Pieve di Nimis gremita per l’addio a Claudio Benigni: la vicinanza del paese alla moglie ed ex sindaco

di Giuseppe Longo

NIMIS – Gremita l’antica Pieve di Nimis che questo pomeriggio si è stretta attorno a Gloria Bressani, già sindaco del Comune pedemontano, e al figlio Davide esprimendo loro dolore e vicinanza per la perdita, dopo una lunga malattia rivelatasi purtroppo senza speranze, del marito e padre Claudio Benigni. Terminata l’emergenza pandemica, è stata infatti rispettata anche in questa occasione la storica consuetudine secondo la quale i funerali dei residenti a sinistra del Cornappo vengono celebrati nella Chiesa matrice dei Santi Gervasio e Protasio.
All’altare monsignor Rizieri De Tina che tratteggiando la figura del defunto, spentosi a 74 anni, ha detto che Claudio lascia il ricordo di «un uomo schietto, combattente e lavoratore», delineandone con queste parole un efficace “ritratto”. Al termine delle esequie, è salita all’ambone Serena Vizzutti, amica di famiglia e consigliere comunale di minoranza, per sottolineare con parole rotte dalla commozione tutto l’affetto e la partecipazione corale di Rinnova Nimis, il gruppo che aveva espresso nella passata legislatura la civica amministrazione, al grave lutto che ha colpito l’ex primo cittadino. «Ricorderemo Claudio – ha detto – per la sua costante vicinanza a Gloria, per la sua schiettezza e per la sua passione politica». Dopo di lei, belle e significative frasi sono state pronunciate anche da Rita Monai.
Al termine del rito, mentre dalla millenaria torre giungeva un festoso scampanìo – ribadendo che, come aveva ricordato il celebrante, «la vita non è tolta ma trasformata» -, la salma è stata accompagnata da una lunga fila di autovetture (ormai il corteo a piedi è rimasto soltanto un ricordo) in cimitero ove è avvenuta la tumulazione.

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In copertina, Claudio Benigni spentosi a 74 anni dopo una lunga malattia.

A Nimis in tanti per dire addio a Luigino un uomo semplice benvoluto da tutti

di Giuseppe Longo

NIMIS – “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”. Ha preso in prestito le parole di una famosa pagina del Vangelo di Luca, monsignor Rizieri De Tina, per sviluppare la sua omelia dinanzi al feretro di Luigino Taddio, morto improvvisamente nel sonno a 58 anni, di fronte a un Duomo pieno di gente – c’era anche il sindaco Giorgio Bertolla -, ieri pomeriggio, mentre si dava l’ultimo saluto a questo uomo semplice e buono, che era benvoluto da tutti.
«La vostra così numerosa presenza – ha esordito don Rizieri – fa sì che questo non sia un funerale, ma una festa». L’arciprete ha voluto, infatti, sottolineare la corale e commossa partecipazione del paese alle esequie in Santo Stefano, che si è sommata a quella della sera precedente al tradizionale Rosario per ogni defunto.
Al termine del rito, un lungo corteo ha accompagnato Luigino Taddio all’ultima dimora, dove c’è stata una nuova attestazione di solidarietà e amicizia alla sorella Sara, presente con il suo piccolo Giuseppe, e ai parenti, in particolare al cugino Isidoro con il quale “Vigjut” ha condiviso molti anni della sua vita. Mentre la bara veniva calata nella tomba, poi ricoperta anche da tanti fiori, un amico mi ha fatto notare l’altissima adesione popolare al doloroso evento anche in cimitero, nonostante fosse una giornata feriale che vedeva tutti impegnati nelle proprie attività. «Evidentemente – ha dedotto -, c’è ancora tanta umanità, molta gente positiva più di quanto si sia indotti a pensare». Un soffio di ottimismo in un questo mondo così difficile. Come non essere d’accordo.

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In copertina, la foto di Luigino Taddio tra i tanti fiori della tomba e qui sopra il feretro all’uscita dalla Chiesa comparrocchiale.

 

Eccidio 1944, Torlano e Portogruaro ricordano i martiri di quell’indimenticabile agosto

(g.l.) Ventinove agosto, un mese esatto dal 29 settembre, data che ricorda una pagina fra le più difficili e indimenticabili della storia di Nimis: l’incendio del paese avvenuto proprio quel giorno del 1944. Una tragedia che fu anticipata poco più di un mese prima da un’altra, avvenuta nella vicina frazione di Torlano, dove all’alba del 25 agosto si consumò l’Eccidio nazifascista in cui caddero 33 vittime innocenti, tra cui donne e bambini. E a pagarne più di tutte, ovviamente senza alcuna ragione, fu una numerosa famiglia di mezzadri originaria di Portogruaro: nove i martiri falciati, con mamma De Bortoli, dal mitra del “boia di Colonia”! E dalla città veneta è giunta, come a ogni commemorazione, una folta rappresentanza, guidata dal presidente del Consiglio comunale, Gastone Mascarin.

Il sindaco Giorgio Bertolla…

… e il presidente Gastone Mascarin.


Come è tradizione, il ricordo della strage è cominciato nella Chiesa di Sant’Antonio da Padova con la Messa di suffragio celebrata da monsignor Rizieri De Tina, responsabile della pastorale anche di Torlano, il quale, all’omelia, non poteva non fare riferimento anche all’attualissima tragedia che si consuma giornalmente in Ucraina, frutto della violenza dell’uomo che trova il suo “seme” anche in piccole cose di ogni giorno, come potrebbero essere un azzardato sorpasso o un’andatura troppo lenta, tale da costringere chi segue a perdere tempo. Poi, in corteo, si è raggiunto il vicino cimitero per rendere omaggio al sacello-monumento sotto il quale, dal 1947, riposano i resti di quelle trentatrè vittime, il cui sacrificio è stato rievocato attraverso la lettura, che apre ogni anno la cerimonia nel camposanto, della cronaca di quella tragica mattina del 1944..
Quindi ha portato un saluto, spendendo accorate e commosse parole per auspicare che si affermi la «cultura della pace», Adriana Geretto, presidente regionale dell’Associazione vittime civili di guerra. Alle cui parole hanno fatto seguito quelle, accompagnate da un velo di commozione, del portogruarese Mascarin, il quale ha assicurato che la sua città non mancherà mai alla cerimonia del 25 agosto a Torlano, tanta è stata la gravità di quanto accaduto in quella indimenticabile giornata della Seconda guerra mondiale, la cui memoria finì, con tante altre tragedie,  nel tristemente famoso “armadio della vergogna”.

