La sera dell’Epifania di cinque anni fa si spegneva monsignor Francesco Frezza pievano che Tarcento non dimenticherà

di Giuseppe Longo

Era la sera dell’Epifania di cinque anni fa. E, mentre nel cielo sopra Coia si levavano i bagliori del “Pignarûl Grant”, a Udine si spegneva monsignor Francesco Frezza, che per Tarcento rimarrà un pastore indimenticabile. Nimis, infatti, l’aveva nel cuore, perché vi era nato, e lì c’erano i suoi affetti familiari. Ma è nella comunità in riva al Torre che aveva trascorso larga parte della propria vita – 36 anni come arciprete e prima altri dieci come parroco di Segnacco – e qui aveva voluto tornare al termine del suo lungo cammino terreno, nonostante fosse a Udine già dal 2002 quando dovette arrendersi all’avanzare dell’età e ritirarsi in un impegno meno gravoso.
A Tarcento, infatti, aveva desiderato riposare per l’eternità ed era stata proprio la bella Chiesa arcipretale di San Pietro Apostolo, che con grande tenacia e determinazione volle salvare dopo i terremoti del 1976, ad aprirgli le porte per l’ultimo saluto. Così, pochi giorni dopo la dipartita, “pre Chechin” tornava nella “sua” Tarcento, terra che ha tanto amato e per la quale ha gioito ma anche sofferto. E qui riposa nella chiesetta che sorge in mezzo al cimitero, accanto a quel Camillo Di Gaspero, cui è dedicata la scuola media che rappresenta una delle opere post-sisma più luminose del parroco scomparso alla Fraternità sacerdotale udinese a 95 anni, e a Duilo Corgnali che ne aveva raccolta l’eredità spirituale, e materiale, quando appunto si era ritirato nella Chiesa di San Giacomo. Un incarico ricevuto dall’allora arcivescovo Pietro Brollo e accettato con vero entusiasmo, tanto che l’opera in città dell’anziano sacerdote era molto apprezzata e seguita.
Un apostolato, quello di monsignor Frezza, alimentato da una fede viva, ardente, da uno slancio instancabile sostenuto da forza e saggezza non comuni, come aveva sottolineato l’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato, che aveva celebrato i solenni funerali in un Duomo gremito. Il presule – ritiratosi la scorsa primavera per raggiunti limiti di età lasciando il posto a monsignor Riccardo Lamba – aveva accanto l’allora pievano Duilio Corgnali, che diciotto anni prima aveva ne raccolto la feconda eredità. Erano presenti numerosi sacerdoti e tra questi l’arciprete di Nimis, Rizieri De Tina. E a rappresentare il Comune d’origine c’era anche l’allora sindaco Gloria Bressani con i nipoti del sacerdote. Mentre il primo cittadino di Tarcento, Mauro Steccati, aveva espresso il cordoglio e la riconoscenza della comunità, che non aveva dimenticato la guida illuminata di “pre Chechin”.
Francesco Frezza era nato nel 1924, era il giorno di Santo Stefano, in una storica famiglia di Nimis ed era cresciuto nella fede alla “scuola” di quel monsignor Beniamino Alessio che nel 1912 era arrivato da Buja, il paese di origine dell’attuale arciprete Luca Calligaro, che stamane celebrerà la Messa solenne dell’Epifania. Il suo lungo e zelante impegno sacerdotale era stato premiato con la investitura a canonico onorario della Cattedrale di Udine, titolo che si era aggiunto alla dignità prelatizia ricevuta con la nomina a pievano di Tarcento. La cittadina che aveva voluto riabbracciare alla fine della sua vita, tornandovi a riposare anche se ormai assente da molti anni. Aveva, infatti, voluto tornare nella terra che aveva amato e che l’aveva visto illuminato pastore per quasi mezzo secolo. Dopotutto, la sua Nimis era comunque a due passi.

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In copertina, monsignor Francesco Frezza nelle vesti di canonico onorario della Cattedrale di Udine.

Scuole aperte, domattina l’asilo di Nimis (c’è anche il nido) invita tutti i genitori

(g.l.) Tempo di scuole aperte in Friuli. Anche alla materna “Monsignor Beniamino Alessio” di Nimis, da poco tornata alla gestione parrocchiale, che per domani ha annunciato una mattinata (dalle 9 alle 12) di incontri con tutti i genitori interessati al fine di far conoscere loro l’offerta della scuola d’infanzia paritaria che è dotata anche di nido, nel quale attualmente ci sono quattordici bimbi. La scuola materna è, invece, frequentata da 27 piccoli alunni. Un’altra giornata dedicata alla conoscenza dell’asilo infantile, fondato un secolo fa dal ricordato monsignor Alessio, sarà poi riservata anche nel mese di gennaio, esattamente giovedì 9, ma nel pomeriggio. Stamattina, invece, era possibile visitare il nido integrato.

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In copertina, bambini della materna intenti nei loro lavoretti e, qui sopra, durante una bella passeggiata in riva al Cornappo.

