Gemona ricorda il terremoto di 49 anni fa con un omaggio alle vittime. Un Archivio per il Cinquantesimo a Palazzo Scarpa

(g.l.) Gemona, storica “capitale” del terremoto, ha ricordato ieri la tragedia di quella indimenticabile sera di maggio – erano le 21 o poco meno – di quasi mezzo secolo fa. «A 49 anni dal terremoto del Friuli, il ricordo è ancora vivo nei cuori dei volontari, dei friulani e di tutti coloro che hanno condiviso il dolore di quella notte tragica. Quasi mille vittime, una devastazione immane, la solitudine delle prime ore. Ma anche la forza della solidarietà, la dignità del dolore, la gratitudine verso chi ci ha aiutato. Oggi è il momento del rispetto: per le vittime, per i sopravvissuti, per le loro famiglie. Ed è anche il momento per dire grazie: a chi ci fu vicino, all’onorevole Giuseppe Zamberletti, al popolo friulano, ai sindaci che non si tirarono indietro. Quella gratitudine non è rimasta solo parola: si è trasformata in impegno concreto, ogni volta che altri avevano bisogno». Sono le parole dell’assessore alle Finanze del Friuli Venezia Giulia, Barbara Zilli, che ha partecipato alla Messa celebrata nel Duomo per ricordare le vittime del terremoto del Friuli, il 6 maggio 1976, tragedia di cui appunto ieri ricorreva il 49° anniversario.


Al termine del corteo che ha raggiunto il camposanto, l’assessore Zilli è intervenuta innanzi il monumento che, nel cimitero, mantiene sempre viva la memoria delle vittime. La cerimonia, alla quale hanno preso parte cittadini e autorità, tra i quali il sindaco Roberto Revenant, ha chiuso una lunga giornata commemorativa. «Il filo che ci lega a quella drammatica notte ci ha dato la forza per ricostruire, per consegnare un Friuli migliore ai nostri figli – ha detto Barbara Zilli -. Ora il testimone è nelle nostre mani: dobbiamo proseguire nel solco dei valori che ci hanno trasmesso i nostri nonni e i nostri genitori». L’esponente dell’Esecutivo Fedriga ha ricordato poi che, negli ultimi anni, l’impegno della Regione Fvg «si è tradotto in risorse importanti, convinti della necessità di continuare a mettere in sicurezza il nostro territorio».

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«A 49 anni dal tragico sisma del 6 maggio 1976, il primo pensiero va al dolore che la morte di quasi mille persone provocò ai familiari delle vittime. Vi è poi la ferita materiale delle case in macerie, delle fabbriche distrutte, dei campanili crollati, delle infrastrutture sinistrate e lo spaesamento di chi in pochi attimi aveva perso tutto, ma non l’orgoglio di appartenere a una terra che ha impresso nel Dna il valore della rinascita. Valore esaltato sia durante la fase dell’emergenza, ove non dobbiamo dimenticare la solidarietà corale giunta da tutta la nazione e dall’estero, sia nella ricostruzione, caratterizzata dalla coesione sociale e dall’unità d’intenti che coinvolse la cittadinanza, gli imprenditori, le forze politiche, i corpi intermedi e gli apparati tecnico-amministrativi e che scaturì in un percorso esemplare di semplificazione legislativa, organizzativa e burocratica all’insegna della sussidiarietà e del buon senso», ha affermato l’assessore regionale alle Infrastrutture e territorio Cristina Amirante, ricordando il terremoto ed evidenziando che «una classe di giovani amministratori, tecnici e professionisti seppe dare il meglio di sé sul campo e proprio con molti di loro siamo al lavoro nel ricostituito Comitato per l’istituzione dell’archivio storico del terremoto e della ricostruzione, che ci porterà nel 2026, anno in cui ricorrerà il Cinquantesimo del sisma, a rendere disponibile alla collettività, la documentazione tecnico-amministrativa e progettuale relativa alle opere della ricostruzione, anche potendo fruire di un archivio digitale».


Anticipando quanto verrà proposto nel prossimo anno, l’assessore ha spiegato che «stiamo operando, con la guida del Comitato, con il supporto degli esperti dell’Università di Udine e con la preziosa supervisione della Soprintendenza per digitalizzare i materiali più simbolici e i documenti disponibili e mettere a punto il portale “La forza della terra”, uno spazio ove raccogliere testimonianze, memorie e narrazioni. Non un’operazione astratta sulla migliore digitalizzazione possibile ma l’uso di uno strumento di grande modernità per non far sbiadire il valore e la memoria della ricostruzione». L’esponente della Giunta Fedriga ha, quindi, osservato che «qualsiasi traccia del terremoto del Friuli può assumere una rilevanza fondamentale come modello di riferimento, come base di conoscenza di estremo valore sotto il profilo storico e sociale ma anche tecnico e amministrativo. Il portale dovrà poi essere una narrazione e uno strumento a disposizione di tutti, ma soprattutto a vantaggio delle giovani generazioni e degli studiosi di tutto il mondo. Per non dimenticare». L’archivio sarà allestito a Palazzo Scarpa, a Gemona, un immobile interessato da un processo di riqualificazione anche grazie a risorse regionali.

