Rojale addolorato e incredulo per la scomparsa dell’ex sindaco Edi Colaoni: ieri avrebbe compiuto 64 anni. Martedì l’addio nella Chiesa della sua Rizzolo

di Giuseppe Longo

Il Rojale è addolorato e incredulo per la morte improvvisa e prematura di Edi Colaoni, sindaco per due mandati amministrativi fino al 2014. Aveva, infatti, appena 63 anni. Sessantaquattro li avrebbe compiuti ieri, tanto che appena mi ha avvertito Facebook della ricorrenza gli avevo inviato gli auguri ignaro di quanto fosse accaduto la sera prima a Ravascletto, in Carnia, dove era in vacanza da alcuni giorni. Ben presto, però, sui social ha cominciato a circolare la triste notizia del grave malore che lo aveva colpito, suscitando grande cordoglio e sentita partecipazione al dolore della famiglia: lascia la moglie Marina e i figli Valentina e Thomas, oltre alla mamma Lidia. È stato appena stabilito che i funerali saranno celebrati martedì prossimo, alle 17, nella Chiesa parrocchiale di Rizzolo, che sorge proprio accanto alla casa dell’ex primo cittadino, mentre lunedì alle 19 sarà recitato il Rosario in suo suffragio nello stesso luogo.
Edi Colaoni, cavaliere al merito della Repubblica, sarà ricordato certamente per la lunga esperienza politico-amministrava spesa a favore del Rojale che tanto amava, ma soprattutto per il suo carattere solare, diretto, cordiale, sempre pronto alla battuta, ironico anche sulle sue condizioni di salute, già messe a dura prova parecchi anni addietro. Una persona davvero esemplare e che suscitava immediata simpatia, tanto che diventava ben presto amico di tutti. «Ci lascia un amministratore competente, profondamente impegnato per il territorio e la sua gente. Alla famiglia e ai suoi cari un sincero messaggio di vicinanza in questo doloroso momento», ha scritto in un messaggio il presidente del Consiglio regionale, Mauro Bordin, appena appresa la triste notizia. Gli ha fatto eco Anna Zossi, primo cittadino di Reana dallo scorso 9 giugno, sottolineando le sue qualità di «stimato sindaco dal 2004 al 2014, sempre presente, preparato, dedito ai cittadini e al territorio del Rojale». Ma sono numerose le attestazioni di cordoglio e di partecipazione al lutto della famiglia e della comunità  soprattutto da parte di esponenti politici. Colaoni si era, infatti, formato alla scuola cattolico-centrista, ma poi aveva maturato simpatie autonomiste tanto che attualmente era responsabile locale della Lega guidata dal ministro Salvini.


Dopo il Classico Stellini a Udine, si era laureato a Trieste in giurisprudenza – ma non l’ho mai sentito chiamare “dottore”, per tutti era semplicemente Edi -, quindi dipendente di Autovie Venete (commissario per l’emergenza della mobilità- terza corsia). Colaoni era stato per molti anni uomo-chiave nell’amministrazione comunale di Reana del Rojale, iniziando il suo impegno politico da consigliere e assessore nell’ormai lontano 1999, per poi assumere la carica di sindaco nel 2004 ottenendo la sua conferma per un altro quinquennio nel 2009, tanta era la stima che circondava la sua persona. Aveva poi ricoperto la carica di consigliere di amministrazione in diverse realtà del territorio dal Cato (Consulta d’ambito ambientale) al Ditedi (Distretto delle tecnologie digitali) e all’A&T( servizi di igiene ambientale), nonché al Cafc (Consorzio acquedotto Friuli Centrale, ente gestore del servizio idrico integrato) di cui era stato anche vicepresidente. Ha avuto parte attiva in tanti sodalizi cittadini, dalla Pro Loco del Rojale, per la quale è stato uno dei promotori più convinti e appassionati, alle Acli e all’Anac. Edi Colaoni era iscritto anche all’albo dei “Sindaci emeriti del Friuli Venezia Giulia”, ma il suo impegno è ricordato pure dalla Protezione civile locale, dalla sezione dell’Associazione partigiani di Osoppo – era facile incontrarlo, per esempio, alle vicine commemorazioni di Torlano, il 25 agosto, e di Nimis, il 29 settembre -, dai Carabinieri in congedo e dagli Alpini.
Con la così prematura e dolorosa dipartita di Edi Colaoni scompare anche un importante punto di riferimento per la vita della sua Rizzolo e e di Reana in generale. Per cui saranno sicuramente in tanti coloro che, martedì, vorranno dargli l’ultimo saluto ed esprimergli riconoscenza per quanto ha fatto in tanti anni di dedizione alla comunità, nella consapevolezza che il Rojale con lui ha perso indubbiamente uno dei suoi figli migliori.

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In copertina, Edi Colaoni morto improvvisamente a 63 anni; all’interno, con la fascia tricolore quando era sindaco di Reana e infine con la centenaria Paola Del Din e l’onorevole Elena Lizzi.

