Tarcento voleva bene a don Duilio e l’ha dimostrato con il sentito ricordo tributatogli a un anno dalla scomparsa

di Giuseppe Longo

Tarcento voleva bene a don Duilio. E l’ha dimostrato con una foltissima partecipazione alla cerimonie indette dalla Pieve arcipretale di San Pietro Apostolo per ricordare il pievano a un anno dalla scomparsa, strappato alla sua comunità da una malattia rivelatasi ben presto senza speranze. Affollato il Duomo durante la Messa di suffragio che ha voluto celebrare l’arcivescovo Riccardo Lamba, dimostrando la vicinanza nel ricordo, unita a tanta gratitudine, della Chiesa friulana. Monsignor Corgnali, sacerdote-giornalista, non era stato infatti soltanto pastore d’anime per lungo tempo nel Tarcentino – dapprima nella frazione di Sedilis e poi nel capoluogo, dove era succeduto a monsignor Francesco Frezza -, ma per oltre vent’anni era stato anche direttore della Vita Cattolica, il settimanale dell’Arcidiocesi di Udine, e poi di Radio Spazio, l’emittente che volle fondare, all’epoca di monsignor Alfredo Battisti – il presule del quale si è appena ricordato a Tricesimo il centenario della nascita -, per dare un aiuto e un segno di speranza al Friuli che rinasceva dalla devastazione del terremoto del 1976.


All’altare con il nuovo titolare della Chiesa udinese, l’attuale arciprete Luca Calligaro che guida la Pieve tarcentina dalla fine di ottobre assieme a numerosi sacerdoti friulani che hanno voluto unirsi nel ricordo di don Duilio. Del quale la sera precedente, in un Teatro Margherita gremito, era stato presentato un libro inedito di poesie – perché il defunto pievano non era soltanto giornalista e scrittore, ma anche fine poeta – dal titolo “Un resto di vita”. Con lo stesso monsignor Calligaro, c’erano sul palco il sindaco Mauro Steccati – che ha portato un grato saluto alla memoria di don Corgnali da parte della comunità tarcentina – e don Daniele Antonello, attuale direttore della Vita Cattolica. Della figura del sacerdote scomparso e in particolare della sua opera letteraria, oltreché pastorale, ha parlato don Alessio Geretti, figura molto nota in Friuli, e non solo, per aver ideato e da sempre diretto le meravigliose mostre di Illegio. E nel giugno scorso l’esperto di storia dell’arte aveva proposto a Nimis un bellissimo e approfondito ricordo di Tita Gori, il pittore del quale si conserva una bellissima opera anche nel Duomo di Tarcento.
In rappresentanza dei curatori del volume di poesie c’erano, invece, Riccardo Pieroni e Luca Corgnali, mentre Giuseppe Bevilacqua ha letto alcune delle liriche di don Duilio, accolte da calorosissimi applausi. Come avevamo annunciato, l’incontro è stato intercalato da apprezzati interventi musicali animati da quattro cori cittadini: il San Pietro Apostolo, che anima sempre le liturgie solenni nella Chiesa arcipretale, Voci e suoni, Sul far dell’Aurora e Des Vilis di Coia e Sammardenchia.
Due giornate, insomma, memorabili quelle di lunedì e martedì scorsi che, come si diceva, hanno ribadito il cordoglio che anima ancora la comunità parrocchiale per la perdita di monsignor Corgnali. Ma, evidentemente, il suo passaggio non è stato vano perché il ricordo – accanto a quello degli illuminati predecessori – è vivo e continuerà a vivere a lungo attraverso l’esempio che don Duilio ha lasciato a Tarcento e alla Chiesa friulana tutta.

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In copertina, l’arcivescovo Lamba con monsignor Calligaro durante la Messa di suffragio per don Duilio; all’interno, il Duomo e il Teatro gremiti per il ricordo del sacerdote a un anno dalla scomparsa.

(Le foto della Messa sono state pubblicate da Vita Cattolica; quella del Teatro Margherita l’ha scattata Nazareno Orsini presidente della Pro Tarcento)

Morte improvvisa di Mario Martinis instancabile cultore del Friuli: domani l’addio nella sua Savorgnano

di Giuseppe Longo

Il racconto degli 80 anni dell’Asilio parrocchiale “Maria Immacolatata”, di Savorgnano del Torre, è l’ultimo frutto della grande passione per la storia e le tradizioni del Friuli di Mario Martinis, fecondo e instancabile studioso e scrittore che se ne è andato improvvisamente, a 72 anni, creando un vuoto incolmabile nella cultura della nostra terra. Un vuoto che si somma a quello lasciatoci da Tarcisio Venuti, lo storico del Rojale, morto la scorsa estate. Quanti l’hanno conosciuto e stimato, e sono tantissimi, si raccoglieranno per dargli l’ultimo saluto domani pomeriggio, alle 14.30, nella frazione di Povoletto, in quella Chiesa di San Michele Arcangelo della quale sapeva proprio tutto.
Mario Martinis, cavaliere della Repubblica, è stato, infatti, uno dei maggiori conoscitori della cultura friulana, oltre che autore di decine di apprezzate pubblicazioni, tanto da essere quasi sempre presente la sua firma nelle vetrine delle nostre librerie. Giornalista – e lo ricordiamo proprio oggi nella ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono di tutti gli operatori della comunicazione – e appassionato dei temi ambientali, aveva ideato anche una collana editoriale sui fiumi e sulle acque della regione, scrivendo molti libri di successo, non solo per la ricchezza dei testi ma anche perché gli stessi erano corredati di splendide immagini. Primo fra tutti l’amatissimo torrente di casa, il Torre, che gli ricordava anche la sua infanzia – con le rogge di Udine e di Palma che alimenta -, e dai corsi d’acqua del contiguo Comune di Nimis, con il Cornappo grande protagonista. Ricordo che proprio io ebbi l’onore di presentare nel 2007 il suo libro dal titolo “Le acque di Nimis. Aspetti idrologici, storici, economici, ambientali e naturalistici” (Ribis Editore).
Ma la passione che maggiormente avvinceva Mario Martinis era quella per la storia e le tradizioni del Friuli – a cominciare da quel che resta dell’antico Castello della Motta sopra la sua Savorgnano -, trattate in tanti libri e in numerosi articoli su giornali e riviste specializzate. Mi tornano in mente, in particolare, quelli che puntualmente scriveva per le pagine culturali del Messaggero Veneto – ed è proprio in quella redazione che l’ho conosciuto, oltre quarant’anni fa, quando portava personalmente i suoi contributi letterari prima che le nuove tecnologie causassero una rarefazione, se non addirittura una cancellazione, dei contatti umani -, “radiografando” di volta in volta le varie celebrazioni religiose che scandiscono lo scorrere del tempo, sempre con dotti e documentati approfondimenti. Tanto da farne riferimento anche nelle “Usanze del Lunario friulano” sconfinando poi in storie in cui il sacro s’intreccia con la superstizione e la magia, in un mondo ammantato di leggenda. Ma, nel contempo, Mario Martinis era anche un cultore scrupoloso e appassionato della lingua di queste contrade, tanto da scrivere un “Vademecum de lenghe furlane” e un “Abecedari dai proverbis furlans”, approdando poi a “Peraulis tasudis, peraulis dismenteadis” nel quale ha fatto rivivere tanti vocaboli della “marilenghe” caduti purtroppo nell’oblio. E si potrebbe continuare perché gli argomenti che ha trattato sono veramente tanti, e tutti di notevole interesse e portata. Mario Martinis era, infatti, tutto questo e ci mancherà: merita la riconoscenza del Friuli. E un affettuoso “Mandi!”.

