Dj Tubet e Angelo Floramo divertono con la storia medioevale a Cergneu: quel che resta del Castello sarebbe sede magnifica per eventi sotto le stelle durante l’estate

di Giuseppe Longo

NIMIS – Ma che bella serata al Castello di Cergneu, fatta di storia, lingua, tradizioni e cultura del nostro Friuli, con frequenti occasioni di lasciarsi andare anche ad appaganti risate, tanto apparivano divertenti i “quadri” del professor Angelo Floramo e le appropriate incursioni in rima di Dj Tubet. Il rapper di Nimis – quanto ci tiene al suo paese! – e lo storico sandanielese, esperto di cose medioevali, hanno infatti dato vita a due ore di vero, sano e rilassante, ma anche colto, spettacolo che ha richiamato un pubblico folto ed entusiasta, non solo per quanto visto e ascoltato (facendosi pure coinvolgere direttamente da Mauro Tubetti), ma anche per la fresca temperatura che circondava i resti del maniero, facendo dimenticare le calure della giornata.

Uno spettacolo molto apprezzato, appunto, e che meritava d’essere visto. Un grazie riconoscente è andato pertanto, con le parole di Dj Tubet (ma lui stesso si è tanto impegnato), al Comune di Nimis che ha subito fatto proprie, tramite il commissario straordinario Giuseppe Mareschi, le aspirazioni dell’Associazione culturale Cernedum che da anni opera, in maniera appassionata e senza risparmiarsi, per la valorizzazione del Castello: un luogo veramente suggestivo che si presta a meraviglia per queste manifestazioni di rievocazione storica (proprio per far rivivere meglio le atmosfere dell’Età di Mezzo c’erano anche dei figuranti in costume). E che durante la bella stagione – anche perché il luogo è facilmente raggiungibile con una breve “scarpinata” dopo aver lasciato l’auto nella prima borgata di Cergneu – potrebbe prestarsi egregiamente anche per altre proposte sotto le stelle, come piccole rappresentazioni teatrali in “marilenghe” o concerti dedicati alla musica antica, soprattutto medioevale vista la particolarità del contesto. Insomma, un’iniziativa da ripetere e, magari, da arricchire. Uno spunto certamente non trascurabile che potrebbe rivelarsi utile per integrare i programmi culturali di quanti scenderanno in campo la prossima primavera per esprimere la nuova amministrazione comunale.
Alla riuscita manifestazione hanno assicurato il loro apporto anche la Compagnia dei Riservati con Sonia Cossettini e Michele Pucci alla chitarra, gli Acrobati del sole per lo spettacolo di falconeria, la Compagnia teatrale RetroScena, Daria Miani di Telefriuli (cura la trasmissione “Maman” per bambini) e la Pro Loco del Rojale per gli antiche mestieri. Evento, come detto, organizzato dal Comune di Nimis in collaborazione con Cernedum, nell’ambito dell’iniziativa Primis Plus “Storie di multiculturalità: viaggio sensoriale attraverso il prisma delle minoranze”, finanziato dal Programma di cooperazione transfrontaliera Interreg VI-A Italia-Slovenia 2021-2027 attraverso la Regione Friuli Venezia Giulia e la Società Filologica Friulana. Alla prossima…

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In copertina e all’interno l’applauditissimo spettacolo proposto da Dj Tubet e Angelo Floramo al Castello di Cergneu.

A Nimis l’Antighe Sagre des Campanelis domani al via sul Prato delle Pianelle, una tradizione che si rinnova da 508 anni!

di Giuseppe Longo

E, allora, che la festa cominci! Si alzerà domani, 31 agosto, il sipario sull’Antighe Sagre des Campanelis che continuerà poi, sull’ombreggiato Prato delle Pianelle, nei giorni 1, 6, 7 e 8 settembre. La seconda domenica del mese ricorre, infatti, la festa della Natività della Madonna venerata nel Santuario “vestito” dai familiari affreschi di Giacomo Monai che raccontano scene della vita di Maria, come l’Assunzione al Cielo appena festeggiata a Ferragosto. Purtroppo, manca il meraviglioso soffitto dedicato proprio alla nascita della Vergine che è andato completamente distrutto, a causa del terremoto di 48 anni fa, salvo piccolissimi frammenti. Inoltre, in uno degli altari laterali c’è la Sacra Famiglia che Tita Gori – l’artista di Nimis, che fu maestro dello stesso Monai, ricordato in giugno con una bella mostra nell’antica Pieve – dipinse appena diciannovenne. La solennità dell’8 settembre sarà introdotta dal tradizionale Ottavario che prevede ogni mattina la celebrazione di tre Messe.