Con quelle fotografie ingiallite un “viaggio” alla riscoperta di Nimis. E oggi in Biblioteca c’è Raffaella Cargnelutti

di Giuseppe Longo

NIMIS – Sarà Raffaella Cargnelutti, critica e storica d’arte, la nuova ospite della Biblioteca comunale di Nimis. L’incontro si terrà oggi, alle 19.30, nella sede di via Matteotti: nell’occasione, l’autrice tolmezzina racconterà la sua passione per la lettura e la scrittura dialogando con Adriana Stroili. Anche questo appuntamento fa parte del ricco programma di “Cultura in Festa” messo a punto per gli ultimi mesi dell’anno.

L’incontro dedicato alla vecchia Nimis.

L’incontro di questa sera segue quello di domenica quando – dopo l’intervento di Angelika Pfister, appassionata curatrice della Biblioteca – Sabrina Tonutti e Paolo Comuzzi, della Cooperativa culturale Varianti, hanno fatto il punto sul progetto volto alla realizzazione di un archivio fotografico del Novecento riguardante sia il capoluogo che le frazioni: “… e quelli di Nimis – Un viaggio nella Nimis di un secolo fa attraverso l’archivio di Antonio Grassi, archivi familiari e testimonianze d’oggi”, il titolo dell’originale iniziativa. Molti dei concittadini che ritenevano di avere nei propri album o cassetti qualche vecchia, ingiallita immagine interessante allo scopo hanno risposto alla Biblioteca con entusiasmo e generosità, fornendo anche commenti del materiale attraverso interviste mirate. E numerose di queste foto storiche sono state proiettate su uno schermo e commentate da parte del pubblico di una certa età, per cui anche chi scrive ha cercato di dare un suo contributo suscitando molto interesse fra gli ascoltatori più giovani. Come riguardo alla prima foto, risalente agli anni Trenta o addirittura Venti, che mostrava una partecipatissima rogazione, ma forse, a pensarci bene, anche processione, visto che tra due ali di folla si scorge un giovane monsignor Beniamino Alessio rivestito degli abiti prelatizi, come si usava soprattutto al “Perdon dal Rosari”, la prima domenica di ottobre quando c’è la grande festa mariana istituita nel ricordo della battaglia di Lepanto. Del pievano arrivato nel 1912 da Buja è stata proposta anche una rarissima foto del suo solenne ingresso nell’antica Pieve dei Santi Gervasio e Protasio, contenuta anche nel volume “Nimis un calvario nei secoli” di Bruno Fabretti. La folla del lunghissimo corteo superava il ponte sul Cornappo. E a tale riguardo ho ricordato la fiumana di gente e sacerdoti che, nel novembre 1962, vidi accompagnare la salma dell’anziano parroco dalla Chiesa matrice al Duomo ancora in costruzione dove, dinanzi a un altare improvvisato, officiò il cardinale Ildebrando Antoniutti: pre’ Benjamin, alla cui scuola il presule si era formato, fece infatti appena in tempo a vedere il suo discepolo prediletto elevato alla dignità della porpora da Papa Giovanni XXIII, dopo anni di illuminata attività diplomatica in mezzo mondo e la sua consacrazione ad arcivescovo ad appena 39 anni!

Raffaella Cargnelutti


Molto suggestive le immagini del ricordato Cornappo con le sue famose cascate – la “Scluse” e la “Fonde Nere” – create per alimentare due rogge le cui acque servivano per azionare mulini e battiferro. Ma del torrente che attraversa Nimis prima di sfociare nel Torre, alla Motta, sono state riproposte anche le foto della devastante alluvione del settembre 1991 – all’epoca ricoprivo la carica di sindaco – che spazzò via i due ponti come fossero fuscelli. È stato prontamente ricostruito soltanto quello che porta al campo sportivo, mentre quello di Borgo Valle è ancora sostituito da un guado.
Ha suscitato interesse anche la foto di oltre mezzo secolo fa riguardante un incontro dimostrativo degli innovativi razzi antigrandine, il cui uso almeno inizialmente abbastanza di successo venne superato a fine anni Settanta dalla protezione dei vigneti con le reti cosiddette “a grembiule”. Va annotato infatti, come ho ricordato, che in quegli anni la grandine distruttiva era molto più frequente di oggi, anche se la nostra epoca è ormai nota per i suoi grandi cambiamenti climatici.
Belle anche altre immagini come quella simpatica d’anteguerra che mostra, in piazza 29 Settembre, sotto un platano ancora giovane la baracchetta della “Pirissine” che vendeva bagigi, “colaz” e carrube. O quelle del vecchio “fogolâr” dell’Antica Osteria San Gervasio (“Daur de Glesie”) raccontato da Agostino Gori. Ma anche quelle che ritraggono Antonio Grassi “Pacjeck” – il cui lascito fotografico costituisce lo “zoccolo duro” dell’intero progetto – e del fratello Giovanni, noto come “mago di Nimis”. Entrambi erano calzolai, ma il primo svolse l’attività quasi interamente a Udine, dove le sue geniali intuizioni consentirono di realizzare anche una “soletta terapeutica” che fece storia nel benessere plantare. Infine, una incursione fotografica anche nelle frazioni, soprattutto a Cergneu e a Vallemontana, ha suggellato questo incontro volto a rivedere la Nimis di un tempo. Peccato che la serata sia passata così in fretta!

