A Nimis l’ultimo saluto a Maria Grassi deportata nei Lager assieme alla madre

di Giuseppe Longo

NIMIS – Aveva conosciuto la tremenda esperienza dei campi di concentramento in Germania ad appena quindici anni dove era stata deportata con la madre. Ma, a differenza di tanti altri compaesani, pure catturati in giovane età, ebbe la fortuna di ritornare e riabbracciare i suoi cari. E ieri, proprio per ricordare questa durissima esperienza nei Lager, sul feretro di Maria Grassi, spentasi a 95 anni, era stato deposto il fazzoletto tricolore con il simbolo degli ex internati. Lo stesso che lei portava con orgoglio e gratitudine per essere ritornata nella sua Nimis e che esibiva sempre alle cerimonie commemorative che la sezione presieduta dal commendator Bruno Fabretti, scomparso proprio in una giornata di luglio di un anno fa, collaborava a organizzare assieme alla civica amministrazione per ricordare l’incendio nazista del 29 settembre 1944, le vittime di quel tragico passato e, appunto, della deportazione.
In un caldissimo pomeriggio – simile a quello che, appunto, nel 2023 vide l’addio al suo presidente quasi centenario -, Nimis le ha dato l’ultimo saluto, durante il funerale celebrato nel Duomo di Santo Stefano da monsignor Rizieri De Tina. All’omelia, il sacerdote ha attinto alla pagina del Vangelo di Matteo appena letta, quella delle Beatitudini, per inquadrare la vita di Maria e per sottolineare il suo passaggio all’altra dimensione, quella dell’eternità. Al termine delle esequie, sul sagrato della comparrocchiale, è seguito l’ultimo omaggio con la benedizione della salma. Tutti si sono stretti attorno alle figlie Milena, Dolores, Isabella e Sabrina, oltre che ai generi, nipoti e pronipoti, dicendo “mandi” a una delle ultime superstiti della deportazione.

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In copertina, Maria Grassi scomparsa a 95 anni; all’interno, i funerale e il feretro con il fazzoletto tricolore degli ex internati.

 

 

Da domani nell’antica Pieve di Nimis grande mostra con i quadri di Tita Gori e le opere degli artisti friulani del Cfap

di Giuseppe Longo

Conto alla rovescia, a Nimis, per la mostra delle grandi opere su tela di Tita Gori allestita nell’antica Pieve dei Santi Gervasio e Protasio, che sorge proprio vicinissima alla casa dell’artista (1870-1941), il quale fu incaricato dalla Parrocchia di integrare le pitture interne nelle aree sprovviste di affreschi antichi. Come già annunciato, saranno esposti otto quadri a olio di grandi dimensioni che furono presi in custodia all’indomani del terremoto di 48 anni fa dal figlio Ottone: erano esposti nella sacrestia della Chiesa di Santo Stefano, in Centa, e nell’Asilo infantile, edifici entrambi danneggiati da quelle scosse indimenticabili, ma che finirono irrimediabilmente travolti dall’opera demolitrice della pala meccanica. E nella comparrocchiale c’era, purtroppo, il più vasto ciclo pittorico dell’artista scomparso 83 anni fa.


Gli otto quadri sistemati su appositi supporti si “fonderanno” pertanto con gli affreschi di Tita Gori che si possono ammirare nei tre archi a sesto acuto della Chiesa e nel presbiterio regalando una meravigliosa immagine a quanti entreranno nello storico luogo sacro, le cui origini affondano nel VI secolo dopo Cristo, quando venne costruito un tempietto che via via si è evoluto fino a essere dotato del bellissimo campanile e a raggiungere le dimensioni attuali. Una iniziativa che la Parrocchia di Nimis – alla quale i discendenti dell’artista hanno deciso di riaffidare le otto opere che le appartenevano – ha opportunamente scelto di collocare a cavallo del giorno in cui ricorre la memoria dei Santi Gervasio e Protasio (19 giugno) protettori di Nimis, anche se la festa patronale vera e propria viene fatta tradizionalmente coincidere con la festività mariana dell’8 settembre celebrata a Madonna delle Pianelle.
In questa importante occasione gli otto dipinti tornano, dunque, a essere fruibili alla comunità nimense e a tutti coloro che amano l’arte. La inaugurazione della mostra è fissata per domani pomeriggio, alle 17.30, con l’intervento del parroco, monsignor Rizieri De Tina, del commissario del Comune di Nimis, Giuseppe Mareschi, del presidente del Centro friulano arti plastiche, Bernardino Pittino, e dell’esperta in beni culturali, Francesca Totaro, discendente di Tita Gori. Il Cfap di Udine ha infatti collaborato nell’allestimento della mostra, grazie all’interessamento dei coniugi Paganello, tanto che pure alcuni suoi artisti associati esporranno in questa occasione proponendo opere che rileggono, in chiave contemporanea, i tratti e il messaggio di Tita Gori: Adriana Bassi, Marisa Cignolini, Catia Maria Liani, Luigi Loppi, Rinaldo Railz e lo stesso Bernardino Pittino.
Una curiosità molto interessante: l’architetto Bernardino Pittino è figlio di Fred Pittino, il grande artista friulano nativo di Dogna che realizzò il mosaico, nella stessa Chiesa matrice all’epoca dei generali restauri dei primi anni Sessanta, con la raffigurazione dei Santi Gervasio e Protasio, della Madonna con Bambino e altri Santi, opera richiesta dopo la rimozione del vecchio altare (sostituito con l’attuale, semplice come richiesto dalla liturgia post-conciliare), ma che non evitò di dover sacrificare un affresco dello stesso Tita Gori che raffigurava il Trionfo dell’Agnello. Della pittura dell’artista di Nimis parlerà poi lunedì 17 giugno, alle 20.30, Alessio Geretti, sacerdote esperto d’arte divenuto famoso per le meravigliose mostre di Illegio. La sua sarà una vera e propria “lectio magistralis” dedicata alla figura e al messaggio che con la sua opera volle lasciarci Tita Gori.

