L’addio a Ruffino ex parlamentare ed esponente Anpi

di Giuseppe Longo

Nuovo grave lutto per la politica del Friuli Venezia Giulia. A causa di una malattia, rivelatasi purtroppo senza speranze, si è spento prematuramente all’età di 67 anni l’onorevole Elvio Ruffino, figura storica della Sinistra friulana, ex parlamentare, presidente del Consiglio comunale di Udine e autorevole componente dell’ufficio di presidenza dell’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, nel comitato provinciale udinese.

“A nome della Regione esprimo il più vivo cordoglio per la prematura scomparsa di Elvio Ruffino. L’intera Amministrazione regionale è vicina alla famiglia in questo momento di dolore”, ha affermato il governatore Fvg, Massimiliano Fedriga, alla notizia della morte dell’ex parlamentare udinese, interpretando i sentimenti del mondo politico regionale.

Elvio Ruffino era nato nel 1951 a Passons, frazione di Pasian di Prato a due passi da Udine, e all’ideologia della sinistra si era accostato fin da giovanissimo. Proprio nelle file del Pds e quindi dei Ds, le forze politiche che raccolsero l’eredità del vecchio Partito comunista italiano, venne eletto deputato negli anni Novanta nell’Assemblea di Montecitorio. Ma ebbe incarichi di prestigio anche a livello regionale, tanto da essere eletto segretario Fvg del Pds e quindi consigliere alla Provincia di Udine. E come si è detto fu esponente di spicco anche nell’Assemblea civica di palazzo D’Aronco, nell’ambito della quale rivestì appunto il ruolo di presidente del Consiglio.

Ma, oltre ai suoi importanti ruoli politici, Elvio Ruffino si è molto dedicato all’Associazione nazionale partigiani d’Italia nell’ambito del Comitato provinciale di Udine, dove il suo competente apporto era sempre molto apprezzato.

Un nuovo grave lutto, dunque, per la politica friulana che nel corso del 2018 è stata privata di autorevoli esponenti che segnarono la storia della nostra regione, soprattutto dopo il terremoto del 1976. Sono scomparsi, infatti, gli ex senatori Mario Toros, Giuseppe Tonutti ed Ettore Romoli – che peraltro era stato appena eletto nel Consiglio regionale divenendone presidente -, e l’onorevole Maria Piccoli, figura di spicco dell’agricoltura regionale che gravita attorno al mondo cattolico della Coldiretti. Per non dire di Giuseppe Zamberletti che, pur non essendo friulano, era ormai considerato come uno dei “nostri” per quanto da lui fatto in qualità di commissario straordinario del governo per la ricostruzione del Friuli. E la riconoscenza della nostra gente gli è stata rinnovata l’altra sera, nel duomo di Gemona – “capitale del terremoto” -, in occasione della messa di suffragio celebrata nel trigesimo della scomparsa.

—^—

In copertina, una foto di Elvio Ruffino quando era parlamentare.

 

“La Bibie”, nuova edizione nel ricordo di Placereani e Bellina

di Giuseppe Longo

Le figure di indimenticabili sacerdoti del nostro Friuli, dall’animo fiero, battagliero, friulanista e quindi autonomista, con il nobile intento di valorizzare l’identità del popolo della “Piccola Patria” – che ha le sue radici nella basilica patriarcale di Aquileia e nello storico Parlamento del castello di Udine -, vale a dire Francesco Placereani (Pre Checo Placerean) e Antonio Bellina (Pre Toni Beline), riemergeranno nitidamente questo pomeriggio, 1 febbraio, nel capoluogo del Friuli dove è in programma un evento di grande spessore religioso, storico e culturale: la presentazione della nuova edizione della Bibbia in lingua friulana – La Bibie” – che ebbe i suoi autori proprio nei due preti scomparsi ormai da molti anni, fatto peraltro singolare entrambi alla stessa età, praticamente 66 anni, per pochi mesi di differenza l’uno dall’altro. Pre Checo, infatti, nato a Montenars, piccolo paese sopra Artegna, nel 1920 morì a Udine nel 1986 e Pre Toni, venuto alla luce a Venzone nel 1941 si spense a Basagliapenta, frazione di Basiliano sulla Pontebbana, di cui era parroco, nel 2007.