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In copertina, il dottor Mario Martinis morto improvvisamente a 72 anni.

Epifania a Cividale, in quello Spadone suggestioni antiche accanto a messaggi per il mondo d’oggi che ha l’occasione di ripartire come i Magi con speranza

di Giuseppe Longo

CIVIDALE – Che bella, intensa, suggestiva! Tre aggettivi importanti, ma tutti insufficienti a delineare il significato e il valore della “Messa dello Spadone”, il partecipatissimo rito – in Duomo non meno di un migliaio di persone! – che si è rinnovato ieri mattina, solennità dell’Epifania di Nostro Signore, a Cividale. Il tutto in una giornata che non lasciava prevedere nulla di buono dal punto di vista meteorologico e che, invece, con sorpresa di tutti ha consentito si snodasse regolarmente l’intero programma e quindi anche la bellissima rievocazione storica dell’ingresso nella città longobarda del Patriarca Marquardo von Randeck, avvenuta nel remoto 1366. Ne è rimasto sicuramente affascinato l’arcivescovo Riccardo Lamba che, insediatosi appena il 5 maggio scorso sulla Cattedra dei Santi Ermacora e Fortunato, ha presieduto per la prima volta la magnifica celebrazione. Come pure chi scrive che vi aveva partecipato l’ultima volta una ventina d’anni fa, quando allo storico altare – e non quello a mensa usato stavolta – era salito monsignor Pietro Brollo, l’allora titolare dell’Arcidiocesi di Udine. Più d’uno, infatti, si è chiesto come mai non si sia privilegiata la celebrazione “ad Orientem” (come aveva fatto, appunto, il predecessore di Lamba), visto anche l’uso del latino dall’inizio alla fine del rito, seppure con i ritmi del “Novus ordo Missae”, quello successivo al Concilio Vaticano II.

La Messa è cominciata con il canto, accompagnato dall’organo, di un festoso mottetto di Giovanni Battista Candotti, il sacerdote-musicista codroipese che fu maestro di cappella proprio nella Basilica di Santa Maria Assunta e che ebbe fra i suoi allievi prediletti il cividalese Jacopo Tomadini. Il corteo d’ingresso, dopo la croce astile, era aperto dai canonici del Capitolo della Insigne Collegiata: Loris Della Pietra e Gianni Molinari, di recente investitura, e il decano Adriano Cepparo; quindi il diacono con elmo piumato, Fiorino Miani, il quale con la mano destra brandiva lo storico Spadone e con la sinistra reggeva il prezioso Evangeliario quattrocentesco, l’arciprete di Cividale Livio Carlino e infine, con mitria e pallio, l’arcivescovo Lamba. Più volte, durante il rito solenne celebrato appunto nella storica, bellissima lingua della Chiesa Cattolica, la lunga e pesante lama patriarcale è stata usata per salutare (non benedire), tracciando ampi fendenti, i celebranti e il popolo. Le letture epistolari e il Vangelo sono stati cantati dallo stesso Miani usando le suggestive melodie dell’antico rito cividalese. Mentre i passi principali della Messa, tranne il Credo recitato in latino, sono stati eseguiti dal coro che ha proposto anche altri inni del citato Candotti, fra cui il natalizio “Jesu Redemptor omnium”.
Intensa e ricca di significato la predica del presule, il quale, forse sorpreso da una così massiccia partecipazione, ha osservato: «Anche noi, venuti qui oggi per tanti motivi (fede, tradizione, curiosità) abbiamo un’occasione bella di ripartire, come i Magi, trasformati dall’Amore di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il nostro Salvatore, dopo esserci nutriti della Sua Parola e del Suo Corpo e del Suo Sangue, per essere testimoni di Gioia e di Speranza». Monsignor Lamba ha incentrato le sue parole proprio sul significato dell’Epifania e del Battesimo di Gesù – che sarà ricordato nelle celebrazioni di domenica prossima – e si è chiesto: «Che cosa hanno in comune queste due feste, al di là dei possibili arricchimenti che alcune tradizioni popolari possono aver portato?». «Esse ci portano sempre ancora – si è risposto – all’evento fondativo della nostra fede: Dio si è fatto uomo per amore nostro e per la nostra salvezza. Nulla può essere più come prima!». «Da quella casa di Betlemme – ha aggiunto l’arcivescovo – , dal fiume Giordano, dai villaggi della Galilea e della Giudea, dal Calvario, dal Cenacolo, dal monte dell’Ascensione, molti dopo averlo incontrato (bambino, giovane adulto, umiliato e crocifisso, risorto) sono ripartiti trasformati dal suo Amore, indipendentemente dalla cultura, dalla nazione, dalla razza, dall’etnia, dalla tradizione religiosa».