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In copertina, una immagine di Tita Gori e all’interna una vecchia foto della Pieve di Nimis come la vedeva lo stesso artista che era nato all’ombra del suo campanile.

Nimis, quegli otto dipinti di Tita Gori salvati nella Chiesa di Centa e nell’Asilo dal figlio Ottone dopo il terremoto

di Giuseppe Longo

Da bambino ero uno dei tanti chierichetti di Nimis che riempivano il presbiterio della indimenticabile Chiesa di Santo Stefano in Centa. E pressoché tutta la mia esperienza di servizio all’altare, nata oltre sessant’anni fa quando ogni Messa in latino cominciava con “Introibo ad altare Dei…”, avvenne durante il plebanato di monsignor Eugenio Lovo, ma era cominciata già alla fine di quello di monsignor Beniamino Alessio, il grande arciprete mancato nel 1962. Io di borgo Valle frequentavo soprattutto l’amata comparrocchiale, perché nell’antica Pieve dei Santi Gervasio e Protasio, oltre il “puint dal plevan” sul Cornappo,  si celebravano soltanto i riti solenni delle grandi festività: era Santo Stefano, infatti, la vera Chiesa intorno alla quale ruotava tutta la vita cristiana del paese.

E quando servivo Messa in Centa il mio sguardo veniva rapito dai grandiosi affreschi che abbellivano il “cielo” della Chiesa e che si fondevano armoniosamente con il monumentale altare del Meyring che oggi ammiriamo in Duomo, ma non più con quell’effetto scenografico che le meravigliose statue arrivate da Venezia a Porto Nogaro sui barconi, e poi portate a Nimis con carri trainati dai buoi, solo là potevano esprimere. E quando, finite le celebrazioni, si tornava in sacrestia la svestizione dei “zaguz” avveniva tra grandi quadri ad olio che richiamavano gli affreschi della navata, perché opera della stessa mano: anche quelli erano stati dipinti da Giovanni Battista “Tita” Gori, l’artista nato nel 1870 sotto il campanile della vetusta Matrice e morto nel 1941, ancora in età relativamente giovane per l’epoca, ma con la fortuna di non aver visto il paese incendiato appena tre anni dopo.
Il vasto ciclo di affreschi di Santo Stefano, purtroppo, è andato distrutto completamente poche settimane dopo il terremoto del 1976, quando forse troppo frettolosamente – ma, si sa, ogni scelta è “figlia” del suo tempo! – si decise, pur con dolore, di radere al suolo lo storico edificio danneggiato, al fine di eliminare ogni possibile fonte di pericolo. Per fortuna vennero salvati, invece, i dipinti della sacrestia, ma anche dell’Asilo infantile (pure demolito!): l’opera la dobbiamo a Ottone Gori, figlio dell’artista, che provvide a sue spese anche al loro restauro. Venendo dunque all’oggi i figli Caterina e Giancarlo, nipoti di Tita, hanno deciso di riaffidarli alla Chiesa di Nimis che, con monsignor Rizieri De Tina, prima di dare agli otto quadri una sistemazione definitiva, ha deciso di esporli per una settimana all’ammirazione dei fedeli e di tutti coloro che amano l’arte sacra nella Chiesa matrice, che pure conserva preziosi affreschi dell’artista di San Gervasio che integrano i cicli antichi, in prossimità della ricorrenza dei Patroni che il calendario ricorda il 19 giugno: la Parrocchia, per fare questo, ha beneficiato della preziosa collaborazione di Gianni Paganello e della moglie Adriana, esperta d’arte.