 

Udine, si è spento don Luigino Bernardis per oltre mezzo secolo alla Madonna di Fatima. Domani tornerà nella sua Nimis

di Giuseppe Longo

Sarà la Madonna di Fatima, la Chiesa udinese che lo ebbe illuminato pastore per oltre mezzo secolo, ad aprirgli le porte domani mattina per l’ultimo saluto. Si è spento, infatti, all’età di 95 anni, don Luigino Bernardis, originario di Nimis, che appena nel 1992 si era ritirato alla Fraternità sacerdotale: era il prete più anziano di tutta l’Arcidiocesi. I funerali saranno celebrati alle 10.30 e al termine del rito la salma raggiungerà il paese natale per essere tumulata nel cimitero dove riposano tutti i suoi familiari.
A Nimis ormai sicuramente pochi lo conoscevano, se non le persone di una certa età, in quanto la sua lunga vita sacerdotale don Bernardis l’ha trascorsa per larghissima parte proprio a Udine. Era nato nel paese pedemontano nel lontano 1929 e nel 1954, cresciuto alla “scuola” di monsignor Beniamino Alessio – pievano che formò numerosi sacerdoti, tra i quali il cardinale Ildebrando Antoniutti che Nimis ha appena ricordato a 50 anni dalla scomparsa – fu consacrato prete dall’arcivescovo Giuseppe Nogara. Era infatti l’ultimo ad avere ricevuto l’Ordine sacro dal presule che guidò la Chiesa friulana durante gli anni dell’ultima guerra e della ripresa post-bellica. Il giovane don Luigino visse i primi impegni pastorali quale cooperatore parrocchiale a Santo Stefano di Buja, quindi Madrisio di Fagagna in qualità di vicario parrocchiale e poi a Vernassino di San Pietro al Natisone. Fu l’arcivescovo Giuseppe Zaffonato ad affidargli, nel 1966, l’appena istituita Parrocchia di via Colugna, dove riuscì a portare rapidamente a termine la costruzione della moderna Chiesa, dedicata appunto alla Beata Vergine di Fatima, la cui prima pietra era stata posata due anni prima.
Lunghissima, ben 56 anni, la permanenza del sacerdote alla guida del popoloso quartiere udinese, cresciuto in fretta alle spalle dell’Ospedale di Santa Maria della Misericordia, meritando sempre la stima e la riconoscenza anche degli arcivescovi Battisti, Brollo e Mazzocato. Si era arreso infatti appena alla veneranda età di 92 anni alle leggi dell’anagrafe decidendo di lasciare la Parrocchia per affidarla al compaesano don Carlo Gervasi, parroco della vicina Chiesa di San Marco in Chiavris. Questi ultimi anni, come detto, li ha vissuti nella casa di riposo per sacerdoti di via Ellero, festeggiando appena un mese fa il settantesimo anniversario dalla consacrazione.
Questa sera, alle 20, nella Chiesa di piazza Polonia verrà recitato il Rosario in suo suffragio, mentre domani mattina quelle mura che lo videro zelante parroco per oltre mezzo secolo gli daranno l’estremo saluto. Al termine, come detto, la salma di don Luigino Bernardis sarà tumulata nel cimitero di Nimis. Il paese pedemontano riabbraccerà, così, l’ultimo dei suoi figli così anziani che scelsero la strada della Chiesa. A causa proprio dell’età avanzata, ormai il sacerdote non si vedeva più da diversi anni, ma la terra natale lo aveva sempre nel cuore, tanto che fino a quando le forze glielo hanno consentito non ha mancato mai di partecipare alla Messa solenne dell’8 settembre che, nel Santuario della Madonna delle Pianelle, conclude il tradizionale Ottavario.

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In copertina, don Luigino Bernardis durante un rito: era nato a Nimis nel 1929.

Sipario sul “Villacher Kirchtag” festa folcloristica più famosa d’Austria nella quale si sente spesso parlare friulano

di Giuseppe Longo

VILLACH – E ora arrivederci al 2025, all’80ma edizione. Domenica è calato il sipario sul “Villacher Kirchtag”, la grande sagra patronale della città carinziana, ma anche la più famosa festa focloristica dell’Austria intera che richiama ogni anno centinaia di migliaia di visitatori, molti dei quali anche dalla nostra regione. Tra la folla che sabato sera riempiva le principali vie cittadine, con chioschi, bancarelle che offrono i caratteristici cuori di marzapane o pan speziato e orchestrine tipiche, come nell’Hauptplatz, o le attrazioni del luna park nelle strade contermini, era infatti frequente sentir parlare friulano o veneto, ma anche italiano in genere. La festa comincia, infatti, nella piazza allungata che, dal ponte sulla Drava, sale verso la bellissima Hauptpfarrkirche di Sankt Jakob – cioè la Parrocchiale di San Giacomo, la cui memoria ricorreva il 25 luglio -, occupa la super-gremita piazza del Municipio, il Rathaus, dove è allestito anche il tradizionale Baum, l’albero della festa, e si estende nelle altre vie del centro storico, fino a ridiscendere verso il lungofiume, superato il quale si accede al quartiere più moderno, quello che porta alla stazione ferroviaria, dominato dallo slanciato campanile di Sankt Nikolai, che è proprio dirimpettaio allo stabilimento della Villacher, dal quale in questa settimana festaiola è uscita così tanta birra da far “concorrenza” alla stessa Drava, tributaria del Danubio dopo un viaggio di quasi 750 chilometri cominciato alle sorgenti che zampillano dalle Tre Cime di Lavaredo nei pressi di Dobbiaco. La bionda spumeggiante è infatti la vera regina della festa, sia bevuta semplicemente da sola sia sorseggiata per accompagnare i tradizionali salsicciotti di maiale sbollentati in acqua o cotti alla griglia (Bratwurst), che li rende ancora più gustosi, o un panino Kaiser farcito con una generosa fetta di Leberkäse aromatizzata con senape e una grattatina di Kren che ti “commuove”: uno starnuto e una lacrimuccia, infatti, non mancano mai. Birra, insomma, che scorre “a fiumi” come alla Oktoberfest di Monaco o alla Cannstatter Volksfest di Stoccarda, alla quale risalgono bellissimi ricordi della mia infanzia, nei primi anni Sessanta.