Ma torniamo alla storica sagra che conta la bellezza di 508 anni, come dire che i primi festeggiamenti vennero organizzati a mezzo secolo dalla costruzione del Santuario la cui prima pietra fu benedetta nel 1467. Ricco e articolato il programma messo a punto dalla Pro Nimis guidata da Mario Srebotuyak e il cui sipario si alzerà, appunto domani, con l’inaugurazione ufficiale dei festeggiamenti che si terrà alle 20, dopo l’apertura dei chioschi e della pesca di beneficenza. Quindi, una divertente serata con Radio Piterpan Impatto (Dj Maxwell & Andrea Ferrara). Per la mattinata di domenica 1 settembre si segnalano, poi, l’Ape e Vespa Raduno della mattinata seguito dalla Mostra dei funghi allestita dal Gruppo Micologico Gemonese, e la Mostra dei rapaci a cura dell’associazione Acrobati del Sole. Alle 11, importante parentesi religiosa con un appuntamento divenuto ormai irrinunciabile: la Messa di tutte le coppie che si sono sposate nel Santuario davanti alla statua della Madonna. Al termine pranzo paesano con estrazione della tombola, mentre per i bambini ci saranno i gonfiabili oltre a uno spettacolo con il mago Jean Stell. In serata torneo di briscola e quindi intrattenimento musicale con Franco Rosso e la sua fisarmonica.
Dopo qualche giorno di rigenerante riposo per i numerosi volontari della sagra, i festeggiamenti riprenderanno venerdì 6 settembre per continuare sabato 7 e concludersi domenica 8, quando ci saranno i riti solenni dedicati alla Natività della Madonna. Per quel giorno si segnalano il primo mercatino “I creativi di Nimis” nell’ambito del quale ci sarà anche uno stand degli amici di Lannach in occasione dei 35 anni del gemellaggio che saranno festeggiati nel corso di un pranzo sul Prato. Nel pomeriggio il tradizionale appuntamento con la Banda di Vergnacco seguito dal concerto in Santuario del Gruppo fisarmonicisti di Tarcento – Ensemble Flocco Fiori. Infine, la giornata conclusiva sarà coronata da un grandioso spettacolo pirotecnico. Durante la sagra funzionerà anche una ricca enoteca con i vini di una ventina di produttori.

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In copertina, il Santuario in mezzo ai girasoli, immagine che è ormai divenuta familiare; all’interno, la statua della Madonna sull’altare maggiore e un’altra inquadratura della Chiesa.

A Povoletto Pro Loco e Beni Marsure insieme per la Quarte d’Avost (anche con l’arte): stanotte gran finale tra i fuochi

di Giuseppe Longo

POVOLETTO – Anche la Quarte d’Avost, la principale sagra del Comune di Povoletto, quest’anno fa perno sulle celebrazioni per i tre secoli e mezzo dei Beni Marsure. La manifestazione, che ruota attorno alla festività della Madonna della Cintura venerata dopo l’Assunta ferragostana, e che l’indimenticato Adriano Degano amava chiamare “Sagre dai lusôrs e dei polez” attingendo alla storica denominazione, si concluderà oggi con il grandioso spettacolo pirotecnico di mezzanotte che la Pro Loco ha organizzato proprio d’intesa e con la collaborazione dell’ente presieduto da una vita da Paolo Dallagnese. E la sagra segue la bellissima cerimonia che si era tenuta in giugno quando, oltre a festeggiare ufficialmente i 350 anni dei Beni Marsure, si era espresso un segno di riconoscenza agli ex amministratori e a tutti coloro che sono stati in qualche modo vicini a questa importante realtà del capoluogo. Proprio sulla scia di quella importante festa, anche la Quarte d’Avost era stata inaugurata giovedì scorso con una serata tutta dedicata allo storico ente benefico.

E i Beni Marsure sono stati anche il “motore” della ex tempore di pittura organizzata proprio nell’ambito della tradizionale sagra agostana, con l’intento di valorizzare artisticamente il volto di Povoletto. “Erano ormai una quarantina d’anni – ha ricordato Dallagnese, durante la premiazione avvenuta al centro giovanile nell’ambito del parco festeggiamenti – che non veniva più organizzata una manifestazione di questo genere e l’averla ripresa ci ha dato ragione perché sono stati numerosi coloro che vi hanno partecipato e di qualità si sono rivelati i loro contributi con tele e pennelli”. La giuria formata dagli artisti Tiziano Burelli e Francesco Fattori, nonché dal critico d’arte e giornalista Mariarosa Rigotti, ha premiato, nell’ordine, i lavori di Mariella Del Zotto (Buttrio), Irene Sara (Povoletto) e Beatrice Cepellotti (Codroipo). Al quarto e al quinto posto si sono classificati invece Armanda Sbardellini di Moruzzo e Roberto Della Mea di Udine.

Nel corso della cerimonia, il presidente Dallagnese – oltre a consegnare una targa-ricordo a ogni componente della giuria – ha voluto esprimere il grazie dei Beni Marsure alla Pro Povoletto, consegnando un riconoscimento al presidente Luca Beltrame. Un segno di riconoscenza che sottolinea la piena intesa che c’è fra le due importanti realtà paesane e che sono una preziosa premessa per tante altre occasioni di lavoro insieme per il bene della comunità. Uno spirito di collaborazione che trova il cemento necessario proprio nel sicuramente suggestivo spettacolo pirotecnico di questa notte con il quale scenderà il sipario sulla Quarte d’Avost 2024 dando appuntamento al prossimo anno.

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In copertina e qui sopra la parrocchiale di Povoletto vestita a festa per la Quarte d’Avost; all’interno, la premiazione dei primi tre quadri classificati: Mariella Del Zotto, Irene Sara e Beatrice Cepellotti; il grazie del presidente Paolo Dallagnese ai tre giurati Tiziano Burelli, Mariarosa Rigotti e Francesco Fattori; il saluto del presidente della Pro Povoletto Luca Beltrame e un aspetto della mostra d’arte.