Tita Gori


Così nella Pieve verrà allestita una mostra con tutti i quadri che oggi sono rimasti a testimoniarci l’arte di Tita Gori – «interprete e cantore di una religiosità popolare e autore di riletture evangeliche calate in una dimensione realistica legata all’esperienza locale», aveva scritto il giornalista e critico d’arte Licio Damiani, al quale il Comune di Nimis aveva affidato la realizzazione di un libro in occasione dei 50 anni della morte del pittore che ricorrevano nel 1991: il suo titolo “Tita Gori e i giardini del Paradiso” – e che sarà inaugurata sabato prossimo alle 17.30, presenti anche il commissario Giuseppe Mareschi, i discendenti dell’artista, in particolare Francesca Totaro, laureata in beni culturali, che illustrerà l’arte del trisnonno, e l’architetto Bernardino Pittino, presidente del Centro friulano arti plastiche. Di Tita Gori e della sua arte parlerà poi lunedì 17 giugno anche don Alessio Geretti, il sacerdote divenuto famoso per essere l’ideatore e il curatore delle meravigliose mostre di Illegio: la sua lectio magistralis s’intitola “Il mistero semplice. Un Cristo di cielo tra gente di terra nella pittura di Tita Gori”. La mostra resterà allestita fino a domenica 23 giugno quando saranno festeggiati i Santi Gervasio e Protasio. Ma su tutto questo avremo occasione di ritornare anche nei prossimi giorni. Per ora era prioritario sottolineare l’importanza dell’iniziativa presa dalla Parrocchia con il patrocinio del Comune di Nimis per rendere omaggio a un artista che ha lasciato tanto in Friuli, e pure all’estero, ma soprattutto al suo paese. L’opera più vasta, come detto, non c’è più da ben 48 anni, ma abbiamo almeno questi bellissimi quadri salvati dal figlio Ottone, alla cui memoria dobbiamo essere grati. Conserviamoli ora come gemme preziose!

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In copertina e all’interno i dipinti a olio di Tita Gori: le foto sono tratte dal libro “Nimis un calvario nei secoli” del compianto commendator Bruno Fabretti.

 

L’Afds di Nimis in festa a Torlano con i suoi donatori benemeriti. Flora: i prelievi ora stanno ritornando al pre-Covid

di Giuseppe Longo

NIMIS – Il dono del sangue in Friuli sta rapidamente tornando ai livelli del 2019, cioè all’anno precedente allo scoppio dell’emergenza sanitaria dovuta al Coronavirus o Covid, due parole che sono rimaste stampate nella nostra memoria assieme alla difficile esperienza che tutti siamo stati costretti a vivere. Nell’anno passato ci sono state, infatti, mille donazioni in più rispetto a quello precedente e soltanto con le due autoemoteche si sono potuti raccogliere ben 7.600 prelievi, anche perché questi importanti mezzi sono tornati nelle aziende dove appunto erano mancati durante il periodo pandemico. Sono alcuni dati importanti che ha esposto, con soddisfazione, il presidente provinciale dell’Afds, Roberto Flora, durante la Giornata del dono celebrata dalla sezione di Nimis a Torlano a conclusione dei tradizionali festeggiamenti pasquali.

Una bella festa che ha seguito quella organizzata, appena lo scorso settembre, sul Prato delle Pianelle durante la storica sagra e che si è svolta interamente all’interno della Chiesa parrocchiale di Sant’Antonio di Padova. Tutto è cominciato infatti con la Messa celebrata da monsignor Rizieri De Tina e resa ancora più bella e partecipata dal Coro di Cortale. Belle le parole che il celebrante ha detto all’omelia, quando ha paragonato il dono del sangue al sacrificio di Cristo per la salvezza dell’umanità. «Voi – ha sottolineato don Rizieri – quando vi adagiate sul lettino per i prelievi siete l’immagine vivente di Gesù perché donate una parte di voi stessi a chi ha bisogno di aiuto».

Al termine del rito, che ha visto la partecipazione di numerose sezioni dell’Alto Torre con i loro labari, è seguita una breve ma sentita cerimonia. È stato proprio il rappresentante di zona, Ivo Anastasino, ad aprire gli interventi, dopo il saluto del presidente locale Danilo Gervasi, cedendo quindi la parola al presidente provinciale Flora, la cui presenza, non annunciata, è stata ancora più gradita, perché ha sottolineato quanto la sede centrale di Udine tenga in considerazione l’impegno delle sezioni periferiche. E quella di Nimis è sicuramente una fra le più attive ed esemplari: lo dimostrano i donatori applauditi al termine dei vari interventi, a cominciare da Valter Dordolo che ha meritato la targa d’argento con pellicano d’oro per 75 prelievi, Luigi Bertolla premiato con il distintivo d’argento, Francesco Spagnol, Laura Manzocco, Alessandra Maracchini, Marco Bertoni e Giovanni Balzano con il distintivo di bronzo, e Mara Iuri con il diploma di benemerenza. A loro è andato il grazie dell’intera comunità con l’augurio che possano essere sempre così disponibili all’interno della sezione Afds di Nimis. Al termine, donatori e dirigenti si sono ritrovati nell’area dei festeggiamenti per il tradizionale convivio che ha suggellato la manifestazione perfettamente riuscita, anche grazie al ritorno del bel tempo.