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In copertina, la preziosa fotografia che mostra l’arrivo alla Pieve di monsignor Beniamino Alessio nel 1912.

Quattro novembre, dall’omaggio ai Caduti un auspicio di pace: quello che a Nimis si era levato forte dal ricordo delle tragedie del 29 settembre 1944

di Giuseppe Longo

NIMIS – Quattro novembre, Festa dell’Unità nazionale e Giornata delle Forze armate. Ma anche, e soprattutto, doveroso ricordo dei Caduti di tutte le guerre. Un omaggio unito a un auspicio sempre più pressante di pace, in un mondo attraversato da conflitti e tante inquietudini. Ma a Nimis questa celebrazione avviene tradizionalmente con un mese di anticipo, in occasione del ricordo del devastante incendio che il 29 settembre 1944 distrusse quasi completamente il paese pedemontano, intrecciandosi con «l’odissea dei profughi e l’orrore della deportazione», come aveva detto nel suo discorso celebrativo per l’80° anniversario il commissario straordinario Giuseppe Mareschi. Pesante il bilancio di quella rappresaglia nazifascista:  le vittime civili furono 22, i partigiani uccisi 40, i deportati nei Lager 86, dei quali solamente 40 fecero ritorno nelle loro famiglie. Ricordiamo, allora, quella cerimonia, avvenuta nel parco della Rimembranza che sorge accanto al Duomo.

«Oggi ricordiamo – aveva esordito il funzionario regionale incaricato di guidare il Comune fino alle amministrative della prossima primavera – l’ottantesimo anniversario dell’incendio e della distruzione di Nimis. Pur nella mancanza di una rigorosa ricostruzione storica, i fatti sono noti e chiari nella loro crudeltà ed efferatezza. L’esasperazione della popolazione friulana alle violenze e angherie nazifasciste ha portato a una ricerca di liberà a cui hanno fatto seguito bestiali operazioni di rappresaglia, che per questa comunità hanno significato l’eccidio di Torlano, le uccisioni di Nongruella e appunto la distruzione di Nimis. Come in Carnia anche qui era stata realizzata la Zona libera del Friuli orientale e la distruzione di Nimis è stata la risposta alla legittima aspirazione di affrancamento e di pace della popolazione. E ancor più disumano, al di la della distruzione di abitazioni ed edifici, è stato il disegno di disgregare una intera comunità. Volontà però – aveva aggiunto il dottor Mareschi – che non ha impedito agli abitanti di Nimis di ricostruire, oltre agli edifici, la propria comunità, grazie alla tenacia, alla volontà e all’amore per la propria terra e identità. Oggi gli strumenti per preservare e mantenere vivi questi ideali e senso di comunità sono il ricordo e la memoria. Ricordo che è richiamare e tenere presente nell’animo e nel sentimento fatti e persone; memoria che nascendo dal ricordo è azione che sorregge e puntella il nostro essere umani e concorre a creare la nostra identità».
«Ed è per questo che ricordo e memoria – aveva sottolineato ancora il commissario – devono essere patrimonio di tutti e specialmente dei giovani, di chi non avendo vissuto direttamente gli eventi, solo attraverso il ricordo e la memoria possono veramente capire quanti sacrifici sono stati fatti, quanto vite sacrificate per la loro libertà di oggi. E quindi operare per rafforzare lo spirito di comunità e volere la pace. Ed è con questo sentimento che a nome di tutti i cittadini di Nimis onoro i Caduti e quanti hanno sofferto e ancora oggi portano su di loro la tragica eredità dell’incendio e della distruzione di Nimis di 80 anni fa. E che questo onore non sia solo testimonianza ma strumento di impegno per il bene della intera comunità di Nimis».


Il commissario straordinario, concludendo il suo intervento commemorativo e interpretando i sentimenti della popolazione di Nimis, aveva quindi avuto parole di riconoscenza per tutte quelle comunità che ospitarono i profughi in seguito a quel “tragico San Michele” – come ebbe a definire quel 29 settembre 1944 monsignor Beniamino Alessio, indimenticato pievano del tempo -, a cominciare da Tarcento, che assicurò un tetto per alcuni mesi a ben 1800 persone, a Reana del Rojale e Tavagnacco, ma anche le più lontane comunità rivierasche di Ruda, Terzo d’Aquileia, Fiumicello e Villa Vicentina che accolsero soprattutto i bambini delle famiglie rimaste senza casa. «Un grazie a Voi tutti qui presenti – aveva concluso Mareschi -, a tutte le autorità, gruppi e associazioni a tutte le personalità civili e militari, che con la loro presenza hanno onorato questa comunità. Portiamo nei nostri cuori questo momento e questi valori, ma che siano cuori che li portano a tutti».
Il discorso ufficiale del commissario era stato preceduto dalla tradizionale deposizione di corone d’alloro dinanzi al monumento ai Caduti di tutte le guerre e a quello delle vittime dei Lager nazisti, la cui costruzione fu promossa dal commendator Bruno Fabretti, presidente della locazione sezione Ex internati, scomparso centenario poco più di un anno fa: a ogni cittadino di Nimis morto nei campi di concentramento è stato dedicato un rintocco dell’unica campana della Chiesa di Centa risparmiata dal terremoto del 1976. E prima ancora della cerimonia civile c’era stato un momento di riflessione e preghiera con la Messa di suffragio celebrata in Santo Stefano da monsignor Rizieri De Tina: davanti all’altare, una originale interpretazione dell’Incendio di Nimis da parte dei bambini della Scuola materna. All’omelia, il sacerdote aveva insistito sui valori della fratellanza e del rispetto reciproco, nelle differenze e diversità di ognuno, gli unici sentimenti che possono assicurare quella pace di cui abbiamo beneficiato per ottant’anni, ma che oggi potrebbe essere messa a rischio da quei conflitti e da quelle inquietudini che, come detto, purtroppo sono in atto anche a poche centinaia di chilometri da questa nostra terra. Che i valori del 4 novembre, ma anche di quel 29 settembre, continuino ad avere vittoriosa affermazione!