Al termine della celebrazione, ha preso la parola per un breve saluto al presule e all’assemblea monsignor Carlino, il quale, ricordato che la “Messa dello Spadone” si ripete da ben 659 anni, ha fatto riferimento all’Anno Santo appena incominciato, informando che la Basilica cividalese è stata arricchita da alcune sculture dell’artista Giorgio Celiberti, tra le quali la bellissima Croce posta all’entrata dopo il maestoso portale. Nell’occasione, l’arciprete ha ringraziato la Pro Loco delle Valli del Natisone, Nediške doline, per aver proposto un pellegrinaggio dal Duomo di Cividale al Santuario giubilare di Castelmonte. Concluso, dunque, il rito in Chiesa, lo Spadone – ma, ovviamente, non quello originale – è stato brandito in piazza anche dal bravissimo figurante che ha impersonato il Patriarca Marquardo von Randeck durante la bella e curata rievocazione storica seguita e applaudita da migliaia di persone.

 

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In copertina, la processione d’ingresso aperta dallo Spadone del Patriarca Marquardo; all’interno, momenti della celebrazione presieduta dall’arcivescovo Lamba, i canonici del Capitolo, parte della folla, la Croce di Giorgio Celiberti e infine la rievocazione storica in piazza Duomo.

Muzzana, pienone in uno spumeggiante benvenuto al 2025 che corona l’anno della “Thomas Schippers” di Carlo Grandi

di Giuseppe Longo

MUZZANA DEL TURGNANO – “L’Epifania tutte le feste porta via”. E con le feste che se ne vanno è bello ricordare anche un magnifico concerto proposto dall’Orchestra “Thomas Schippers” durante le gioiose giornate natalizie. Non poteva, infatti, avere coronamento migliore il 2024 della formazione di Carlo Grandi, protagonista di una serata davvero memorabile a Muzzana del Turgnano, paese della Bassa friulana a due passi dalla Laguna di Marano e dalla suggestiva Foce dello Stella: un viaggio in musica tra le atmosfere del Natale e le spumeggianti, intramontabili, note che si ascoltano a Capodanno dal Musikverein di Vienna. Tanto che il “Pizzicato Polka” di Johann Strauss figlio – davvero affascinante per il fatto di essere eseguito dagli archi soltanto toccando le corde – è stato suonato due volte fra gli applausi di un pubblico numerosissimo e partecipe, entusiasta del programma messo a punto dal maestro Grandi, il quale ha preferito tralasciare il palco della accogliente sala parrocchiale facendo sistemare, invece, i suoi musicisti in platea proprio a diretto contatto con gli ascoltatori, così da creare un efficace “dialogo” fra le due entità.

E in questa cornice da “tutto esaurito” si è quindi dipanata la “scaletta” della invitante serata, che era già stata molto applaudita pochi giorni prima a Tarvisio. E anche il pubblico rivierasco non è stato da meno, sottolineando l’esecuzione di ogni brano – una quindicina – con calorosissimi battimani. Durante la breve pausa, ha preso la parola per un breve saluto il sindaco Genziana Buffon che ha sottolineato la disponibilità del parroco Samuele Zentilin, trattenuto a Udine dalle cerimonie diocesane per il Giubileo, nel concedere la bella sala teatrale, augurandosi che ci siano altre occasioni per ospitare la “Thomas Schippers” visto anche il grande apprezzamento suscitato.
Il programma si è quindi aperto con un magnifico brano di Johann Sebastian Bach che fa parte delle famosissime Variazioni Goldberg, seguito da un’altrettanto affascinante pagina che il finlandese Jean Sibelius scrisse proprio per le feste di Natale. E sviluppandosi poi in un avvincente itinerario che attinge alle tradizioni soprattutto della Mitteleuropa. A cominciare da “Eine Musikalische Schlittenfahrt”, il tintinnante viaggio in slitta, con incitanti colpi di frusta, composto da Leopold Mozart, il padre del ben più conosciuto Wolfgang Amadeus. Ma anche il tema musicale di “Adeste Fideles”, uno degli inni più amati della tradizione natalizia, soprattutto se cantato con il suo testo latino, per approdare a un’avvincente pagina dal monumentale Messiah di Georg Friedrich Händel. E poi davvero coinvolgente, per la sua serenità e dolcezza, il “White Christmas” degli anni Quaranta nell’arrangiamento dello stesso maestro Grandi. Insomma, un insieme di brani opportunamente scelto – molto bella anche la Suite di Rameau e il simpaticissimo “Syncopated Clock” di Anderson -, premiato da calorosi applausi tanto che l’Orchestra ha voluto ringraziare la platea congedandosi con bis di sicuro effetto, tra cui le trascinanti “Danze Ungheresi” di Johannes Brahms. Per cui è proprio il caso di dire: Alla prossima!

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In copertina e all’interno alcune immagini del bellissimo concerto diretto dal maestro Carlo Grandi durante il quale ha portato un saluto anche il sindaco Genziana Buffon.

La sera dell’Epifania di cinque anni fa si spegneva monsignor Francesco Frezza pievano che Tarcento non dimenticherà