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In copertina, foto ricordo delle sezioni Alto Torre con i dirigenti Afds; all’interno, immagini della Messa e  della cerimonia con gli interventi di monsignor De Tina, Roberto Flora, Ivo Anastasino e Danilo Gervasi; quindi, le premiazioni di alcuni benemeriti (Valter Dordolo, Alessandra Maracchini e Luigi Bertolla) e il Coro di Cortale.

“Mandi” ad Alessandro Comelli a Nimis tra le suggestioni di Signore delle Cime e della Preghiera dell’Alpino

di Giuseppe Longo

NIMIS – “Su nel Paradiso lascialo andare per le tue montagne”: è la commovente invocazione a Dio e alla Madonna che si ripete due volte in “Signore delle Cime”, il canto-preghiera di Bepi De Marzi che Sandro Comelli tanto amava. E i suoi amici cantori hanno voluto dedicarglielo prima che il suo feretro venisse deposto nella cappella di famiglia, dove riposano i genitori e gli altri parenti, fra i quali l’avvocato Antonio, l’indimenticabile presidente della ricostruzione post-sismica. Ma prima ancora, appena terminato il rito di commiato, Gianni Paganello aveva letto la “Preghiera dell’Alpino”, tra i gagliardetti alzati del Gruppo di Nimis, che l’ha avuto per tanti anni guida capace e appassionata, e di quelli dei paesi vicini. Sì, perché Sandro, oltre che bravissimo vignaiolo – esemplare l’azienda vitivinicola e agrituristica “I Comelli” creata assieme ai tre figli che ora dovranno portarla avanti senza la, sempre ascoltata, parola del padre – era anche un “grande” alpino, corpo del quale incarnava e difendeva gli ideali.


Si sono conclusi così, tra queste suggestioni, i funerali di Alessandro Comelli – scomparso a 78 anni in seguito all’aggravarsi delle condizioni di salute -, ai quali ha partecipato una vera e propria folla, nonostante la giornata feriale, per dirgli il suo “mandi”: c’era anche il sindaco Giorgio Bertolla. Gremito il pur ampio Duomo di Santo Stefano, con tantissime persone venute da tutto il Friuli – come al Rosario della sera precedente – per salutare l’uomo gentile e generoso. «Buono», come l’ha definito monsignor Rizieri De Tina durante la predica, dopo la pagina del Vangelo di Matteo letta dal diacono Diego Mansutti, amico di vecchissima data. «E oggi Sandro – ha detto l’arciprete – lascia un vuoto nel nostro paese, che noi stessi siamo chiamati a colmare animati dal suo esempio». Il celebrante ha sottolineato i valori che hanno contraddistinto la vita del defunto, ma ha focalizzato l’attenzione soprattutto sul suo attaccamento alla famiglia – la moglie Livia e i figli Paolo, Francesco ed Enrico – che ha tanto amato. «Un vero esempio – ha sottolineato don Rizieri – in quest’epoca che vede la famiglia in grande crisi». E ha aggiunto: «Questa non è una cerimonia triste, ma una festa sottolineata anche dal colore bianco che indosso durante la Messa».
Al termine della Messa e delle esequie, un lungo corteo ha accompagnato la salma in cimitero. E toccante è stato il saluto dei “suoi” alpini e degli amici cantori che, diretti da Serena Vizzutti, hanno appunto eseguito con emozione lo struggente “Signore delle Cime” ricordando i tempi, ormai tanti anni fa, in cui anche Sandro cantava a Nimis, in quella “Corâl des Planelis” che ormai è rimasta soltanto un piacevole ricordo. Sullo sfondo le montagne illuminate da un sole meraviglioso, quelle che piacevano tanto a Sandro.

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In copertina, l’omaggio dei gagliardetti degli alpini alla salma di Sandro Comelli che esce dal Duomo; all’interno, un momento della Messa durante la predica di monsignor De Tina e il saluto in cimitero.

Nimis, il ricordo dell’incendio ’44 e delle vittime dei Lager: anche da Lannach un omaggio alla memoria di Bruno Fabretti

di Giuseppe Longo

NIMIS – Un’assenza avvertita da molti, quest’anno, alla commemorazione del 29 settembre 1944, la incancellabile data in cui Nimis, per rappresaglia, fu data alle fiamme e che segnò la deportazione di tanti suoi figli, molti dei quali non fecero ritorno dai Lager. Bruno Fabretti riuscì invece a rivedere i propri cari e da allora decise di trasformare la sua vita in un continuo, ininterrotto messaggio di testimonianza per raccontare a tutti, soprattutto ai più giovani, l’orrore di quella drammatica esperienza.

Il discorso e la cerimonia al monumento.