Monsignor Rizieri De Tina

Ha concluso la serie degli interventi il sindaco Giorgio Bertolla, alla sua prima cerimonia a Torlano essendo avvenuta appena a metà giugno la sua elezione alla guida del Comune di Nimis. Dopo aver portato il saluto del prefetto di Udine, impossibilitato a intervenire, e salutate le comunità di Portogruaro e Terzo di Aquileia, il primo cittadino ha esordito dicendo di aver voluto approfondire i contorni di quella strage che fu scatenata in risposta alla fervente attività partigiana in atto nella zona – come, del resto, anche il successivo incendio di Nimis – e ricollegandosi a quanto continua ad avvenire ancora oggi, ha dedotto che la storia, nonostante il tanto sangue versato, non è riuscita a insegnare nulla all’umanità, che continua a esprimersi con ferocia e sopraffazione. Ma ha concluso con un messaggio di speranza: stiamo uscendo appena adesso – ha osservato – dalla lunga pandemia, ma questa non ci ha impedito di esprimere la nostra solidarietà a chi soffre, offrendo ospitalità anche ai profughi provenienti proprio dall’Ucraina colpita dalle bombe russe.
Folta, alla cerimonia nella parrocchiale e poi appunto in cimitero, la rappresentanza di associazioni combattentistiche e d’arma, mentre per il Comune, oltre al vicesindaco Sergio Bonfini, c’erano anche Gloria Bressani, primo cittadino nella passata amministrazione, e Serena Vizzutti, entrambe componenti dell’attuale gruppo di minoranza.

Tanti i labari e gagliardetti. 

LA RIEVOCAZIONE STORICA

La mattina del 25 agosto 1944 giunse a Torlano, per un’azione di rappresaglia, una colonna di mezzi corazzati delle SS che si fermò all’ingresso del paese. Secondo quanto era stato predisposto dal Comando Superiore di Trieste, le vittime della rappresaglia dovevano essere quaranta, scelte a caso fra la popolazione. All’arrivo dei tedeschi le famiglie Comelli, De Bortoli e Dri, presagendo qualcosa di grave, si ritirarono in una stalla, ritenendolo il posto più sicuro.
Nuclei di partigiani, appostati sulle colline sopra Torlano, con scariche di mitragliatore ostacolavano l’arrivo dei tedeschi, che con le loro autoblinde, riparate fra le case, rispondevano rabbiosamente al fuoco. Mentre infuriava il combattimento, altri militari tedeschi passavano di casa in casa. Tutte le persone trovate, venivano accompagnate e rinchiuse in una stanza nell’osteria di Giobatta Comelli, ora “Al Paradiso”, dove faceva buona guardia un SS.
Luigi Saracco, sfuggito al rastrellamento, venne visto da un soldato tedesco che, da un centinaio di metri, con un colpo di fucile lo colpì a morte. Intanto, arrivò in motocicletta con il mitra a tracolla il maresciallo delle SS Fritz, detto il “boia di Colonia”, il quale si fermò nel cortile dell’osteria e diede ordine di far uscire, una alla volta, le persone ivi rinchiuse. Con un colpo di pistola le fece stramazzare a terra. A tutti spettò la stessa sorte.
Vuanello Giuseppe di vent’anni, da una finestra, osservò terrorizzato la macabra esecuzione e un’idea fulminea gli venne in mente: approfittando di un attimo di distrazione del boia, con una corsa disperata scappò e scomparve in un vicino campo di granoturco.
Le vittime, ricoperte di paglia e cosparse di benzina, vennero date alle fiamme. Il boia quindi entrò nella casa dove erano rinchiusi il proprietario Comelli Giobatta, la moglie e la figlia: a nulla valsero le loro suppliche, uno alla volta caddero in una pozza di sangue. L’altro figlio Albino che si trovava al piano di sopra, assistette al fatto attraverso le fessure del pavimento. Dopo due anni, dopo essersi confessato, con un colpo di fucile si tolse la vita. A sessanta metri di distanza, nella stalla, si erano rifugiati i membri delle famiglie De Bortoli e Dri. Lo stesso boia consumò il secondo atto della tragedia. Uno ad uno fece uscire dalla stalla gli uomini e nel cortile li uccise a colpi di pistola, assistito da un appartenente alla milizia. Pasqualino De Bortoli riuscì a mettere in salvo Serena Dri, Netto Dri, Paolo De Bortoli e se stesso attraverso una piccola finestra da cui si buttava fuori il letame.
Nella stalla rimasero le mamme, che stringevano al seno le loro creature, piangendo e pregando. Comparve il boia che continuò a sparare finché non ci fu alcun segno di vita. Rivoli di sangue scorsero sul selciato. I carnefici quindi diedero fuoco alla stalla per coprire l’orrendo delitto e tutto diventò un rogo crepitante. Da questo ultimo e terrificante atto riuscì miracolosamente a salvarsi nonna Elia Spironello: poiché i nipotini avevano fame, lei era andata a prendere qualcosa da mangiare e un soldato, forse con un po’ di cuore, l’aveva fatta deviare. Si salvò anche Gina De Bortoli di dodici anni che, dopo aver visto cadere la mamma e i fratellini, si gettò a terra in tempo per non essere colpita. Tra grida e urla disperate gli uccisi le piombavano addosso. Uditi i lamenti della madre sempre più fievoli e con i vestiti in fiamme, con grande coraggio, riuscì a fuggire tra i campi e ad arrivare fino a Ramandolo dove fu soccorsa.
Tre giorni dopo la strage i corpi carbonizzati delle trentatré vittime innocenti furono pietosamente raccolti e, dopo la benedizione del parroco don Marioni, sepolti in una fossa comune nel cortile dell’allora osteria Traunich. Il 15 aprile 1947 con una solenne cerimonia i miseri resti vennero traslati in cimitero.
Questi i nomi delle vittime:
COMELLI GIOBATTA, con moglie LUCIA e la figlia ROSA.
COMELLI GIOVANNI di anni 53, la moglie VIZZUTTI ANNA di anni 46, i figli IDELMA di 22 anni, STEFANO LUIGI di anni 21, RITA di anni 19, VITTORIO di anni 17, LUCIANO di anni 15, BRUNO di anni 11 e GIOVANNA MARIA di anni 3.
DRI RUGGERO di anni 48, la moglie VIZZUTTI LUCIA di anni 39 con i figli TERESA di anni 13 e FERRUCCIO di anni 11.
DE BORTOLI VIRGINIO di anni 64 con i figli SILVANO di anni 21 e ANTONIO di anni 19, la nuora PERLIN SANTA in DE BORTOLI di anni 35 con i figli VILMA di anni 11, ONELIO di anni 9, BRUNA di anni 6, EMMA di anni 4 e LUCIANO di anni 2.
BLASUTO FRANCESCO di anni 72, la figlia ROMILDA di anni 37 con il marito PELLEGRINI GIOVANNI di anni 39.
CUSSIGH GIUSEPPE di anni 27, SOMMARO GELINDO di anni 38, BARAZZA ALFREDO di anni 34, SARACCO LUIGI, PETROSSI VALENTINO.

