Nimis, appello di Mareschi per la pace: le vite dei Caduti di Nongruella e di quelli di tutte le guerre non siano perse invano

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Durante una operazione condotta da una compagnia tedesca di stanza a Gradisca d’Isonzo, in funzione di contrasto alle attività partigiane, nelle vallate del Cornappo e del Torre, tra l’11 e il 17 dicembre 1943, persero la vita 57 persone, tra cui anche tre cittadini inglesi. Di queste, il 12 dicembre furono uccisi otto concittadini di Nongruella e cinque cittadini di Subit e di Attimis. Un ulteriore, anzi il primo tributo di sangue pagato da Nimis per la difesa della propria e dell’altrui libertà». Sono le parole con cui il commissario comunale, Giuseppe Mareschi, ha ricostruito ieri mattina a Nongruella i fatti di quel dicembre di 81 anni fa a pochi mesi dall’armistizio dell’8 settembre, quando si scatenò quel rastrellamento nazista che fece le prime vittime del Comune pedemontano, seguite nove mesi dopo da quelle dell’Eccidio di Torlano e poi da quelle dell’incendio del capoluogo e della deportazione nei Lager in Germania.


In una splendida mattinata di sole, la borgata sopra Cergneu ha quindi reso omaggio, come fa ogni anno, a quei morti innocenti con una semplice cerimonia dinanzi alla lapide che ai margini del bosco li ricorda. Ha celebrato una Messa in loro suffragio il parroco don Marco Visintini, sottolineando l’impegno di tutti per la pace affinché non si compiano altre inutili stragi, come Benedetto XV ebbe definire, nel 1916, la Grande Guerra. Presenti una rappresentanza di Comuni vicini, tra cui i vicesindaci di Lusevera e Reana del Rojale, il commissario ha quindi tenuto il discorso commemorativo, dopo la deposizione di una corona d’alloro tra le note del Silenzio suonate dalla tromba. «Grazie a quanti si sono sacrificati fino a perdere la vita – ha affermato Mareschi – che oggi, non solo i cittadini di Nimis, ma l’intero popolo italiano, vive in un Paese libero e democratico. E ricordare e commemorare quei fatti e quei sacrifici deve anche indicarci, con forza, ogni giorno, che la libertà non è a prescindere, che la democrazia non è per sempre, ma sono valori che vanno difesi da tutti sempre. Ed è con questi sentimenti che oggi, a nome dell’intera comunità, onoro i Caduti di Nongruella e ricordo a tutti noi che non ci è permesso che le loro vite e quelle di tutti i Caduti, di tutte le guerre, siano perse invano». Infine, il rappresentante del Comune di Nimis – che, come è noto, traghetterà l’ente locale fino alle prossime elezioni amministrative – ha ringraziato quanti si adoperano «per lo svolgimento di questa cerimonia di commemorazione e chi si prende cura di questo luogo». La manifestazione si è, quindi, conclusa con un gustoso piatto di pastasciutta preparata dagli alpini del Gruppo Ana Nimis-Valcornappo, guidato da Roberto Grillo, e altre buone cose preparate da alcune bravissime cuoche di Cergneu.

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In copertina, il commissario Giuseppe Mareschi durante il discorso commemorativo; all’interno, tre immagini della cerimonia con l’omaggio ai Caduti e la celebrazione della Messa.

Il Presepe di Grado lodato anche dal Papa. E non poteva esserci regalo migliore per i bravissimi volontari

di Giuseppe Longo

«All’ombra del grande abete, poi, il Presepe riproduce un “casone” della Laguna gradese, una di quelle case di pescatori che venivano costruite con fango e canne e dove gli abitanti delle “mote”, le piccole isolette lagunari, condividevano, durante il duro lavoro della pesca, le gioie e i dolori della vita di ogni giorno. Anche questo simbolo ci parla del Natale, in cui Dio si fa uomo per aver parte fino in fondo alla nostra povertà, venendo a costruire il suo Regno sulla terra non con mezzi potenti, ma attraverso le deboli risorse della nostra umanità, purificate e fortificate dalla sua grazia». Sono le parole che Papa Francesco ha pronunciato sabato mattina nell’Aula Paolo VI, prima dell’inaugurazione pomeridiana, vigilia dell’Immacolata, del grande Presepe che Grado ha offerto alla Città del Vaticano allestendolo in Piazza San Pietro. E non poteva esserci regalo migliore per i bravissimi volontari, artigiani e artisti, ma anche per i loro coordinatori, Adelchi Felice Quargnali, dei Portatori della Madonna di Barbana, e Antonio Boemo, che è stato anche l’ideatore della riuscitissima iniziativa e che ha quindi visto realizzato quel sogno meraviglioso che inseguiva da anni: quello che fosse anche l’Isola d’oro fra le località scelte per dar vita, quando possibile, alla scena della nascita di Gesù sotto l’obelisco più famoso del mondo. Parole che hanno riempito di gioia e di orgoglio anche la folta delegazione arrivata a Roma dal Friuli Venezia Giulia – circa cinquecento persone! – e che era guidata dall’arcivescovo di Gorizia, Carlo Redaelli, dall’arciprete e dal sindaco di Grado, Paolo Nutarelli e Giuseppe Corbatto. Ma, come già riferito, c’erano anche, per la Regione Fvg, il presidente del Consiglio Mauro Bordin, il vicegovernatore Mario Anzil e l’assessore Fabio Scoccimarro.