Ma alla cerimonia di venerdì mattina, prima nel Duomo di Santo Stefano e poi nell’attiguo Parco delle Rimembranze dinanzi al monumento ai Caduti di tutte le guerre e a quello dedicato alle vittime dei campi di concentramento, mancava proprio lui, che si è spento alla soglia dei cent’anni a metà luglio. Tuttavia, il commendator Fabretti era idealmente presente con due dei suoi figli, Anna e Giuseppe, ma anche attraverso le grate parole che ha dedicato al suo ricordo il sindaco Giorgio Bertolla e grazie al pensiero che ha avuto per l’amico di Nimis la comunità di Lannach con il suo borgomastro Josef Niggas. Dalla cittadina stiriana – gemellata nel nome di Rodolfo Zilli, artista di Nimis lassù emigrato fin da ragazzino – è giunto infatti, graditissimo, un cero con l’immagine proprio di Bruno Fabretti che è stato deposto dinanzi al cippo dei morti nei Lager che l’ex internato più conosciuto del Friuli volle realizzare nell’ormai lontano 1989, quarantacinque anni dopo le tragedie della seconda guerra mondiale scatenate dalla furia nazifascista per soffocare la fervente attività partigiana.

Messa, corteo e campana di Centa.


Come sempre, la giornata rievocativa è cominciata con la Messa di suffragio nella Chiesa comparrocchiale. «Non esiste una guerra giusta», ha ammonito monsignor Rizieri De Tina prendendo spunto dalla famosa pagina del Vangelo di Matteo in cui si parla di “occhio per occhio…” e facendo riferimento a quanto continua ad accadere nel mondo, a cominciare dalla nostra Europa. E poi ricollegandosi ai confini evocati da un pannello realizzato dai bambini, e posto dinanzi all’altare, l’arciprete ha messo in guardia contro le divisioni che creano sentimenti di rancore e di odio, fino a portare a conseguenze molto pericolose, spesso tragiche.

I figli di Fabretti  e bambini al cippo.

Al termine, la cerimonia civile dinanzi ai monumenti, nella quale si sono aggiunte anche le scolaresche proprio perché nei più giovani, come ha lungamente insegnato Bruno Fabretti, deve germogliare il sentimento di amicizia, concordia e pace. Dinanzi a rappresentanze delle forze dell’ordine, dei Comuni vicini e delle associazioni combattentistiche e d’arma – tra gli altri, c’era il presidente di Apo Friuli, Roberto Volpetti -, il sindaco Bertolla ha tenuto il discorso commemorativo, partendo da una breve rievocazione storica di quel 29 settembre e dei giorni che lo precedettero. «Come avevo detto a Torlano il 25 agosto – ha affermato il primo cittadino – ricordare vuol dire riportare nel cuore, quindi interiorizzare un concetto che ci permette di vivere pienamente ciò che rappresenta, diventando noi stessi esempio di pace con il nostro operato. È quindi compito nostro, e non di altri, agire in prima persona per mantenere la nostra esistenza in una situazione di concordia e di pace». Quello che aveva sempre perorato proprio il commendator Fabretti. «A lui dobbiamo riconoscere – ha infatti sottolineato Bertolla – che per molti anni ci ha ricordato e testimoniato questi tremendi fatti accaduti al nostro paese e ai nostri concittadini. Con la sua instancabile testimonianza, Bruno ha fino all’ultimo cercato di sensibilizzare le nostre coscienze affinché ci impegnassimo a non smettere di adoperarci per mantenere la pace».
Quindi il vicesindaco Sergio Bonfini ha letto i nomi delle vittime dei campi di concentramento, tutti scritti su una lapide accanto al cippo che le ricorda, e a ognuno di essi è stato dedicato un rintocco dell’unica campana della Chiesa di Centa risparmiata dal terremoto del 1976. Un ricordo intenso e sentito, anche se la partecipazione popolare è purtroppo sempre più esigua, che assumerà ancora maggior valore nel 2024 quando ricorrerà l’80° anniversario di quei tristissimi fatti. E ricordarli adeguatamente è proprio il lascito che ci ha affidato Bruno Fabretti.

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In copertina, il cero inviato da Lannach con l’immagine dell’ex internato Bruno Fabretti.

Donatori di sangue in festa a Nimis: “goccia d’oro” a Ermanna Comelli

di Giuseppe Longo

NIMIS – Ottanta donazioni, un traguardo davvero importante, tanto da meritare il massimo riconoscimento dell’Afds, quello della “goccia d’oro”: ed è il premio che ha meritato Ermanna Comelli, già presidente della locale sezione, durante la Festa del donatore di sangue che si è tenuta a Nimis, sul prato delle Pianelle, nell’ultima giornata dell’Antighe Sagre des Campanelis.

Ermanna Comelli

Sara Vezzaro

L’annuale giornata del Dono è cominciata con la Messa celebrata nel Santuario da monsignor Rizieri De Tina, che per l’occasione ha indossato paramenti rossi come il sangue, proprio per dare significato alla festa e al gesto di altruismo che compiono i donatori a beneficio di quanti hanno bisogno di ricevere quel plasma prezioso. che spesso si rivela salvavita. Al termine del rito, dopo un saluto del presidente Danilo Gervasi e del sindaco Giorgio Bertolla – i quali, richiamandosi anche alle parole del celebrante, hanno sottolineato il valore del dono del sangue -, è seguito l’intervento conclusivo del consigliere provinciale Ivo Anastasino, quale rappresentante della zona Alto Torre, incarico che pure chi scrive si è sentito onorato di ricoprire una trentina di anni fa. Quindi la premiazione dei donatori più generosi.