La Chiesa di Torlano.

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In copertina, il monumento che in cimitero custodisce i resti dei trentatrè martiri.

Tanti a Nimis per il saluto a Tosolini: c’era anche il borgomastro di Lannach

di Giuseppe Longo

NIMIS – «E ora buon viaggio, caro Walter. Ci mancherai!». Con queste parole commosse il sindaco di Nimis, Gloria Bressani, che aveva accanto il borgomastro di Lannach Josef Niggas, ha salutato ieri pomeriggio in un Duomo gremito l’architetto Walter Tosolini, suo predecessore per un quinquennio fino al 2016 e attuale capogruppo di minoranza, vinto a 78 anni dal male rivelatosi purtroppo senza speranze. Parole in perfetta sintonia con quelle di monsignor Rizieri De Tina che, nella sua omelia, aveva esordito dicendo «Walter era buono», riassumendo in questo vocabolo tutti gli aspetti positivi – disponibilità verso gli altri, amore per il paese, sincerità, onestà, grande forza di volontà nel perseguimento delle scelte – che ne hanno caratterizzato la vita a “servizio” della propria comunità. «Quella di un sessantottino, come me – ha aggiunto l’arciprete -, che ha creduto fino all’ultimo in quegli ideali». Per il saluto al sindaco emerito, in Municipio era stata esposta la bandiera a mezz’asta, essendo proclamata una giornata di lutto cittadino, e accanto al feretro c’era il Gonfalone civico.

Prima delle esequie, Adriano Ceschia, in un toccante ritratto dello scomparso, ha ricordato in “marilenghe” – da storico cultore della lingua friulana – la sua lunga amicizia nata sui banchi di scuola e proseguita durante il cammino universitario, pur in atenei diversi, e il trasporto, da sempre, di Walter verso la cosa pubblica, cominciata già nel lontano 1975, quando in consiglio comunale era entrato assieme al padre, il “mestri Gjno”. E già allora in minoranza, perché sono questi gli scranni che Tosolini ha sempre frequentato, a parte i cinque anni da primo cittadino. «Ma avere raggiunto la carica di sindaco – ha aggiunto il professor Ceschia – non era stata la sua soddisfazione più grande, bensì quella di avere “costruito” una famiglia esemplare, con una moglie che l’ha sempre amato, seguito e sostenuto, e quattro figli che si sono fatti strada nella vita e che erano il suo vero orgoglio».


Della passione politica di Walter Tosolini – di sinistra, avendo respirato a Milano, appunto, quel clima di rottura di mezzo secolo fa, ma mai distante dai valori della fede cristiana – e del suo attaccamento alle istituzioni ha parlato, invece, per il Partito democratico il consigliere regionale Cristiano Shaurli, presente assieme ai colleghi Maria Grazia Santoro, Franco Iacop, Edi Morandini e Giuseppe Sibau, e al segretario regionale Salvatore Spitaleri e a numerosi sindaci e amministratori della pedemontana, tutti con fascia tricolore a sottolineare l’accorata partecipazione delle Valli del Torre e del Natisone: quest’ultime ebbero a lungo l’architetto dirigente della locale Comunità montana. Quindi il saluto ufficiale del primo cittadino di Nimis e le parole rotte dall’emozione di uno dei figli, a nome degli altri tre fratelli e della madre Dina. Infine, un lungo corteo ha accompagnato Walter Tosolini nell’ultima dimora, accanto ai suoi cari e ai concittadini che ha “servito”. Come sa fare un uomo «buono».

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In copertina,  l’arciprete di Nimis mentre incensa la salma di Walter Tosolini; all’interno, alcune immagini della cerimonia: i saluti di Adriano Ceschia, Cristiano Shaurli, del sindaco Gloria Bressani e di uno dei quattro figli,  alcuni sindaci (il secondo da destra è il borgomastro di Lannach) e il Duomo di Santo Stefano gremito per l’addio all’ex primo cittadino.

Perdono, non odio. Dal Bataclan messaggio d’amore anche per Torlano

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Quello che oggi stiamo facendo a Torlano, tutti insieme, ha un valore che va oltre il doveroso ricordo delle vittime innocenti di quel tragico 25 agosto. Ogni anno diciamo che il nostro dolore, per quanto accaduto, deve trasformarsi in un messaggio di pace che deve germogliare e crescere nelle nostre menti, ma soprattutto nelle nostre anime in modo che tragedie come questa non si debbano più ripetere, anche se purtroppo quotidianamente la cronaca ci racconta tutt’altro: vediamo cosa sta accadendo in questi giorni in Afghanistan». L’appello di Gloria Bressani, sindaco di Nimis, si è incrociato con l’“Angelus” che, a mezzogiorno, veniva scandito dalla campana della vicina parrocchiale. E da quei rintocchi è giunto un messaggio di serenità e di pace, come quello colto durante la messa di suffragio nelle parole del Vangelo di Matteo che invitano al perdono.

La messa, la tomba, il corteo.

«Ma ci devono far riflettere le parole di quel marito che di fronte alla tragedia del Bataclan si è rivolto ai terroristi dicendo loro di non riuscire ad odiarli per aver ucciso l’amata moglie. Sono proprio parole dettate dallo Spirito Santo». Veramente toccante il messaggio che giunge da quell’indimenticato fatto di sangue consumato a Parigi quasi sei anni fa e che monsignor Rizieri De Tina ha voluto proporre al termine della sua predica tutta centrata, appunto, sul perdono cristiano e non sull’odio. Tanto che ha elevato una preghiera anche in ricordo di quell’ufficiale tedesco ucciso e per la cui morte era scattata la feroce rappresaglia nazista: sterminare 40 persone, catturate a caso nel paese, non importa se ci fossero stati anche inermi, come donne e bambini. E così avvenne, anche se alla fine i martiri dell’eccidio di quel 25 agosto 1944, consumato in una calda mattina come quella di oggi, sono stati fortunatamente “soltanto” 33.

Fabio Cantoni e Adriana Geretto.