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In copertina, il centro storico di Gemona con il Duomo completamente ricostruito dopo il terremoto di 49 anni fa; all’interno, l’assessore regionale Barbara Zilli durante la cerimonia commemorativa e la collega Cristina Amirante.

“I fùrlans dal Frìul” che Dino Persello racconta oggi online con Treppo Grande

di Giuseppe Longo

«Un popolo non muore con il crollo delle case, e il Friuli è vivo, perché sono ancora vivi i valori che ne costituiscono… l’anima». Lo disse Giuseppe Zamberletti, commissario straordinario per la ricostruzione di questa terra devastata dai terremoti del 1976. E, proprio con questo spirito, Dino Persello darà vita all’odierno incontro-spettacolo online (ovviamente, a causa della perdurante emergenza sanitaria) dal titolo “I fùrlans dal Frìul”, organizzato dal Comune di Treppo Grande in collaborazione con l’Arlef nell’ambito delle celebrazioni per la “Fieste de Patrie dal Friûl” che ricorreva sabato scorso, 3 aprile. L’evento si terrà proprio questa sera, alle ore 20.30, sulla piattaforma GoToMeeting, alla quale ci si può collegare dal proprio smartphone, tablet o Pc (sotto il link).
“I Fùrlans dal Frìul”, dunque. «Ovvero: esperienze, osservazioni, costumi, riflessioni, ironia, autoironia, ricerche… risate! Il Teatro – anticipa l’attore-regista di San Daniele, ma originario della vicina Dignano – è un fantasma in carne ed ossa, l’ultima barriera di una esperienza umana dove si incrocia il respiro degli attori a quello degli spettatori. Un monologo teatrale quando è interessante cattura l’attenzione del pubblico, diversamente diventa barboso. Se il monologo “funziona” si caratterizza soprattutto per la sconfinata libertà di raccontare, di rendere vivi e presenti i fantasmi dell’immaginazione. “…Il monologo teatrale è il regno dell’incontro, di quella seducente e non facilmente inimitabile intercettazione del senso, di quel senso che al di là dei significati che pure produce, aleggia per la scena, sul pubblico, e nel carisma dell’interprete, che assume su di sé il non comune compito di esprimere viva energia!”, diceva Pier Paolo Pasolini».
«Massima attenzione e rispetto – prosegue Persello – di fronte a questa elevata dimensione pasoliniana, ma non timore, nell’avventurarmi a scrivere questo “I Fùrlans dal Frìul”. Una serie di osservazioni sul nostro popolo, con i suoi difetti e le sue qualità, alla pari degli altri popoli di questo mondo. Da ultrasettantenne che ha visto abbastanza acqua passare sotto i ponti del Friuli sono andato a sfruculiare colori e sfumature, interpretando le radiografie di questa nostra gente. Non mi sono avventurato in ecografie, tac o risonanze magnetiche, non ne sarei stato all’altezza nel… “leggerle”. Non per questo l’analisi sarà superficiale (non amo per niente il pressapochismo), ma l’obiettivo è stato quello di bramare nello stesso tempo, di poter continuare a vivere la nostra vita di friulani possibilmente con dignitoso profilo, e perché no, anche con leale e genuina… ironia!”. Proprio perché, appunto come disse l’indimenticabile Zamberletti, il Friuli è vivo «perché sono ancora vivi i valori che ne costituiscono… l’anima».