Villach – che da sempre ha un legame speciale con il Friuli, a cominciare dalla vicina Tarvisio, e con Udine in particolare – conta poco più di 60 mila abitanti ed è la seconda città della Carinzia dopo Klagenfurt, capoluogo del Land. Ma questa popolazione durante i giorni della sagra risulta praticamente quintuplicata, e forse anche più, tanta è la gente che vi arriva da ogni angolo dell’Austria e appunto dall’Italia, richiamata da un modo di fare festa molto frizzante e tradizionale tipico della gente d’Oltralpe, la quale partecipa con i bellissimi abiti tipici: Dirndl e belle camicette per ragazze e donne, Lederhosen, i pantaloni di cuoio – rigorosamente corti in questa stagione -, per giovanotti e uomini. In Austria, infatti, il costume della tradizione è il “vestito della festa” per eccellenza e tutti lo indossano con orgoglio. Per cui alla sagra c’era veramente uno sfoggio di questi abiti che superava di gran lunga quelli che noi usiamo comunemente.

Cominciato domenica 28 luglio sotto una pioggia fastidiosa, che ha rovinato l’avvio dei festeggiamenti, per il “Villacher Kirchtag” quella di sabato scorso è stata la giornata principale, anche se tutta la settimana è stata molto frequentata, essendo anche numerose le proposte disseminate nelle varie giornate. La penultima però, grazie a un tempo veramente splendido, caldo ma gradevole, è quella che ha richiamato il maggior pubblico anche perché quella è, tradizionalmente, la giornata delle grandi parate in costume con gruppi folcloristici che giungono da tutto il Paese e numerose Bande musicali che, con le loro note gioiose, esaltano il clima allegro della sagra del Patrono: ce n’erano anche dalla Slovenia, dall’Ungheria e dal Friuli Venezia Giulia, con la Filarmonica di Turriaco. E una volta passato il festoso corteo, ha preso il posto degli ottoni la musica delle orchestrine dislocate soprattutto nella Hauptplatz, accanto ai chioschi di birra e Würstel. Tanti coloro che si fermavano ad ascoltare le briose interpretazioni che a molti mettevano il solletico ai piedi. Grande ovunque l’affollamento, dalla piazza principale che dal ponte sale verso il centro con la Hauptpfarrkirche – sotto il campanile anche il “villaggio” italiano con il prosciutto di San Daniele – alle strade contermini o parallele, tradizionalmente riservate a quelli che, alla Fiera di Santa Caterina, siamo soliti chiamare “baracconi”, e che offrivano ogni sorta di attrazione, da quelle più semplici come le pesche a punti (che comunque fanno vincere sempre qualcosa) ai castelli incantati che mettono i brividi, dagli autoscontri alle “giostre” spericolate, che fanno mancare il respiro, alla grande ruota panoramica che offre una stupenda visione della città, ancora più suggestiva con le luci della sera.

E proprio nella notte di domenica è sceso il sipario sul “Villacher Kirchtag” 2024, una festa che val bene una gita anche di breve durata nella città della Drava. Anche perché per raggiungere da Udine la Carinzia basta poco più di un’ora, grazie all’autostrada Alpe Adria realizzata dopo il terremoto di 48 anni fa. E poi, oltre alla sagra stessa, per la quale possono bastare un paio d’ore o poco più, perché non approfittare per un’uscita sui piccoli ma bellissimi laghi – Faaker e Ossiacher -, circondati da magnifici boschi che invitano a una rigenerante passeggiata. E per chi desidera spingersi più a est, sul Wörthersee, lo stupendo lago di Velden e di Klagenfurt, sul cui lato meridionale c’è l’amato Santuario di Maria Wörth. E dalla sua graziosa penisoletta, attraverso una panoramica strada che costeggia il lago per una ventina di chilometri, si arriva proprio alla “città del Drago” che ha un fascino tutto suo. Insomma, “Villacher Kirchtag”, ma non solo…

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In copertina e all’interno alcune immagini del “Villacher Kirchtag” la bellissima sagra.

Nimis, quelle preziose pagine di Mozart e Schubert dedicate da Alberto al nonno Carlo che in tanti hanno voluto salutare

di Giuseppe Longo

NIMIS – Non il tradizionale canto in friulano di invocazione ai Santi, bensì il dolcissimo “Suspir da l’anime” per accompagnare la salma all’uscita della Chiesa prima che il corteo s’incamminasse verso la sua ultima dimora. Alberto Nocera, pianista e organista, amava molto il nonno Carlo e ieri pomeriggio ha voluto dargli uno splendido saluto musicale durante la Messa d’addio celebrata nel Duomo di Santo Stefano, facendo precedere il brano di Oreste Rosso da altri molto famosi, come l’Ave Maria di Schubert e l’Ave Verum di Mozart. Il giovane professionista, uscito dal Conservatorio Tomadini, ha infatti avuto la forza di sedersi all’organo e accompagnare la bellissima voce di Ambra Gerussi, eseguendo queste preziose e suggestive pagine alternandole ai consueti canti esequiali.