Proprio quel tragico episodio di 77 anni fa è stato rievocato in cimitero, dopo la benedizione impartita al sacello-monumento delle vittime dallo stesso arciprete di Nimis, responsabile pastorale anche di Torlano, con la lettura di una dettagliata cronaca da parte del consigliere comunale Fabio Cantoni. Quindi ha portato un saluto, spendendo accorate e commosse parole per auspicare che si affermi la «cultura della pace», Adriana Geretto, presidente regionale dell’Associazione vittime civili di guerra. Cedendo poi il microfono a Gastone Mascarin, presidente del consiglio comunale di Portogruaro, la città veneta – rappresentata anche dal gonfalone municipale – dalla quale proveniva la famiglia De Bortoli, quella che, con nove morti, ha pagato più di tutte nella strage di Torlano. Mascarin, però, non ha letto il discorso preparato, ma si è limitato a dire soltanto poche parole, affermando che è meglio far prevalere il silenzio affinché ci inviti tutti alla riflessione.

Gastone Mascarin (Portogruaro).

Il sindaco Gloria Bressani.

Quindi il discorso ufficiale del primo cittadino di Nimis, che ha esordito ricordando quanto affermato dal Capo dello Stato commemorando le 560 vittime (ben 130 bambini!) della strage di Sant’Anna di Stazzema, in Toscana, avvenuta soltanto pochissimi giorni prima dei fatti di Torlano. «Il ricordo del dolore che ha segnato profondamente la vita di tante famiglie e di due comunità, quali Nimis e Portogruaro, deve continuare ad essere tramandato – ha sottolineato Gloria Bressani – e deve investire soprattutto le nuove generazioni in modo che lo facciano proprio, affinché ne continuino la memoria ed imparino dai dolorosi errori del passato». E ha terminato osservando che «è soprattutto con l’esempio che ognuno di noi contribuisce alla crescita della società civile e questo lo possiamo e dobbiamo fare ogni giorno».
Infine, il sindaco ha rivolto un ringraziamento, da parte dell’Amministrazione comunale di Nimis, alle autorità civili e militari intervenute alla commemorazione, in particolare al dottor Giovanni Maria Leo, capo di gabinetto del prefetto di Udine, allo stesso Gastone Mascarin che ha accompagnato, come sempre, una folta delegazione portogruarese per ricordare il sacrificio di mamma De Bortoli e della sua numerosa famiglia, ai vari gruppi ed associazioni combattentistiche e d’arma (l’Apo Friuli era rappresentato dal presidente Roberto Volpetti), a tutte le altre personalità, fra le quali numerosi sindaci della zona con fascia tricolore. Il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, trattenuto da altri impegni, ha invece inviato un messaggio di adesione, esprimendo i suoi «sentimenti di vicinanza».

Sindaci e autorità.

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In copertina, la processione diretta al cimitero al termine della messa.

Nimis, addio a Bruno Frezza osovano con Comelli del quale fu a lungo autista

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Vedete quel mosaico lassù. Lo formano migliaia di tessere, l’una diversa dall’altra. Bruno era come una di esse, una tessera nella propria comunità della quale ha contribuito a scriverne la storia. E ora,  con lui, se ne va un altro pezzo di paese». In effetti è proprio così, perché una persona che si spegne al termine di una lunga vita, 94 anni, come quella di Bruno Frezza, lascia indubbiamente un vuoto, per cui sono parse più che appropriate le parole di monsignor Rizieri De Tina per rendere omaggio a un esponente della vecchia Nimis e di una storica famiglia del paese che in appena un anno ha perso i tre fratelli. Infatti, poco prima di Natale era mancata a Torlano Giuditta e agli inizi del 2020 il sacerdote Francesco, quel Pre’ Chechin che era stato per lunghi anni arciprete di Tarcento.
Al funerale celebrato in Duomo, fra i tanti che erano venuti a salutare “Bruno Bertole”, c’era anche il presidente dell’Associazione Partigiani Osoppo-Friuli, Roberto Volpetti. Frezza aveva infatti partecipato giovanissimo, appena diciottenne, alla Resistenza, appunto fra gli osovani di Nimis guidati da Antonio Comelli.  Poi, finita la guerra, mentre il paese incendiato stava risorgendo, l’amicizia con l’illustre concittadino ormai entrato nella sfera politica si era trasformata in attiva collaborazione. Per parecchi anni, infatti, ne fu l’autista personale: dapprima dell’assessore regionale all’Agricoltura e poi del presidente della Giunta. Un lavoro molto intenso e impegnativo, cominciato già nel lontano 1964, praticamente all’indomani della nascita della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, e protrattosi fino agli anni del dopo-terremoto, quando gli subentrò il tricesimano Silvano Bertossio, pure lui venuto a dirgli il suo “mandi”.
Nei ritagli di tempo libero, Bruno Frezza era attivo anche in paese. A cominciare dalla Banda musicale – fino a quando la stessa è rimasta operativa – e dalla Cantoria parrocchiale, poi diventata “Corâl des Planelis”. Ma il defunto è ricordato anche per la simpatia, che molti hanno potuto apprezzare fino all’ultimo, perché, nonostante l’età avanzata, non ha mai rinunciato all’incontro con gli amici davanti a un buon bicchiere di vino. Una giovialità che “Bruno Bertole” aveva sempre saputo esprimere, sebbene fosse stato colpito ripetutamente dalle avversità della vita, come la straziante e prematura perdita dei figli Pierino e Daniele, e della moglie Teresa. Un dolore mitigato nella vecchiaia dalla presenza degli altri due figli, Elena e Renato, che gli sono stati vicini fino alla fine.