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In copertina, la campana della Chiesa di Centa durante i rintocchi dedicati alle vittime dei Lager; all’interno, la cerimonia commemorativa presieduta dal commissario Giuseppe Mareschi dinanzi ai due monumenti, l’altare del Duomo di Santo Stefano con la raffigurazione delle case incendiate fatta dai bambini della Scuola materna parrocchiale e i familiari di Bruno Fabretti davanti al monumento voluto dal loro congiunto scomparso nel 2023.

Udine, si è spento don Luigino Bernardis per oltre mezzo secolo alla Madonna di Fatima. Domani tornerà nella sua Nimis

di Giuseppe Longo

Sarà la Madonna di Fatima, la Chiesa udinese che lo ebbe illuminato pastore per oltre mezzo secolo, ad aprirgli le porte domani mattina per l’ultimo saluto. Si è spento, infatti, all’età di 95 anni, don Luigino Bernardis, originario di Nimis, che appena nel 1992 si era ritirato alla Fraternità sacerdotale: era il prete più anziano di tutta l’Arcidiocesi. I funerali saranno celebrati alle 10.30 e al termine del rito la salma raggiungerà il paese natale per essere tumulata nel cimitero dove riposano tutti i suoi familiari.
A Nimis ormai sicuramente pochi lo conoscevano, se non le persone di una certa età, in quanto la sua lunga vita sacerdotale don Bernardis l’ha trascorsa per larghissima parte proprio a Udine. Era nato nel paese pedemontano nel lontano 1929 e nel 1954, cresciuto alla “scuola” di monsignor Beniamino Alessio – pievano che formò numerosi sacerdoti, tra i quali il cardinale Ildebrando Antoniutti che Nimis ha appena ricordato a 50 anni dalla scomparsa – fu consacrato prete dall’arcivescovo Giuseppe Nogara. Era infatti l’ultimo ad avere ricevuto l’Ordine sacro dal presule che guidò la Chiesa friulana durante gli anni dell’ultima guerra e della ripresa post-bellica. Il giovane don Luigino visse i primi impegni pastorali quale cooperatore parrocchiale a Santo Stefano di Buja, quindi Madrisio di Fagagna in qualità di vicario parrocchiale e poi a Vernassino di San Pietro al Natisone. Fu l’arcivescovo Giuseppe Zaffonato ad affidargli, nel 1966, l’appena istituita Parrocchia di via Colugna, dove riuscì a portare rapidamente a termine la costruzione della moderna Chiesa, dedicata appunto alla Beata Vergine di Fatima, la cui prima pietra era stata posata due anni prima.
Lunghissima, ben 56 anni, la permanenza del sacerdote alla guida del popoloso quartiere udinese, cresciuto in fretta alle spalle dell’Ospedale di Santa Maria della Misericordia, meritando sempre la stima e la riconoscenza anche degli arcivescovi Battisti, Brollo e Mazzocato. Si era arreso infatti appena alla veneranda età di 92 anni alle leggi dell’anagrafe decidendo di lasciare la Parrocchia per affidarla al compaesano don Carlo Gervasi, parroco della vicina Chiesa di San Marco in Chiavris. Questi ultimi anni, come detto, li ha vissuti nella casa di riposo per sacerdoti di via Ellero, festeggiando appena un mese fa il settantesimo anniversario dalla consacrazione.
Questa sera, alle 20, nella Chiesa di piazza Polonia verrà recitato il Rosario in suo suffragio, mentre domani mattina quelle mura che lo videro zelante parroco per oltre mezzo secolo gli daranno l’estremo saluto. Al termine, come detto, la salma di don Luigino Bernardis sarà tumulata nel cimitero di Nimis. Il paese pedemontano riabbraccerà, così, l’ultimo dei suoi figli così anziani che scelsero la strada della Chiesa. A causa proprio dell’età avanzata, ormai il sacerdote non si vedeva più da diversi anni, ma la terra natale lo aveva sempre nel cuore, tanto che fino a quando le forze glielo hanno consentito non ha mancato mai di partecipare alla Messa solenne dell’8 settembre che, nel Santuario della Madonna delle Pianelle, conclude il tradizionale Ottavario.