Tanti hanno voluto essere presenti all’ultimo saluto a Carlo Gobetti, che si è spento a 85 anni dopo una lunga malattia rivelatasi purtroppo ben presto senza speranze, stringendosi accanto alla sua amata moglie Armanda, alla figlia Alida, ai nipoti Alberto e Giulia, e al genero Pietro Nocera, direttore del consiglio pastorale parrocchiale. Monsignor Rizieri De Tina ha letto una significativa pagina del Vangelo di Giovanni, quella dedicata all’amore, per poi sottolineare le qualità morali che hanno sempre caratterizzato, «con quel suo immancabile sorriso», la vita del defunto: esemplare come marito, come padre, come nonno. Ma anche nel suo lavoro di elettricista. Qualità che l’hanno reso una persona amata e benvoluta da tutti, anche perché quando si trattava di aiutare qualcuno era sempre e subito disponibile. Una particolarità colta pure nelle affettuose parole che ha voluto rivolgergli Renato Zussino, amico da sempre, anche dopo il matrimonio che lo ha portato a vivere a Buja, lontano da quella via Comelli che adesso anche con la scomparsa di Carlo si ritrova sempre più povera e deserta. «Non ti vedremo più – ha detto nel suo toccante saluto in friulano – andare nell’orto e tornare a casa con un mazzo di fiori per la tua Armanda».


Al termine del rito, uscendo, mi è tornato in mente il Duomo, voluto da monsignor Beniamino Alessio, quando era ancora in fase di completamento. All’epoca, erano gli anni Sessanta, all’interno della futura comparrocchiale venivano allestite grandiose pesche di beneficenza – dove c’era sempre anche un importante dono del cardinale Ildebrando Antoniutti, di cui proprio ieri ricorrevano i cinquant’anni della scomparsa – in occasione della plurisecolare sagra settembrina di Madonna delle Pianelle, proprio per finanziare gli ultimi lavori. E sulla cupola gli allora giovani elettricisti di Nimis realizzavano dei giochi di luce meravigliosi, davvero indimenticabili. Uno di loro era proprio Carlo Gobetti: anche per questo merita la gratitudine del paese che lo ricorderà come uno dei suoi figli migliori. Mandi Carlo!

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In copertina, Carlo Gobetti aveva 85 anni; all’interno, don Rizieri benedice la salma e Renato Zussino durante il suo saluto.

In quella Basilica sulla Via Appia Antica un busto di Rodolfo Zilli ricorda il cardinale Ildebrando Antoniutti che morì mezzo secolo fa mentre tornava a Nimis

di Giuseppe Longo

La Via Appia Antica, la principale strada dell’Impero romano, è stata appena dichiarata sito Unesco e quindi Patrimonio dell’Umanità. Stamattina, leggendo questa importante notizia, mi è tornato alla mente che in quella famosissima “consolare” alle porte di Roma, tra i tanti ricordi, ce n’è anche uno legato a Nimis. Infatti, su quella via sorge la splendida Basilica di San Sebastiano alle Catacombe nella quale fu “incardinato” monsignor Ildebrando Antoniutti quando, nel 1962, fu elevato alla dignità della porpora da Giovanni XXIII. E in quella storica Chiesa da vent’anni c’è anche un busto bronzeo dell’illustre presule friulano che è una copia esatta di quello esposto nella Pieve dei Santi Gervasio e Protasio a lato della tomba che custodisce dal 1974 le sue spoglie mortali. Ricorreva, infatti, il trentennale della scomparsa del grande figlio di Nimis e del busto, opera del concittadino Rodolfo Zilli, venne fatta una nuova fusione grazie all’iniziativa del figlio dello scultore che tanto si prodigò anche per far nascere il gemellaggio con Lannach, la cittadina vicina a Graz, dove l’artista emigrato in Stiria bambino con la famiglia aveva il suo studio-laboratorio.

Il busto a Nimis e a Roma.