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Il ricordo di Volpetti
presidente dell’Apo

Bruno era l’ultimo dei 107 patrioti della Brigata Osoppo di Nimis. Ero stato varie volte a casa sua, e l’anno scorso ero andato appositamente a cercarlo per sapere da lui se si sentiva di raccontare qualcosa sui momenti che aveva vissuto, appena diciottenne: momenti drammatici, in cui era facile incontrare la morte, vivere la paura, la fame. In quel giorno mi disse che non se la sentiva, e ormai non sarà più possibile sentire il suo racconto.  Eppure in questi mesi, credo di averlo incontrato: non direttamente, ma leggendo un racconto di Sergio Sarti, il partigiano “Gino”, nel dopoguerra noto professore di Storia e Filosofia al liceo Stellini di Udine, curatore di vari libri della Osoppo e di cui abbiamo ricordato di recente il centenario della nascita. Abbiamo ritrovato un suo racconto, inedito, che abbiamo pubblicato sul libro che è stato realizzato in sua memoria. Il racconto si chiama “La bambola” ed è ambientato a Nimis: lo si capisce chiaramente da alcuni nomi di borgate che vengono citate. Lo stesso Sarti fu presente in quella zona nell’estate del 1944. Sarti descrive con realismo e senza enfasi, le tensioni, i problemi, il contesto e l’ambiente in cui i partigiani operavano. Ebbene uno dei personaggi del racconto (il partigiano “Vento”) è un ragazzo diciottenne, tutto preso dal fatto di aver trovato la morosa (Linda), e che vive questa situazione della Resistenza, con l’entusiasmo di quella età, senza rendersi conto dei rischi. Nello scontro a fuoco con i tedeschi, “Vento” vede la morte passargli accanto e vede morire un tedesco, incontra la disumanità della guerra, di ogni guerra. Ho pensato che quel ragazzo avresti potuto essere tu… e ho capito perché non avevi più voglia di parlare di queste cose. Grazie Bruno: credo che un grazie oggi te lo dobbiamo, a te ed ai 106 amici del tuo paese, che hanno combattuto nella Brigata Osoppo. Te lo dobbiamo. Mandi Bruno.

Roberto Volpetti

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In copertina, recente immagine di Bruno Frezza; sopra, invece, con la Banda in una foto di Bruno Fabretti: è il secondo, in piedi, da sinistra.

Nimis ricorda l’incendio del 1944: “Giovani siate attivi nella comunità”

di Gi Elle

«E’ pensando al futuro che ogni anno celebriamo questa commemorazione, affinché la data che ha segnato profondamente la storia di Nimis non sia solo parte del passato, ma diventi l’occasione per creare un ponte che, attraversando il presente, porti ad un futuro dove non ci sia spazio per simili tragedie. Ed è, proprio per quel futuro, che ora voglio rivolgermi ai nostri bambini e ragazzi i quali oggi hanno partecipato alla commemorazione chi in presenza, chi con le proprie riflessioni, rivolgendo loro un messaggio particolare. Noi adulti abbiamo un fondamentale dovere nei vostri confronti: abbiamo l’importante compito di onorare la memoria dei Caduti innocenti insegnandovi a non avere paura, a non delegare ad altri scelte ed azioni che potreste fare voi, a non seguire individualismi, a promuovere il dialogo e la collaborazione, ad essere membri attivi della comunità in tutte le sue sfaccettature». E’ questo il passo più intenso del discorso che il sindaco di Nimis, Gloria Bressani, ha pronunciato durante la commemorazione dell’incendio che, nell’ultima guerra mondiale, il 29 settembre 1944, distrusse l’intero paese. «La società – ha infatti aggiunto – ha bisogno di uomini e donne coraggiosi che siano proiettati verso il futuro con uno sguardo teso al passato, che siano pronti a mettere al primo posto il bene della comunità, che siano convinti che la pace e il rispetto dei diritti fondamentali siano la base su cui costruire la vera società civile».

Il sindaco durante il discorso.

Bambini e ragazzi, a cominciare dalla scuola materna per proseguire con le elementari e medie, hanno avuto quest’anno un ruolo molto attivo nel ricordo della tragedia di 76 anni fa, con elaborati e riflessioni significativi e apprezzati. La cerimonia, collocata nel suo esatto anniversario, come al solito, ha avuto due momenti: quello religioso con la Messa di suffragio celebrata nel Duomo di Santo Stefano da monsignor Rizieri De Tina e quello civile nel vicino Parco della Rimembranza, dinanzi al monumento ai Caduti di tutte le guerre e a quello che ricorda le vittime nei Lager tedeschi voluto dalla sezione ex internati di Nimis guidata dal cavalier Bruno Fabretti. Il quale, nonostante i suoi 97 anni appena compiuti, ha voluto essere presente per testimoniare un dramma incancellabile vissuto sulla propria pelle in vari campi di concentramento della Germania, ma che tuttavia deve spronare al perdono nella contestuale ricerca e affermazione di quel bene prezioso che è appunto la pace. Alla cerimonia commemorativa, aperta dall’Inno nazionale, hanno partecipato numerose autorità civili e militari, a cominciare dal consigliere regionale Mariagrazia Santoro – che ha portato il saluto e l’adesione della Regione Fvg -, associazioni combattentistiche e d’arma, sindaci e amministratori locali e dei Comuni vicini, ma anche di quello più lontano di Terzo di Aquileia. In questo paese della Bassa Friulana, come pure a Ruda, Fiumicello e Villa Vicentina, furono infatti molte le famiglie che nel ’44 ospitarono bambini di Nimis proprio in seguito al devastante incendio scatenato dalla rappresaglia nazista.

Parla Mariagrazia Santoro.

«Cos’è la memoria? È forse qualcosa da vivere passivamente o qualcosa da coltivare e da far crescere? In questi giorni – ha osservato il primo cittadino di Nimis – mi sono fermata a riflettere su questa parola ormai usuale che a volte utilizziamo con superficialità. Ho trovato in una frase della senatrice Liliana Segre, testimone vivente di ciò che è accaduto durante quei terribili anni, una risposta chiara e attuale che voglio condividere con voi: “Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare”. Ed è proprio in questo momento storico, in cui i tragici fatti che oggi commemoriamo sembrano essere lontani, che abbiamo il doveroso compito di non permettere che le vittime dei nostri paesi, di Nongruella, Torlano e oggi in particolare quelle di Nimis, siano morte invano! Il passato che ha colpito così duramente il nostro territorio deve essere monito a perseguire con forza le vie del dialogo e della riconciliazione”. Proprio come ammonisce la targa apposta sul monumento che ricorda le vittime dell’internamento: “Ricordare perdonando perché viva la pace”.

Un momento della cerimonia.

Ma la riflessione del sindaco ha riguardato anche il presente. “In questi ultimi mesi – ha detto – siamo stati duramente messi alla prova da una pandemia, da un piccolo virus che improvvisamente e con una forza inaspettata ha messo in ginocchio intere Nazioni. Dopo una lotta così dura, e purtroppo non ancora vinta, non si può non fermarsi a riflettere su come le distinzioni di colore della pelle, di idee politiche o di religione siano state annullate in un batter d’occhio di fronte a un nemico invisibile, che invece, distinzioni non fa”. E quindi ha aggiunto: “Ancora oggi, come ogni anno, ci sentiamo di rimarcare con forza che l’odio e l’intolleranza non devono trovare spazio nelle nostre comunità e che solo uniti in uno spirito di pace e collaborazione si possa lavorare ad un futuro prospero e sereno per noi e per le generazioni future. Concludo leggendovi l’epitaffio scritto sulla lapide posta nel “Giardino delle Rose” ad Amburgo nella sezione staccata del Momoriale di Neuengamme: “Qui sosta in silenzio, ma quando ti allontani Parla”».