di Giuseppe Longo

Era la sera dell’Epifania di cinque anni fa. E, mentre nel cielo sopra Coia si levavano i bagliori del “Pignarûl Grant”, a Udine si spegneva monsignor Francesco Frezza, che per Tarcento rimarrà un pastore indimenticabile. Nimis, infatti, l’aveva nel cuore, perché vi era nato, e lì c’erano i suoi affetti familiari. Ma è nella comunità in riva al Torre che aveva trascorso larga parte della propria vita – 36 anni come arciprete e prima altri dieci come parroco di Segnacco – e qui aveva voluto tornare al termine del suo lungo cammino terreno, nonostante fosse a Udine già dal 2002 quando dovette arrendersi all’avanzare dell’età e ritirarsi in un impegno meno gravoso.
A Tarcento, infatti, aveva desiderato riposare per l’eternità ed era stata proprio la bella Chiesa arcipretale di San Pietro Apostolo, che con grande tenacia e determinazione volle salvare dopo i terremoti del 1976, ad aprirgli le porte per l’ultimo saluto. Così, pochi giorni dopo la dipartita, “pre Chechin” tornava nella “sua” Tarcento, terra che ha tanto amato e per la quale ha gioito ma anche sofferto. E qui riposa nella chiesetta che sorge in mezzo al cimitero, accanto a quel Camillo Di Gaspero, cui è dedicata la scuola media che rappresenta una delle opere post-sisma più luminose del parroco scomparso alla Fraternità sacerdotale udinese a 95 anni, e a Duilo Corgnali che ne aveva raccolta l’eredità spirituale, e materiale, quando appunto si era ritirato nella Chiesa di San Giacomo. Un incarico ricevuto dall’allora arcivescovo Pietro Brollo e accettato con vero entusiasmo, tanto che l’opera in città dell’anziano sacerdote era molto apprezzata e seguita.
Un apostolato, quello di monsignor Frezza, alimentato da una fede viva, ardente, da uno slancio instancabile sostenuto da forza e saggezza non comuni, come aveva sottolineato l’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato, che aveva celebrato i solenni funerali in un Duomo gremito. Il presule – ritiratosi la scorsa primavera per raggiunti limiti di età lasciando il posto a monsignor Riccardo Lamba – aveva accanto l’allora pievano Duilio Corgnali, che diciotto anni prima aveva ne raccolto la feconda eredità. Erano presenti numerosi sacerdoti e tra questi l’arciprete di Nimis, Rizieri De Tina. E a rappresentare il Comune d’origine c’era anche l’allora sindaco Gloria Bressani con i nipoti del sacerdote. Mentre il primo cittadino di Tarcento, Mauro Steccati, aveva espresso il cordoglio e la riconoscenza della comunità, che non aveva dimenticato la guida illuminata di “pre Chechin”.
Francesco Frezza era nato nel 1924, era il giorno di Santo Stefano, in una storica famiglia di Nimis ed era cresciuto nella fede alla “scuola” di quel monsignor Beniamino Alessio che nel 1912 era arrivato da Buja, il paese di origine dell’attuale arciprete Luca Calligaro, che stamane celebrerà la Messa solenne dell’Epifania. Il suo lungo e zelante impegno sacerdotale era stato premiato con la investitura a canonico onorario della Cattedrale di Udine, titolo che si era aggiunto alla dignità prelatizia ricevuta con la nomina a pievano di Tarcento. La cittadina che aveva voluto riabbracciare alla fine della sua vita, tornandovi a riposare anche se ormai assente da molti anni. Aveva, infatti, voluto tornare nella terra che aveva amato e che l’aveva visto illuminato pastore per quasi mezzo secolo. Dopotutto, la sua Nimis era comunque a due passi.

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In copertina, monsignor Francesco Frezza nelle vesti di canonico onorario della Cattedrale di Udine.

A Tarcento è conto alla rovescia per l’Epifania festa della friulanità che si rispecchia nel “Pignarûl” la storica rivista natalizia che compie settant’anni

di Giuseppe Longo

Conto alla rovescia, a Tarcento, per le manifestazioni epifaniche che culmineranno il 6 gennaio con i tradizionali riti e l’accensione del “Pignarûl Grant” di Coja, ma che avranno inizio già sabato prossimo con la cerimonia per la consegna del Premio Epifania giunto alla sua 70ma edizione. E puntuale è ritornato “Il Pignarûl – Tarcento 2025”, il periodico annuale della Pro Loco che pure compie settant’anni e che da tempo immemorabile è diretto con tanta cura e passione dal professor Luigi Di Lenardo, storico sindaco della “Perla del Friuli”.
Quasi 240 pagine in carta pregiata ed elegante copertina – con il progetto grafico di Sonia Paolone -, uscita in questi giorni di festa per i tipi delle Poligrafiche San Marco di Cormons, la bellissima rivista si apre proprio con il programma della 97ma Epifania friulana che a Tarcento si rinnova dal lontano 1928, ponendosi tra le principali manifestazioni che concludono il lungo ciclo natalizio accanto alla Messa dello Spadone di Cividale e a quella del Tallero di Gemona. Quindi il sommario, con tutti gli argomenti trattati dagli autori – fra i quali mi onoro nuovamente di aver fatto parte – e il testo del suggestivo “Cjant a Tarcint” di Arturo Zardini, il musicista pontebbano divenuto famoso soprattutto per il suo struggente “Stelutis alpinis”. E quindi il saluto del presidente della Pro Tarcento. «Tradizioni, quelle legate ai riti epifanici – scrive Nazareno Orsini -, ormai entrate di diritto nel patrimonio del Friuli e dei Friulani ovunque essi si trovino, non rimanendo confinate geograficamente nella nostra bellissima “Piccola Patria”. Tradizioni che si rinnovano di anno in anno e ci infondono ogni volta nuove speranze, coraggio e determinazione per affrontare le sfide future in scenari incerti, in tempi di grande ansia e di preoccupazioni, viste le crisi internazionali e le guerre in corso».
«Ma il “Pignarûl Grant” – prosegue Orsini – c’è e svetta sull’iconica collina di Coia. Tra luoghi che mutano con il passare del tempo e nonostante l’avvicendarsi di vari e numerosi protagonisti, continua a rimanere una costante presenza in questi quasi 100 anni di storia, consentendoci oggi di celebrare una tradizione in cui tutti i friulani si riconoscono. Una tradizione che rappresenta un centro della friulanità, che unisce il sacro al profano, i riti religiosi e quelli che richiamano all’agricoltura e al ritmico susseguirsi del tempo e delle stagioni». Il presidente della Pro Loco si complimenta, quindi, con i titolari del Premio Epifania 2025 – il ciclista Jonathan Milan e il musicista Fabrizio Fontanot – che sabato saranno insigniti del “Cavaliera del Friuli”, riconoscimento che «sottolinea ancor di più l’importanza di persone che, nel corso della loro vita, si sono distinte quali esempi di capacità, virtù e di attaccamento alla nostra terra». Nelle pagine centrali della rivista è riportato anche l’Albo d’oro degli insigniti, dal 1956 al 2024. I primi a essere premiati furono, con il grande tarcentino Chino Ermacora, Luigi Garzoni, Maria Candoni, Angelo Zanini, Ottavio Valerio e Piero Martin.
Ricordiamo, allora, tutti coloro che hanno dato il loro contributo per la pubblicazione della importante, e irrinunciabile, rivista natalizia: Giuseppe Bergamini, Alberto Candolini, Rita Zamarian e Vittoria Casamassima, Gianfranco Ellero, Laura Gritti, Luigi Di Lenardo, Sandri Secco dai Juris, Lucia Ciani, Igea Morgante, Enrico Madussi, Dionisia Biasizzo e Galliano Zof, oltre appunto al sottoscritto. Infine, è riportata una bellissima poesia, “Lusors di culines”, di Domenico Zannier, il sacerdote-letterato che ricordiamo come uno fra i più grandi cultori della storia e delle tradizioni del nostro Friuli, tanto  che venne candidato addirittura al Premio Nobel. Vari e di sicuro interesse tutti gli argomenti trattati, raccolti in appositi capitoli tematici: Tarcento nei secoli Arte, Dai silenzi delle Prealpi Giulie, Premio Epifania, Par no dismenteà, Imprenditori di ieri e di oggi, Eventi. E, allora, buona lettura e buon anno, nell’attesa di sapere come il Vecchio Venerando interpreterà il 2025 dalla direzione del fumo che si alzerà proprio dal “Pignarûl Grant di Cuje”.