Sarà il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Gualtiero Bassetti, che è anche arcivescovo metropolita di Perugia e Città della Pieve (particolare interessante: fu ordinato prete nel 1966 dal cardinale Ermenegildo Florit, di Fagagna, allora a capo dell’Arcidiocesi di Firenze), a presentare la riedizione della “Bibie” nel corso di un incontro che si terrà dunque oggi, alle 17.30, nella sala del centro culturale Paolino d’Aquileia in via Treppo. Ad aprire l’incontro sarà l’arcivescovo di Udine, Andrea Bruno Mazzocato; seguiranno i saluti istituzionali del presidente della Regione Fvg, Massimiliano Fedriga, e del sindaco Pietro Fontanini. Quindi, prenderanno la parola il cardinale Bassetti e il segretario dell’Istituto Pio Paschini, Gabriele Zanello. Coordinerà i lavori il presidente dell’Istituto stesso, Cesare Scalon. La presentazione del volume sarà intervallata dagli intermezzi musicali del coro Juvenes Harmoniae e dalla lettura di brani del “Libro dei Libri” a cura di Cristina Di Gleria. La riedizione è stata curata dall’Arcidiocesi di Udine e appunto dall‘Istituto Pio Paschini per la Storia della Chiesa in Friuli, con il patrocinio della Società Filologica Friulana.

Tornando a don Placereani e a don Bellina, ricordiamo che fu il primo a dare avvio, dopo il terremoto del 1976 che sconvolse il Friuli, al monumentale lavoro di traduzione della Bibbia in friulano, dopo aver “girato” nella lingua del Friuli il Messale Romano, promulgato dopo il Concilio inaugurato da Giovanni XXIII e portato avanti fino alla sua conclusione da Paolo VI. Ma Pre Checo non riuscì ad andare oltre i primi capitoli, tanto che il grande lavoro fu realizzato pressoché totalmente e portato a termine proprio da Pre Toni. La traduzione fu autorizzata ufficialmente dalla Cei per favorirne la diffusione nella lingua del popolo, recependo appunto le “aperture” del Vaticano II.
Poiché tutte le copie erano andate esaurite, a vent’anni dalla prima edizione (1997), edita anche allora dall’Istituto Paschini, si è valutata dunque l’opportunità di provvedere a una ristampa: pertanto, il coordinamento è stato affidato a Gabriele Zanello, mentre don Romano Michelotti si è occupato dell’aggiornamento della grafia friulana.

Don Francesco Placereani.

Don Antonio Bellina.

La decisione di tradurre la Bibbia in friulano era nata “da una scelta pastorale che è anche di tipo sociale, prima ancora che culturale: non si trattava – scriveva Francesco Lamendola in un ampio articolo dell’ottobre 2017, pubblicato su Nuova Italia Accademia Adriatica di Filosofia –  solo di portare la Bibbia più vicino al popolo cristiano, ma anche di far sentire la Chiesa più vicina alla gente. La motivazione autonomista si intrecciava, dunque, con quella pastorale e teologica ‘progressista’”. “Naturalmente, – aggiunge Lamendola – la traduzione della Bibbia in friulano era e rimane anche un importante evento culturale e ha recato un contributo notevole alla coscienza di sé del popolo friulano, della bellezza e dignità, anche letteraria, della sua lingua, la ‘marilenghe’”.

Il castello di Udine (qui si riuniva il Parlamento) da piazza Libertà.

—^—

In copertina, la basilica di Aquileia.