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In copertina, don Luigino Bernardis durante un rito: era nato a Nimis nel 1929.

In quella Basilica sulla Via Appia Antica un busto di Rodolfo Zilli ricorda il cardinale Ildebrando Antoniutti che morì mezzo secolo fa mentre tornava a Nimis

di Giuseppe Longo

La Via Appia Antica, la principale strada dell’Impero romano, è stata appena dichiarata sito Unesco e quindi Patrimonio dell’Umanità. Stamattina, leggendo questa importante notizia, mi è tornato alla mente che in quella famosissima “consolare” alle porte di Roma, tra i tanti ricordi, ce n’è anche uno legato a Nimis. Infatti, su quella via sorge la splendida Basilica di San Sebastiano alle Catacombe nella quale fu “incardinato” monsignor Ildebrando Antoniutti quando, nel 1962, fu elevato alla dignità della porpora da Giovanni XXIII. E in quella storica Chiesa da vent’anni c’è anche un busto bronzeo dell’illustre presule friulano che è una copia esatta di quello esposto nella Pieve dei Santi Gervasio e Protasio a lato della tomba che custodisce dal 1974 le sue spoglie mortali. Ricorreva, infatti, il trentennale della scomparsa del grande figlio di Nimis e del busto, opera del concittadino Rodolfo Zilli, venne fatta una nuova fusione grazie all’iniziativa del figlio dello scultore che tanto si prodigò anche per far nascere il gemellaggio con Lannach, la cittadina vicina a Graz, dove l’artista emigrato in Stiria bambino con la famiglia aveva il suo studio-laboratorio.

Il busto a Nimis e a Roma.

Ora ricorrono esattamente cinquant’anni dalla morte del cardinale e la comunità di Nimis vuole ricordare Ildebrando Antoniutti proprio nella storica Matrice dove riposa e che, grazie alla sua munificenza, fu sottoposta a generale restauro sessant’anni fa. E lo farà con una Messa che sarà celebrata giovedì 1° agosto, alle 19, quando ricorre l’anniversario della tragica dipartita. Il porporato una volta rientrato in Italia, dopo il lungo impegno diplomatico in mezzo mondo concluso con la responsabilità della Nunziatura di Madrid, era infatti solito trascorrere brevi vacanze estive nella sua casa di via Roma che volle trasformare in casa di riposo per gli anziani del paese. Ma durante il viaggio da Roma – in Vaticano era prefetto della Congregazione dei religiosi (incarico attribuitogli da Paolo VI, il Papa uscito da quel Conclave in cui Antoniutti fu molto votato) – l’auto venne tamponata da un autocarro nei pressi di Bologna e in paese poté rientrare soltanto la salma, che venne deposta nella cappella di quella che oggi si chiama “Villa Nimis”, in attesa dei solenni funerali celebrati nel Duomo di Santo Stefano, al termine dei quali il feretro venne tumulato, come da desiderio espresso dallo stesso porporato, proprio nell’antica Pieve, ai piedi dell’altare maggiore.
Quando lo colse la morte così improvvisa il cardinale era ancora settantacinquenne perché il compleanno l’avrebbe festeggiato, appunto con la sua gente, appena due giorni dopo. Era nato, infatti, da Giuseppe Antoniutti e Anna Comelli, il 3 agosto 1898. Come si legge nelle sue “Memorie autobiografiche”, stampate dalle Arti Grafiche Friulane a un anno dalla scomparsa, frequentò gli studi nel Seminario di Udine e nell’Ateneo del Seminario romano, conseguendo la laurea in teologia nel 1920. Fu consacrato sacerdote il 5 dicembre dello stesso anno e dal 1920 al 1927 insegnò nel patrio Seminario. Nel 1927 venne nominato segretario della delegazione apostolica in Cina, a fianco del cardinale friulano Celso Costantini, con il quale collaborò fedelmente per sette anni. Quindi, fu trasferito come Uditore alla Nunziatura apostolica del Portogallo e nel 1936 Pio XI lo nominò delegato apostolico in Albania e fu consacrato vescovo in Roma il 29 giugno, solennità dei Santi Pietro e Paolo: non aveva ancora compiuto 38 anni! Mentre infuriava la guerra civile, nel 1937 fu inviato in Spagna per una missione di pace di carità. Un anno dopo venne nominato delegato apostolico in Canada, dove rimase per ben quindici anni: ebbe al suo fianco, in qualità di zelante segretario, il compaesano monsignor Giuseppe Micossi, pure lui diplomatico in numerosi Paesi e al quale, dopo il rientro a Nimis, venne assegnata la Parrocchia di Torlano che resse, molto apprezzato, per tanti anni.
Nel 1953, il vescovo friulano ritornò nel Paese iberico con il titolo di nunzio apostolico – cioè ambasciatore della Chiesa – e a Madrid svolse per dieci anni un’intensa missione diplomatica. Proprio nella Capitale spagnola fu raggiunto nel 1962 dalla importante comunicazione che Papa Giovanni, il 19 marzo festa di San Giuseppe, aveva deciso di elevarlo al cardinalato. Una notizia che fu accolta con grande gioia ed emozione in Friuli e in particolare a Nimis, dove fu molto festeggiato al suo primo rientro dopo la prestigiosa nomina. Fece appena in tempo a riabbracciarlo con grande commozione anche monsignor Beniamino Alessio, perché il pievano che il giovanissimo Ildebrando Antoniutti ebbe come luminosa guida, quando maturò la sua vocazione sacerdotale, sarebbe scomparso nel novembre dello stesso anno.