«Circa il Presepe – ha osservato ancora il Santo Padre -, c’è un altro segno che vorrei evidenziare: i “casoni” sono circondati dall’acqua e per andarci ci vuole la “batela”, la tipica imbarcazione a fondo piatto che permette di spostarsi sui fondali bassi. E anche per giungere a Gesù ci vuole una barca: la Chiesa è la barca. Non lo si raggiunge “in solitaria” – mai –, lo si raggiunge insieme, in comunità, su quel piccolo-grande battello che Pietro continua a guidare e a bordo del quale, stringendosi un po’, c’è sempre posto per tutti. Nella Chiesa sempre c’è posto per tutti. Qualcuno può dire: “Ma per i peccatori?”. Questi sono i primi, sono i privilegiati, perché Gesù è venuto per i peccatori, per tutti noi, non per i santi. Per tutti. Non dimenticatevi questo. Tutti, tutti, tutti dentro». E una bella riproduzione della “batela” è stata donata al Vescovo di Roma dagli stessi Boemo e Quargnali.
Le parole del Pontefice sono state, dunque, il suggello di questo grande impegno che ha visto lavorare per un paio d’anni – e soprattutto in queste ultime settimane – una quarantina di volontari con tanta disponibilità ed estro creativo non comune, dando vita a un’opera che in questi giorni – ma fin dal momento in cui sabato sera sono stati accesi i riflettori – ha ottenuto unanimi apprezzamenti sia fra coloro che l’hanno ammirata di persona, sia fra le migliaia di persone che l’hanno potuta vedere attraverso i mezzi di comunicazione che hanno dato grande risalto alle realizzazioni di Grado e di Ledro, la cittadina del Trentino che ha portato nella piazza più conosciuta della Cristianità un Albero di Natale davvero gigantesco. E tantissime saranno quelle che potranno ammirare queste opere fino al 12 gennaio prossimo, in particolare durante le imminenti festività che saranno avviate la Notte di Natale dalla solenne apertura della “Porta Santa” che inaugurerà il Giubileo 2025.

«Grande onore l’attenzione
di Papa Francesco per Fvg»

«Incontrare il Santo Padre e omaggiarlo con il volume dedicato al Monte Lussari, una delle meraviglie della nostra regione, è una fortissima emozione che si accompagna all’entusiasmo per l’ormai imminente scopertura del Presepe di Grado in Piazza San Pietro. Per la seconda volta nell’arco di pochi anni un Presepe realizzato in Friuli Venezia Giulia viene scelto per abbellire la più importante piazza della Cristianità in occasione delle festività natalizie: un grande onore che ripaga gli sforzi compiuti da tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione del magnifico Presepe dell’Isola del sole, a partire dal curatore del progetto Antonio Boemo». È quanto ha affermato il vicegovernatore con delega alla Cultura, Mazio Anzil, al termine dell’udienza con Papa Francesco avvenuta nell’Aula Paolo VI del Vaticano, durante la quale l’esponente della Giunta Fedriga ha omaggiato il Pontefice con il volume “Il monte inondato di luce: Lussari” di Helmut Tributsch. Anzil ha rimarcato che «quest’anno il Santo Padre ha dimostrato un’attenzione particolare per il Friuli Venezia Giulia: a gennaio è stata annunciata ufficialmente la sua visita a Trieste di luglio, in occasione della cinquantesima Settimana sociale dei cattolici e ora il 2024 si chiuderà con il Presepe di Grado in Piazza San Pietro. Non possiamo quindi che esserne fieri e ringraziare il Pontefice a nome di tutti i cittadini della nostra regione». All’evento, che anticipava l’inaugurazione del Presepe prevista per il pomeriggio, hanno preso parte, tra gli altri, anche l’assessore regionale alla Difesa dell’ambiente, sviluppo sostenibile ed energia, Fabio Scoccimarro,e il presidente del Consiglio regionale, Mauro Bordin, oltre a numerosi rappresentanti istituzionali del Friuli Venezia Giulia.

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In copertina, Antonio Boemo spiega a Papa Francesco come è fatto il Presepe realizzato da Grado prima di donargli una riproduzione della tipica “batela”. All’interno, il Pontefice dialoga con monsignor Nutarelli, il sindaco Corbatto e il presidente Bordin; infine, il Santo Padre durante il suo discorso e l’arciprete gradese con i generosi volontari isolani.

Qui sopra, il vicegovernatore Anzil dona il libro sul Monte Lussari al Santo Padre; l’assessore con il presidente Bordin e il collega Scoccimarro, e poi dinanzi al Presepe; la delegazione Fvg con il cardinale Alzaga, responsabile del Governatorato Vaticano.

Foto Ottica Marocco Grado
Enrico Cester
Regione Fvg

Nimis, l’ultimo saluto a Edoardo Sodano “campione di pazienza e generosità” tra i ricordi di quella vecchia Chiesa di Centa

di Giuseppe Longo

NIMIS – Mentre don Rizieri De Tina ieri pomeriggio, nel Duomo di Santo Stefano, incensava la salma con quel «profumo che sale fino a Dio», il feretro di Edoardo Sodano – morto a 77 anni dopo una vita di gravi difficoltà fisiche -, con sullo sfondo il maestoso altare di Heinrich Meyring, mi ha fatto riandare con la memoria a una sessantina di anni fa, quando quella magnifica opera d’arte fatta arrivare da Venezia con i barconi fino a Porto Nogaro e poi con buoi e cavalli fino a Nimis, anziché essere nella nuova Comparrocchiale (dove è stata trasferita nel 1968), faceva meravigliosa mostra di sé nella vecchia Chiesa di Centa, pure dedicata al Protomartire.