di Dino Persello

Eco ca il popul Furlàn: ancjemô uè, no sin ne piês ne miôr dai tanç atris popui di chistu mont.
Nô Furlàns , i sin nô cu la nestra storia, cu la nestra cultura , la nestra lenga, i nestris difiets e les nestres cualitats!
Sôl che sciaguratamenti ancjemô massa spess, a samea chi si vergognini di chel chi sin, fin al punto di sintisi inferiôrs, debui e puers devant dal mont e a les atres cultures.
Chistu a me modest parê, parceche ancjemò no si conoscìn avonda: i savìn cuasi dùt riguart al mont, ma pôc o nuja da la nestra storia e da la nestra cjera.
E cussì cuant chi si confrontìn cun chei atris, i vin simpri puntos di riferiment, ca no son i nestris, e ca no fevelin mai di nò!
A lè cussì che par chei atris massa dispèss i deventìn i: “Fùrlans dal Frìul!?!”.
Il grant e periculosisim riscjo a lè chel che se i no cambìn di corsa diresiòn, la nestra cultura, la butin una volta par dutes tal fossâl, pierdint tal stess timp, ancja la nestra personâl identitât ca appartèn a duta l’umanitât, parceche ancja no, tant che duç i popui da la cjera, i sin part impuartant da la storia dal omp!
Pobèn a e ora di finila cul nestri orgoglio smisurât, cu la nestra stravagant agressivitât, e il nestri sei massa spess incomprensibilmenti…permalôs.
Ma ancja silensiôs, modesc, dignitos, in positîv chista volta.
No i sin chei dal’understaitment – low profile, profîl bass…una vora spess ancja massa!
No, no sin mai stâs boins di sglonfâ la nestra “bufula”, dulâ che a diferensa di atres bufules plenes di fun, la nestra a contèn ta la magjoransa dai câs, un arost squisît e profumât!
I ai scrìt chistu lavôr “Il Frìul dai Fùrlans”, cul gust di provâ a fa i ragios, no una tac o una risonança magnetica (no mi soi sintût al’alteça, al moment di interpretales) a chistu nestri popul, analizant i sie colors e les sfumadures, cirint tal stess timp di no cjapassi massa sul serio (e chi a nol sarà par nuja facil!), e fa in môt di podè continuà a vivi la nestra vita cul just profil e parcè no ancja cun tuna inteligjent…ironia!

Ci si può collegare dal proprio smartphone, tablet o Pc utilizzando il seguente link: https://global.gotomeeting.com/join/414215509

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In copertina e qui sopra Dino Persello durante uno spettacolo dedicato, come oggi, all’identità friulana.

 

Il Friuli con Gemona ricorda il sisma di 43 anni fa

di Gi Elle

Sono passati già 43 anni da quella caldissima – per l’epoca – sera di maggio che sconvolse mezzo Friuli. Era il terremoto dei mille morti, 400 soltanto a Gemona – la “capitale” – che domani sera, proprio alle nove, li ricorderà, come è tradizione, con altrettanti rintocchi della campana del castello, pure rinato come tutta la cittadina vegliata dal monte Glemine dopo il sisma.
Un omaggio a chi, servendo il proprio Paese, è rimasto vittima del tragico evento, ma anche un segno di vicinanza delle istituzioni nei confronti della comunità regionale per commemorare sia i civili morti sotto le macerie sia il “padre” della ricostruzione, Giuseppe Zamberletti, scomparso pochi mesi fa e che fu inviato dal Governo nazionale per dare sostegno alla Giunta regionale, allora guidata da Antonio Comelli, trovatasi di fronte ai gravosissimi compiti dell’emergenza e dell’assistenza alle popolazioni colpite. È stata questa la testimonianza che il vicegovernatore della Regione, Riccardo Riccardi, accompagnato dall’assessore al Bilancio, Barbarza Zilli, ha portato ieri nel corso delle cerimonie svoltesi a Gemona proprio nel ricordo del terremoto del ’76.

Giuseppe Zamberletti

La celebrazione – come informa una nota Arc – ha preso il via con la deposizione di una corona nella sede dell’Ana al cippo che ricorda gli alpini deceduti durante il sisma. Successivamente, in piazzale Emanuele Chiavola – che ricorda il segretario generale straordinario della ricostruzione -, si è tenuta la commemorazione al monumento eretto a memoria delle vittime del terremoto e dell’opera di soccorso portata alla popolazione dal Corpo nazionale dei Vigili del fuoco. Infine, alla Goi-Pantanali è stata celebrata una messa, cui ha fatto seguito la deposizione di una corona per ricordare gli alpini della Julia deceduti in caserma proprio sotto le macerie del sisma.
A margine dell’incontro, la Regione ha evidenziato il significato delle celebrazioni che hanno preso il via appunto ieri e che si concluderanno domani, 6 maggio, esattamente a 43 anni di distanza dai tragici fatti che segnarono la storia del Friuli Venezia Giulia. In particolare, la presenza del vicegovernatore ha voluto rappresentare l’omaggio dell’istituzione a quanti, prestando servizio per il proprio Paese, hanno perso la vita nell’adempimento del proprio servizio e alle ricordate quasi mille vittime civili di quel luttuoso evento.

L’esponente della Giunta Fedriga si è infine soffermato sulla figura dell’onorevole Zamberletti, che fino allo scorso anno aveva partecipato alle annuali commemorazioni: un uomo di Stato, affermatosi quale “padre della ricostruzione”, la cui lungimiranza nella gestione del volontariato organizzato produsse un modello che, su scala nazionale, prese successivamente forma con il nome di Protezione Civile.