L’Eccidio di Torlano 80 anni dopo: anche Gina De Bortoli a ricordarlo, l’ultima superstite di quel 25 agosto incancellabile

di Giuseppe Longo

NIMIS – Aveva tredici anni quella mattina del 25 agosto 1944 quando assieme al fratello Paolo, che ne aveva sette, riuscì a mettersi in salvo dalla ferocia nazifascista che, per rappresaglia, si era scatenata all’alba. La sua famiglia venne, invece, letteralmente distrutta e fu quella che maggiormente pagò nell’Eccidio di Torlano: ben nove persone, con genitori e bambini anche in tenera età. Da allora Gina De Bortoli non ha più dimenticato quelle scene spaventose. Da qualche anno suo fratello purtroppo non c’è più, avendoglielo portato via un male senza speranze, e ora è rimasta soltanto lei a testimoniare quell’orribile strage del “Boia di Colonia”. E come ultima superstite di quella tragedia, finita nell'”armadio della vergogna” al pari di tante altre pagine incancellabili, ha voluto esserci stamane a Torlano, ricorrendo l’ottantesimo anniversario. Per cui ha sfidato la mattinata rovente ed è salita nella pedemontana – che l’aveva vista bambina assieme ai suoi giunti mezzadri, dopo lo sfratto subito dalle terre che coltivavano – con una folta delegazione di Portogruaro, guidata dall’assessore Mattia Nicolò Scavo, il quale ha sottolineato la grande commozione che la sua comunità prova ancora oggi nonostante siano passati tanti decenni. Il sacrificio di mamma De Bortoli, ricordata dal monumento di Summaga, e dei suoi bambini è troppo grave e doloroso per essere dimenticato. «Ma dev’essere continuamente uno sprone – ha ammonito il rappresentante della città veneta – a ricercare la pace senza soste e con tutte le nostre forze».

È stato monsignor Rizieri De Tina, al termine della Messa di suffragio nella parrocchiale di Sant’Antonio di Padova, a presentare Gina De Bortoli, tra gli applausi e il compiacimento dell’assemblea per la forza che l’anziana, in ottima salute, ha dimostrato per poter essere presente alla cerimonia indetta come ogni anno dal Comune di Nimis, nella quale, durante il rito religioso, si è messo l’accento sulla inderogabile necessità di ricercare ed esprimere l’amore verso il prossimo. E per dare forza alle sue parole, il parroco ha preso in prestito quelle che Gesù disse, come ricorda il Vangelo di Matteo, quando gli fu chiesto «Insegnaci a pregare». E da quel momento nacque il “Padre nostro” che è l’essenza di tutto il nostro credere in Dio.
Al termine della Messa – alla stessa ora, ha riferito il sacerdote, l’Eccidio di Torlano veniva ricordato anche in una Chiesa di Salisburgo per interessamento di una famiglia originaria di Nimis – si è formato un lungo corteo per raggiungere il vicino cimitero, in mezzo al quale sorge il monumento che raccoglie dal 1947 i resti delle trentatrè vittime innocenti. Folta infatti quest’anno la partecipazione, sia di popolazione che di rappresentanze, grazie alla coincidenza dell’anniversario con la giornata festiva. Numerosi i sindaci o rappresentanti dei Comuni della zona, tutti con fascia tricolore, mentre Nimis e Portogruaro erano rappresentati anche dai rispettivi gonfaloni municipali. E tra bandiere e gagliardetti spiccava come sempre quello dei Partigiani Osoppo Friuli, presente con il presidente Roberto Volpetti.

Dopo la benedizione del sacello, una signora di Torlano ha letto la cronistoria di quella tragica mattinata di 80 anni fa, cedendo poi il microfono alla senatrice Tatjana Rojc, la quale, facendo riferimento ai drammi che sta vivendo il mondo insanguinato dai conflitti – ne sono in atto 56, aveva sottolineato don Rizieri durante la Messa -, ha rimarcato l’importanza dei «valori della pace, della libertà e della democrazia, che hanno fondamento nella nostra Carta Costituzionale». Valori a cui si è poi ricollegata anche Adriana Geretto, in rappresentanza delle Famiglie delle vittime civili di guerra, la quale non ha mancato di rilevare quanto soffra la popolazione inerme durante ogni conflitto, per cui ha chiesto con forza che finalmente tacciano le armi e parli la diplomazia. «Perché con la guerra tutti perdiamo», ha aggiunto.
Gli interventi sono stati chiusi dal saluto del commissario straordinario del Comune di Nimis che dovrà amministrare il Municipio fino alle elezioni della prossima primavera. Letto un messaggio di adesione da parte del sindaco di Annone Veneto, Giuseppe Mareschi ha parlato di «un fatto inumano che non trova né giustificazione né comprensione per la sua crudeltà, ferocia ed efferatezza. Si è trattato, infatti, di gravissimi crimini di guerra, contrari a qualunque regola internazionale, contrari all’onore militare e, ancor di più, ai principi di umanità. Nessuna ragione, militare o di qualungue altro genere, può infatti essere invocata per l’uccisione di civili e di inermi. In quanto commissario straordinario – ha aggiunto il funzionario regionale – non sono stato eletto dalla comunità di Nimis, ma ritengo di poter rappresentare la comunità di Torlano in quanto la memoria non deve essere solo di chi ha subito o ha vissuto i fatti e le circostanze. La memoria, che non è soltanto il ricordo, ma è azione che sorregge e puntella il nostro essere umani e concorre a creare la nostra identità, per essere un “invincibile strumento”, di affrancamento, deve appartenere a tutti e tutti ne devono essere partecipi e perseverarla nei luoghi e nel tempo. Senza memoria, non c’è comunità, senza sentirsi comunità non c’è pace».