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In copertina, “Il Pignarûl – Tarcento 2025” uscito puntuale per le feste natalizie.

Che belle atmosfere natalizie a Tarvisio con la Schippers, tra l’irrinunciabile Adeste Fideles e il White Christmas arrangiato da Carlo Grandi. E ora replica a Muzzana anche con i valzer di Strauss

di Giuseppe Longo

TARVISIO – Che belle atmosfere natalizie calate in musica in una cornice storica molto suggestiva, qual è quella della gotica Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, e il paesaggio di Tarvisio imbiancato da una soffice neve. Riuscitissimo, e molto apprezzato, infatti, il concerto che l’Orchestra “Thomas Schippers” ha proposto nell’ambito del ricco programma messo a punto dal Comune montano per dare tono culturale, vivacità e allegria alle feste di fine anno che, nel capoluogo della Valcanale, sono sempre molto sentite e frequentate da chi sceglie questa invitante località prossima ai Tre Confini per le vacanze invernali: molto attesa, per esempio, è ora la tradizionale discesa dal Monte Lussari con fiaccole e sci ai piedi la sera di Capodanno. Una tradizione che si rinnova da oltre mezzo secolo e che è, via via, cresciuta diventando la fiaccolata più lunga delle Alpi con centinaia di partecipanti.


Vario e piacevole il programma predisposto da Carlo Grandi fatto ascoltare dopo il saluto di don Emanuele Paravano che da pochi mesi è alla guida della Collaborazione pastorale del Tarvisiano che fino alla recente riforma si riconosceva nello storico Decanato. Il sacerdote ha sottolineato l’importanza artistico-culturale della serata che si sarebbe snodata, attraverso una quindicina di brani, dal periodo barocco a quello romantico per finire al più vicino Novecento. Ma, nel contempo, ha messo in guardia dall’attribuire strani significati magici al Natale, privilegiando invece il mistero legato all’incarnazione del Verbo.
La scaletta della “Schippers” – archi e percussioni – si è quindi aperta con un magnifico brano di Johann Sebastian Bach che fa parte delle famosissime Variazioni Goldberg, seguito da un’altrettanto affascinante pagina che il finlandese Jean Sibelius scrisse proprio per le feste di Natale. E sviluppandosi poi in un avvincente itinerario che attinge alle tradizioni soprattutto della Mitteleuropa. Perfettamente intonato con il paesaggio “Eine Musikalische Schlittenfahrt”, il tintinnante viaggio in slitta composto da Leopold Mozart, il padre del ben più conosciuto Genio di Salisburgo, ma anche il tema musicale di “Adeste Fideles”, uno degli inni più amati della tradizione natalizia, soprattutto se cantato con il suo testo latino. E poi davvero coinvolgente, per la sua serenità e dolcezza, il “White Christmas” degli anni Quaranta nell’arrangiamento dello stesso maestro Grandi: un “Bianco Natale” che ci voleva nella cornice innevata che avvolgeva la parrocchiale tarvisiana. Insomma, un insieme di brani opportunamente scelto – fra cui anche la bella Suite di Jean-Philippe Rameau e il simpaticissimo “Syncopated Clock” dello statunitense Leroy Anderson -, premiato da calorosi applausi tanto che l’Orchestra ha voluto ringraziare la platea congedandosi con un bis di sicuro effetto, come le trascinanti “Danze Ungheresi” di Johannes Brahms. Un programma lodato, infine, anche dal vicesindaco e assessore comunale ai Grandi eventi, Serena De Simone, tanto da farle auspicare che ci possano essere altre possibilità di ospitare nella Valle l’Orchestra di Carlo Grandi.
E dopo l’Alto Friuli, a due passi dall’Austria e dalla Slovenia, il prossimo appuntamento è in programma domenica, l’ultima dell’anno, a Muzzana del Turgnano (ore 17.30, sala parrocchiale), quindi dalle montagne imbiancate alle pianure della Bassa a un tiro di schioppo dal mare. Laggiù la “Thomas Schippers”, che ricorda nel suo nome il famoso direttore d’orchestra americano scomparso a New York nel 1977, offrirà al pubblico rivierasco il programma tanto apprezzato a Tarvisio integrandolo, però, con qualche brano di benvenuto all’imminente 2025, come gli imperdibili valzer di Johann Strauss che ogni Capodanno ci deliziano dal Musikverein di Vienna.

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In copertina e all’interno tre immagini del concerto a Tarvisio dell’orchestra “Schippers” diretta da Carlo Grandi  e i saluti del parroco Emanuele Paravano e dell’assessore Serena De Simone.