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In copertina, il duomo di Gemona simbolo della rinascita del Friuli.

L’addio a Ruffino ex parlamentare ed esponente Anpi

di Giuseppe Longo

Nuovo grave lutto per la politica del Friuli Venezia Giulia. A causa di una malattia, rivelatasi purtroppo senza speranze, si è spento prematuramente all’età di 67 anni l’onorevole Elvio Ruffino, figura storica della Sinistra friulana, ex parlamentare, presidente del Consiglio comunale di Udine e autorevole componente dell’ufficio di presidenza dell’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, nel comitato provinciale udinese.

“A nome della Regione esprimo il più vivo cordoglio per la prematura scomparsa di Elvio Ruffino. L’intera Amministrazione regionale è vicina alla famiglia in questo momento di dolore”, ha affermato il governatore Fvg, Massimiliano Fedriga, alla notizia della morte dell’ex parlamentare udinese, interpretando i sentimenti del mondo politico regionale.

Elvio Ruffino era nato nel 1951 a Passons, frazione di Pasian di Prato a due passi da Udine, e all’ideologia della sinistra si era accostato fin da giovanissimo. Proprio nelle file del Pds e quindi dei Ds, le forze politiche che raccolsero l’eredità del vecchio Partito comunista italiano, venne eletto deputato negli anni Novanta nell’Assemblea di Montecitorio. Ma ebbe incarichi di prestigio anche a livello regionale, tanto da essere eletto segretario Fvg del Pds e quindi consigliere alla Provincia di Udine. E come si è detto fu esponente di spicco anche nell’Assemblea civica di palazzo D’Aronco, nell’ambito della quale rivestì appunto il ruolo di presidente del Consiglio.

Ma, oltre ai suoi importanti ruoli politici, Elvio Ruffino si è molto dedicato all’Associazione nazionale partigiani d’Italia nell’ambito del Comitato provinciale di Udine, dove il suo competente apporto era sempre molto apprezzato.

Un nuovo grave lutto, dunque, per la politica friulana che nel corso del 2018 è stata privata di autorevoli esponenti che segnarono la storia della nostra regione, soprattutto dopo il terremoto del 1976. Sono scomparsi, infatti, gli ex senatori Mario Toros, Giuseppe Tonutti ed Ettore Romoli – che peraltro era stato appena eletto nel Consiglio regionale divenendone presidente -, e l’onorevole Maria Piccoli, figura di spicco dell’agricoltura regionale che gravita attorno al mondo cattolico della Coldiretti. Per non dire di Giuseppe Zamberletti che, pur non essendo friulano, era ormai considerato come uno dei “nostri” per quanto da lui fatto in qualità di commissario straordinario del governo per la ricostruzione del Friuli. E la riconoscenza della nostra gente gli è stata rinnovata l’altra sera, nel duomo di Gemona – “capitale del terremoto” -, in occasione della messa di suffragio celebrata nel trigesimo della scomparsa.

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In copertina, una foto di Elvio Ruffino quando era parlamentare.

 

Virtuoso incontro tra pubblico e volontariato per sconfiggere i tumori

Un incontro virtuoso tra sanità pubblica e volontariato, una sinergia concreta tra il privato (due sorelle che hanno voluto ricordare con una donazione la mamma scomparsa sette anni fa) ed una Banca vicina al territorio. Con la regia della Sezione udinese della Lilt (Lega italiana per la lotta contro i tumori) sono bastati tre mesi per dotare il reparto di radioterapia del “Santa Maria della Misericordia” di un modernissimo Sistema di posizionamento paziente, un’attrezzatura in fibra di carbonio destinato a migliorare la qualità del trattamento dei pazienti affetti da tumore al torace o al seno.