(Foto da Wikipedia)

Addio a Zamberletti: il Friuli rinato dal sisma gli è grato

di Giuseppe Longo

Dopo Antonio Comelli, il Friuli ha perso un altro grande fautore e protagonista, anzi l’uomo-chiave, della rinascita post-sismica. Infatti, se lo storico leader della Regione Fvg morto nel 1998 – l’ultima commemorazione nel ventesimo anniversario della scomparsa era avvenuta a Nimis, suo paese natale, a fine novembre – è ricordato come il “Presidente della Ricostruzione”, Giuseppe Zamberletti, nonostante fossero passati quasi 43 anni dal terremoto, godeva ancora di immutata riconoscenza, così tanto che a ogni suo ritorno per qualche pubblica cerimonia nei paesi sconvolti in quella terribile sera del 6 maggio 1976, e poi nelle repliche di settembre, era accolto con sincere e calorose attestazioni di simpatia e affetto. Perché di Zamberletti si ricordano ancora con gratitudine, e si indicano come esempio, i tratti della vera politica: saggezza, onestà, concretezza, lungimiranza.

La notizia della sua morte, rapidamente diffusasi ieri mattina, è stata accolta da tutti con dolore,  perché in questo modo il Friuli ha perso un vero, grande amico, che accompagnò passo dopo passo il suo cammino prima per l’uscita dall’emergenza e poi per avviare e seguire la riedificazione di tutto ciò che il sisma aveva cancellato, innestando nel contempo una grande stagione di sviluppo che ha dotato la regione di infrastrutture e servizi – l’autostrada Alpe Adria, il raddoppio della ferrovia Pontebbana, l’istituzione dell’Università di Udine –  che ci hanno dato una dimensione moderna e progredita, ponendoci al centro dell’Europa. E i sentimenti della popolazione del Friuli che ricorda, come me, nitidamente le giornate dell’emergenza e della rinascita sono stati efficacemente tratteggiati dal governatore della Regione Massimiliano Fedriga e dal vice Riccardo Riccardi, che ha anche la delega alla Protezione civile.

L’onorevole Zamberletti – spentosi sabato sera a 85 anni, per l’aggravarsi di una malattia che l’aveva colpito tempo addietro, e domattina nella sua Varese riceverà l’ultimo saluto-  era stato nominato, poco più che quarantenne, dal presidente della Repubblica Sandro Pertini commissario straordinario per la ricostruzione del Friuli terremotato con il compito di affiancare la Regione, guidata appunto dal presidente Comelli, nel complesso e impegnativo progetto di rinascita. Un incarico che assicurava prima di tutto un filo diretto tra il Friuli e Roma, un canale di comunicazione efficacemente sostenuto anche da tre parlamentari del tempo – Mario Toros, Giuseppe Tonutti e Maria Santa Piccoli – che ci hanno lasciato nel volgere di pochi mesi proprio nell’anno appena concluso. Un dialogo costruttivo con la Capitale, dove primo interlocutore fu Aldo Moro, il quale disse proprio a Toros, convocato a palazzo Chigi l’indomani del sisma: “Dobbiamo fare subito una legge per la ricostruzione e lo sviluppo del Friuli”. Perché Moro – l’ho sentito raccontare proprio da Comelli  e l’ho rievocato già nel giugno scorso, al momento della morte dell’ex senatore e ministro – aveva un’attenzione particolare per la nostra terra.  “Mi ricorda – diceva – la gente delle Puglie, della mia Maglie: laboriosa, seria, sobria, tenace”.
E in quell’incontro nella immediata emergenza si posero le basi per ripartire. Non solo attraverso la erogazione di finanziamenti adeguati per assicurare ricostruzione e sviluppo, ma anche con la possibilità, mai sperimentata prima, di delegare ai sindaci – nominati funzionari delegati – la gestione in prima persona delle incombenze burocratiche così da semplificare non poco le pratiche e accelerare i tempi per la rinascita. E in appena dieci anni – lo ricordavo proprio in occasione della commemorazione di Antonio Comelli, nella mia Nimis – la riedificazione di quanto era stato distrutto, privato e pubblico, era per larga parte completato.