Ora ricorrono esattamente cinquant’anni dalla morte del cardinale e la comunità di Nimis vuole ricordare Ildebrando Antoniutti proprio nella storica Matrice dove riposa e che, grazie alla sua munificenza, fu sottoposta a generale restauro sessant’anni fa. E lo farà con una Messa che sarà celebrata giovedì 1° agosto, alle 19, quando ricorre l’anniversario della tragica dipartita. Il porporato una volta rientrato in Italia, dopo il lungo impegno diplomatico in mezzo mondo concluso con la responsabilità della Nunziatura di Madrid, era infatti solito trascorrere brevi vacanze estive nella sua casa di via Roma che volle trasformare in casa di riposo per gli anziani del paese. Ma durante il viaggio da Roma – in Vaticano era prefetto della Congregazione dei religiosi (incarico attribuitogli da Paolo VI, il Papa uscito da quel Conclave in cui Antoniutti fu molto votato) – l’auto venne tamponata da un autocarro nei pressi di Bologna e in paese poté rientrare soltanto la salma, che venne deposta nella cappella di quella che oggi si chiama “Villa Nimis”, in attesa dei solenni funerali celebrati nel Duomo di Santo Stefano, al termine dei quali il feretro venne tumulato, come da desiderio espresso dallo stesso porporato, proprio nell’antica Pieve, ai piedi dell’altare maggiore.
Quando lo colse la morte così improvvisa il cardinale era ancora settantacinquenne perché il compleanno l’avrebbe festeggiato, appunto con la sua gente, appena due giorni dopo. Era nato, infatti, da Giuseppe Antoniutti e Anna Comelli, il 3 agosto 1898. Come si legge nelle sue “Memorie autobiografiche”, stampate dalle Arti Grafiche Friulane a un anno dalla scomparsa, frequentò gli studi nel Seminario di Udine e nell’Ateneo del Seminario romano, conseguendo la laurea in teologia nel 1920. Fu consacrato sacerdote il 5 dicembre dello stesso anno e dal 1920 al 1927 insegnò nel patrio Seminario. Nel 1927 venne nominato segretario della delegazione apostolica in Cina, a fianco del cardinale friulano Celso Costantini, con il quale collaborò fedelmente per sette anni. Quindi, fu trasferito come Uditore alla Nunziatura apostolica del Portogallo e nel 1936 Pio XI lo nominò delegato apostolico in Albania e fu consacrato vescovo in Roma il 29 giugno, solennità dei Santi Pietro e Paolo: non aveva ancora compiuto 38 anni! Mentre infuriava la guerra civile, nel 1937 fu inviato in Spagna per una missione di pace di carità. Un anno dopo venne nominato delegato apostolico in Canada, dove rimase per ben quindici anni: ebbe al suo fianco, in qualità di zelante segretario, il compaesano monsignor Giuseppe Micossi, pure lui diplomatico in numerosi Paesi e al quale, dopo il rientro a Nimis, venne assegnata la Parrocchia di Torlano che resse, molto apprezzato, per tanti anni.
Nel 1953, il vescovo friulano ritornò nel Paese iberico con il titolo di nunzio apostolico – cioè ambasciatore della Chiesa – e a Madrid svolse per dieci anni un’intensa missione diplomatica. Proprio nella Capitale spagnola fu raggiunto nel 1962 dalla importante comunicazione che Papa Giovanni, il 19 marzo festa di San Giuseppe, aveva deciso di elevarlo al cardinalato. Una notizia che fu accolta con grande gioia ed emozione in Friuli e in particolare a Nimis, dove fu molto festeggiato al suo primo rientro dopo la prestigiosa nomina. Fece appena in tempo a riabbracciarlo con grande commozione anche monsignor Beniamino Alessio, perché il pievano che il giovanissimo Ildebrando Antoniutti ebbe come luminosa guida, quando maturò la sua vocazione sacerdotale, sarebbe scomparso nel novembre dello stesso anno.

La tomba nell’antica Pieve.

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In copertina, il ritratto del cardinale Ildebrando Antoniutti che apre le sue “Memorie autobiografiche”.

Dino Persello oggi festeggia i 40 anni della Pro Loco di Vendoglio, fa un bilancio degli spettacoli sul Giro d’Italia e annuncia altri progetti dedicati al Friuli

di Giuseppe Longo

Dino Persello è un esperto di Pro Loco, se non altro per essere stato a lungo una figura-chiave del Comitato regionale Unpli a Villa Manin di Passariano. Conosce, infatti, alla perfezione il variegato e insostituibile mondo del volontariato, al quale rende merito anche attraverso il suo impegno teatrale che non conosce soste. Così, proprio questa sera, sarà a Vendoglio per rendere omaggio alla Pro Loco “Giovanni Battista Gallerio” che festeggia 40 anni di vita in occasione della tradizionale sagra per la Madonna del Carmine. Così, dopo la cerimonia che comincerà alle 20 nel parco festeggiamenti con la premiazione dei soci fondatori, prenderà il via il suo collaudato spettacolo intitolato proprio “Pro Loco’s”, del quale è autore e interprete con l’accompagnamento dei violini e delle fisarmoniche dei Petris. «Si tratta – come anticipa lo stesso regista sandanielese, nativo però della vicina Dignano – di un racconto teatral-emozionale sull’universo Pro Loco, fra senso di appartenenza, generosità, accoglienza. E pure promozione turistico-culturale, aggregazione, profilo civico, solidarietà e goliardia. Non fatevelo raccontare, ma partecipate tutti».

