La senatrice Tatjana Rojc, ringraziando per l’invito e complimentandosi per le celebrazioni, ha fatto invece un appello affinché si continui a coltivare lo studio delle lingue che compongono il panorama linguistico regionale e che lo si faccia con l’impegno profuso dall’UniUd, sin dalle sue origini, essendo il Friuli oggi al centro dell’Europa: la forza di questo territorio. Ha invece posto l’accento sul legame dei friulani con i loro simboli l’onorevole Isabella De Monte. Prima fra tutti, la bandiera con la sua aquila. De Monte ha sottolineato l’unicità del Friuli, terra in cui le differenze dei popoli coesistono pacificamente. Ha quindi parlato di un obiettivo comune: la ratifica della Carta europea delle lingue minoritarie, attesa da oltre 20 anni, un passaggio sostanziale che è necessario avvenga. Il deputato Emanuele Loperfido, salito sul palco del Teatro Ruffo, ha sottolineato invece come le istituzioni debbano saper essere all’altezza del popolo che rappresentano e ha lanciato una sfida verso il futuro, in previsione del ritorno alle province, auspicando che siano in grado di essere snelle, di ascoltare il territorio, mettendolo nelle condizioni di saper correre per essere pronto ad affrontare a testa alta le sfide del futuro.
A portare i saluti del presidente del Consiglio regionale, Mauro Bordin, c’era il consigliere regionale, Markus Maurmair, il quale ha sottolineato come «non ci siano friulani di serie A o di serie B, ma che anzi, chi desidera prendere la Bandiera del Friuli e metterla fuori dalla propria casa, per rivendicare l’appartenenza a un popolo – al di là delle diversità presenti sul territorio – credo vada apprezzato e incoraggiato». Il neo eletto rettore dell’Università di Udine, Angelo Montanari, ha quindi posto l’accento su quello che ha definito «un tratto distintivo del nostro Ateneo, che va coltivato con grande cura: la coesistenza di un forte radicamento con il territorio e uno sguardo che spazia in tutte le direzioni». Ricordando il padre, primo sindaco di Sacile nel secondo dopoguerra, poi emigrato in Argentina, ha aggiunto: «Credo ci sia una rete di rapporti che lega le diverse realtà del Friuli e che oggi l’Università di Udine sia uno dei nodi più importanti di questa rete, svolgendo un ruolo fondamentale nel rafforzamento e nella valorizzazione del nostro territorio».
«Come Istitût Ladin Furlan siamo stati i primi, dopo l’iniziativa del 1977, organizzata da Pre Checo Placerean, a sostenere le celebrazioni della Fieste de Patrie dal Friûl. A quarantotto anni di distanza da quel giorno, siamo contenti che la Regione abbia riconosciuto questa iniziativa. Ancora più bello è vedere che il ricordo della nascita del Patriarcato di Aquileia, e quindi del Friuli, si allarga ogni giorno di più. Quindi devo dire grazie alla Regione, che ci ha creduto, così come all’Arlef e al Comune di Sacile, quest’anno. Ma soprattutto il mio grazie va al popolo friulano che sta riscoprendo la sua storia. Una storia che ci era sempre stata negata, ma che è una storia grandissima. Le celebrazioni che si sono svolte a Sacile, dove sono state promulgate le Constitutiones della Patria volute da Marquardo, dimostrano quanto il patriarcato fosse tra i più avanzati d’Europa», ha ricordato Geremia Gomboso, presidente dell’Istitût Ladin Furlan “Pre Checo Placerean”rimarcando anche che «è doveroso esprimere una profonda preoccupazione per il mancato rispetto delle normative che dovrebbero garantire l’insegnamento della lingua friulana nelle nostre scuole. Le risorse stanziate, sebbene importanti, non sembrano garantire una presenza capillare e efficace della lingua friulana nel sistema educativo regionale. Quante altre generazioni – ha chiuso domandandosi retoricamente – dovranno passare prima che l’insegnamento del friulano venga riconosciuto per quello che è: un diritto fondamentale di tutti noi?».
Il programma della Fieste è proseguito, nel pomeriggio, dopo il tradizionale pranzo, offrendo a tutti la possibilità di partecipare ai molteplici itinerari culturali. Fra essi l’importante mostra d’arte “Stralûs. 1985-2025 Arte in Friuli / Art in Friûl”, frutto della collaborazione fra la Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, l’Università di Udine, il Comune di Sacile e l’Arlef, ospitata a Palazzo Ragazzoni, che resterà aperta fino all’11 maggio.

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In copertina, le bandiere del Friuli storico mentre attraversano il ponte sul Livenza; all’interno, il passaggio di consegne fra il sindaco di Tarcento Mauro Steccati e il collega di Sacile Carlo Spagnol, e due immagini della manifestazione.