La tomba nell’antica Pieve.

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In copertina, il ritratto del cardinale Ildebrando Antoniutti che apre le sue “Memorie autobiografiche”.

Nimis, quegli otto dipinti di Tita Gori salvati nella Chiesa di Centa e nell’Asilo dal figlio Ottone dopo il terremoto

di Giuseppe Longo

Da bambino ero uno dei tanti chierichetti di Nimis che riempivano il presbiterio della indimenticabile Chiesa di Santo Stefano in Centa. E pressoché tutta la mia esperienza di servizio all’altare, nata oltre sessant’anni fa quando ogni Messa in latino cominciava con “Introibo ad altare Dei…”, avvenne durante il plebanato di monsignor Eugenio Lovo, ma era cominciata già alla fine di quello di monsignor Beniamino Alessio, il grande arciprete mancato nel 1962. Io di borgo Valle frequentavo soprattutto l’amata comparrocchiale, perché nell’antica Pieve dei Santi Gervasio e Protasio, oltre il “puint dal plevan” sul Cornappo,  si celebravano soltanto i riti solenni delle grandi festività: era Santo Stefano, infatti, la vera Chiesa intorno alla quale ruotava tutta la vita cristiana del paese.

E quando servivo Messa in Centa il mio sguardo veniva rapito dai grandiosi affreschi che abbellivano il “cielo” della Chiesa e che si fondevano armoniosamente con il monumentale altare del Meyring che oggi ammiriamo in Duomo, ma non più con quell’effetto scenografico che le meravigliose statue arrivate da Venezia a Porto Nogaro sui barconi, e poi portate a Nimis con carri trainati dai buoi, solo là potevano esprimere. E quando, finite le celebrazioni, si tornava in sacrestia la svestizione dei “zaguz” avveniva tra grandi quadri ad olio che richiamavano gli affreschi della navata, perché opera della stessa mano: anche quelli erano stati dipinti da Giovanni Battista “Tita” Gori, l’artista nato nel 1870 sotto il campanile della vetusta Matrice e morto nel 1941, ancora in età relativamente giovane per l’epoca, ma con la fortuna di non aver visto il paese incendiato appena tre anni dopo.
Il vasto ciclo di affreschi di Santo Stefano, purtroppo, è andato distrutto completamente poche settimane dopo il terremoto del 1976, quando forse troppo frettolosamente – ma, si sa, ogni scelta è “figlia” del suo tempo! – si decise, pur con dolore, di radere al suolo lo storico edificio danneggiato, al fine di eliminare ogni possibile fonte di pericolo. Per fortuna vennero salvati, invece, i dipinti della sacrestia, ma anche dell’Asilo infantile (pure demolito!): l’opera la dobbiamo a Ottone Gori, figlio dell’artista, che provvide a sue spese anche al loro restauro. Venendo dunque all’oggi i figli Caterina e Giancarlo, nipoti di Tita, hanno deciso di riaffidarli alla Chiesa di Nimis che, con monsignor Rizieri De Tina, prima di dare agli otto quadri una sistemazione definitiva, ha deciso di esporli per una settimana all’ammirazione dei fedeli e di tutti coloro che amano l’arte sacra nella Chiesa matrice, che pure conserva preziosi affreschi dell’artista di San Gervasio che integrano i cicli antichi, in prossimità della ricorrenza dei Patroni che il calendario ricorda il 19 giugno: la Parrocchia, per fare questo, ha beneficiato della preziosa collaborazione di Gianni Paganello e della moglie Adriana, esperta d’arte.

Tita Gori


Così nella Pieve verrà allestita una mostra con tutti i quadri che oggi sono rimasti a testimoniarci l’arte di Tita Gori – «interprete e cantore di una religiosità popolare e autore di riletture evangeliche calate in una dimensione realistica legata all’esperienza locale», aveva scritto il giornalista e critico d’arte Licio Damiani, al quale il Comune di Nimis aveva affidato la realizzazione di un libro in occasione dei 50 anni della morte del pittore che ricorrevano nel 1991: il suo titolo “Tita Gori e i giardini del Paradiso” – e che sarà inaugurata sabato prossimo alle 17.30, presenti anche il commissario Giuseppe Mareschi, i discendenti dell’artista, in particolare Francesca Totaro, laureata in beni culturali, che illustrerà l’arte del trisnonno, e l’architetto Bernardino Pittino, presidente del Centro friulano arti plastiche. Di Tita Gori e della sua arte parlerà poi lunedì 17 giugno anche don Alessio Geretti, il sacerdote divenuto famoso per essere l’ideatore e il curatore delle meravigliose mostre di Illegio: la sua lectio magistralis s’intitola “Il mistero semplice. Un Cristo di cielo tra gente di terra nella pittura di Tita Gori”. La mostra resterà allestita fino a domenica 23 giugno quando saranno festeggiati i Santi Gervasio e Protasio. Ma su tutto questo avremo occasione di ritornare anche nei prossimi giorni. Per ora era prioritario sottolineare l’importanza dell’iniziativa presa dalla Parrocchia con il patrocinio del Comune di Nimis per rendere omaggio a un artista che ha lasciato tanto in Friuli, e pure all’estero, ma soprattutto al suo paese. L’opera più vasta, come detto, non c’è più da ben 48 anni, ma abbiamo almeno questi bellissimi quadri salvati dal figlio Ottone, alla cui memoria dobbiamo essere grati. Conserviamoli ora come gemme preziose!