Ma questo omaggio alle Pro Loco e ai loro bravissimi collaboratori è soltanto un piccolo aspetto del multiforme impegno artistico di Dino Persello, il quale, in occasione dell’indimenticabile passaggio della “carovana rosa” per le strade del Friuli – attraverso l’entusiasmante tappa Mortegliano-Sappada – ha presentato, come è solito fare a ogni ritorno dei “girini”, uno spettacolo dedicato proprio allo sport delle due ruote che lo ha sempre appassionato fin da piccolo. E del quale oggi fa un bilancio, con uno sguardo anche ai prossimi progetti. «Si è trattato – spiega – di una conclusione alla grande delle dieci tappe serali con “Ciclismo è poesia” lungo i meravigliosi territori attraversati dalla 19ma tappa del 107° Giro d’Italia. Dieci appuntamenti da fine aprile a fine maggio, in trasferta immerso all’interno della provincia friulana, dove questo racconto emozionale ha lanciato importanti messaggi ai numerosi spettatori intervenuti a ogni rappresentazione».
«Ho conosciuto, incontrato, reincontrato – racconta infatti Dino Persello – numerose persone ed enti pubblici, da cui ho continuato a constatare e ad imparare nuove sfumature, relative all’accoglienza e alle strutture organizzative. Una piacevole conferma è arrivata in modo molto chiaro. Là dove l’invito a rappresentare un lavoro teatrale giunge dall’associazionismo locale (Pro Loco, Alpini, Circoli culturali…) il successo è garantito dal senso di appartenenza, dall’entusiasmo e dalla generosità dei volontari di tali associazioni. Il massimo, poi, arriva quando anche l’ente pubblico si appoggia e collabora con tali preziose realtà… Care Amministrazioni comunali, “Par vivi bisugna stâ cun chei atris”».
E il futuro? «Attualmente – anticipa il nostro attore-regista – sto quotidianamente impegnandomi su ricerche dettagliate e profonde in merito alle nuove storie che andrò presto a raccontare. Storie particolarmente emozionanti di realtà culturali e paesaggistiche della nostra stupenda regione, di grandi e importanti famiglie friulane, di eventi e ricorrenze significative. Come e più del solito, ci sto mettendo il massimo dell’impegno e soprattutto una grande passione, che è sempre stata il più importante ingrediente riguardo a questa mia stupenda attività! I dettagli dei prossimi appuntamenti ve li proporrò quanto prima, ma mi sento di garantirvi di sicuro una cosa… la qualità di questi lavori. Non se ne può più di stupidaggini, approssimazioni e superficialità, da cui ormai segno dei tempi (sigh!) siamo in ogni momento assediati. Viva la “Cultura del Bello”! Non fatevele raccontare queste rappresentazioni, venite a vederle e ad ascoltarle, in sintonia con quanto detto dal grande Maestro Giorgio Gaber: “Libertà è partecipazione!”». E allora tanti auguri al nostro Dino Persello, i suoi nuovi progetti sono promettenti. E anche con questi spettacoli saprà sicuramente toccare le “corde del cuore” di chi lo ascolta e lo applaude!

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In copertina, Dino Persello durante un incontro a villa Gallici Deciani; all’interno, in uno spettacolo nell’amata “Sistina del Friuli” la Chiesa di Sant’Antonio Abate nella sua San Daniele.

A Nimis l’ultimo saluto a Maria Grassi deportata nei Lager assieme alla madre

di Giuseppe Longo

NIMIS – Aveva conosciuto la tremenda esperienza dei campi di concentramento in Germania ad appena quindici anni dove era stata deportata con la madre. Ma, a differenza di tanti altri compaesani, pure catturati in giovane età, ebbe la fortuna di ritornare e riabbracciare i suoi cari. E ieri, proprio per ricordare questa durissima esperienza nei Lager, sul feretro di Maria Grassi, spentasi a 95 anni, era stato deposto il fazzoletto tricolore con il simbolo degli ex internati. Lo stesso che lei portava con orgoglio e gratitudine per essere ritornata nella sua Nimis e che esibiva sempre alle cerimonie commemorative che la sezione presieduta dal commendator Bruno Fabretti, scomparso proprio in una giornata di luglio di un anno fa, collaborava a organizzare assieme alla civica amministrazione per ricordare l’incendio nazista del 29 settembre 1944, le vittime di quel tragico passato e, appunto, della deportazione.
In un caldissimo pomeriggio – simile a quello che, appunto, nel 2023 vide l’addio al suo presidente quasi centenario -, Nimis le ha dato l’ultimo saluto, durante il funerale celebrato nel Duomo di Santo Stefano da monsignor Rizieri De Tina. All’omelia, il sacerdote ha attinto alla pagina del Vangelo di Matteo appena letta, quella delle Beatitudini, per inquadrare la vita di Maria e per sottolineare il suo passaggio all’altra dimensione, quella dell’eternità. Al termine delle esequie, sul sagrato della comparrocchiale, è seguito l’ultimo omaggio con la benedizione della salma. Tutti si sono stretti attorno alle figlie Milena, Dolores, Isabella e Sabrina, oltre che ai generi, nipoti e pronipoti, dicendo “mandi” a una delle ultime superstiti della deportazione.

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In copertina, Maria Grassi scomparsa a 95 anni; all’interno, i funerale e il feretro con il fazzoletto tricolore degli ex internati.

 

 

A Grado con la “Domenica del Mare” il sigillo sulla grande settimana della tradizione: Perdòn di Barbana e Patroni

di Giuseppe Longo

GRADO – Bella, calda e piena di sole, la “Domenica del Mare” che anche l’Isola di Grado oggi ha celebrato, registrando addirittura il sold out per la spiaggia “imperiale”. La ricorrenza è fissata proprio la seconda domenica di luglio e nell’occasione le comunità cattoliche, non solo italiane ma di tutto il mondo, pregano per coloro che lavorano nel settore marittimo e pure per quanti beneficiano della loro importante opera, vale a dire i turisti. Tant’è che la celebrazione della Messa “Granda” di stamane nella Basilica patriarcale di Sant’Eufemia, celebrata da don Gianni Medeot assieme ad altri due sacerdoti (uno dei quali ortodosso), è stata conclusa dalla lettura, con il suggestivo sottofondo creato dall’organo, di una toccante preghiera composta per l’occasione. Prima che l’assemblea cristiana si sciogliesse tra le note tanto amate di “Madonnina del Mare”.