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In copertina, monsignor Rizieri De Tina in Chiesa con l’anziana portogruarese Gina De Bortoli l’ultima superstite dell’Eccidio di Torlano;  all’interno, la Messa e il rito in cimitero prima della commemorazione ufficiale con gli interventi della senatrice Tatjana Rojc, del commissario Giuseppe Mareschi, dell’assessore Mattia Nicolò Scavo e di Adriana Geretto. Infine, il corteo con i gonfaloni di Nimis e Portogruaro.

Grato addio del Rojale a Tarcisio Venuti: in quelle Chiesette votive da Tarcento a Cividale c’è tutto il suo amore per il Friuli

di Giuseppe Longo

In quelle chiesette votive raccontate da Tarcisio Venuti c’è l’essenza del suo amore senza limiti per il Friuli, la sua storia, la sua cultura, le sue tradizioni. Lo scrittore ha infatti dedicato se stesso allo studio, alla ricerca e alla divulgazione della propria terra, quella che Ippolito Nievo, giustamente, definì “piccolo compendio dell’Universo”, a cominciare dal suo Rojale che ieri pomeriggio gli ha rivolto un commosso, riconoscente saluto durante il funerale celebrato nella parrocchiale di Vergnacco. Il maestro aveva 94 anni e sarà ricordato non solo per il suo esemplare impegno come insegnante – che ha formato una foltissima schiera di bambini e ragazzi che oggi gli sono sicuramente riconoscenti -, ma anche, e soprattutto, per l’intensa e feconda attività letteraria con decine di pubblicazioni esibite con orgoglio nelle biblioteche, ma anche su tanti scaffali delle nostre case. Un lavoro ciclopico, meticoloso, messo assieme  durante tutta la vita, tanto che il Comune di Reana del Rojale qualche anno fa per esprimergli orgoglio e gratitudine gli aveva dedicato una bella cerimonia.
Appena appreso della scomparsa, la Società Filologica Friulana gli ha reso doveroso omaggio ricordando che lo storico e studioso di Vergnacco «ha scritto tanto sul nostro Friuli: di storia (con le ricerche tra i documenti degli archivi friulani), di arte (basta soltanto dire delle chiesette delle vallate del Natisone e del Torre), di tradizioni, ma anche qualche pezzo di letteratura». Quindi, viene ricordato con alcuni dei tanti articoli che il defunto ha scritto per le riviste della Filologica stessa. E anch’io desidero ricordarlo portando come esempio, tra le tante e pregiate opere, proprio il libro “Chiesette votive da Tarcento a Cividale”, con fotografie di Agostino Bruschi (Udine, La Nuova Base, 1977), attingendo anche a quanto aveva scritto al riguardo il professor Giuseppe Bergamini, il quale ha ricordato che queste semplici ma tanto amate costruzioni sono «disseminate un po’ dovunque nel territorio, nella pianura come in cima ai colli o nelle valli montane. Opere nella maggior parte riconducibili al periodo gotico o rinascimentale, ma più e più volte rimaneggiate nel tempo, raramente si debbono ad architetti “colti”, essendone di solito ideatori anonimi capimastri locali». «Le chiesette votive furono oggetto di appassionato studio da parte di Giuseppe Marchetti che ad esse dedicò, sulla rivista della Società Filologica Friulana “Sot la nape” una lunga serie di articoli dal 1961 al 1963: articoli che, con l’aggiunta delle parti che ancora restavano manoscritte, dopo la sua morte, furono riuniti in un enciclopedico volume, curato da Gian Carlo Menis, fondamentale per lo studio dell’arte friulana», annota poi Bergamini che prosegue: «L’opera di Tarcisio Venuti (che del Marchetti è stato allievo) prende idealmente le mosse da questa operazione che si era “limitata”, tuttavia, ad una veloce schedatura delle strutture architettoniche». E ancora: «Venuti aveva cominciato ad occuparsi dell’argomento già nel 1966, scrivendo decine e decine di articoli che con una certa continuità erano stati pubblicati sul settimanale udinese “La Vita Cattolica”: quarantadue dei quali costituiscono appunto il presente volume redatto – si badi bene, e la precisazione vale soprattutto se si tien conto del terremoto del 1976 – nell’anno 1974, ancorché per motivi editoriali uscito solo alla fine del 1977».
«Quanto a cultura – si legge ancora nella recensione di Giuseppe Bergamini -, Tarcisio Venuti è quello che si può definire un eclettico: giornalista (direttore di “Int furlane”, foglio “di cultura e di interessi del Friuli”), poeta, studioso di problemi linguistici e di folclore, ma anche di storie locali. Si è accostato solo in un secondo momento al mondo dell’arte, e lo ha fatto con l’entusiasmo che lo contraddistingue in ogni sua azione. Ciò spiega la struttura data dall’autore al suo libro: ad una introduzione generale che prende in esame sotto il profilo della storia, dell’arte e del folclore quella fascia di terra che va da Tarcento a Cividale, fa seguito una rassegna di 42 chiesette (per la verità non tutte votive, non almeno quella di Santo Stefano in Centa a Nimis o la parrocchiale di Porzus) tra quelle esistenti nella zona. Di ognuna di esse si danno esaurienti notizie storiche (spesso di prima mano, tratte da libri parrocchiali, da relazioni di visite pastorali, da documenti custoditi nelle parrocchie e negli archivi di Cividale ed Udine) oltre alla descrizione delle opere d’arte ivi presenti, al ricordo (documentario) di quelle scomparse e all’analisi delle strutture murarie. Ne nasce una schedatura veramente preziosa per ricchezza di contenuti, tale da permettere al lettore di cogliere le componenti artistiche presenti nella zona; che sono, in definitiva, quelle rispondenti al gusto popolare e che, pur rivestendo un loro interesse, molto spesso mal si apparentano con l’arte».
Ricordiamo, infine, che proprio sulla scia di questo prezioso lavoro di Tarcisio Venuti, nel Friuli orientale è nato “Il Cammino delle 44 Chiesette votive”. Il Cammino -informa una nota web – è un percorso circolare di 184 chilometri, suddiviso in 10 tappe, che attraversa nove Comuni: Cividale, Prepotto, San Pietro al Natisone, Pulfero, Savogna, San Leonardo, Stregna, Grimacco e Drenchia. Insomma, un interessante viaggio nella storia friulana che oggi possiamo riscoprire anche attraverso le meticolose e appassionate ricerche di questo grande figlio del Rojale.