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In copertina e all’interno i dipinti a olio di Tita Gori: le foto sono tratte dal libro “Nimis un calvario nei secoli” del compianto commendator Bruno Fabretti.

 

Alla scoperta di Nimis nel Novecento: nasce un progetto culturale della Biblioteca civica che cerca vecchie foto

(g.l.) La Biblioteca comunale di Nimis propone un vero e proprio “tuffo” nel passato del paese. Per martedì prossimo, 14 maggio, ha infatti annunciato la presentazione del progetto “… e quelli di Nimis – Un viaggio nella Nimis di un secolo fa attraverso l’archivio di Antonio Grassi, archivi familiari e testimonianze d’oggi”. L’incontro – annunciato con una bella foto anni Cinquanta di piazza 29 Settembre ancora senza asfalto con il secolare platano, simbolo del paese, la vecchia Locanda Trieste e sullo sfondo il Duomo voluto da monsignor Beniamino Alessio ancora in costruzione – si terrà, nella sede della stessa Biblioteca (ex scuole elementari) in via Giacomo Matteotti, alle 17.30.
«Si tratta – afferma Angelika Pfister, responsabile della gestione della Biblioteca, in una nota affidata al foglio settimanale della Parrocchia – di una iniziativa culturale che si propone di coinvolgere la popolazione di Nimis e delle sue frazioni in un’azione di recupero di fotografie da archivi familiari (da scansionare presso la Biblioteca di Nimis) e la raccolta di testimonianze sulla Nimis del secolo scorso». Il progetto è curato dalla Cooperativa culturale Varianti.
Una bella proposta, dunque, volta a “scrivere” con l’aiuto dei cittadini la storia del Novecento nel paese pedemontano, continuando sulla strada così proficuamente tracciata dopo il terremoto di quasi mezzo secolo fa dal commendator Bruno Fabretti attraverso il volume “Nimis un calvario nei secoli” che si è rivelato una preziosissima fonte di informazioni, soprattutto fotografiche, sulla vita proprio del secolo scorso. Il libro, infatti, è una “miniera” di immagini della Nimis e della popolazione di un tempo che possono risultare molto utili anche ai fini di questo progetto culturale. Ma nelle case ognuno di noi conserva gelosamente qualche vecchia fotografia che potrebbe entrare nel “fondo” di immagini che intende costituire la Biblioteca civica. Fotografie che, una volta scansionate, saranno restituite ai loro possessori. Così da ritornare ben protette nelle collezioni di famiglia.

Don Bernardis (nato a Nimis nel 1929) lascia la parrocchia udinese a 92 anni

di Giuseppe Longo

A Nimis sicuramente pochi lo conoscono, se non le persone di una certa età, in quanto la sua lunga vita sacerdotale l’ha fatta per larghissima parte a Udine. È don Luigino Bernardis, classe 1929, che a 92 anni si è arreso alle leggi dell’anagrafe e ha deciso di lasciare la sua parrocchia, ritirandosi in “pensione” nella Casa della Fraternità sacerdotale in viale Ungheria. E proprio nella città capoluogo don Luigino era alla guida della moderna Chiesa della Madonna di Fatima, in via Colugna, da oltre 55 anni. Vi era infatti giunto, da Madrisio, nel 1966. Tre anno dopo, riusci a portare a conclusione i lavori per la costruzione della nuova Chiesa, la cui prima pietra era stata posata nel 1964. E da allora è rimasto sempre nel popoloso quartiere cresciuto in fretta alle spalle dell’ospedale. Domenica scorsa – come hanno riferito le cronache cittadine – una grande festa per lui, presente con i tantissimi parrocchiani che l’hanno amato e stimato l’arciprete della Cattedrale monsignor Luciano Nobile – che l’anno scorso era stato proprio a Nimis ad amministrare le Cresime -, il quale ha letto un caloroso messaggio di ringraziamento e di augurio dell’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato.
Come detto, don Luigino Bernardis è nato a Nimis 92 anni fa ed è ormai l’ultimo sacerdote vivente fra i numerosi che il paese pedemontano ha dato alla Chiesa, fra i quali anche il cardinale Ildebrando Antoniutti. Formatosi alla scuola di monsignor Beniamino Alessio, è stato ordinato prete nel 1954 vivendo quindi i primi impegni pastorali quale vicario parrocchiale a Buja, Vernassino di San Pietro a Natisone e appunto nella frazione di Fagagna. A Nimis, almeno per quanto riguarda le celebrazioni religiose, ultimamente saliva molto di rado, ma ha sempre cercato di non mancare alla messa solenne dell’8 settembre nel Santuario della Madonna delle Pianelle, sentendo sempre forte il richiamo della tradizione.
Ritiratosi don Bernardis, a Udine ora resta attivo soltanto un altro sacerdote originario di Nimis, don Carlo Gervasi, alla guida ormai da molti anni della vicina parrocchia di San Marco, in Chiavris.