Edoardo Sodano


Ai piedi di quel prezioso monumento in marmo di Carrara – fatto di grandi statue che ci raccontano la Pietà verso il Cristo morto, la Fede e la Carità, gli Apostoli Pietro e Paolo – negli anni delle elementari eravamo un vero nugolo di chierichetti (nelle festività anche una trentina!) che all’invocazione “Introibo ad altare Dei” – dei pievani Beniamino Alessio, prima, ed Eugenio Lovo, poi – rispondevamo in coro “Ad Deum qui laetificat juventutem meam”, come recitava il rituale della indimenticabile Messa in latino. E assieme a noi bambini c’era, un po’ più grande, perché aveva sette anni più di me, proprio Edoardo. Disabile dalla nascita, aveva difficoltà nel parlare, nel camminare ma soprattutto nell’usare le mani, tuttavia era sempre presente e si dava da fare per aiutare “el muini” – il sacrestano -, preparando tutto quello di cui aveva bisogno il celebrante. Ma poi questa sua disponibilità è continuata anche in Duomo e con l’arrivo dei parroci del dopo-terremoto, come Luigi Murador e il suo attuale successore, fino a quando le forze l’hanno sostenuto e la disabilità non si è ulteriormente aggravata, tanto da obbligarlo su una sedia a rotelle, spinta fin quando è mancata da mamma Norina.
«Quando arrivavo a San Mauro – ha ricordato, in modo toccante, monsignor De Tina, nella sua bellissima predica in friulano – trovavo tutto pronto, tutto preparato da Edoardo. Perfino il Messale, non solo impostato sulla celebrazione del giorno, ma anche con le pagine già individuate». Perché, ha ricordato l’arciprete, Edoardo aveva le sue disabilità, ma era molto intelligente e sapeva sopportare tutto con grande forza e coraggio: «Era un campione di pazienza, bontà e generosità. E oggi è sicuramente fra le braccia di Dio, per cui noi ora siamo qui a fare festa con lui». Da molti anni ormai, non lo vedevo più, ma fino a quando l’ho potuto incontrare per strada con la sua carrozzina mi salutava con larghi sorrisi, evidentemente ricordando anche lui anni lontani. E quei suoi sorrisi erano ricambiati, perché tutti gli volevamo bene. Mandi Edoardo!

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In copertina, l’altare del Meyring nella vecchia Chiesa di Centa in una storica foto di Bruno Fabretti: l’addio a Edoardo Sodano ha accesso i ricordi degli anni Sessanta.

Avvento eccezionale per Grado: nel grande Presepe donato al Papa uno storico “Cason” della Laguna che sarà ammirato in Mondovisione all’apertura della Porta Santa la Notte di Natale

di Giuseppe Longo

Prima domenica di Avvento, che sarà un Avvento davvero speciale, quest’anno, a Grado. L’Isola ha infatti il grande onore di allestire il maxi-presepe che ogni anno moltitudini di fedeli e visitatori ammirano in piazza San Pietro, il “fulcro” della Cristianità, dove Gesù, come a suo tempo riferito, verrà al mondo in un “casone” della Laguna. Avvenimento speciale, dunque, non solo per il luogo – sicuramente il massimo cui ogni presepista possa aspirare -, ma anche perché la Natività “graisana” potrà essere ammirata in Mondovisione quando la Notte di Natale il Pontefice aprirà solennemente la Porta Santa dando il via alle celebrazioni del Giubileo che Roma ospita ogni quarto di secolo. Bellissima e indimenticabile, infatti, l’esperienza degli artigiani mobilieri di Sutrio di due anni fa, ma questa di Grado ha proprio la caratteristica dell’eccezionalità.
Un evento, pertanto, che l’Isola d’Oro si prepara a vivere nel migliore dei modi, tanto che una folta squadra di volontari è già partita in questi giorni alla volta della Capitale per cominciare i lavori di allestimento sotto l’obelisco più famoso del pianeta, montando i pezzi preparati durante mesi e mesi di certosino e competente impegno – e ispirati dal Presepe galleggiante riproposto ogni anno nel Porto mandracchio – affinché fosse tutto pronto per sabato prossimo, vigilia dell’Immacolata Concezione, quando alle 17 l’opera sarà inaugurata assieme al gigantesco abete inviato dalle foreste del Trentino. «È una grande emozione sapere – ha scritto monsignor Paolo Nutarelli, il quale stamane accenderà nella Basilica patriarcale di Sant’Eufemia la prima delle quattro candele dell’Avvento – che, nella Notte di Natale, quando Papa Francesco aprirà la Porta Santa, tutto il mondo potrà ammirare, in Piazza San Pietro, un presepe in cui Gesù nasce “in Cason”. Il presepe ricrea fedelmente l’ambiente lagunare, costruito a mano dai volontari con grande amore e dedizione».

Monsignor Nutarelli accende l’Avvento.