Ma Zamberletti sarà ricordato anche come “padre” della Protezione civile. Un servizio di prevenzione in caso di calamità naturali importanti, come appunto il terremoto, che non esisteva né in Friuli né tantomeno altrove, così come lo intendiamo oggi. Proprio qui infatti nacque dopo il sisma, appunto grazie alla felice intuizione del commissario straordinario, la Protezione civile che poi si è via via diffusa in tutt’Italia. “Oggi la Protezione civile non perde solo il suo fondatore ma anche un amico, un maestro, una guida. Questo è stato in questi anni per tutti noi e per i tanti volontari italiani”, ha detto il suo capo, Angelo Borrelli, ricordando con gratitudine Zamberletti. Il quale, eletto deputato nel 1968, fu a lungo parlamentare in rappresentanza della Democrazia Cristiana. Ma, forte dell’esperienza maturata proprio in Friuli, fu nominato commissario straordinario anche in occasione dei terremoti che colpirono l’Italia meridionale a cominciare da quello della Campania, nel 1980, divenendo un anno dopo ministro per il coordinamento della Protezione civile.

“La nostra regione – ha detto il governatore Fedrigasa apprezzare chi le fa del bene e non dimentica, tributando un saluto composto quanto sincero e riconoscente”. Io non ho avuto la possibilità, o meglio la fortuna, di conoscere Giuseppe Zamberletti personalmente, ma ricordo benissimo quella fredda giornata in cui per la prima volta arrivò a Nimis, accompagnato dal presidente Comelli e dal prefetto Spaziante – come testimoniano le fotografie scattate dal bravo Bruno Fabretti, oggi 95enne -, per prendere visione, ragguagliato dal sindaco Giovanni Mattiuzza, di come procedeva l’allestimento dei prefabbricati che sarebbero stati necessari per lasciare gli alloggi di fortuna e le roulotte inviate dalla massiccia solidarietà. Per cui credo di interpretare appieno i sentimenti della popolazione friulana, a cominciare ovviamente da quella che visse in prima persona l’esperienza del terremoto, se dico: “Grazie, onorevole Zamberletti!”.

Due momenti della visita a Nimis dell’onorevole Zamberletti.

—^—

In copertina, Zamberletti con Comelli, Mattiuzza e Spaziante a Nimis nell’inverno dopo il sisma.

 

 

Addio a Maria Piccoli Friuli grato per il suo impegno

di Giuseppe Longo

Il Friuli politico, ma anche quello della gente comune, degli agricoltori, del mondo femminile che aspirava all’emancipazione serberà un grato ricordo di Maria Santa Piccoli, la ex parlamentare e consigliere regionale che si è spenta pochi giorni fa, a 85 anni fa, a causa delle aggravate condizioni di salute. E desidero renderle omaggio proprio oggi, festa di Tutti i Santi, non solo per il nome che portava, ma anche perché il suo animo, schietto e sincero, sempre sorridente, era profondamente religioso, nutrito da una fede cristallina assorbita nella piccola Plasencis e nella chiesa del paese che sabato scorso si è riempita per dire “mandi” alla sua “Mariute”. Tanti erano lì a salutarla e ringraziarla per l’impegno politico e sindacale profuso nell’ambito della Coldiretti di Udine che di fatto era diventata  la sua seconda casa.
Originaria di una solida famiglia contadina, la organizzazione rurale delle tre spighe allora guidata da Arnaldo Armani divenne la sua “palestra” professionale, in cui mise tutta la sua passione, generosità e grande voglia di lavorare in difesa prima di tutto delle donne delle campagne friulane che aspiravano a una giusta affermazione non solo come coltivatrici, ma anche come casalinghe, spose e madri. Alla conquista di quelle che oggi chiamiamo “pari opportunità”. Un obiettivo che lei ricercò e assecondò dapprima come segretaria del Movimento femminile della Coltivatori Diretti e poi soprattutto nella sua veste politica all’interno dell’allora Democrazia Cristiana.

Ecco il simbolo della Coldiretti in un punto vendita di Campagna Amica. 