Epifania a Cividale, in quello Spadone suggestioni antiche accanto a messaggi per il mondo d’oggi che ha l’occasione di ripartire come i Magi con speranza

di Giuseppe Longo

CIVIDALE – Che bella, intensa, suggestiva! Tre aggettivi importanti, ma tutti insufficienti a delineare il significato e il valore della “Messa dello Spadone”, il partecipatissimo rito – in Duomo non meno di un migliaio di persone! – che si è rinnovato ieri mattina, solennità dell’Epifania di Nostro Signore, a Cividale. Il tutto in una giornata che non lasciava prevedere nulla di buono dal punto di vista meteorologico e che, invece, con sorpresa di tutti ha consentito si snodasse regolarmente l’intero programma e quindi anche la bellissima rievocazione storica dell’ingresso nella città longobarda del Patriarca Marquardo von Randeck, avvenuta nel remoto 1366. Ne è rimasto sicuramente affascinato l’arcivescovo Riccardo Lamba che, insediatosi appena il 5 maggio scorso sulla Cattedra dei Santi Ermacora e Fortunato, ha presieduto per la prima volta la magnifica celebrazione. Come pure chi scrive che vi aveva partecipato l’ultima volta una ventina d’anni fa, quando allo storico altare – e non quello a mensa usato stavolta – era salito monsignor Pietro Brollo, l’allora titolare dell’Arcidiocesi di Udine. Più d’uno, infatti, si è chiesto come mai non si sia privilegiata la celebrazione “ad Orientem” (come aveva fatto, appunto, il predecessore di Lamba), visto anche l’uso del latino dall’inizio alla fine del rito, seppure con i ritmi del “Novus ordo Missae”, quello successivo al Concilio Vaticano II.

La Messa è cominciata con il canto, accompagnato dall’organo, di un festoso mottetto di Giovanni Battista Candotti, il sacerdote-musicista codroipese che fu maestro di cappella proprio nella Basilica di Santa Maria Assunta e che ebbe fra i suoi allievi prediletti il cividalese Jacopo Tomadini. Il corteo d’ingresso, dopo la croce astile, era aperto dai canonici del Capitolo della Insigne Collegiata: Loris Della Pietra e Gianni Molinari, di recente investitura, e il decano Adriano Cepparo; quindi il diacono con elmo piumato, Fiorino Miani, il quale con la mano destra brandiva lo storico Spadone e con la sinistra reggeva il prezioso Evangeliario quattrocentesco, l’arciprete di Cividale Livio Carlino e infine, con mitria e pallio, l’arcivescovo Lamba. Più volte, durante il rito solenne celebrato appunto nella storica, bellissima lingua della Chiesa Cattolica, la lunga e pesante lama patriarcale è stata usata per salutare (non benedire), tracciando ampi fendenti, i celebranti e il popolo. Le letture epistolari e il Vangelo sono stati cantati dallo stesso Miani usando le suggestive melodie dell’antico rito cividalese. Mentre i passi principali della Messa, tranne il Credo recitato in latino, sono stati eseguiti dal coro che ha proposto anche altri inni del citato Candotti, fra cui il natalizio “Jesu Redemptor omnium”.
Intensa e ricca di significato la predica del presule, il quale, forse sorpreso da una così massiccia partecipazione, ha osservato: «Anche noi, venuti qui oggi per tanti motivi (fede, tradizione, curiosità) abbiamo un’occasione bella di ripartire, come i Magi, trasformati dall’Amore di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il nostro Salvatore, dopo esserci nutriti della Sua Parola e del Suo Corpo e del Suo Sangue, per essere testimoni di Gioia e di Speranza». Monsignor Lamba ha incentrato le sue parole proprio sul significato dell’Epifania e del Battesimo di Gesù – che sarà ricordato nelle celebrazioni di domenica prossima – e si è chiesto: «Che cosa hanno in comune queste due feste, al di là dei possibili arricchimenti che alcune tradizioni popolari possono aver portato?». «Esse ci portano sempre ancora – si è risposto – all’evento fondativo della nostra fede: Dio si è fatto uomo per amore nostro e per la nostra salvezza. Nulla può essere più come prima!». «Da quella casa di Betlemme – ha aggiunto l’arcivescovo – , dal fiume Giordano, dai villaggi della Galilea e della Giudea, dal Calvario, dal Cenacolo, dal monte dell’Ascensione, molti dopo averlo incontrato (bambino, giovane adulto, umiliato e crocifisso, risorto) sono ripartiti trasformati dal suo Amore, indipendentemente dalla cultura, dalla nazione, dalla razza, dall’etnia, dalla tradizione religiosa».

Al termine della celebrazione, ha preso la parola per un breve saluto al presule e all’assemblea monsignor Carlino, il quale, ricordato che la “Messa dello Spadone” si ripete da ben 659 anni, ha fatto riferimento all’Anno Santo appena incominciato, informando che la Basilica cividalese è stata arricchita da alcune sculture dell’artista Giorgio Celiberti, tra le quali la bellissima Croce posta all’entrata dopo il maestoso portale. Nell’occasione, l’arciprete ha ringraziato la Pro Loco delle Valli del Natisone, Nediške doline, per aver proposto un pellegrinaggio dal Duomo di Cividale al Santuario giubilare di Castelmonte. Concluso, dunque, il rito in Chiesa, lo Spadone – ma, ovviamente, non quello originale – è stato brandito in piazza anche dal bravissimo figurante che ha impersonato il Patriarca Marquardo von Randeck durante la bella e curata rievocazione storica seguita e applaudita da migliaia di persone.

 

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In copertina, la processione d’ingresso aperta dallo Spadone del Patriarca Marquardo; all’interno, momenti della celebrazione presieduta dall’arcivescovo Lamba, i canonici del Capitolo, parte della folla, la Croce di Giorgio Celiberti e infine la rievocazione storica in piazza Duomo.