La processione di barche…

… l’arciprete e il sindaco di Grado.

(Foto Laura Marocco)

E la “Domenica del Mare” ha concluso una settimana memorabile per l’Isola d’Oro, strettamente legata alle sue tradizioni più sentite: il “Perdòn de Barbana” con la bellissima processione di barche in laguna per rinnovare il voto cittadino che risale al lontano 1237, quando Grado fu risparmiata da una terribile pestilenza che aveva già devastato l’entroterra, e la Festa dei Santi Patroni Ermacora e Fortunato. Ricordare i martiri – che sono protettori anche della vicina Aquileia, di Udine e dell’intero Friuli Venezia Giulia – «significa riscoprire la bellezza dell’evangelizzazione e la forza della testimonianza», ha sottolineato monsignor Paolo Nutarelli, il quale ha poi aggiunto: «L’evangelizzazione è un “cercare”. Non è, difatti, un’operazione esclusivamente vocale, ossia fatta solo di parole; anzitutto, piuttosto, l’evangelizzazione è fatta di gesti: di ricerca, di misericordia e di tenerezza». Nell’occasione, l’arciprete ha salutato il nuovo sindaco di Grado, Giuseppe Corbatto, uscito dalle recenti elezioni che hanno concluso la gestione commissariale, rinnovando lo spirito di intesa tra Chiesa e Civica amministrazione.
La festa religiosa dei Santi Patroni è stata seguita dalla tradizionale sagra in campo Patriarca Elia dove ha preso vita la gustosa “sardelada” organizzata dall’Associazione Portatori della Madonna di Barbana, col sostegno di Comune e Parrocchia. Cosa che si è ripetuta con successo ieri e che si concluderà nella serata odierna, ponendo così il sigillo non solo sulla “Domenica del Mare” ma anche, come detto, su una settimana strettamente legata alle tradizioni di Grado e molto sentita dai “graisani” e pure dai turisti che scelgono l’Isola per le loro vacanze. Una grande domenica di metà luglio coronata, infine, dal suono delle Bande che dopo aver rallegrato diverse vie cittadine con le loro note festose, si sono riunite nei giardini di viale Dante dove hanno tenuto un applaudito concerto concludendolo poi tutte insieme. Protagoniste sono state le Bande di Cormons, Monfalcone, Doberdò del Lago e ovviamente Grado.

La “sardelada” e le Bande musicali.

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In copertina, la spiaggia “imperiale” di Grado in questo bellissimo pomeriggio.

Cento ragazzi di Grado al campo estivo di Fusine prima del ritorno a scuola in un’Isola che è rimasta senza l’autonomia

di Giuseppe Longo

Mentre Grado è in festa per la tradizionale celebrazione del “Perdòn de Barbana”, un centinaio di ragazzi dell’Isola si appresta a iniziare l’importante esperienza dei campi estivi in montagna. Proprio da oggi, infatti, sarà attivo il “Campo Uno” a Fusine con alunni di prima e seconda media di Grado e Cormons. «La nostra comunità, grazie alla disponibilità di adulti e giovani, animatori, capi scout e catechisti – ha scritto al riguardo, su Insieme, monsignor Paolo Nutarelli – riesce a proporre le esperienze educative a quasi 100 ragazzi gradesi: un grande grazie, quindi, a quanti rendono possibili queste attività». La folta comitiva isolana, come detto, trascorrerà la vacanza montana nel Tarvisiano assieme a un gruppo di coetanei di Cormons, la comunità del Collio che ha avuto per una quindicina d’anni la guida spirituale proprio di don Paolo, prima che il sacerdote fosse stato richiamato dall’arcivescovo di Gorizia nella sua cittadina d’origine per assumere l’importante investitura di arciprete di Grado. E questo dimostra che fra la comunità marina e quella collinare rimane un ottimo e promettente rapporto di amicizia e collaborazione.

Monsignor Paolo Nutarelli


Vacanze in montagna, dunque, per i ragazzi gradesi, per i quali il ritorno a scuola in settembre, al termine dei mesi estivi, sarà contrassegnato da una ripresa delle lezioni senza l’autonomia che fino allo scorso anno scolastico era assicurata: il plesso isolano sarà infatti accorpato a quello di San Canzian d’Isonzo. Un provvedimento contro il quale monsignor Nutarelli – che nella scuola media è anche insegnante – ha espresso sempre contrarietà fin dal primo momento per il fatto che Grado, isola lagunare, non ha nulla in comune con l’entità dell’entroterra e che è distante parecchi chilometri. E proprio nell’ultimo giorno di scuola aveva affidato ai social la sua amarezza per la decisione ormai presa. «C’è allegria e gioia. Ma anche tanta tristezza, perché “oggi” chiude la Secondaria di Grado (le “medie”). Infatti, “muore” l’Istituto Comprensivo Marco Polo di Grado e nascerà uno nuovo dove le nostre scuole saranno accorpate con un’altra scuola. Si poteva, si doveva fare di più. La scuola non è solo “interrogazioni o lezioni”, sono i progetti, le attività, il territorio (che è unico). Che brividi ascoltare le riflessioni dei ragazzi di terza che forse, più di tutti, hanno capito che cosa significherà tutto questo. Ciao “Marco Polo”». E poi il sacerdote-professore aveva aggiunto: «Ogni scelta nasce dai criteri che ci diamo, accorpare per fare economia ed accorpare con una progettualità e lungimiranza evidentemente sono criteri diversi».
Un problema, dunque, nato prima che venisse eletta la nuova amministrazione civica, guidata dal sindaco Giuseppe Corbatto, in carica da neanche un mese. La quale sicuramente cercherà di capire se ci sono ancora margini per una marcia indietro da parte della Regione Fvg. Quella che l’Isola tutta – per primo monsignor Nutarelli – auspica perché solo questo provvedimento rispetterebbe le sue peculiarità di territorio che non ha proprio nulla a che fare con quello di San Canzian e della vicina Turriaco. Ovviamente, senza nulla togliere ai due Comuni isontini.