Don Rizieri De Tina


Oltre al massimo riconoscimento di cui si è detto, sono stati annunciati tre distintivi d’oro per 50 donazioni ad Alessandro Antoniutti, Aldo Attimis e Francesco Comelli; tre d’argento a Giuseppe Comelli, Enrico Comelli e Dolores Canciani; due di bronzo a Kristian Comelli e Matteo Zaban. Questi, invece, i donatori che hanno ricevuto il diploma di benemerenza per venticinque prelievi: Simone Comelli, Sonia Picogna, Christian Pellarini, Vanessa Cussigh, Giada Cormons, Veronica Minati e Sara Vezzaro.

Aldo Attimis

Giuseppe Comelli

Conclusa la cerimonia, foto ricordo con tutte le sezioni consorelle intervenute con i labari dinanzi all’affresco di Giacomo Monai che racconta l’Apparizione della Madonna, sotto il pronao della Chiesa, prima di raccogliersi tutti alle tavolate allestite nel tendone dei festeggiamenti per il pranzo sociale che ha concluso veramente in bellezza la sentita e partecipata cerimonia, dandosi appuntamento al prossimo anno, alla 508ma edizione dell’antichissima sagra settembrina.

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In copertina, le sezioni Afds intervenute con i propri labari alla Festa del Dono a Nimis al Santuario delle Pianelle.

Vittime civili di guerra a Torlano: onoreremo queste 33 vittime insegnando ai giovani la cultura della pace

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Basta con le follie della guerra. Faremo presto un laboratorio per insegnare ai giovani la cultura della pace».  L’annuncio, molto bello e importante, l’ha dato ieri mattina, alla commemorazione dell’Eccidio di Torlano e delle 33 vittime innocenti della ferocia nazifascista, la rappresentante delle Famiglie vittime civili di guerra, Adriana Geretto, che non manca mai all’annuale cerimonia indetta dal Comune di Nimis. «Anche perché – ha osservato -, come diceva Maria Montessori, tutti parlano di pace, ma nessuno fa nulla per farla affermare».

Presente una folta rappresentanza di Portogruaro, la città veneta dalla quale proveniva la famiglia De Bortoli, letteralmente distrutta – ben nove morti! – nel fatto di sangue messo in atto la mattina del 25 agosto 1944 quale rappresaglia all’uccisione di un ufficiale tedesco: era molto attiva, infatti, in quei giorni l’azione di contrasto agli invasori da parte dei partigiani. Ma anche numerose autorità – sindaci e amministratori dei Comuni vicini, tra cui Povoletto e Tavagnacco, e pure della più lontana Ruda -, rappresentanti delle forze dell’ordine e delle associazioni combattentistiche e d’arma. Per la Partigiani Osoppo c’era il presidente Roberto Volpetti.
Deposte le corone d’alloro e gli omaggi floreali sul sacello che custodisce i resti di quelle povere vittime – molte donne con i loro figlioletti -, monsignor Rizieri De Tina, che in precedenza aveva celebrato la Messa di suffragio nella Chiesa parrocchiale di Sant’Antonio di Padova, ha benedetto la tomba, lasciando poi la parola a un giovane del luogo che ha letto l’agghiacciante cronaca di quella indimenticabile mattinata di 79 anni fa. Quindi, oltre alla citata rappresentante delle Famiglie vittime civili, ha parlato il sindaco Giorgio Bertolla, il quale non poteva esimersi dal fare un collegamento tra la Seconda guerra mondiale, che seminò tanti lutti e distruzioni non solo a Torlano ma in tutto il Comune di Nimis, e quanto da oltre unn anno e mezzo sta avvenendo in Ucraina a causa del conflitto scatenato dalla Russia. Bertolla ha dato lettura anche del messaggio inviato dal commissario del Comune di Portogruaro, Iginio Olita, cedendo poi il microfono al consigliere regionale Edy Morandini che ha portato l’adesione dell’Assemblea di piazza Oberdan alla importante cerimonia che – ha sottolineato – ha il significato di tenere desta l’attenzione su questi crimini del passato affinché aiuti, ognuno nel proprio piccolo, a lavorare per la pace. Proprio come aveva esortato all’omelia don De Tina, il quale a commento dell’appropriata pagina del Vangelo, appena letta, ha raccontato anche due significative esperienze vissute nel 2019 a Leopoli, in Ucraina – quindi ben prima dello scoppio della guerra -, e pochi giorni fa in Romania, all’incontro religioso di Timisoara. Un ricordo, dunque, che non verrà mai meno, tanto che il primo cittadino di Nimis ha dato già appuntamento alla commemorazione dell’ottantesimo anniversario dell’Eccidio, il 25 agosto 2024.

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In copertina e all’interno, alcune immagini della cerimonia: l’intervento di Adriana Geretto, la Messa nella parrocchiale, il saluto del sindaco Bertolla e del consigliere regionale Morandini, autorità, il giovane che legge la cronistoria, labari e gagliardetti schierati.