Il pannello della scuola materna.

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In copertina, l’intervento del cavalier Bruno Fabretti, 97 anni, ex internato.

(Foto di Claudio Marchiondelli)

 

Il dolore di Portogruaro per quella famiglia distrutta 76 anni fa a Torlano

di Giuseppe Longo

NIMIS – Potrebbe sembrare strano,  non conoscendo bene la storia dell’Eccidio ricordato stamane a Torlano, che a pagare di più fosse stata una comunità lontana, esattamente di Portogruaro. E invece è così, perché in quella infausta mattina del 25 agosto 1944 fu proprio la famiglia De Bortoli a essere quasi del tutto sterminata: ben nove dei suoi componenti – fra cui anche bambini di due, quattro, sei, nove e undici anni – furono uccisi dal “boia di Colonia” in seguito alla feroce rappresaglia nazifascista scatenata dall’intensa attività partigiana. E da due anni è scomparso anche Paolo, che a 7 anni si era salvato assieme alla sorella Gina, di 12, e che non mancava mai all’annuale cerimonia rievocativa. Una sorte così tragica, quella della famiglia veneta, giunta da poco nel paese pedemontano in cerca di lavoro, che ancora oggi suscita grande commozione ricordandone il sacrificio assieme a quello delle altre 24 vittime innocenti. Commozione che era palpabile nella voce del presidente del Consiglio comunale portogruarese, Gastone Mascarin, il quale non ce l’ha fatta leggere il testo preparato per la commemorazione in cimitero, ma ha preferito ricordare il sacrificio di mamma De Bortoli e dei suoi bambini con parole cariche di tristezza e di condanna per quanto accaduto quasi all’apice dell’ultima guerra, auspicando che conflitti di alcun genere non insanguinino più il nostro cammino.

Il vicesindaco e Adriana Geretto.

Concetti che in precedenza – dopo la benedizione alla tomba, da parte di monsignor Rizieri De Tina, e la rievocazione storica dell’assessore Serena Vizzutti – erano stati ribaditi dalla presidente dell’Associazione vittime civili di guerra, Adriana Geretto (presenti associazioni combattentistiche, tra cui Anpi e Apo,  sindaci e amministratori dei Comuni vicini) -, e ripresi a conclusione della cerimonia dal discorso ufficiale del vicesindaco Alessandra Domenighini. “Porto il saluto – ha detto -, da parte dell’Amministrazione comunale di Nimis e del sindaco Gloria Bressani, che oggi non ha potuto essere presente, ai parenti delle vittime, ai rappresentanti della Comunità di Portogruaro, alle Autorità civili e militari e ai concittadini di Torlano che anche oggi, con la sensibilità che ogni anno li contraddistingue, sono qui a ricordare una delle pagine più sanguinose della nostra storia. Porto anche i saluti del Prefetto, dottor Angelo Ciuni, che non ha potuto partecipare alla commemorazione per impegni pregressi e che ha chiesto di rinnovare la sua vicinanza alla comunità di Torlano e ai parenti delle vittime”. E ha poi aggiunto: “Ringrazio per la partecipazione le Amministrazioni comunali di Ruda, Terzo d’Aquileia e Fiumicello-Villa Vicentina che i primi di agosto hanno incontrato il nostro primo cittadino per rinnovare la vicinanza tra le nostre Comunità: molte, infatti, sono state le famiglie dei territori della Bassa friulana che nel 1944 hanno ospitato i bambini di Nimis sopravvissuti all’incendio del 29 settembre che ha devastato il capoluogo del nostro Comune”.

Messa e benedizione della tomba.

“Abbiamo ascoltato la cronaca di quel 25 agosto – ha proseguito il vicesindaco -, la lunga lista di vittime che hanno visto la loro vita spezzata in pochi attimi: la memoria di quell’evento è un libro fatto di tante pagine, di tante storie personali, e di sensibilità diverse, accomunate da un sacrificio subito da chi non doveva subirlo. E’ pensando al futuro che ogni hanno celebriamo questa commemorazione perché la data che ha segnato profondamente la storia di Torlano non sia solo parte del passato ma diventi l’occasione per creare un ponte che attraversando il presente porti ad un futuro dove non ci sia spazio per simili tragedie. Affinché la memoria diventi coscienza collettiva, dobbiamo saper tradurre la storia di quel tempo in uno strumento di lettura della nostra condizione presente, perché la memoria non è un fatto, ma un atto: quello di ricordare!”.
“In questi ultimi mesi – ha concluso l’esponente della Giunta Bressani – siamo stati duramente messi alla prova da una pandemia, da un piccolo virus che improvvisamente e con una forza inaspettata ha messo in ginocchio intere nazioni. Dopo una lotta così dura e purtroppo non ancora vinta, non si può non fermarsi a riflettere su come le distinzioni di colore della pelle, di idee politiche o di religione siano state annullate in un batter d’occhio di fronte a un nemico invisibile che, invece, distinzioni non fa. Ancora oggi, come ogni anno, ci sentiamo di rimarcare con forza che l’odio e l’intolleranza non devono trovare spazio nelle nostre comunità e che solo uniti in uno spirito di pace e collaborazione si possa lavorare ad un futuro prospero e sereno per noi e per le generazioni future”. Tradotto in un concetto di poche parole: è necessario il rispetto delle diversità espresse da tutte le persone e che, se rispettate e valorizzate, rendono attiva e feconda una comunità, come aveva rimarcato don De Tina, responsabile della pastorale di Nimis e Torlano, durante la Messa di suffragio celebrata nella Chiesa di Sant’Antonio da Padova, collegando la sua omelia alle letture epistolari e al brano di Vangelo scelti per la circostanza che, appunto, ricorda uno fra i più efferati episodi della Seconda guerra mondiale. Infatti, soltanto facendo tesoro di queste esortazioni, si eviterà di incorrere in altri tragici errori che potrebbero dischiudere le porte a un terzo conflitto.

Molti i partecipanti alla cerimonia.