«Il presepe di Grado – informa Vatican News – è ambientato nella grande laguna vivente, ricca di oltre un centinaio di mote, cioè di piccoli isolotti, che si estende accanto all’isola, con la Natività che trova spazio all’interno di un casóne, la caratteristica costruzione di canne abitata dai pescatori. L’ambientazione che è stata scelta è quella dei primi anni del secolo scorso quando in laguna abitavano ancora diverse centinaia di gradesi. L’ambiente proposto sarà ricco di tanti dettagli, anche con la vegetazione autoctona e l’avifauna locale». E ancora: «Nel presepe viene riprodotto artificialmente l’ambiente attraverso la collocazione di una mota con il casóne, realizzato con elementi di legno, rivestito con cannucce palustri e protetto da lunghi argini lagunari, questi ultimi modellati a mano, pezzo per pezzo, dagli stessi volontari. È il presepe della Comunità di Grado, poiché è realizzato interamente da una quarantina di volontari, tutti professionisti, artigiani come costruttori di casóni, fabbricanti di pontili, maestri d’ascia per la creazione delle batele, tipiche barchette a fondo piatto, pescatori per la realizzazione di reti da pesca e naturalmente artisti per la realizzazione delle statue, in buona parte appartenenti a diverse associazioni locali con capofila i Portatori della Madonna di Barbana».
«Una importante iniziativa – si legge ancora nel prestigioso sito informativo della Chiesa Cattolica – che in un certo senso corona l’esperienza maturata da circa 25 anni con l’organizzazione nell’isola di Grado, fra le calli del centro storico, accanto alle patriarcali Basiliche e al porto, di una delle più importanti rassegne presepiali del Friuli Venezia Giulia dove spiccano esposti i grandi presepi realizzati dalle associazioni locali. Tutto è partito come sempre da un sogno di una persona, il cavaliere ufficiale Antonio Boemo, che ha intrapreso la strada ancora diversi anni fa e coordina tutta l’iniziativa, al quale si sono immediatamente affiancati l’architetto Andrea de Waderstein e i due artisti autori delle numerose statue, padre e figlia, Lorenzo e Francesca Boemo. Poi le associazioni con, prima di tutto, i Portatori della Madonna di Barbana guidati dal ragionier Adelchi Quargnali, e poi le altre associazioni: Protezione Civile, Graisani de Palù, Donatori di Sangue, Grado Voga, Grado Noi, Lega Navale e Marinai dell’Anmi, fino a completare uno squadrone che ha operato per tanto tempo anche all’aperto sotto il sole cocente. Naturalmente per portare a compimento l’iniziativa, che comporta non indifferenti costi per il reperimento dei materiali, la stessa è stata immediatamente sostenuta dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dal Comune di Grado. Ovviamente oltre al Patrocinio della Diocesi di Gorizia e alla fattiva collaborazione della Parrocchia arcipretale di Grado. Da evidenziare, infine, che all’interno dell’ambientazione sono ubicate anche alcune briccole che segnalano i canali navigabili e indicano la direzione per raggiungere località vicine alla città di Grado come Aquileia, Trieste e Venezia o per visitare il Santuario Mariano della Incoronata Vergine di Barbana risalente all’anno 582, ubicato su un isolotto nel mezzo della stessa laguna gradese».

Il Calendario liturgico gradese.


Un Avvento, dunque, che rimarrà nella storia di Grado. E che è stato anticipato domenica scorsa, festa di Cristo Re dell’Universo, dalla presentazione del Calendario liturgico pastorale 2024/25 della Parrocchia arcipretale di Santa Eufemia, supplemento speciale di “Insieme”, il foglio informativo settimanale della Chiesa gradese. «Organizzare la vita pastorale di una parrocchia sull’Anno Liturgico – ha scritto monsignor Nutarelli – non è solo un’esigenza estetica, ma un ripercorrere insieme, in modo sempre più approfondito, i Misteri che caratterizzano la vita dei fedeli. Vivere l’Anno Liturgico con spirito rinnovato evita di cadere nell’abitudine che rende sterile la preghiera e lo stupore. È lasciarsi interpellare da Dio che irrompe nella storia umana. L’Anno Pastorale che sta per iniziare sarà caratterizzato dal Giubileo del 2025 indetto dal Papa. Sarà un’occasione di grazia per sperimentare la gioia di tornare a Dio, appartenere alla Chiesa e sperare in un mondo nuovo, più giusto e fraterno. Una speranza che trascende la storia, più forte della morte. Papa Francesco invita a servire la speranza dove la vita accade, scegliendo un cammino spirituale capace di plasmare interiormente come profeti di speranza, per diventare generatori di speranza e riconciliati con sé stessi, gli altri e Dio. All’inizio del Giubileo, la Comunità sarà al centro del cuore di tutti i cristiani del mondo: alla vigilia dell’Immacolata, la città di Grado donerà il presepe al Papa». Proprio un eccezionale avvenimento per inaugurare, dopo appunto la odierna prima domenica d’Avvento, l’Anno liturgico di Grado, fatto di tante celebrazioni importanti, come quelle classiche del Cattolicesimo, tra le quali emerge in tutta la sua grandezza il “Perdon de Barbana” della prima domenica di luglio, una ricorrenza della tradizione molto amata dai gradesi ma anche da tantissimi turisti che scelgono l’Isola del Sole per le loro vacanze.

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In copertina, il Presepe galleggiante allestito ogni anno nel Porto mandracchio di Grado e che ha ispirato anche la Natività realizzata per il Vaticano.

Addio a fra’ Filippo Floreanutti nato a Cergneu 96 anni fa: domani a Udine una Messa in suo ricordo alle Grazie

di Giuseppe Longo

A Cergneu, anche se vi era nato, e ancora meno a Nimis, ormai pochi lo conoscevano. Era invece molto noto e apprezzato nella Parrocchia della Beata Vergine delle Grazie, a Udine, dove ha fatto un lungo tratto della sua vita nell’ambito della comunità dei Servi di Maria e dove per tutti era “fra’ Sorriso”, per quel suo fare sempre ottimista e disponibile con tutti. Era il religioso Filippo Maria Floreanutti, detto “Giovanni”, che si è spento alla veneranda età di 96 anni a Monte Berico, dove si era ritirato in seguito al peggioramento delle condizioni di salute. Sarà ricordato domani, nella giornata in cui Udine festeggia Santa Caterina di Alessandria, con una Messa di suffragio che sarà celebrata, alle 18.30, proprio nella Basilica mariana di piazza Primo Maggio, dove fra’ Filippo era, appunto, molto popolare.


I funerali del religioso, infatti, sono stati già celebrati a Monte Berico, nel Santuario che domina la città di Vicenza, dove si era ritirato in questi ultimi anni, quando gli era aumentata la difficoltà a muoversi con le proprie gambe, tanto che aveva chiesto di essere trasferito nella casa di riposo dei Servi di Maria – una struttura simile a quella che da molti anni c’è a Udine, in viale Ungheria, per l’assistenza ai sacerdoti più anziani e in difficoltà – dove è spirato domenica scorsa, dopo ben 76 anni di vita religiosa.
Come detto, Filippo Floreanutti era nato a Cergneu il 16 agosto 1928. Entrò nell’Ordine dei Servi di Maria nel 1949 e pronunciò i voti perpetui il 27 dicembre 1953. «Umile e generoso – ricorda una nota dell’Arcidiocesi friulana -, era soprannominato “fra’ Sorriso”: nel convento udinese era solito vestire gli abiti del cuoco. Amante della musica classica, non fu mai ordinato sacerdote. Nei suoi oltre 20 anni di servizio nel Santuario della Beata Vergine delle Grazie svolse l’incarico di sacrestano e attento custode della Basilica fino a quando la salute lo ha sostenuto».
Come detto, il religioso ha già ricevuto l’ultimo saluto in terra veneta ed è stato sepolto nella tomba dei frati del cimitero di Isola Vicentina, assecondando un suo desiderio. Domani sera, invece, sarà ricordato dai confratelli del convento di Udine e da quanti lo hanno conosciuto e apprezzato per le sue qualità che, come detto, lo rendevano una persona simpatica a tutti.