A Grado una preoccupata riflessione sui giovani di monsignor Nutarelli la Notte di Natale, ma con il pensiero rivolto a Roma in Piazza San Pietro dove quel “casone” fa riecheggiare la storia millenaria dell’Isola

di Giuseppe Longo

L’ha enunciato soltanto come una «parentesi», ma è senza dubbio uno degli elementi centrali, e forse anche il più pressante, della riflessione natalizia di monsignor Paolo Nutarelli per le importanti problematiche che sottende. Nella giornata in cui si celebra Santo Stefano Protomartire – il primo, cioè, ad aver pagato con la vita la sua fedeltà a Cristo -, ricordiamo infatti quanto l’arciprete di Grado ha affermato la Notte di Natale nella Basilica di Sant’Eufemia: «Non mi spaventa che i ragazzi, i giovani non vengano in Chiesa, mi spaventa la difficoltà di interiorizzazione che spesso hanno, mi spaventa una società che li educa al successo, ad essere belli e vincenti, e non li aiuta a far emergere le domande esistenziali che ogni uomo porta in sé, domande che nessuna Intelligenza Artificiale o gioco online può cancellare. E quando queste domande escono – vedi ad esempio la malattia, la morte di una persona cara, lo stesso insuccesso scolastico – loro si sciolgono perché sono terribilmente fragili».

La Natività raccontata a Roma…

… e a Grado.


Ma don Paolo non poteva cominciare la sua profonda e meditata omelia senza fare riferimento a quel meraviglioso Presepe – senza dubbio uno dei più belli e significativi finora realizzati! – che Grado ha donato alla Chiesa universale. «Siamo qui, ma il nostro cuore è a Roma in Piazza San Pietro, dove la nostra millenaria storia riecheggia dentro un Casone nel quale Gesù nasce. In queste settimane, nei molteplici incontri che abbiamo vissuto con le associazioni, abbiamo sottolineato la bellezza di quanto è stato fatto ma soprattutto, l’importanza del metterci insieme, del come è stato realizzato questo grande sogno. Ancora una volta, da questo luogo, il mio grazie a tutti e dico tutti per la grande realizzazione del Presepe di San Pietro. Questa sera, però, vorrei, andare sì in San Pietro ma con Papa Francesco soffermarmi sulla Porta Santa che ha aperto facendo iniziare così il Giubileo del 2025». E proprio dal gesto iniziale di questo grande evento della cristianità, che si ripete puntuale ogni venticinque anni, l’arciprete ha osservato che «la Porta è un simbolo meraviglioso: porta aperta, porta chiusa, sbattere una porta in faccia, prendere una porta in faccia, aprire la porta, oltrepassare la porta, essere noi porte aperte, essere noi porte chiuse. E legati alle porte i verbi “entrare”, “uscire”». E a tale proposito, monsignor Nutarelli ragionando «a voce alta», ha proposto ai fedeli raccolti in Sant’Eufemia – il massimo tempio di Grado, carico di storia legata all’età patriarcale – tre efficaci “immagini” per indurre alla riflessione, che riportiamo integralmente per la profondità del loro contenuto.

«Prima Immagine: la Porta t’invita ad entrare, la porta è scegliere di lasciare qualcosa per varcare ciò che spesso non si conosce. La novità ci fa paura: in ogni ambito ciò che non si conosce rischia di bloccarti e quindi ti impedisce di crescere, di maturare. La porta t’invita a varcare l’uscio. E la Vita spesso ti dà una spinta. Sono le variabili della vita che ti obbligano a rimetterti in gioco, che ti chiedono di metterti in discussione. Qualche volta mettono in soqquadro l’esistenza e improvvisamente acquisti una maggiore consapevolezza di ciò che tu sei e quali sono i criteri cui tu stai vivendo. Domandiamoci: quali sono questi nostri criteri? I soldi? Il guadagno senza regole? L’apparire? Il successo? A scapito di cosa? Delle relazioni familiari, della propria salute? Cambiare, la Porta è simbolo di cambiamento».
«Seconda Immagine: la Porta è il luogo degli incontri. Quando uno ti bussa alla porta e tu apri, c’è un incontro. Quindi la porta è la soglia in cui tu incontri l’altro. È bello allora attraversare la porta o lasciare che l’altro l’attraversi per entrare nella nostra casa, nel nostro mondo, nella nostra vita. Quante persone incontriamo nelle nostra vita, quante persone hanno lasciato una traccia di bello nella nostra vita, abbiamo bisogno di incontrarci, abbiamo bisogno di metterci insieme. Mi domando se siamo persone di relazione o invece persone che chiudono, rompono i rapporti. Talvolta non è facile, ma non permettiamo che le porte sbattute in faccia ci rendano persone cattive, ostili, menefreghiste degli altri. Il mondo cambia quando collaboriamo, quando viviamo la solidarietà, quando ti spendi per l’altro».
«Terza Immagine: la Porta è Cristo, Gesù significa “Dio Salva”. Mi piace pensare a voce alta che in definitiva Gesù è la porta che ci permette di rinascere. Che sia un Natale in questo senso: far nascere Dio nella nostra esistenza per poter trovare noi stessi, vivere la relazione con Cristo è arricchente. Come Comunità Cristiana dobbiamo annunciare la bellezza della Fede in Lui, mai imporre la Fede ma proporre lo stile di Cristo per dare slancio alla vita. E mi chiedo: quale porta pensiamo di dover ancora aprir per ritrovare speranza, capacità di dialogo, comprensione reciproca, pazienza nel vivere le difficoltà della vita, coraggio di perdonare, scoperta della bellezza del tempo dedicato alla contemplazione?».
E proprio a questo punto il parroco di Grado ha aperto la parentesi dedicata ai giovani, di cui si è detto all’inizio, affermando poi: «Concludo con un’altra porta, la porta della Basilica di Betlemme: è molto piccola, bassa e per entrare bisogna non solo abbassare la testa, ma curvarsi. Mi piace pensare che questo farsi piccoli è, in fondo, metafora della vita. Ti chiede di liberarti da ciò che è in più. Da una parte mi dice che per trovare Dio devi farti piccolo e non avere paura di abbassarti (gli orgogliosi difficilmente incontrano Dio); dall’altra, per entrare per una porta piccola devi liberarti di zaini e fardelli pesanti. Il mio augurio di Natale, può sembrare banale: auguriamoci di non essere “complicati”, di essere semplici, capaci di semplificare le cose. Abbiamo bisogno di persone così! E quando riusciremo a semplificarci la vita, o meglio quando riusciremo a capire le vere cose fondamentali dell’esistenza,ci accorgeremo di Dio e sperimenteremo la vera gioia. Quella dei pastori, quella degli angeli, quella di chi ha trovato il senso della vita. Buon Natale!».