“Ne beneficeranno non solo i pazienti, ma anche il personale medico, tecnico e infermieristico avrà un ritorno in termini di maggior efficienza”, ha sottolineato il dottor Marco Trovò, direttore dell’istituto di radioterapia dell’Azienda sanitaria universitaria integrata, alla quale la Lilt udinese ha ceduto in comodato d’uso gratuito l’apparato, costato 5.000 euro. Per poco meno della metà l’importo è stato coperto da una dotazione delle sorelle Elisa e Valentina Filiputti, che hanno voluto così la memoria della mamma, Miriam Durì, al rimanente ci ha pensato la Banca di Udine con un contributo liberale finalizzato. “Con la Lilt – ha detto il direttore dell’Istituto di Credito, ragionier Giordano Zoppolatoabbiamo un protocollo d’intesa, che prevede impegni reciproci; ma questo intervento rientra anche a pieno titolo nel nostro ruolo di Banca locale impegnata nel sociale”.
Il presidente della Lilt, ingegner Giorgio Arpino, ha sottolineato come questo intervento rafforzi la collaborazione storica tra la Lilt e le strutture sanitarie. “Il nostro core business è la prevenzione – ha detto –, ma quando chi opera in prima linea ci chiede una mano, gliele tendiamo due”. Arpino ha poi consegnato ai sanitari la copia della documentazione – risalente al 1927 e conservata negli archivi della Lilt – che testimonia la consegna da parte della Lilt di 100 milligrammi di radio all’ospedale di Udine: “Grazie a quella donazione – ha sottolineato – Udine è stata fin d’allora all’avanguardia; e quella collaborazione non si è mai interrotta”.
Soltanto negli ultimi cinque anni, la Lilt ha speso a beneficio del nosocomio udinese oltre 300 mila euro. “Senza di voi – ha commentato il dottor Gianpiero Fasola, direttore del dipartimento di oncologia Asiud – ci sarebbero molte cose che non potremmo fare”. Il medico che ha dato il via alla catena di solidarietà, dottor Andrea Signor, ha poi spiegato le caratteristiche del nuovo apparato, che ha definito “una interfaccia tra la tecnologia avanzata, come l’acceleratore lineare al quale è asservito il sistema di posizionamento, ed il personale tecnico”. Rivolgendo un pensiero alla mamma delle sorelle Filiputti – presenti alla consegna – ha concluso dicendo che “la riconoscenza è la memoria del cuore”.

L’assessore alla Salute del Comune di Udine, dottor Giovanni Barillari, ha portato il saluto del sindaco e della ciivica amministrazione. Ha ricordato che il Comune di Udine è socio fondatore della Lilt e si è detto in piena sintonia con l’assessore regionale Riccardo Riccardiimpossibilitato a intervenire, come invece annunciato, perché a Varese ai funerali dell’onorevole Giuseppe Zamberletti – quando parlando di sanità sostiene che “il pubblico può molto, ma non può tutto”.
Alla cerimonia di consegna, svoltasi nel “bunker” del reparto di radioterapia del nosocomio udinese, era presente anche il dottor Luca Lattuada, in rappresentanza della direzione dell’Asiud.

L’ospedale “Santa Maria della Misericordia”.

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In copertina, da sinistra, il presidente della Lilt friulana, ingegner Giorgio Arpino, il dottor Marco Trovò, la signora Loredana Contardo della Banca di Udine e il direttore generale Giordano Zoppolato; le sorelle Elisa e Valentina Filiputti.

Il Mandi del Friuli a Zamberletti “motore” della sua rinascita

di Gi Elle

Mentre il Friuli Venezia Giulia lo onorava con le bandiere a mezz’asta su tutti gli edifici pubblici – e la Regione aveva proclamato una giornata di lutto -, l’Italia ha dato l’ultimo saluto a Giuseppe Zamberletti nella sua Varese. Il Paese era rappresentato con le massime autorità dello Stato, in prima fila, nella cattedrale della città lombarda, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il premier Giuseppe Conte, con il capo della Protezione civile Angelo Borrelli. E tanti sono coloro che sono arrivati anche dalla nostra regione, soprattutto sindaci e amministratori pubblici, oltreché rappresentanti della Protezione civile, per dire “mandi” all’indimenticabile Commisssario straordinario per la ricostruzione del Friuli terremotato nel corso del rito celebrato dall’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, il quale ha parlato dello scomparso come di “un uomo che si è curato delle ferite dell’umanità”. La folta delegazione era guidata dal governatore Massimiliano Fedriga e dal suo vice Riccardo Riccardi, che è pure titolare della Protezione civile regionale.  Ma c’erano anche, tra la altre autorità, il vicepresidente della Camera dei deputati Ettore Rosato, l’assessore regionale alle Finanze Barbara Zilli e il presidente del Consiglio regionale Piero Mauro Zanin.

Il presidente Mattarella e il premier Conte accanto al feretro di Zamberletti; sotto, il governatore Fvg, Fedriga.

“Zamberletti è stato un padre del Friuli Venezia Giulia, perché con la sua opera riuscì a dare un futuro alla nostra terra, creando dopo il terremoto del 1976 le migliori condizioni per la ricostruzione e la rinascita economica e sociale del Friuli”, ha detto Fedriga, a margine della celebrazione dei funerali di Stato. Zamberletti, scomparso a 85 anni, ricoprì tra gli altri incarichi, quello di parlamentare, sottosegretario di Stato e commissario straordinario per il coordinamento dei soccorsi appunto dopo il sisma che colpì il Friuli quasi 43 anni fa causando mille morti e devastando decine di paesi. Un ruolo-chiave che lo vide a fianco dell’allora presidente della Regione, Antonio Comelli, ricordato nel 2018, ricorrendo il ventesimo anniversario della scomparsa, come il “Presidente della Ricostruzione”.