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In copertina e all’interno due immagini sorridenti di fra’ Filippo Floreanutti.

L’addio di Torlano a Cesco Manzocco grande padre e instancabile lavoratore conosciuto e stimato da tutti

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Al rive Cesco», diceva mia nonna Maria. E, allora, tutti in strada impazienti e curiosi di vedere cosa c’era di buono su quel camioncino in arrivo, carico di frutta e verdura – in estate attesissima, da noi ragazzini, era ovviamente l’anguria -, che girava di strada in strada, fermandosi dove c’era già qualcuno ad aspettarlo. Era Cesco Manzocco, spentosi a 91 anni, dopo una vita che definire laboriosa è riduttivo e al quale ieri pomeriggio in tanti, nella sua Torlano, hanno voluto dirgli “mandi”.
«Quando tornavi a casa, stanchissimo per aver macinato chilometri e chilometri, avevi una sola preoccupazione e chiedevi alla tua Dorina “hanno mangiato i bambini?”», ha ricordato una nipote rivolgendo un commosso saluto al nonno a nome di tutta la sua numerosa famiglia. E ha aggiunto: «Ti saremo sempre grati, perché sei stato un grande papà!».
Gremita la Chiesa parrocchiale di Sant’Antonio di Padova e moltissimi anche sul sagrato perché non ce l’avevano fatta a entrare al rito di commiato celebrato da monsignor Rizieri De Tina, il quale ha inquadrato la figura del defunto attingendo da quella significativa pagina del Vangelo di Matteo in cui si parla del Regno di Dio rivelato ai piccoli e tenuto nascosto ai sapienti. Cesco era, infatti, molto conosciuto e stimato, proprio per la sua instancabile voglia di fare e progredire, passando dal faticoso ambulantato dalla piana di Nimis alla montagna al lavoro più organizzato, e con un’offerta ampliata, nel negozio ex Cuciz di borgo Centa, portato poi avanti con successo dai figli, sebbene molti continuino a dire “Là di Cesco”. Ma anche per i valori morali che ne hanno fatto un bravissimo marito e, appunto, un grande padre. Un uomo, insomma, indicato come esempio in questo nostro mondo sempre più povero di valori, come è emerso anche dai numerosi commenti apparsi sui social appena diffusasi la notizia della scomparsa di questo benemerito figlio di Torlano.

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In copertina, Cesco Manzocco spentosi a 91 anni dopo una vita laboriosissima.

Con quelle fotografie ingiallite un “viaggio” alla riscoperta di Nimis. E oggi in Biblioteca c’è Raffaella Cargnelutti

di Giuseppe Longo

NIMIS – Sarà Raffaella Cargnelutti, critica e storica d’arte, la nuova ospite della Biblioteca comunale di Nimis. L’incontro si terrà oggi, alle 19.30, nella sede di via Matteotti: nell’occasione, l’autrice tolmezzina racconterà la sua passione per la lettura e la scrittura dialogando con Adriana Stroili. Anche questo appuntamento fa parte del ricco programma di “Cultura in Festa” messo a punto per gli ultimi mesi dell’anno.

L’incontro dedicato alla vecchia Nimis.

L’incontro di questa sera segue quello di domenica quando – dopo l’intervento di Angelika Pfister, appassionata curatrice della Biblioteca – Sabrina Tonutti e Paolo Comuzzi, della Cooperativa culturale Varianti, hanno fatto il punto sul progetto volto alla realizzazione di un archivio fotografico del Novecento riguardante sia il capoluogo che le frazioni: “… e quelli di Nimis – Un viaggio nella Nimis di un secolo fa attraverso l’archivio di Antonio Grassi, archivi familiari e testimonianze d’oggi”, il titolo dell’originale iniziativa. Molti dei concittadini che ritenevano di avere nei propri album o cassetti qualche vecchia, ingiallita immagine interessante allo scopo hanno risposto alla Biblioteca con entusiasmo e generosità, fornendo anche commenti del materiale attraverso interviste mirate. E numerose di queste foto storiche sono state proiettate su uno schermo e commentate da parte del pubblico di una certa età, per cui anche chi scrive ha cercato di dare un suo contributo suscitando molto interesse fra gli ascoltatori più giovani. Come riguardo alla prima foto, risalente agli anni Trenta o addirittura Venti, che mostrava una partecipatissima rogazione, ma forse, a pensarci bene, anche processione, visto che tra due ali di folla si scorge un giovane monsignor Beniamino Alessio rivestito degli abiti prelatizi, come si usava soprattutto al “Perdon dal Rosari”, la prima domenica di ottobre quando c’è la grande festa mariana istituita nel ricordo della battaglia di Lepanto. Del pievano arrivato nel 1912 da Buja è stata proposta anche una rarissima foto del suo solenne ingresso nell’antica Pieve dei Santi Gervasio e Protasio, contenuta anche nel volume “Nimis un calvario nei secoli” di Bruno Fabretti. La folla del lunghissimo corteo superava il ponte sul Cornappo. E a tale riguardo ho ricordato la fiumana di gente e sacerdoti che, nel novembre 1962, vidi accompagnare la salma dell’anziano parroco dalla Chiesa matrice al Duomo ancora in costruzione dove, dinanzi a un altare improvvisato, officiò il cardinale Ildebrando Antoniutti: pre’ Benjamin, alla cui scuola il presule si era formato, fece infatti appena in tempo a vedere il suo discepolo prediletto elevato alla dignità della porpora da Papa Giovanni XXIII, dopo anni di illuminata attività diplomatica in mezzo mondo e la sua consacrazione ad arcivescovo ad appena 39 anni!