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LA RIEVOCAZIONE STORICA

Ecco il testo della rievocazione storica dell’Eccidio di Torlano letto dall’assessore comunale alla Cultura, Serenza Vizzutti:

La mattina del 25 agosto 1944 giunse a Torlano, per un’azione di rappresaglia, una colonna di mezzi corazzati delle SS che si fermò all’ingresso del paese. Secondo quanto era stato predisposto dal Comando Superiore di Trieste, le vittime della rappresaglia dovevano essere quaranta, scelte a caso fra la popolazione. All’arrivo dei tedeschi le famiglie Comelli, De Bortoli e Dri, presagendo qualcosa di grave, si ritirarono in una stalla, ritenendolo il posto più sicuro.
Nuclei di partigiani, appostati sulle colline sopra Torlano, con scariche di mitragliatore ostacolavano l’arrivo dei tedeschi, che con le loro autoblinde, riparate fra le case, rispondevano rabbiosamente al fuoco. Mentre infuriava il combattimento, altri militari tedeschi passavano di casa in casa. Tutte le persone trovate, venivano accompagnate e rinchiuse in una stanza nell’osteria di Giobatta Comelli, ora “Al Paradiso”, dove faceva buona guardia un SS.
Luigi Saracco, sfuggito al rastrellamento, venne visto da un soldato tedesco che, da un centinaio di metri, con un colpo di fucile lo colpì a morte. Intanto, arrivò in motocicletta con il mitra a tracolla il maresciallo delle SS Fritz, detto il “boia di Colonia”, il quale si fermò nel cortile dell’osteria e diede ordine di far uscire, una alla volta, le persone ivi rinchiuse. Con un colpo di pistola le fece stramazzare a terra. A tutti spettò la stessa sorte.
Vuanello Giuseppe di vent’anni, da una finestra, osservò terrorizzato la macabra esecuzione e un’idea fulminea gli venne in mente: approfittando di un attimo di distrazione del boia, con una corsa disperata scappò e scomparve in un vicino campo di granoturco.
Le vittime, ricoperte di paglia e cosparse di benzina, vennero date alle fiamme. Il boia quindi entrò nella casa dove erano rinchiusi il proprietario Comelli Giobatta, la moglie e la figlia: a nulla valsero le loro suppliche, uno alla volta caddero in una pozza di sangue. L’altro figlio Albino che si trovava al piano di sopra, assistette al fatto attraverso le fessure del pavimento. Dopo due anni, dopo essersi confessato, con un colpo di fucile si tolse la vita. A sessanta metri di distanza, nella stalla, si erano rifugiati i membri delle famiglie De Bortoli e Dri. Lo stesso boia consumò il secondo atto della tragedia. Uno ad uno fece uscire dalla stalla gli uomini e nel cortile li uccise a colpi di pistola, assistito da un appartenente alla milizia. Pasqualino De Bortoli riuscì a mettere in salvo Serena Dri, Netto Dri, Paolo De Bortoli e se stesso attraverso una piccola finestra da cui si buttava fuori il letame.
Nella stalla rimasero le mamme, che stringevano al seno le loro creature, piangendo e pregando. Comparve il boia che continuò a sparare finché non ci fu alcun segno di vita. Rivoli di sangue scorsero sul selciato. I carnefici quindi diedero fuoco alla stalla per coprire l’orrendo delitto e tutto diventò un rogo crepitante. Da questo ultimo e terrificante atto riuscì miracolosamente a salvarsi nonna Elia Spironello: poiché i nipotini avevano fame, lei era andata a prendere qualcosa da mangiare e un soldato, forse con un po’ di cuore, l’aveva fatta deviare. Si salvò anche Gina De Bortoli di dodici anni che, dopo aver visto cadere la mamma e i fratellini, si gettò a terra in tempo per non essere colpita. Tra grida e urla disperate gli uccisi le piombavano addosso. Uditi i lamenti della madre sempre più fievoli e con i vestiti in fiamme, con grande coraggio, riuscì a fuggire tra i campi e ad arrivare fino a Ramandolo dove fu soccorsa.
Tre giorni dopo la strage i corpi carbonizzati delle trentatré vittime innocenti furono pietosamente raccolti e, dopo la benedizione del parroco don Marioni, sepolti in una fossa comune nel cortile dell’allora osteria Traunich. Il 15 aprile 1947 con una solenne cerimonia i miseri resti vennero traslati in cimitero.
Questi i nomi delle vittime:
COMELLI GIOBATTA, con moglie LUCIA e la figlia ROSA.
COMELLI GIOVANNI di anni 53, la moglie VIZZUTTI ANNA di anni 46, i figli IDELMA di 22 anni, STEFANO LUIGI di anni 21, RITA di anni 19, VITTORIO di anni 17, LUCIANO di anni 15, BRUNO di anni 11 e GIOVANNA MARIA di anni 3.
DRI RUGGERO di anni 48, la moglie VIZZUTTI LUCIA di anni 39 con i figli TERESA di anni 13 e FERRUCCIO di anni 11.
DE BORTOLI VIRGINIO di anni 64 con i figli SILVANO di anni 21 e ANTONIO di anni 19, la nuora PERLIN SANTA in DE BORTOLI di anni 35 con i figli VILMA di anni 11, ONELIO di anni 9, BRUNA di anni 6, EMMA di anni 4 e LUCIANO di anni 2.
BLASUTO FRANCESCO di anni 72, la figlia ROMILDA di anni 37 con il marito PELLEGRINI GIOVANNI di anni 39.
CUSSIGH GIUSEPPE di anni 27, SOMMARO GELINDO di anni 38, BARAZZA ALFREDO di anni 34, SARACCO LUIGI, PETROSSI VALENTINO.

“Facciamo in modo – ha concluso l’assessore Vizzutti (nella foto) – che il sacrificio di questi nostri fratelli innocenti sia monito e richiamo ad operare per la pace”.

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In copertina, il portogruarese Gastone Mascarin durante il suo commosso saluto in cimitero.

Suor Rosalba è tornata a casa: l’affettuoso abbraccio della sua Nimis

di Giuseppe Longo

NIMIS – Suor Rosalba è tornata a casa, fra la sua gente, che l’ha riabbracciata con commozione e affetto. E ora riposa in quel cimitero che ospita anche le spoglie di suor Luigia Falomo e suor Camilla Bendoni, la madre superiora che l’accolse a Nimis nel 1939, quando vi arrivò diciottenne, prima ancora di prendere i voti nell’Ordine di Maria Bambina. “Adesso è fra le braccia di Dio Padre – ha detto monsignor Rizieri De Tina, durante i funerali celebrati ieri pomeriggio proprio nel camposanto, dopo la veglia nella scuola materna parrocchiale -, ma non credo che vi rimarrà a lungo perché anche lassù si rimetterà a lavorare, come ha sempre fatto per i nostri bambini accompagnando la sua vita di preghiera”. Va infatti detto che suor Rosalba, durante la sua lunga esistenza protrattasi fino alla soglia del secolo, ha applicato alla lettera, al femminile, la regola benedettina “Ora et labora”.