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In copertina e all’interno alcune immagini delle celebrazioni in Basilica presiedute dall’arciprete Paolo Nutarelli.

Il primo Natale di monsignor Calligaro a Tarcento: in Parrocchia (fede, cultura e arte) un luogo dove tutti sono desiderati

di Giuseppe Longo

TARCENTO – Primo Natale a Tarcento per monsignor Luca Calligaro che, dopo aver celebrato la tradizionale Messa di Mezzanotte, oggi presiederà la solenne Eucarestia delle 11 nel Duomo di San Pietro Apostolo. Proprio in vista delle feste di fine anno, il nuovo arciprete – arrivato da Martignacco a fine ottobre – ha indirizzato ai suoi nuovi parrocchiani una lettera che era in distribuzione in Chiesa domenica scorsa, ultima di Avvento, quando con la fiammella della Luce delle Pace di Betlemme, portata dagli Scout, ha acceso l’ultimo dei quattro tradizionali ceri che simboleggiano il periodo di attesa al grande evento cristiano della Natività. Messaggio nel quale don Luca esprime la «gratitudine ad ognuno di voi per il calore e l’affetto con cui mi avete accolto», aggiungendo che «nell’attesa di incontrarvi tutti e di conoscervi personalmente vi accompagno con la mia preghiera e con la benedizione del Signore».

La Luce della Pace di Betlemme.


«Sono molto contento di essere giunto tra voi, in questa grande Comunità – scrive l’arciprete -, e di inserirmi nella gloriosa storia di questa antica Pieve, seguendo i passi dei miei illustri predecessori, quali monsignor Di Gaspero, monsignor Frezza e monsignor Corgnali. La Parrocchia può e desidera essere ancora oggi un punto fermo di incontro, fede, spiritualità, cultura e arte, dove tutti si sentono accolti a casa, dove per tutti c’è un posto e dove tutti sono attesi e desiderati. Proprio per questo, è necessario camminare insieme sui sentieri di questo tempo che il Signore ci ha donato permettendoci di dare il meglio di noi mettendoci al servizio degli altri, che per noi cristiani non risultano estranei ma fratelli e sorelle che camminano al nostro fianco».
Ma come raggiungere questo obiettivo? «Per permetterci di realizzare tutto questo – spiega don Luca – sono necessarie prima di tutto delle persone di buona volontà che si dedicano al progetto comune della realtà parrocchiale e poi gli spazi adeguati a permetterci di realizzare questo sogno. Proprio per questi motivi, è con molta delicatezza che mi rivolgo a tutti voi, proprio in queste festività, per chiedervi un sostegno come partecipazione concreta ai bisogni della Chiesa». E, al riguardo, il parroco cita anche un problema contingente: «Sarebbe mio desiderio riuscire ad accendere un po’ di riscaldamento nel nostro Duomo al fine di poter vivere meglio le celebrazioni di queste festività. Vi ringrazio fin d’ora per la generosità che esprimerete nei confronti della Parrocchia, per il suo mantenimento e perché in questo modo gli spazi del nostro stare insieme potranno essere sempre più decorosi ed accoglienti». E l’arciprete poi continua: «Molte altre sono le iniziative che la Parrocchia, sostenuta dal vostro contributo e dal lavoro gratuito di moltissime persone, realizza a favore dei nostri bambini, dei nostri giovani, delle famiglie, degli anziani… e molte ancora sono le iniziative che vorremmo porre in essere per fare sentire sempre più viva e dinamica la presenza della Parrocchia sul territorio».

L’interno del Duomo…


La lettera ai tarcentini di don Luca Calligaro si era aperta con un suo breve profilo, ricordando che è nato e cresciuto nella vicina Buja (ha 42 anni) dove, ricordo, si è formato alla “scuola” di indimenticati pievani, come Aldo Bressani – che arrivò da Nimis dove il sacerdote fu formato da un grande bujese, monsignor Beniamino Alessio -, e il gemonese Emidio Goi. «Ho frequentato – prosegue – il Seminario di Castellerio e terminato gli studi di Teologia a Roma e a Padova. Dal 2006 al 2016 ho prestato il mio servizio pastorale nella Parrocchia di Lignano Sabbiadoro, dal 2016 al 2024 nella Collaborazione Pastorale di Martignacco e Moruzzo, e ora dal 27 ottobre sono qui a Tarcento insieme a voi». Come è noto, don Calligaro ha raccolto l’eredità spirituale, e materiale, di monsignor Duilio Corgnali, vinto da una grave quanto rapida malattia nello scorso mese di gennaio. E, come lui stesso ha ricordato, segue un altro grande parroco, monsignor Francesco Frezza – pure lui originario di Nimis – che si era spento proprio il giorno dell’Epifania, grande festa per Tarcento, di cinque anni fa.

… e il suo bel portale.

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In copertina, monsignor Luca Calligaro durante la Messa dell’ultima di Avvento.

Niente odio ma perdono e voglia di vivere in quei diari dai Lager di Bruno Fabretti: la mostra di Luca d’Agostino allestita a Mortegliano sarà replicata anche a Nimis

di Giuseppe Longo

MORTEGLIANO – «Con mio padre l’odio non ha mai avuto partita vinta», ha detto fra commossi applausi Beppino Fabretti, l’ultimogenito dell’ex internato di Nimis spentosi l’anno scorso sulla soglia del secolo. Verissime le parole del figlio e che trovano conferma in quanto il padre ha sempre fatto, fin dal suo ritorno dalla Germania, per «ricordare perdonando perché viva la pace», come ha voluto scrivere anche sulla lapide posta sul cippo dedicato alle vittime dei Lager costruito nel lontano 1989 accanto al monumento ai Caduti di tutte le guerre del suo paese.