Raffaella Cargnelutti


Molto suggestive le immagini del ricordato Cornappo con le sue famose cascate – la “Scluse” e la “Fonde Nere” – create per alimentare due rogge le cui acque servivano per azionare mulini e battiferro. Ma del torrente che attraversa Nimis prima di sfociare nel Torre, alla Motta, sono state riproposte anche le foto della devastante alluvione del settembre 1991 – all’epoca ricoprivo la carica di sindaco – che spazzò via i due ponti come fossero fuscelli. È stato prontamente ricostruito soltanto quello che porta al campo sportivo, mentre quello di Borgo Valle è ancora sostituito da un guado.
Ha suscitato interesse anche la foto di oltre mezzo secolo fa riguardante un incontro dimostrativo degli innovativi razzi antigrandine, il cui uso almeno inizialmente abbastanza di successo venne superato a fine anni Settanta dalla protezione dei vigneti con le reti cosiddette “a grembiule”. Va annotato infatti, come ho ricordato, che in quegli anni la grandine distruttiva era molto più frequente di oggi, anche se la nostra epoca è ormai nota per i suoi grandi cambiamenti climatici.
Belle anche altre immagini come quella simpatica d’anteguerra che mostra, in piazza 29 Settembre, sotto un platano ancora giovane la baracchetta della “Pirissine” che vendeva bagigi, “colaz” e carrube. O quelle del vecchio “fogolâr” dell’Antica Osteria San Gervasio (“Daur de Glesie”) raccontato da Agostino Gori. Ma anche quelle che ritraggono Antonio Grassi “Pacjeck” – il cui lascito fotografico costituisce lo “zoccolo duro” dell’intero progetto – e del fratello Giovanni, noto come “mago di Nimis”. Entrambi erano calzolai, ma il primo svolse l’attività quasi interamente a Udine, dove le sue geniali intuizioni consentirono di realizzare anche una “soletta terapeutica” che fece storia nel benessere plantare. Infine, una incursione fotografica anche nelle frazioni, soprattutto a Cergneu e a Vallemontana, ha suggellato questo incontro volto a rivedere la Nimis di un tempo. Peccato che la serata sia passata così in fretta!

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In copertina, la preziosa fotografia che mostra l’arrivo alla Pieve di monsignor Beniamino Alessio nel 1912.

A Tarcento un nuovo grande successo per le fisarmoniche senza confini. E ora arrivederci alla decima edizione

di Giuseppe Longo

TARCENTO – Alessio Screm segue praticamente dalla nascita “Uniti dalla fisarmonica”, la coinvolgente serata dedicata al popolare strumento che a Tarcento si ripete ogni autunno da nove anni. E concludendo l’ultimo concerto, coronato da un grande successo – anche se quelli precedenti non erano stati da meno -, il musicologo friulano, dopo aver offerto una ricca e competente presentazione del programma, ha dato appuntamento alla decima edizione. Un annuncio che è stato accolto dagli scroscianti applausi del folto pubblico raccolto al Teatro Margherita e che ha seguito con entusiasmo le varie interpretazioni, a cominciare da quelle del Gruppo fisarmonicisti Tarcento – Ensemble Flocco Fiori che, sotto la direzione di Massimo Pividori, organizza la ormai tradizionale e quindi irrinunciabile manifestazione.

I musicisti di casa – alcuni sono della vicina Nimis, come lo stesso direttore artistico – hanno pertanto rappresentato la “voce” del Friuli, ma gli ospiti provenivano dalle vicine Austria e Slovenia, e pure dalla ben più lontana Cina. Tutti uniti, appunto, da quel senso di amicizia senza confini che la fisarmonica, a bottoni o a tastiera nulla cambia, sa sempre sprigionare. Molto applaudita infatti Wei Duan, giovane virtuosa dell’immenso Paese asiatico, la quale ha proposto dal repertorio contemporaneo cinese “Paintings of Bashu”, una suite nella quale riecheggiano temi popolari orientali, e “Jasmine Flower”, il “canto antico del gelsomino”, una pagina delicatissima e suggestiva che esprime l’animo di quelle genti, tanto da essere proclamata dall’Unesco Patrimonio immateriale dell’Umanità.
Entusiasmo alle stelle, poi, durante l’esibizione della Fisorchestra “Revapo”, proveniente da Leibnitz, una cittadina della Stiria meridionale a pochi chilometri dalla Slovenia. Il gruppo, fondato dal direttore artistico Walter Bigler, è stato guidato in un programma molto bello – concluso addirittura da un apprezzatissimo bis che ha proposto una trascinante “fiorita” di celebri canzoni italiane – dal giovane maestro Žan Trobas, il quale poi, in una applaudita interpretazione, ha accompagnando la calda voce di Sandra Čepin, coronando così l’esecuzione di grandi brani di Bach, Dvorak, Jenkins, Piazzolla e Jekic.
Ma a fare gli onori di casa era stato proprio il Gruppo fisarmonicisti Tarcento, con la sua Ensemble che ricorda l’indimenticabile Flocco Fiori, il quale ha eseguito, nelle trascrizioni per fisarmonica, l’Allegro con brio dalla “Sinfonia n. 25 in sol minore” di Wolfgang Amadeus Mozart, una dedica ad Ennio Morricone da “C’era una volta il west” e “L’uomo e l’armonica”, oltre a brani scelti dalla colonna sonora di “Mission impossible” di Danny Elfman. Gran finale con una coinvolgente e originale esecuzione solistica, da parte di Massimo Pividori, del celeberrimo “Inverno” vivaldiano. Il brano, che conclude le famosissime Quattro Stagioni del “prete rosso”, è stato trascritto dal direttore del Gruppo tarcentino con effetti davvero sorprendenti ed efficaci nella interpretazione di una pagina in cui il violino solo è grande protagonista.
Alla fine del bellissimo concerto, il momento dei ringraziamenti con il ricordo di due musicisti che purtroppo sono scomparsi prematuramente: Luca De Cillia, socio fondatore dell’Ensemble, e Maurizio Durì, morti dieci e due anni fa. Del secondo, in particolare, è stato rinnovato il ringraziamento del Gruppo fisarmonicisti per l’importante lascito di strumenti a beneficio del sodalizio musicale. La breve cerimonia, coordinata dalla neopresidente del Gft, Antonella Rossi, ha visto salire sul palco per un saluto anche l’assessore municipale Silvia Fina, la quale, interpretando pure i sentimenti del sindaco Mauro Steccati, ha espresso il più vivo compiacimento per la riuscita della serata, auspicandone una ulteriore crescita già dalla prossima edizione, che appunto sarà la decima. Conoscendo la bravura del Gruppo fisarmonicisti Tarcento e dello stesso maestro Pividori questa è assicurata. E allora, per dirla proprio con Alessio Screm, arrivederci al 2025!