Monsignor Rizieri De Tina…

… e il sindaco Gloria Bressani.

Oltre all’arciprete, ha preso la parola il sindaco Gloria Bressani per esprimere il dolore e la gratitudine di tutta la comunità che ha beneficiato per ben 62 anni della preziosa presenza di suor Rosalba, un sentimento bene riassunto nella motivazione della cittadinanza onoraria che il Comune di Nimis le aveva conferito tre anni fa. C’è purtroppo il rammarico di non averla potuta riavere per l’ultimo scorcio di vita, come lei tanto desiderava, a causa di una serie di circostanze sfavorevoli, non ultima questa emergenza sanitaria, come è emerso anche dalle parole commosse di Antonella Bozzato, che con la suora, per tanti anni, ha avuto il privilegio di un legame speciale, tanto da mantenere costanti contatti anche in questi anni di sofferta lontananza.  “Grazie a lei – ha detto – ogni porta, pur chiusa, si apriva. E, nel suo nome, questo è continuato anche dopo la sua partenza”. Affettuose parole di ricordo anche da parte di Gianni Paganello e Rita Monai. Tutti loro, con altrettanto rammarico e con accenti diversi, hanno tratteggiato la figura di questa piccola, grande suora che rimarrà indelebile nei cuori di quanti l’hanno conosciuta nell’Asilo infantile che monsignor Beniamino Alessio istituì con coraggio mentre infuriava la Grande Guerra. Una scuola materna che suor Rosalba, rientrata a Nimis dopo la parentesi udinese alla Casa dell’Immacolata, ha diretto fino a quando le forze glielo hanno consentito, prima di ritirarsi, con dispiacere, per il meritato riposo richiesto dall’età molto avanzata. E gli occhi li ha chiusi a Bassano del Grappa, assistita dalle consorelle di Casa Gerosa che hanno inviato alla comunità un messaggio di partecipazione al suo cordoglio, fatto proprio anche dalle suore della materna di Fagagna che hanno voluto essere presenti per dirle il loro “mandi”.

Il saluto di Antonella Bozzato.

Adesso suor Rosalba – nata Cepparo, a Casarsa della Delizia, il 19 gennaio 1921 – è dunque tornata finalmente a casa, riaccolta in quella scuola materna che l’ha vista instancabile per oltre sessant’anni. E ora riposa in quella tomba che Nimis ha voluto riservarle per averla sempre con sè. “Perché ci ha tanto amati – aveva detto ancora il parroco all’omelia -, ma anche Nimis le ha voluto bene e ne ha ricambiato l’affetto”.

Suor Rosalba a Bassano in febbraio.

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In copertina, la sorridente immagine di suor Rosalba che accoglieva nell’Asilo dove era stata allestita la camera ardente.

Tanti alpini a Tarcento per l’addio a Guido Coos “Aquila” di Quota Cividale

di Gi Elle

“In Russia, il nostro Guido era stato accolto in un’isba facendosi così benvolere che la coppia che lì viveva, avendo perso l’unico figlio, voleva adottarlo. Ma Guido volle tornare in Friuli per riabbracciare la sua mamma che aveva lasciato in lacrime“. E’ un toccante, e certamente poco noto, episodio rievocato da monsignor Duilio Corgnali, arciprete di Tarcento, durante il funerale del cavalier Guido Coos, reduce di Russia e presidente onorario della Cooperativa agricola di Ramandolo, il paese dove era nato nel 1921.

La cerimonia d’addio è avvenuta in un duomo gremito, presenti molte penne nere, in armi e in congedo, tanto che il celebrante – che aveva a fianco il pievano di Nimis, monsignor Rizieri De Tina – ha cominciato il rito dicendo: “Ma questa è una festa di alpini!”. D’addio, però, all’anziano ex combattente che se ne è andato poche settimane dopo la sua inseparabile e amata Mirella. E con i tanti di Tarcento, Nimis, Ramandolo e non solo – che si sono stretti attorno alle figlie Sonia e Sabrina – c’era anche il sindaco Mauro Steccati, in rappresentanza di tutta la cittadinanza che ha salutato l’ “Aquila” di Quota Cividale.

Il cavalier Guido Coos.

Don Corgnali ha avuto parole di elogio e sensibilità verso gli alpini sempre in prima linea anche in tempo di pace. “Don Rizieri – ha confidato – mi ha detto: chiedi agli alpini se si sentono più cristiani o alpini. E la risposta – ha sottolineato il parroco – ce la dà subito il Vangelo che abbiamo appena letto”. Il brano era quello di Matteo in cui Gesù, al momento del giudizio finale, sentenzia: avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, e così via. “Ebbene – ha osservato l’arciprete – gli alpini fanno tutto questo, interpretando alla lettera la Parola di Dio. E Guido era uno di loro perché si è sempre prodigato per aiutare tutti”. Attraverso le associazioni dei reduci di Russia e l’appassionato sostegno ai viticoltori della sua Ramandolo, impegni che ha onorato fino a quando le forze lo hanno sorretto.

Un momento del rito: suona la tromba.

Il rito, scandito anche dalle Preghiere dell’Alpino e dell’Ex Combattente e Reduce, oltre che dai suggestivi interventi della tromba alla consacrazione e al momento del commiato, ha visto infine portare un saluto affettuoso all’amico “andato avanti” anche Guido Aviani a nome proprio del glorioso Battaglione Cividale. Il quale ha raccontato come il reduce della Campagna di Russia, in cui persero la vita tanti ragazzi friulani, avesse deciso soltanto in tarda età di raccogliere con un paziente e meticoloso lavoro le sue memorie in tanti preziosi scritti. E ha concluso con voce tonante: “Alpino Guido Coos del Battaglione Cividale. Presente!”. Era l’ultimo “mandi” a uno dei sicuramente pochissimi testimoni ormai rimasti di Quota Cividale, una fra le pagine più importanti, ma anche più dolorose, di quella tragica esperienza nella steppa in cui ghiaccio e neve regnano incontrastati. E il Tempio di Cargnacco testimonia quanti non siano tornati, se non in una cassetta di miseri resti.

La messa e l’uscita del feretro.

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In copertina, monsignor Corgnali accompagna la salma all’esterno della chiesa arcipretale.