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In copertina, Tarcisio Venuti in un’immagine abbastanza giovanile: il maestro si è spento infatti a 94 anni, ieri i funerali a Vergnacco.

Cergneu in festa con l’arcivescovo Lamba che privilegia le periferie. L’ex sindaco Picogna: don Marco per noi è prezioso, ma gli sono stati aggiunti troppi impegni

di Giuseppe Longo

NIMIS – Nell’ambito della Forania della Pedemontana, nella quale è confluita anche quella storica di Nimis, la Parrocchia di Cergneu – che riunisce anche i fedeli di Monteprato e Vallemontana – è stata la prima stamane ad avere ricevuto la visita del nuovo arcivescovo di Udine, all’insegna di una Chiesa “in uscita”, per dirla con una espressione tanto cara a Papa Francesco, quella delle periferie. «Lo facevo anche quando ero ausiliare a Roma e il più delle volte non mi facevo annunciare», mi ha raccontato monsignor Riccardo Lamba all’uscita dalla parrocchiale di San Giacomo Apostolo, al termine della celebrazione della Messa.

Arrivato in sordina al volante della sua utilitaria e con grande semplicità, senza abiti prelatizi, il presule – che dal 5 maggio scorso è subentrato ad Andrea Bruno Mazzocato, ritiratosi per raggiunti limiti d’età – è stato salutato dalle grate parole di monsignor Marco Visintini che proprio un anno fa aveva ricevuto dall’arcivescovo emerito la “consegna” delle tre frazioni orientali. «Siamo veramente emozionati – ha detto don Marco, durante il rito reso ancora più bello e partecipato dai canti del coro parrocchiale – che lei abbia scelto un piccolo paese per avviare il suo apostolato in questa zona del Friuli». Renato Picogna gli ha rivolto, invece, un caloroso benvenuto da parte della comunità, soffermandosi sui problemi che questi paesi di montagna sono costretti a vivere: spopolamento, invecchiamento dei residenti, difficoltà economiche e sociali, la frequenza ai riti religiosi sempre più rarefatta, tanto che la Chiesa, ricostruita pur in forme più piccole rispetto a quella distrutta dal terremoto di 48 anni fa, oggi risulta troppo grande. «Siamo grati e orgogliosi di avere con noi don Marco – ha proseguito l’ex sindaco di Nimis -, la sua presenza è preziosa. Ma troppi sono gli impegni cui deve provvedere, essendosi aggiunte anche le comunità dell’Alta Val Cornappo dove da anni opera un bravo diacono, per cui giocoforza il tempo che ci può dedicare si è notevolmente ridotto».
Problemi sui quali l’arcivescovo si è soffermato con più d’uno anche durante il magnifico rinfresco offerto nel sottostante centro sociale, mentre l’omelia l’aveva incentrata tutta sui temi della celebrazione, attingendo dalle significative parole del Vangelo di Giovanni. Al termine, si è congedato da Cergneu ripartendo per Udine con la propria auto. Lasciando nella piccola comunità la consapevolezza di aver vissuto una giornata davvero speciale, anzi storica. Cergneu è pertanto profondamente grata a monsignor Lamba per essere stata scelta per la sua prima vista nella Pedemontana. All’insegna di “beati gli ultimi che saranno i primi”.

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In copertina e all’interno alcune immagini della celebrazione di stamane a Cergneu con il nuovo arcivescovo di Udine.