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In copertina e all’interno alcune immagini del bellissimo concerto organizzato dal Gruppo fisarmonicisti Tarcento diretto dal maestro Massimo Pividori.

(Foto Daniel Longo)

Quattro novembre, dall’omaggio ai Caduti un auspicio di pace: quello che a Nimis si era levato forte dal ricordo delle tragedie del 29 settembre 1944

di Giuseppe Longo

NIMIS – Quattro novembre, Festa dell’Unità nazionale e Giornata delle Forze armate. Ma anche, e soprattutto, doveroso ricordo dei Caduti di tutte le guerre. Un omaggio unito a un auspicio sempre più pressante di pace, in un mondo attraversato da conflitti e tante inquietudini. Ma a Nimis questa celebrazione avviene tradizionalmente con un mese di anticipo, in occasione del ricordo del devastante incendio che il 29 settembre 1944 distrusse quasi completamente il paese pedemontano, intrecciandosi con «l’odissea dei profughi e l’orrore della deportazione», come aveva detto nel suo discorso celebrativo per l’80° anniversario il commissario straordinario Giuseppe Mareschi. Pesante il bilancio di quella rappresaglia nazifascista:  le vittime civili furono 22, i partigiani uccisi 40, i deportati nei Lager 86, dei quali solamente 40 fecero ritorno nelle loro famiglie. Ricordiamo, allora, quella cerimonia, avvenuta nel parco della Rimembranza che sorge accanto al Duomo.

«Oggi ricordiamo – aveva esordito il funzionario regionale incaricato di guidare il Comune fino alle amministrative della prossima primavera – l’ottantesimo anniversario dell’incendio e della distruzione di Nimis. Pur nella mancanza di una rigorosa ricostruzione storica, i fatti sono noti e chiari nella loro crudeltà ed efferatezza. L’esasperazione della popolazione friulana alle violenze e angherie nazifasciste ha portato a una ricerca di liberà a cui hanno fatto seguito bestiali operazioni di rappresaglia, che per questa comunità hanno significato l’eccidio di Torlano, le uccisioni di Nongruella e appunto la distruzione di Nimis. Come in Carnia anche qui era stata realizzata la Zona libera del Friuli orientale e la distruzione di Nimis è stata la risposta alla legittima aspirazione di affrancamento e di pace della popolazione. E ancor più disumano, al di la della distruzione di abitazioni ed edifici, è stato il disegno di disgregare una intera comunità. Volontà però – aveva aggiunto il dottor Mareschi – che non ha impedito agli abitanti di Nimis di ricostruire, oltre agli edifici, la propria comunità, grazie alla tenacia, alla volontà e all’amore per la propria terra e identità. Oggi gli strumenti per preservare e mantenere vivi questi ideali e senso di comunità sono il ricordo e la memoria. Ricordo che è richiamare e tenere presente nell’animo e nel sentimento fatti e persone; memoria che nascendo dal ricordo è azione che sorregge e puntella il nostro essere umani e concorre a creare la nostra identità».
«Ed è per questo che ricordo e memoria – aveva sottolineato ancora il commissario – devono essere patrimonio di tutti e specialmente dei giovani, di chi non avendo vissuto direttamente gli eventi, solo attraverso il ricordo e la memoria possono veramente capire quanti sacrifici sono stati fatti, quanto vite sacrificate per la loro libertà di oggi. E quindi operare per rafforzare lo spirito di comunità e volere la pace. Ed è con questo sentimento che a nome di tutti i cittadini di Nimis onoro i Caduti e quanti hanno sofferto e ancora oggi portano su di loro la tragica eredità dell’incendio e della distruzione di Nimis di 80 anni fa. E che questo onore non sia solo testimonianza ma strumento di impegno per il bene della intera comunità di Nimis».