Presente la madre ultranovantenne, Licia, e le sorelle Anna, Bruna e Carmen, Giuseppe ha infatti preso la parola per portare il saluto della famiglia alla bellissima, ed emozionante, cerimonia di inaugurazione della mostra con gli inediti diari dai campi di prigionia del commendator Bruno Fabretti, allestita dal fotografo Luca d’Agostino nell’atrio del Municipio, proprio sotto il campanile più alto d’Italia, con la regia di Giuseppe Tirelli. Ha voluto essere presente anche l’artista Giorgio Celiberti, commosso per le parole pronunciate nei vari interventi a ricordo del deportato più famoso del Friuli, ma anche memore di quanto visto nel campo di Terezín, a pochi chilometri da Praga, che tanto ha influito sulla sua vita ma anche sulla propria arte. E del grande pittore e scultore udinese si ammirano ancora alle pareti della Casa comunale i suoi quadri con quei cuori palpitanti che parlano tanto di pace e serenità. Esattamente in sintonia con il modo di pensare di Fabretti il quale, dopo tutto, nonostante le indicibili sofferenze, ripeteva convinto che la «vita è bella». Lui stesso, infatti, aveva voluto che le note di Nicola Piovani risuonassero dall’organo del Duomo di Nimis quando la sua salma sarebbe stata accompagnata all’ultima dimora. E così la colonna sonora del pluripremiato film di Roberto Benigni è stata fra gli ultimi brani suonati anche dal quartetto Domus Musicae. Sì, perché Bruno Fabretti, pur avendo tanto sofferto nei campi di concentramento mentre il suo paese veniva dato alle fiamme, aveva avuto la fortuna di ritornare a casa, tra i propri affetti, vivendo appunto una vita bella grazie alla pace, alla libertà, alla democrazia, al benessere di cui anch’egli ha potuto fruire dopo le tragedie della Seconda guerra mondiale. Una stagione di speranza e di progresso, alimentata non dall’odio per quanto accaduto, bensì dal perdono. Dalla voglia continua di guardare sempre avanti, con fiducia.

Molto apprezzata, dunque, la mostra fotografica dal titolo Parole e Musica per un Domani “La vita di Bruno Fabretti: un ponte generazionale e sociale per una comunità inclusiva”, prodotta dal Circolo culturale Chiarisacco con partner l’Associazione culturale Le Colone, grazie al contributo della Regione Friuli Venezia Giulia ed alla collaborazione dei Comuni di San Giorgio di Nogaro e di Nimis.C ome detto, Bruno Fabretti, testimone diretto dei campi di prigionia e dei Lager nazisti, si è spento il 13 luglio del 2023 a quasi 100 anni. Nato a Nimis, aveva vissuto, giovanissimo, momenti terribili durante la Seconda Guerra Mondiale. Partigiano combattente, dopo essere stato catturato dai tedeschi nel settembre del ’43, aveva affrontato la prigionia in diversi campi di concentramento tra cui Lodz, Dachau, Neuengamme, Bergen Belsen e Buchenwald. Nel suo libro, “Per non dimenticare. Diario di un deportato nei Lager nazisti di Dachau, Neuengamme, Buchenwald”, Fabretti aveva raccontato la crudeltà e l’orrore dei campi di prigionia. Aveva compreso l’importanza di non lasciare che i ricordi svanissero nel silenzio e si impegnò anche nella promozione della memoria storica e nella diffusione dei valori di democrazia, tolleranza e pace, con centinaia di incontri nelle scuole incontrando migliaia di ragazzi. La mostra fotografica raccoglie le riproduzioni di alcune pagine dello straordinario diario che lo stesso ex internato scrisse ed accompagnò con disegni propri subito dopo la liberazione.
Ha fatto gli onori di casa il sindaco Roberto Zuliani, mentre il contenuto della mostra è stato illustrato dal suo curatore, Luca d’Agostino appunto. Oltre che dallo stesso Tirelli, che ha ricordato pure la sua lunga amicizia con Bruno Fabretti. Ha preso la parola anche il consigliere regionale Mauro Di Bert (presenti i colleghi Massimo Moretuzzo e Massimiliano Pozzo), oltre a monsignor Giuseppe Faidutti, arciprete di Mortegliano. Mentre una toccante testimonianza è stata portata dai genitori di Lorenzo, lo studente morto a 18 anni proprio l’ultimo giorno di stage in un’azienda del vicino Comune di Pavia di Udine. Una tragedia che è stata affiancata a quella vissuta da Bruno Fabretti, ma con uno spirito positivo che guarda a quella luce che c’è sempre in fondo a un tunnel oscuro e che deve aiutare a superare le difficoltà, anche le più gravi, che la vita ci mette davanti sul nostro cammino.
La mostra, volutamente allestita nell’atrio del Municipio, proprio perché ogni giorno luogo di passaggio di tante persone – e aperta con un intervento alla fisarmonica di Sebastiano Zorza -. proseguirà fino al 25 gennaio prossimo. Al termine, è stato espresso l’auspicio è che la stessa possa essere esposta anche a Nimis, nel paese natale di Bruno Fabretti. La civica amministrazione allora guidata dal sindaco Giorgio Bertolla aveva, infatti, concesso il proprio patrocinio alla importante iniziativa. Ora, in attesa delle prossime elezioni, il Comune è retto dal commissario Giuseppe Mareschi, il quale ha assicurato che la mostra, appena possibile, potrà essere replicata nel paese pedemontano, magari coinvolgendo i ragazzi delle scuole. Ed è quello che avrebbe sicuramente voluto anche Bruno Fabretti, perché per lui parlare ai giovani era una ragione di vita.

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In copertina, la moglie con i figli dinanzi ai diari del marito e padre Bruno Fabretti; all’interno, il concerto di Domus Musicae, il saluto del sindaco Roberto Zuliani, l’intervento del fotografo Luca d’Agostino, curatore della mostra, monsignor Giuseppe Faidutti con l’artista Giorgio Celiberti, il saluto del consigliere regionale Mauro Di Bert. E quindi Giuseppe Fabretti mentre ringrazia per la bella iniziativa, il fisarmonicista Sebastiano Zorza e il saluto di Giuseppe Tirelli. Infine, ancora due immagini dei familiari dell’ex internato.