Domani grande festa a Cergneu che accoglie il nuovo arcivescovo di Udine

di Giuseppe Longo

Grande festa domani per la comunità cristiana di Cergneu. La frazione orientale di Nimis, infatti, è stata scelta dal nuovo arcivescovo metropolita di Udine per la prima visita in questo territorio della Forania pedemontana, istituita con la riforma voluta pochi anni fa dal suo predecessore e che mette insieme le collaborazioni pastorali di Gemona, Osoppo, Povoletto, Reana del Rojale, Tarcento e Tricesimo, oltre a quella di Nimis che fino a quel momento era titolare della storica Forania, come lo erano a loro volta Gemona, Tarcento e Tricesimo. Monsignor Riccardo Lamba presiederà la Messa, alle 11, nella Chiesa di San Giacomo Apostolo, dove sarà accolto dal parroco Marco Visintini. Cergneu avrà così il privilegio di ospitare, in appena un anno, i due titolari della Chiesa udinese che in questi primi mesi del 2024 si sono avvicendati. Alla fine di agosto dello scorso anno l’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato – che poco dopo avrebbe, appunto, lasciato la Diocesi friulana per raggiunti limiti d’età – aveva presentato ufficialmente alla popolazione proprio monsignor Visintini, nella sua qualità di nuovo parroco. E ora è il primo paese nel Comune di Nimis a ricevere la visita del suo successore Riccardo Lamba, il presule che guida la Chiesa udinese dal 5 maggio scorso quando ha fatto ingresso ufficiale nel Cattedrale di Santa Maria Annunziata.

Ricordiamo che monsignor Riccardo Lamba – come informa una nota biografica dell’Arcidiocesi di Udine – è nato a Caracas, in Venezuela, il 30 novembre 1956, da una famiglia di emigrati originari di Castellammare di Stabia, in Campania. Con la sua famiglia rientrò in Italia nel 1965: l’azienda in cui lavorava il padre, infatti, propose un incarico in un nuovo stabilimento che avrebbe aperto a Roma. Nella capitale Riccardo Lamba proseguì gli studi, conseguendo nel 1982 la laurea in Medicina e Chirurgia all’Università Cattolica del Sacro Cuore; alla laurea seguì un anno di specializzazione. Ma oltre alla cura del corpo, il Signore stava chiamando quel giovane medico a una cura più profonda, quella dell’anima: così nel 1983 Riccardo Lamba entrò al Pontificio Seminario Romano Maggiore. Al termine degli studi fu ordinato presbitero per la Diocesi di Roma: era il 6 maggio 1989. Successivamente conseguì il Baccalaureato in Teologia e la Licenza in Psicologia alla Pontificia Università Gregoriana nel 1991.
Il primo incarico di Lamba da giovane prete fu, dal 1989 al 1991, l’animazione vocazionale in qualità di assistente del Pontificio Seminario Romano Maggiore. Successivamente iniziò per don Lamba un lungo ministero di assistente spirituale della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che gli permise di vivere per nove anni accanto agli studenti dei corsi che lui stesso frequentò. Nel 2000 gli fu affidato il primo ministero di parroco, nella Capitale, al quale seguirono altri incarichi fino al 27 maggio 2022 quando Riccardo Lamba fu nominato vescovo ausiliare di Roma, ricevendo la consacrazione episcopale nella Basilica di San Giovanni in Laterano, Cattedrale di Roma, il 29 giugno successivo nella festa dei Santi Pietro e Paolo, patroni della Capitale. A Roma monsignor Lamba è stato delegato per il Servizio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili e responsabile dell’Ambito della Chiesa ospitale e “in uscita”, come ama definirla Papa Francesco. Tutto fino al 23 febbraio scorso, quando il Pontefice lo ha nominato arcivescovo metropolita di Udine.
Un presule che arriva dunque da lontano. Infatti, risalendo agli arcivescovi che si sono succeduti sulla Cattedra dei Santi Ermacora e Fortunato dagli anni della Seconda guerra mondiale, a parte il friulano-carnico Pietro Brollo, erano tutti veneti come Giuseppe Zaffonato, Alfredo Battisti e Andrea Bruno Mazzocato. Lombardo era invece Giuseppe Nogara a Udine dal 1928 al 1955. Un lunghissimo apostolato il suo, raggiunto soltanto da quello di monsignor Battisti, l’arcivescovo del terremoto e della rinascita del Friuli.

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In copertina, monsignor Riccardo Lamba; all’interno, il nuovo arcivescovo festeggiato a Udine il 5 maggio scorso e accolto dall’uscente Andrea Bruno Mazzocato sul sagrato della Cattedrale.

L’addio di Nimis a Luciano Degano esemplare nel gemellaggio con Lannach per la lunga amicizia con i coniugi Röck

di Giuseppe Longo

NIMIS – Proprio un anno fa, era l’antivigilia di Ferragosto, se n’era andato il grande amico d’Oltralpe. E ora ha chiuso lui la sua laboriosa giornata. Ieri, in un pomeriggio che minacciava un tremendo temporale che però si è fortunatamente allontanato, nell’antica Pieve dei Santi Gervasio e Protasio, la comunità di Nimis ha dato l’estremo saluto a Luciano Degano, spentosi a 85 anni in seguito all’aggravarsi della malattia che lo aveva colpito tempo addietro. In tanti, sfidando la calura, anche dalla vicina Tarcento – la cittadina in cui era nato -, hanno voluto stringersi accanto alla moglie Luisa Baccini e alla figlia Antonella per consolarle nel loro grande dolore.