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In copertina, don Luigino Bernardis, oggi novantaduenne; all’interno,  la sua Chiesa di Via Colugna, a Udine, dedicata alla Madonna di Fatima.

 

 

Benvenuto a don Saracino sacerdote “cireneo” nella Pieve di Nimis

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Don Federico mi ha subito detto sì, anzi da buon “cireneo” ha accettato con entusiasmo di accollarsi la responsabilità legale anche delle parrocchie di Nimis e Torlano. E ora si appresta ad avviare, con don Rizieri, un lavoro che sarà sicuramente proficuo, a vantaggio di queste comunità cristiane». L’arcivescovo di Udine ha salutato con queste parole il nuovo corso della Pieve di Nimis, durante la Messa celebrata stamane nel Duomo di Santo Stefano – anziché nella Chiesa matrice, per questioni di distanziamento sociale, come sarebbe stato invece richiesto dalla tradizione – per la presentazione ufficiale del nuovo legale rappresentante delle parrocchie, il quale ha aggiunto così nuovo lavoro a quello che già ricopre essendo guida spirituale di Faedis e Campeglio. «Un impegno che don Saracino saprà coniugare con efficacia, sommandolo anche agli altri importanti incarichi extra-parrocchiali”, ha aggiunto il presule, ricordando che il sacerdote – 54 anni, consacrato nel 1993 e originario delle Valli del Natisone -, essendosi specializzato in diritto canonico, è anche Difensore del Vincolo e Promotore di Giustizia presso il Tribunale Ecclesiastico Diocesano. «Inoltre – ha continuato monsignor Andrea Bruno Mazzocato -, gli ho affidato la importante delega della tutela dei minori dagli abusi che qui però, grazie a Dio, non evidenziano problemi».

Don Federico Saracino

Don Rizieri De Tina

All’augurio dell’arcivescovo, don Federico Saracino ha risposto confermando il suo impegno nel mettersi a disposizione anche di queste nuove comunità, dicendosi certo che sarà possibile creare una fruttuosa intesa con l’arciprete attuale, don Rizieri De Tina, che si ritira dalle responsabilità amministrative, per motivi d’età, ma che assicura ancora la sua guida pastorale. Un concetto sottolineato nell’indirizzo di saluto anche da parte del sindaco Gloria Bressani – che aveva a fianco il primo cittadino di Faedis, Claudio Zani, e gli assessori Serena Vizzutti e Aldo Attimis – e dal direttore del consiglio pastorale, Pietro Nocera, il quale ha presentato al nuovo parroco titolare anche tutti coloro, e sono numerosi, che collaborano con vari incarichi in rappresentanza delle comunità cristiane di Nimis, Torlano, Ramandolo e Chialminis. E la disponibilità ad assicurare ancora tutta la propria collaborazione è stata ovviamente ribadita da don Rizieri, il quale probabilmente è l’ultimo pievano con il titolo onorifico di “monsignore” in seguito alla riforma che Papa Francesco fece all’indomani della sua elezione al Soglio di Pietro.

Gloria Bressani

Pietro Nocera

Il semplice rito – ben lontano dalla fastosità di un tempo – si è quindi concluso mentre dalla millenaria torre della Chiesa matrice dei Santi Gervasio e Protasio giungeva la voce solenne della campana maggiore che sempre a mezzogiorno invita a recitare l’Angelus, quasi a voler esprimere il benvenuto a don Federico anche da parte della vetusta Pieve esclusa dalla cerimonia di insediamento a causa dell’emergenza sanitaria. E ora comincia, dunque, ufficialmente una nuova vita per le parrocchie di Nimis e Torlano, inaugurando quella «sperimentazione» che monsignor Mazzocato si è detto sicuro che sarà foriera di nuovi e importanti frutti, come lo era stata quella che aveva introdotto 42 anni fa il suo illuminato predecessore, Alfredo Battisti, facendo arrivare in paese quattro sacerdoti per una pastorale di zona: con lo stesso De Tina, Luigi Murador, Luigi Gloazzo e Flaviano Veronesi. E come sarà sicuramente positiva anche la scelta di affidare la gestione dello storico asilo parrocchiale creato alla fine della Grande Guerra da monsignor Beniamino Alessio a una fondazione istituita a livello diocesano, pur salvaguardando – ha assicurato l’arcivescovo – la sua autonomia operativa sul territorio, al fine di continuare a garantire ai bambini del paese quell’accoglienza per la quale si era tanto prodigata, durante la sua vita quasi centenaria, anche la compianta suor Rosalba Cepparo.

Un momento della cerimonia.

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In copertina, l’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato con don Rizieri De Tina e don Federico Saracino.