Solo perdonando può esserci la pace ripeteva l’ex internato Bruno Fabretti: allora sì che “la vita è bella”

di Giuseppe Longo

NIMIS – L’omaggio alla memoria di Bruno Fabretti, sul sagrato, si era appena concluso che dall’interno del Duomo di Santo Stefano giungevano le famosissime note di “La vita è bella”, la colonna sonora che Nicola Piovani scrisse nel 1997 per l’omonimo, pluripremiato film sugli orrori della guerra di Roberto Benigni. Le suonava all’organo il maestro Fabio Canciani interpretando il desiderio che l’ex internato di Nimis aveva espresso, pianificando tutto il rito del commiato, prima di chiudere la sua lunghissima “giornata”, arrivata alla soglia del secolo. Sì, perché il commendator Fabretti, pur avendo tanto sofferto nei campi di concentramento nazisti (Dachau, Neuengamme, Bergen Belsen, Buchenwald), mentre il suo paese veniva dato alle fiamme, aveva avuto la fortuna di ritornare a casa, tra i propri affetti, vivendo appunto “una vita bella” grazie alla pace, alla libertà, alla democrazia, al benessere di cui anch’egli ha potuto fruire dopo le tragedie della Seconda guerra mondiale. Una stagione di speranza e di progresso, alimentata non dall’odio per quanto accaduto, bensì dal perdono. Un concetto che, nel 1989, aveva voluto fosse scritto anche sulla lapide del semplice cippo dedicato alle vittime dei Lager che la sezione ex internati di Nimis, da lui presieduta, realizzò accanto al monumento ai Caduti nel parco delle rimembranze: “Ricordare perdonando perché viva la pace”.

E sul perdono, di fronte a una comparrocchiale gremita – presenti diversi sindaci della zona, con fascia tricolore, assieme al primo cittadino locale Giorgio Bertolla, ad autorità militari, rappresentanze d’arma e combattentistiche -, che si è stretta accanto alla moglie ultranovantenne e ai figli, ha incentrato la sua predica anche monsignor Rizieri De Tina. Attingendo alla pagina del Vangelo di Matteo che parla delle Beatitudini, l’arciprete ha infatti sottolineato che non ci può essere pace senza perdono. Un valore irrinunciabile in cui – ha detto – ha sempre creduto anche Bruno Fabretti, trasmettendolo a migliaia di giovani che ha incontrato in centinaia di scuole e vivendolo intensamente anche nella propria comunità che molto amava e che ha raccontato con le sue fotografie e i suoi libri.
Al termine della Messa di suffragio e delle esequie, la benedizione finale alla salma è avvenuta ai piedi della scalinata del Duomo. Dopo le ultime preghiere del celebrante, ha preso la parola una delle figlie per esprimere un grazie per le tantissime attestazioni di cordoglio ricevute e per la grande partecipazione da tutto il Friuli al funerale, ma anche il rimpianto per non poter festeggiare il centesimo compleanno, il prossimo 15 settembre, data alla quale la famiglia si stava preparando con emozione. Accorate e piene di gratitudine anche le parole che ha voluto esprimere un rappresentante dell’Associazione nazionale ex internati, per l’esempio che il defunto nella sua lunga esistenza ha saputo trasmettere alle nuove generazioni, affinché orrori del genere non abbiano a ripetersi. Hanno concluso gli interventi le espressioni di gratitudine di un anziano parente e le testimonianze di affetto che due giovani nipoti hanno voluto esprimere al nonno.

Prima di loro, aderendo molto volentieri all’invito della famiglia e in particolare della moglie Licia, ho preso la parola anch’io per leggere l’ultimo discorso che l’ex internato aveva pronunciato il 29 settembre di due anni fa, novantasettenne, durante l’annuale commemorazione dinanzi al monumento ai Caduti e a quello che ricorda i morti di Nimis nei campi di concentramento: «Siamo qui oggi – aveva detto allora Fabretti – per ricordare tutti i Caduti per la Patria, ma in particolare i miei compaesani che con gli occhi rivolti al cielo – nei Lager nazisti – imploravano la morte di fronte alle atrocità che subivano. Sono rimasti lassù, senza una tomba che li ricordi, senza la possibilità di portar loro un fiore, una preghiera. Ma essi oggi sono qui con noi, anche se le loro ceneri restano nei verdi campi tedeschi. Li ricordiamo qui oggi, come ogni anno, assieme a tanti altri Caduti – le vittime dell’Eccidio di Torlano, quelle di Nimis del bombardamento tedesco, i partigiani, i morti di Cergneu – e con essi ricordiamo le tristi giornate della distruzione delle nostre case. Li ricorderemo qui ogni anno – con questa cerimonia semplice, ma significativa – per fare memoria nel tempo del loro sacrificio, ma anche perdonare i loro aguzzini. Con un rintocco della nostra campana nomineremo ognuno, affinché il loro ricordo viva fra noi per sempre».
Un discorso che, come appare evidente, è anche un testamento morale, un lascito a noi tutti a non dimenticarci mai di coloro che hanno donato la vita per la libertà. A ricordarci di loro ogni anno nelle nostre cerimonie commemorative, a cominciare da quella del 29 settembre che rievoca la distruzione di Nimis avvenuta nel 1944. Ed è quello che Nimis continuerà a fare proprio nel ricordo di Bruno Fabretti. Il suo esempio di «operatore di pace» – come l’aveva definito in Chiesa il parroco – non andrà disperso, ma aiuterà a vivere in libertà e democrazia, nella consapevolezza che, dopo tutto, “la vita è bella”.