Appena saputo della dipartita di Luciano ho subito associato la sua figura al gemellaggio di Nimis con Lannach, la cittadina stiriana alle porte di Graz che 35 anni fa strinse un rapporto di duratura amicizia con il paese friulano nel ricordo dello scultore Rodolfo Zilli che nella regione austriaca era emigrato da ragazzino con il padre scalpellino. E proprio nel Castello di Lannach aveva il suo laboratorio dove ha realizzato la maggior parte delle sue opere, a cominciare dal busto bronzeo del cardinale Ildebrando Antoniutti esposto nella stessa Chiesa matrice a lato della tomba del porporato scomparso mezzo secolo fa. Se c’è, infatti, una famiglia che è stata esemplare nel rapporto con i “gemelli” stiriani questa è proprio quella dei Degano. I quali ospitarono da subito, nella magnifica casa a due passi dalla Pieve – proprio per questo, come è tradizione, il funerale è stato celebrato al suo interno e non in Duomo -, Maximilian Röck e la moglie Erna. Quando il gemellaggio fu sottoscritto nel 1989 a Nimis, dall’allora sindaco Germana Comelli, Röck non era ancora borgomastro, ma lo era diventano l’anno successivo quando, in estate, la firma venne ripetuta proprio nel cortile del Castello di Lannach durante una bellissima cerimonia nella quale ebbi l’onore di guidare la civica amministrazione friulana. Nel frattempo, infatti, si erano tenute le elezioni in entrambi i Comuni.

Luciano Degano

Maximilian Röck

L’amicizia con Luciano e Luisa divenne subito così forte e sentita che durò nei decenni successivi, con frequenti visite reciproche a Lannach e a Nimis, oltre alle tante telefonate, non solo in occasione delle feste comandate. Un’amicizia che è rimasta tale anche quando Max restò solo, una decina di anni fa, a causa di un gravissimo incidente della strada accaduto sotto i suoi occhi a due passi da casa che gli strappò prematuramente la moglie dalla sua vita. E così è stato fino all’anno scorso quando, appunto, l’ex sindaco di Lannach – come è noto, da molti anni borgomastro è Josef Niggas – si è spento, malato, a 89 anni. E ai funerali celebrati a Graz aveva partecipato anche la famiglia Degano, come aveva fatto dieci anni prima per l’ultimo saluto alla cara Erna, una coppia che molti a Nimis ricordano con grande simpatia.
La morte dell’ex sindaco Maximilian Röck aveva quindi messo il suggello alla ultratrentennale amicizia fra le due famiglie. E come non ricordarla adesso, proprio con la scomparsa di Luciano Degano. Il lamentoso suono delle campane con cui era stato annunciato il funerale aveva lasciato posto, alla fine del rito, al gioioso scampanìo che si diffondeva dalla millenaria torre. Perché per il credente, come ha sottolineato monsignor Rizieri De Tina durante la predica, la morte di una persona è la festa della vita che si trasforma e s’incammina in un’altra dimensione, lasciando fra i propri cari un ricordo che non muore mai e che, tramandandosi, fa in modo che quella persona amata sia «immortale». E con quello di Luciano vivrà anche il ricordo di Max ed Erna e della loro bella amicizia nata proprio grazie al gemellaggio con Lannach.

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In copertina, l’uscita del feretro dalla Pieve; all’interno, l’addio sul sagrato ai piedi del campanile e la benedizione della salma.

A Rizzolo commosso addio a Edi Colaoni. Il celebrante: abbiamo perso un amico che voglio ricordare come un diamante

di Giuseppe Longo

REANA – Edi Colaoni, oltre al suo Rojale, amava tanto anche la montagna. E la morte, quasi fosse un segno del destino, lo ha colto improvvisa proprio a Ravascletto, in Alta Carnia, dove da qualche giorno l’ex sindaco di Reana era in vacanza. E prima del canto finale, con il quale si invocano gli Angeli e i Santi affinché assistano l’anima nel viaggio della speranza verso la meta finale, il coro ha intonato uno struggente “Signore delle cime”, nel quale, rivolgendosi al Dio del cielo, si canta “un nostro amico hai chiesto alla montagna. Ma ti preghiamo: su nel Paradiso lascialo andare per le tue montagne”. Parole che si ripetono anche nella seconda strofa musicata nel 1958 da Bepi De Marzi, dopo la preghiera a Maria, Signora della neve. Parole e musica così suggestive che hanno fatto scendere le lacrime a molti di coloro che hanno voluto partecipare all’ultimo saluto al cavaliere al merito della Repubblica, celebrato nella gremita Chiesa dei Santi Ilario e Taziano affrescata da Renzo Tubaro, a Rizzolo, che sorge accanto a quella casa in cui Edi era nato 63 anni fa e viveva con la moglie Marina, i figli Valentina e Thomas, vicino all’anziana mamma Lidia che era rimasta vedova in giovane età e che ora deve sopportare anche lo strazio della perdita prematura dell’unico figlio, scomparso a poche ore dal compleanno.

Ha celebrato la Messa di suffragio e le esequie don Federico Mosconi, che opera a Trieste e che da decenni era amico di Edi Colaoni, il quale aveva accanto il parroco del Rojale don Agostino Sogaro, padre Marco Bertoni, missionario saveriano in Africa e coetaneo del defunto, e altri due sacerdoti. «Fino a pochi minuti prima eravamo insieme, poi improvvisamente ci hai lasciato», ha detto don Mosconi, sottolineando il carattere aperto, solare, scherzoso e ironico di Colaoni, eclettico per dirla con una parola. «Mi piace immaginarlo – ha aggiunto – come un diamante, fatto di tante facce, ognuna delle quali rappresentava un modo di essere di Edi: nella famiglia, nel paese, nel suo lavoro in Autovie Venete, nel Comune, nelle Associazioni». Un volto amico di tutti che ha richiamato nelle sue parole anche lo stesso don Bertoni, classe 1960 come Edi, mentre Roberto Volpetti, presidente dei Partigiani Osoppo, ha sottolineato la preziosa presenza di Colaoni nel volontariato espresso in tante forme – nella stessa Apo Friuli, tra i Carabinieri in congedo, nella Pro Rojale e si potrebbe continuare ancora -, mentre Anna Zossi, sindaco di Reana da appena due mesi, ha rievocato quanto sia stato fecondo l’impegno di Edi Colaoni nella civica amministrazione, soprattutto durante i due mandati in cui è stato primo cittadino. Tutti interventi sottolineati da fragorosi applausi nei quali si sono associati anche quelli del vicepresidente della Regione Fvg, Riccardo Riccardi, intervenuto con il consigliere Edi Morandini, concittadino del defunto, molti sindaci friulani in carica o emeriti come lo era lo stesso Colaoni, gli onorevoli Angelo Compagnon e Ferruccio Saro.