Come sottolineato dal governatore Fvg, Zamberletti – “padre” della Protezione civile, fondata proprio in occasione del sisma del Friuli – è stato un esempio di capacità, onestà e pragmatismo, qualità che crearono una perfetta simbiosi con l’attitudine del “saper rimboccarsi le maniche” del popolo friulano. “A lui – ha detto Fedriga – va tutta la nostra gratitudine per essere stato il protagonista di una stagione che vide il Friuli rimettersi in piedi proprio per merito di una precisa volontà politica dello stesso Zamberletti, che delegò alle autonomie locali la realizzazione della ricostruzione”.
Per quel che riguarda il ricordo di Zamberletti, Fedriga ha rimarcato come per la figura dell’ex commissario non siano adeguate occasioni estemporanee, bensì delle iniziative destinate a dare una giusta e duratura memoria “a quello che rimarrà sempre un membro della nostra comunità regionale”.

Fedriga e Riccardi a Varese con la folta delegazione della Protezione civile del Friuli Venezia Giulia.

“Quella di oggi, che ha visto a Varese presenti tanti volontari della Protezione Civile regionale, è stata una partecipazione spontanea, per dare l’ultimo saluto al padre di questa organizzazione. Una famiglia che esiste anche e soprattutto grazie all’intuito e all’opera di Giuseppe Zamberletti”, ha fatto eco a Fedriga l’assessore Riccardi. “Un uomo – ha sottolineato – che ha saputo tenere insieme lo Stato e il sistema periferico. Oltre a ciò, aveva la straordinaria capacità di riuscire a mettere concordia e superare le divisioni, qualità essenziali in quei frangenti del post terremoto per coordinare il sostegno alla popolazione e realizzare la ricostruzione”.
Come rimarcato infine dal vicegovernatore, le capacità politiche, amministrative e umane di Zamberletti si rivelarono “l’elemento decisivo nel creare le migliori condizioni per vincere una sfida complicata e difficile come quella”. Il Friuli serberà una riconoscente memoria di Giuseppe Zamberletti, protagonista e vero “motore” della sua rinascita e del suo sviluppo.

Il vicegovernatore Riccardi in basilica.

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In copertina, l’onorevole Giuseppe Zamberletti spentosi a 85 anni.

(Foto Regione Fvg) 

Addio a Zamberletti: il Friuli rinato dal sisma gli è grato

di Giuseppe Longo

Dopo Antonio Comelli, il Friuli ha perso un altro grande fautore e protagonista, anzi l’uomo-chiave, della rinascita post-sismica. Infatti, se lo storico leader della Regione Fvg morto nel 1998 – l’ultima commemorazione nel ventesimo anniversario della scomparsa era avvenuta a Nimis, suo paese natale, a fine novembre – è ricordato come il “Presidente della Ricostruzione”, Giuseppe Zamberletti, nonostante fossero passati quasi 43 anni dal terremoto, godeva ancora di immutata riconoscenza, così tanto che a ogni suo ritorno per qualche pubblica cerimonia nei paesi sconvolti in quella terribile sera del 6 maggio 1976, e poi nelle repliche di settembre, era accolto con sincere e calorose attestazioni di simpatia e affetto. Perché di Zamberletti si ricordano ancora con gratitudine, e si indicano come esempio, i tratti della vera politica: saggezza, onestà, concretezza, lungimiranza.

La notizia della sua morte, rapidamente diffusasi ieri mattina, è stata accolta da tutti con dolore,  perché in questo modo il Friuli ha perso un vero, grande amico, che accompagnò passo dopo passo il suo cammino prima per l’uscita dall’emergenza e poi per avviare e seguire la riedificazione di tutto ciò che il sisma aveva cancellato, innestando nel contempo una grande stagione di sviluppo che ha dotato la regione di infrastrutture e servizi – l’autostrada Alpe Adria, il raddoppio della ferrovia Pontebbana, l’istituzione dell’Università di Udine –  che ci hanno dato una dimensione moderna e progredita, ponendoci al centro dell’Europa. E i sentimenti della popolazione del Friuli che ricorda, come me, nitidamente le giornate dell’emergenza e della rinascita sono stati efficacemente tratteggiati dal governatore della Regione Massimiliano Fedriga e dal vice Riccardo Riccardi, che ha anche la delega alla Protezione civile.