L’Isola rivendica l’autonomia scolastica.

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In copertina, ragazzi gradesi a un precedente campo estivo in montagna.

Grado rivive la tradizione del “Perdòn de Barbana” ricordando il voto del 1237: oggi il Sabo Grando e domani nella laguna ci sarà la bellissima processione di barche

di Giuseppe Longo

Correva l’anno 1237, piena età medioevale, quando Grado rischiò di essere colpita da una terribile pestilenza che aveva già devastato l’Aquileiese e l’entroterra della Bassa friulana. E quando l’isola riuscì a salvarsi, continuando tranquillamente la sua vita di piccolo borgo di pescatori, volle intravvedere nella sfuggita epidemia – una difficile esperienza che ci ricorda la nostra recente con il Covid – la Mano miracolosa della Vergine Maria alla quale si era rivolto, tanto che da allora ogni anno, la prima domenica di luglio, si rinnova un sentitissimo pellegrinaggio votivo a Barbana quale segno di gratitudine per lo scampato pericolo.


E così avverrà anche domani, quando la tradizionale processione di barche raggiungerà il famoso Santuario della Madonna in mezzo alla Laguna, dove sarà celebrata la solenne Messa di ringraziamento. Un altro rito si terrà alle 8 nella Basilica patriarcale di Sant’Eufemia prima di dare il via al corteo aperto dalle festose note della Banda cittadina che accompagnerà la statua della Madonna degli Angeli, da domenica scorsa esposta in presbiterio, fino al porto mandracchio dove sarà accolta sulla Stella del Mare, la barca ammiraglia addobbata con le tradizionali ortensie e bandierine multicolori che aprirà la pittoresca processione nelle acque. Una curiosità: su questa imbarcazione, secondo un’antica tradizione, non possono salire donne perché il genere femminile deve essere rappresentato soltanto dalla Madonna. Ci sarà ovviamente l’arciprete in forma solenne rivestito dagli abiti prelatizi,  assieme ad altri sacerdoti, chierichetti e portatori della Madonna: il parroco di solito, prima di salire sulla barca, accoglie l’arcivescovo metropolita di Gorizia – Grado ricade, infatti, sotto la sua guida diocesana -, ponendogli sulle spalle la sua stola. Ma quest’anno monsignor Carlo Redaelli a quell’ora sarà a Trieste per concelebrare la Messa con Papa Francesco. Al ritorno da Barbana, verso le 13, la lunga cerimonia si chiuderà in Basilica con il Te Deum, l’antico salmo di ringraziamento che si canta la sera dell’ultimo giorno dell’anno. Per cui Grado, particolarità abbastanza rara, lo canta sempre due volte durante l’anno liturgico.
«È un giorno importante per la città di Grado che vive, in questa prima domenica di luglio, la processione votiva a Barbana! È un giorno di Festa – ha scritto su Insieme monsignor Paolo Nutarelli – dove emerge forte la devozione popolare dell’animo gradese e di tanti ospiti che, in questo giorno, si sentono di casa! ll nostro Papa Francesco ha detto: “Se volete sapere chi è Maria chiedetelo al teologo, ma se volete sapere come amare Maria chiedete alla gente. Il popolo vi dirà come amare, come amare la madre”. La Vergine Maria è prima di tutto la madre dei gradesi, è sempre presente, ognuno di noi è suo figlio, suo fratello e sorella. Dio è consapevole della carica emotiva di una madre, madre in terra ed in cielo. È la matrice della pietà popolare».
Una grande festa, dunque, quella del “Perdòn de Barbana”, con radici molto lontane. E che oggi, giorno della vigilia, sarà preceduta dal tradizionale Sabo Grando: oltre ai riti religiosi, ci sarà un genuino momento di festa soprattutto tra calli e campielli del centro storico, il “castrum gradense”: una festa popolare con musica e canti molto sentita dagli abitanti dell’Isola, ma anche da tanti turisti che sono attratti dalle belle tradizioni della località balneare. La quale, fra pochi giorni, vivrà un altro importante momento di festa, il 12 luglio, in occasione della memoria dei Santi Patroni Ermacora e Fortunato. Nell’occasione, verrà riproposta anche la gustosissima “sardelada” in campo Patriarca Elia che pochi giorni fa ha ospitato con successo la terza edizione della Festa di Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale italiana. Ma per oggi fermiamoci al “Perdòn”. E diciamo in coro, assieme al capobarca: “In nome di Dio, avanti!”.

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In copertina, la statua della Madonna degli Angeli che domani verrà portata a Barbana con la tradizionale processione di barche.