Prima della benedizione della salma, impartita dallo stesso don Mosconi, è stata letta la preghiera del volontario della Protezione civile, corpo che ha sempre visto entusiasta partecipe Colaoni. Al termine, tra due ali di folla, il feretro è uscito di Chiesa e ha lasciato per l’ultima volta Rizzolo. Ma il grato ricordo di Edi rimane, quello non si cancella e continuerà a vivere oltre la morte, come ha sottolineato il celebrante. Per il credente, infatti, con la dipartita non tutto finisce, ma segna soltanto l’inizio di un’altra vita, in una nuova dimensione, quella dell’eternità. Mandi Edi!

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In copertina, il saluto al feretro all’uscita della Chiesa di Rizzolo; all’interno, immagini del rito presieduto da don Federico Mosconi e che ha visto gli interventi del sindaco Anna Zossi, di padre Marco Bertoni e di Roberto Volpetti per l’Apo Friuli.

A Grado oggi solennità dell’Assunzione e Festa dell’Ospite dopo l’omaggio della vigilia in laguna alla Madonnina del Mare

di Giuseppe Longo

Solennità dell’Assunzione di Maria al Cielo per i credenti, Ferragosto per tutti, Festa dell’Estate per Grado dedicata in particolar modo ai tanti turisti che in queste settimane popolano l’Isola del Sole. La ricorrenza religiosa è stata anticipata ieri dal tradizionale omaggio alla statua della Madonnina del Mare posta su una bricola in mezzo alla laguna, in località Pampagnola. «Una preghiera per coloro che sono morti in mare… Una preghiera per coloro che in questi giorni di festa sono a lavorare per rendere accogliente e sicura la nostra Isola ed il nostro mare», ha detto monsignor Paolo Nutarelli che ha partecipato al rito della Vigilia dell’Assunta assieme alla Guardia Costiera di Grado con il comandante Domenico Castro e a una delegazione dei Portatori della Madonna.

E stamane la tradizionale Festa dell’Ospite avrà particolare risonanza nella Messa solenne delle 10.30 che l’arciprete celebrerà nella Basilica patriarcale di Sant’Eufemia. Si tratta, soprattutto durante il periodo turistico dell’estate della cosiddetta Messa internazionale, tanto che viene detta e cantata per gran parte in latino, l’antica lingua ufficiale della Chiesa che supera ogni confine e quindi va bene per tutti. Nell’occasione, la Corale orchestrale Santa Cecilia – che sotto la direzione del maestro Anello Boemo era stata applaudita durante un recente concerto di musica sacra – eseguirà la “Missa Jubilaris” di Franco Vittadini che sarà conclusa dalla tanto amata “Madonnina del Mare”.
Sulla solennità dell’Assunzione, dogma proclamato da Papa Pio XII nel 1950, si è soffermato proprio monsignor Nutarelli nell’ultimo numero di Insieme, il foglio di informazione settimanale della Parrocchia. «In Maria – scrive don Paolo – si anticipa ciò che è stato promesso a noi credenti alla fine dei tempi: anche il nostro corpo risorgerà. Maria è il più chiaro esempio e la dimostrazione della verità della Parola della Scrittura: “Se partecipiamo alle sue sofferenze, parteciperemo anche alla sua gloria” (Rm 8,17)». La solennità, inoltre,  «ci ricorda le grandi cose che il Signore ha compiuto in Maria. Proprio per il fatto che Maria è una di noi, è una del nostro popolo, anche noi – conclude il sacerdote “graisano” – siamo colmati di queste grandi meraviglie. La Festa dell’Assunta sia veramente un “rendimento di grazie” per la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Per la Città di Grado sarà la festa dell’Estate!».
Una Festa dell’Estate che, dopo i riti mariani, avrà un corollario di proposte per tutta la giornata e che avranno il loro culmine con il tanto atteso spettacolo pirotecnico di stanotte in riva al mare che accompagnerà alla conclusione del Ferragosto che da molti è ormai chiamato “Capodanno d’estate”, tanto che siamo abituati a fare grande festa e a scambiarci gli auguri di Buon Ferragosto come avviene da sempre al nascere di un nuovo anno.

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In copertina, monsignor Paolo Nutarelli ieri in preghiera davanti alla Madonnina del Mare in Pampagnola; all’interno, la Basilica di Sant’Eufemia durante lo straordinario spettacolo di videomapping dei giorni scorsi e i fuochi d’artificio in riva al mare che stasera coroneranno il Ferragosto 2024.