L’onorevole Zamberletti – spentosi sabato sera a 85 anni, per l’aggravarsi di una malattia che l’aveva colpito tempo addietro, e domattina nella sua Varese riceverà l’ultimo saluto-  era stato nominato, poco più che quarantenne, dal presidente della Repubblica Sandro Pertini commissario straordinario per la ricostruzione del Friuli terremotato con il compito di affiancare la Regione, guidata appunto dal presidente Comelli, nel complesso e impegnativo progetto di rinascita. Un incarico che assicurava prima di tutto un filo diretto tra il Friuli e Roma, un canale di comunicazione efficacemente sostenuto anche da tre parlamentari del tempo – Mario Toros, Giuseppe Tonutti e Maria Santa Piccoli – che ci hanno lasciato nel volgere di pochi mesi proprio nell’anno appena concluso. Un dialogo costruttivo con la Capitale, dove primo interlocutore fu Aldo Moro, il quale disse proprio a Toros, convocato a palazzo Chigi l’indomani del sisma: “Dobbiamo fare subito una legge per la ricostruzione e lo sviluppo del Friuli”. Perché Moro – l’ho sentito raccontare proprio da Comelli  e l’ho rievocato già nel giugno scorso, al momento della morte dell’ex senatore e ministro – aveva un’attenzione particolare per la nostra terra.  “Mi ricorda – diceva – la gente delle Puglie, della mia Maglie: laboriosa, seria, sobria, tenace”.
E in quell’incontro nella immediata emergenza si posero le basi per ripartire. Non solo attraverso la erogazione di finanziamenti adeguati per assicurare ricostruzione e sviluppo, ma anche con la possibilità, mai sperimentata prima, di delegare ai sindaci – nominati funzionari delegati – la gestione in prima persona delle incombenze burocratiche così da semplificare non poco le pratiche e accelerare i tempi per la rinascita. E in appena dieci anni – lo ricordavo proprio in occasione della commemorazione di Antonio Comelli, nella mia Nimis – la riedificazione di quanto era stato distrutto, privato e pubblico, era per larga parte completato.

Ma Zamberletti sarà ricordato anche come “padre” della Protezione civile. Un servizio di prevenzione in caso di calamità naturali importanti, come appunto il terremoto, che non esisteva né in Friuli né tantomeno altrove, così come lo intendiamo oggi. Proprio qui infatti nacque dopo il sisma, appunto grazie alla felice intuizione del commissario straordinario, la Protezione civile che poi si è via via diffusa in tutt’Italia. “Oggi la Protezione civile non perde solo il suo fondatore ma anche un amico, un maestro, una guida. Questo è stato in questi anni per tutti noi e per i tanti volontari italiani”, ha detto il suo capo, Angelo Borrelli, ricordando con gratitudine Zamberletti. Il quale, eletto deputato nel 1968, fu a lungo parlamentare in rappresentanza della Democrazia Cristiana. Ma, forte dell’esperienza maturata proprio in Friuli, fu nominato commissario straordinario anche in occasione dei terremoti che colpirono l’Italia meridionale a cominciare da quello della Campania, nel 1980, divenendo un anno dopo ministro per il coordinamento della Protezione civile.

“La nostra regione – ha detto il governatore Fedrigasa apprezzare chi le fa del bene e non dimentica, tributando un saluto composto quanto sincero e riconoscente”. Io non ho avuto la possibilità, o meglio la fortuna, di conoscere Giuseppe Zamberletti personalmente, ma ricordo benissimo quella fredda giornata in cui per la prima volta arrivò a Nimis, accompagnato dal presidente Comelli e dal prefetto Spaziante – come testimoniano le fotografie scattate dal bravo Bruno Fabretti, oggi 95enne -, per prendere visione, ragguagliato dal sindaco Giovanni Mattiuzza, di come procedeva l’allestimento dei prefabbricati che sarebbero stati necessari per lasciare gli alloggi di fortuna e le roulotte inviate dalla massiccia solidarietà. Per cui credo di interpretare appieno i sentimenti della popolazione friulana, a cominciare ovviamente da quella che visse in prima persona l’esperienza del terremoto, se dico: “Grazie, onorevole Zamberletti!”.

Due momenti della visita a Nimis dell’onorevole Zamberletti.

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In copertina, Zamberletti con Comelli, Mattiuzza e Spaziante a Nimis nell’inverno dopo il sisma.

 

 

Sindaci benemeriti anima e motore della rinascita

di Giuseppe Longo

Proprio nella ricorrenza del 25 aprile, ritengo doveroso dedicare ancora alcune righe all’importante ricerca realizzata con impegno certosino da Giannino Angeli ed Amos D’Antoni, e riportata nel libro di 152 pagine dal titolo “I Sindaci del Friuli Venezia Giulia dalla Costituente a oggi”, uscito con il patrocinio del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia per i tipi della Lithostampa di Pasian di Prato,su iniziativa dell’Associazione sindaci emeriti del Friuli Venezia Giulia presieduta da Elio Di Giusto.
Ma ritengo opportuno farlo anche perché siamo nell’imminenza del 42mo anniversario di quel terremoto che sconvolse queste terre alle nove di sera del 6 maggio 1976.