Il commissario straordinario, concludendo il suo intervento commemorativo e interpretando i sentimenti della popolazione di Nimis, aveva quindi avuto parole di riconoscenza per tutte quelle comunità che ospitarono i profughi in seguito a quel “tragico San Michele” – come ebbe a definire quel 29 settembre 1944 monsignor Beniamino Alessio, indimenticato pievano del tempo -, a cominciare da Tarcento, che assicurò un tetto per alcuni mesi a ben 1800 persone, a Reana del Rojale e Tavagnacco, ma anche le più lontane comunità rivierasche di Ruda, Terzo d’Aquileia, Fiumicello e Villa Vicentina che accolsero soprattutto i bambini delle famiglie rimaste senza casa. «Un grazie a Voi tutti qui presenti – aveva concluso Mareschi -, a tutte le autorità, gruppi e associazioni a tutte le personalità civili e militari, che con la loro presenza hanno onorato questa comunità. Portiamo nei nostri cuori questo momento e questi valori, ma che siano cuori che li portano a tutti».
Il discorso ufficiale del commissario era stato preceduto dalla tradizionale deposizione di corone d’alloro dinanzi al monumento ai Caduti di tutte le guerre e a quello delle vittime dei Lager nazisti, la cui costruzione fu promossa dal commendator Bruno Fabretti, presidente della locazione sezione Ex internati, scomparso centenario poco più di un anno fa: a ogni cittadino di Nimis morto nei campi di concentramento è stato dedicato un rintocco dell’unica campana della Chiesa di Centa risparmiata dal terremoto del 1976. E prima ancora della cerimonia civile c’era stato un momento di riflessione e preghiera con la Messa di suffragio celebrata in Santo Stefano da monsignor Rizieri De Tina: davanti all’altare, una originale interpretazione dell’Incendio di Nimis da parte dei bambini della Scuola materna. All’omelia, il sacerdote aveva insistito sui valori della fratellanza e del rispetto reciproco, nelle differenze e diversità di ognuno, gli unici sentimenti che possono assicurare quella pace di cui abbiamo beneficiato per ottant’anni, ma che oggi potrebbe essere messa a rischio da quei conflitti e da quelle inquietudini che, come detto, purtroppo sono in atto anche a poche centinaia di chilometri da questa nostra terra. Che i valori del 4 novembre, ma anche di quel 29 settembre, continuino ad avere vittoriosa affermazione!

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In copertina, la campana della Chiesa di Centa durante i rintocchi dedicati alle vittime dei Lager; all’interno, la cerimonia commemorativa presieduta dal commissario Giuseppe Mareschi dinanzi ai due monumenti, l’altare del Duomo di Santo Stefano con la raffigurazione delle case incendiate fatta dai bambini della Scuola materna parrocchiale e i familiari di Bruno Fabretti davanti al monumento voluto dal loro congiunto scomparso nel 2023.

Tutti i Santi, prima solennità a Tarcento per monsignor Luca Calligaro nuovo arciprete. “Ora mi sintonizzerò con voi per fare un proficuo cammino insieme”

di Giuseppe Longo

TARCENTO – «Questa è la prima solennità che celebro con voi, nuovi parrocchiani di Tarcento: ed è quella che dà inizio a quell’importante cammino che faremo insieme. Sono molto contento per questa mia nuova esperienza e vi sono grato per il calore con cui mi avete accolto. Sarà una mia grande gioia potervi conoscere tutti personalmente al fine di sintonizzarmi con voi e per stabilire con ognuno una relazione che risulterà sicuramente proficua e di soddisfazione reciproca». Con queste parole, pronunciate nella Chiesa arcipretale di San Pietro Apostolo, monsignor Luca Calligaro ha concluso la Messa solenne di Tutti i Santi, la prima, appunto, dopo la festa di insediamento di domenica scorsa, quando il nuovo pievano, che raccoglie l’eredità spirituale di monsignor Duilio Corgnali, scomparso in gennaio a causa di una malattia rivelatasi senza speranze, è stato presentato alla comunità cristiana dall’arcivescovo Riccardo Lamba.

Per la importante cerimonia di “immissione in possesso” monsignor Calligaro – che proveniva da Martignacco – è entrato in Duomo rivestito dagli abiti prelatizi spettanti al sacerdote che riceve la responsabilità della storica Pieve tarcentina, fino a pochi anni fa anche sede foraniale, ruolo oggi assorbito nella “Forania della pedemontana” molto più vasta avendo inglobato, in seguito alla riforma Mazzocato, anche le Foranie di Gemona, Nimis e Tricesimo, alla cui guida c’è il vicario foraneo Dino Bressan, arciprete di quest’ultima località: Tarcento vi partecipa attraverso la sua Collaborazione pastorale, guidata appunto dal parroco coordinatore e composta dalle Chiese di Lusevera, Pradielis, Villanova delle Grotte, Magnano in Riviera, Billerio, Bueriis, Ciseriis, Coia-Sammardenchia, Collalto, Collerumiz, Loneriacco, Sedilis e Segnacco, oltre che dalla stessa Tarcento. Durante il solenne e partecipato rito – presenti in una Chiesa gremita anche decine di sacerdoti oltre a diversi sindaci della zona, con il collega primo cittadino Mauro Steccati, e ai rappresentanti delle associazioni locali – il nuovo pievano ha risposto alle domande del rituale di insediamento postegli dal presule, assicurando tutta la propria disponibilità, accanto alla collaborazione con l’autorità diocesana, per guidare al meglio la comunità cristiana che gli è stata appena affidata.
Un cammino che il giovane arciprete – ha appena compiuto 42 anni! – si accinge a compiere sulla strada tracciata dal ricordato Duilio Corgnali e da altri illuminati predecessori come Francesco Frezza e Camillo Di Gaspero, avendo avuto come guida l’esempio e i valori assorbiti fin da bambino nella sua Buja, quando il suo avvicinamento alla vocazione religiosa è avvenuto alla “scuola” di Aldo Bressani e di Emidio Goi. Valori ed esempio che ora monsignor Luca Calligaro dispenserà ai suoi nuovi parrocchiani, quelli che appunto fanno parte della ricordata “Collaborazione pastorale di Tarcento”.

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In copertina, monsignor Luca Calligaro durante la sua prima benedizione solenne nella festività di Tutti i Santi; all’interno, la cerimonia di insediamento presieduta in Duomo dall’arcivescovo Riccardo Lamba.