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In copertina e all’interno alcune immagini dei funerali di Bruno Fabretti, l’ex internato spentosi a 99 anni.

 

 

Dalla storica Forania di Nimis alla Collaborazione pastorale nella visita dell’arcivescovo Mazzocato

di Giuseppe Longo

Da alcuni anni, in seguito alla riforma introdotta dalla Curia diocesana di Udine, la storica Forania di Nimis – che faceva riferimento all’antica Chiesa madre dei Santi Gervasio e Protasio – ha cessato di esistere, come pure quelle vicine di Tarcento, Tricesimo e Gemona, lasciando il posto alla Forania della Pedemontana, all’interno della quale sono state individuate sette “Collaborazioni pastorali”, con i rispettivi territori, che fanno capo a Gemona, Nimis, Osoppo, Povoletto, Reana del Rojale, Tarcento e Tricesimo. Quella di Nimis comprende undici Parrocchie, vale a dire, oltre al capoluogo, Attimis, Forame, Racchiuso, Subit, Cergneu, Torlano, Taipana, Monteaperta, Platischis e Prossenicco.

Monsignor De Tina all’antica Pieve di Nimis.

Ed è proprio alla “Collaborazione pastorale” di Nimis che comincerà questo pomeriggio la visita dell’arcivescovo di Udine. Monsignor Andrea Bruno Mazzocato, alle 15.30, sarà nel Teatro dell’Oratorio di Nimis dove incontrerà tutti coloro che operano nei paesi, collaborando con le rispettive Parrocchie: pulizia, liturgia, catechesi, Misericordia, economia, pastorale eccetera. «Quando a Natale ci si ricorda di coloro che collaborano al buon andamento religioso dei nostri paesi – ha osservato monsignor Rizieri De Tina, responsabile della pastorale a Nimis, Torlano, Ramandolo e Chialminis – si distribuiscono più di 120 ricordini». Questo cosa significa? Che sono veramente tante, in questi momenti così difficili, le persone che offrono il proprio contributo a beneficio della comunità cristiana. Ma il punto centrale della visita pastorale sarà domani perché il presule, dopo aver incontrato alle 9.30, sempre nella sala parrocchiale, le autorità civili e i rappresentanti delle associazioni paesane, alle 11 nel Duomo di Santo Stefano celebrerà la Messa solenne con l’amministrazione del sacramento della Cresima a una quindicina di ragazzi (questa sera, invece, alle 19, l’arcivescovo presiederà un rito nella Chiesa di Sant’Andrea Apostolo ad Attimis). Questi i giovani che riceveranno il sacramento della Confermazione: Damiano Bertolla, Chiara De Luca (Torlano), Lucia Comelli, Martina Menia, Alessio Merlino, Pietro Bertolla, Giorgia Ejlli, Elena Calandri, Filippo Leonarduzzi, Daniel Domenicone, Daniele Vizzutti (Ramandolo), Francesco Vizzutti (Ramandolo), Emmanuel Zanoni, Elena Vagnarelli e Serena Grassi. Nel 2021, invece, la Cresima era stata amministrata da monsignor Luciano Nobile, arciprete della Cattedrale.
«Da quattro anni abbiamo avviato in tutta l’Arcidiocesidi Udine – ha scritto monsignor Mazzocato in un messaggio diffuso tramite “In Cunfidenze”, l’apprezzato foglio settimanale supplemento al bollettino “La Voce della Pieve” di Nimis . un progetto che si propone di favorire la comunione e la collaborazione tra le Parrocchie vicine, creando una loro stabile “Collaborazione pastorale”. Facciamo un passo alla volta rispettando i tempi e le possibilità che ci sono in ogni realtà, ma aiutandoci a camminare tutti secondo la stessa direzione indicata da Gesù nell’Ultima Cena: “siano una cosa sola perché il mondo creda”».. E il titolare dell’Arcidiocesi dei Santi Ermacora e Fortunato conclude: «Nella mia responsabilità di vescovo e pastore della Chiesa di Udine, ho deciso di fare una visita pastorale ad ognuna delle 54 “Collaborazioni pastorali” per incoraggiare e sostenere tutti coloro che si stanno impegnando con generosità nelle nostre comunità».

Il Duomo di Santo Stefano.

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In copertina, monsignor Andrea Bruno Mazzocato arcivescovo di Udine.