Innanzitutto, va detto che il volume presentato la scorsa settimana a Udine abbraccia un ampio periodo che va appunto dalla fine della seconda guerra mondiale, cioè da quelle amministrazioni civiche nate dalla Resistenza e che subentrarono a quelle autoritarie incarnate dai podestà. E alle quali gli stessi autori avevano già dedicato una specifica trattazione nel 2013 dal titolo “I Sindaci della Liberazione”.
“Superati anche questi tempestosi anni” – appunto del Ventennio fascista – e con il ritorno alla democrazia ecco “l’avvio controllato della gestione amministrativa dei Comuni e quindi il ripristino dell’elezione dei rappresentanti dei cittadini riservando al Sindaco la nomina di secondo grado, cioè eletto dal Consiglio comunale.
Solo con la Legge 25 marzo 1993 numero 81 – annotano Angeli e D’Antoni che furono primi cittadini rispettivamente di Tavagnacco (1970 – 1975) e Basiliano (1980 – 1992) – si arriverà alla elezione diretta del responsabile alla guida delle nostre comunità”.
Ma tralasciamo gli anni post-bellici che seguirono, sebbene eroici perché segnarono una vera e propria rinascita amministrativa, fisica, sociale ed economica, per arrivare a quella che è senza dubbio la pagina più esaltante in questi settant’anni o poco più: la ricostruzione post-sismica nella quale i Sindaci sono stati anima e motore consentendo a queste terre devastate, con il fattivo sostegno dello Stato e della solidarietà internazionale, di rinascere in poco più di una decina d’anni.
Unico caso del genere in Italia e del quale voglio proprio parlare in questa sede per indicare ancora una volta quello che era stato definito “modello Friuli” come esempio per l’intera Penisola, in particolare per quei paesi e quelle città del Centro che in questi ultimi anni hanno purtroppo dovuto fare la stessa durissima esperienza, travolti da terremoti ricorrenti e impietosi.
Questo fu possibile – ricordano Angeli e D’Antoni – perché i Sindaci, in stretto contatto con la Regione Friuli Venezia Giulia, allora guidata da Antonio Comelli, e sotto la regia del Commissario straordinario del Governo Giuseppe Zamberletti, furono investiti della gravosa incombenza di “funzionari delegati” con una responsabilità e una fiducia fino a quel momento mai accordate a un amministratore locale. In pratica, il finanziamento per ricostruire o riparare la casa era “erogato direttamente dal Sindaco del Comune, nel suo ruolo di delegato della Regione e con i mezzi messi a disposizione dalla Segreteria generale straordinaria”.

Questo ha permesso di semplificare alquanto la macchina burocratica velocizzando tutte le pratiche presentate dagli aventi diritto e quindi tutta l’operazione di rinascita, peraltro uscita senza macchia. “Non si scordi, tra l’altro – osserva al riguardo il professor Fulvio Salimbeni, dell’ Universita di Udine, che ha curato la prefazione del volume -, che questo è stato l’unico caso di ricostruzione senza malversazioni, ruberie e inadempienze di sorta, il che è dovuto anche e in particolare misura proprio a questi benemeriti personaggi, cui il presente lavoro ha saputo fornire il dovuto riconoscimento, mettendo a disposizione di chi lo vorrà gli elementi essenziali per studi biografici su singole personalità tra quelle qui egregiamente schedate”. E tra queste come non citare, una per tutte: Ivano Benvenuti, Sindaco di Gemona dal 1975 al 1983, negli anni cruciali dell’emergenza e della ricostruzione.

Sotto la sua guida competente e appassionata è praticamente avvenuta quasi tutta la rinascita della “capitale” del terremoto, meritando quella stima e riconoscenza che la sua gente ha voluto tributargli in massa la scorsa estate quando gli ha dato l’ultimo, commosso saluto.
“A ragione, dunque – riprende e conclude Salimbeni -, Sindaci della speranza, capaci di risollevare due volte a pochi decenni di distanza le loro comunità duramente provate dalla Storia e dalla Natura, proiettandole verso il futuro, ma speranza anche che Giannino Angeli continui a contribuire, come fatto anche in questa per il momento sua ultima fatica, a una sempre migliore conoscenza del passato della nostra regione”.
Un augurio al quale mi associo, estendendolo anche ad Amos D’Antoni.