Maria Santa Piccoli scalò infatti gradualmente – come si usava una volta! – tutti i gradini politico-istituzionali, dal consiglio del suo Comune, Mereto di Tomba, a quello provinciale di Udine, approdando poi a Montecitorio per una legislatura, interrottasi però anzitempo per una delle innumerevoli crisi che in quegli anni facevano spesso finire i mandati parlamentari in anticipo. Più lunga e feconda, invece, la permanenza in consiglio regionale. Nell’assemblea di piazza Oberdan rimase infatti per tre legislature, negli anni cruciali della ricostruzione post-sismica, per la quale aveva dato il suo prezioso apporto già durante l’esperienza alla Camera dei Deputati, essendo arrivata a Roma appena pochi anni dopo il terremoto che aveva sconvolto il Friuli che tanto amava. E che oggi la ricambia con la sua gratitudine e con l’addio che quest’anno, in pochi mesi, ha dovuto dare ad altri tre politici della nostra terra: Mario Toros, Ettore Romoli e Giuseppe Tonutti.
“Mandi e grazie ancje a te, Mariute!”.

—^—

In copertina, Maria Santa Piccoli quando era parlamentare.

—^—

< N.d.R. Seguiteci su Twitter https:/twitter.com/FriulivgC – @FriulivgC >

Olimpiadi 2026: a Cortina i tecnici del Cio

di Giuseppe Longo

Cortina ora può dunque sperare di riavere le Olimpiadi invernali dopo settant’anni. Il centro dolomitico, come abbiamo appreso dalle recenti cronache, ha infatti superato il primo esame assieme a Milano per la candidatura ai Giochi 2026.  Le due città, come è noto, sono rimaste da sole in corsa, nonostante il rammarico del Coni, dopo il ritiro di Torino e le polemiche che hanno contrassegnato la rinuncia del capoluogo piemontese. E ora dovranno vedersela con Calgary, in Canada, e Stoccolma, in Svezia.

La conca di Cortina e lo stemma delle Olimpiadi 1956.

 

Dunque, non è detta ancora l’ultima parola, ma potremmo essere vicini al tanto agognato traguardo. Al quale guardano ovviamente con interesse anche gli operatori del Friuli Venezia dato che pure i poli sciistici della nostra regione potrebbero essere coinvolti nella programmazione. Anzi, il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha già espresso la sua gratitudine ai nostri operatori per aver annunciato la disponibilità a mettere a disposizione gli impianti locali, così da ampliare il pacchetto offerto da Cortina e dal Trentino Alto Adige. E, come si ricorderà, fin da subito gli albergatori friulani si erano detti entusiasti dell’allettante prospettiva che le Olimpiadi sulla neve possano tornare fra otto anni proprio nella conca ampezzana.

“Le Olimpiadi non sono mai facili perché abbiamo ad oggi due competitor che sono Calgary e Stoccolma, quindi siamo in tre a giocarci la partita”, ha detto ieri Zaia proprio sulla candidatura di Cortina – Milano alle Olimpiadi invernali del 2026 a margine di una conferenza stampa organizzata a Venezia. “Vi ricordo che a giugno 2019 il Cio deciderà – ha spiegato, come riferisce al riguardo Adnkronos -. Noi abbiamo già fatto partire il nostro roadshow e sono già iniziati i sopralluoghi del Cio. Dovremo essere presenti a Tokyo e andare in Australia per promuovere tutta la partita delle nostre Olimpiadi. Ma ce la faremo”.

Il governatore del Veneto Luca Zaia.

 

Intanto, i tecnici del Comitato olimpico internazionale hanno dato il via alle verifiche delle strutture già esistenti nelle località che si candidano a ospitare i Giochi sulla neve. Dopo i sopralluoghi a Milano e in Valtellina, la commissione sarà giovedì proprio a Cortina. Una fase fondamentale affinché possa proseguire l’iter che porterà al definitivo pronunciamento sulle tre candidature (Italia, Canada e Svezia) alla fine della prossima primavera.

—^—

In copertina, i cerchi olimpici a Cortina nel 1956.

—^—

< N.d.R. Seguiteci su Twitter https:/twitter.com/FriulivgC – @FriulivgC >

“L’ultima Provincia”: a San Vito di Fagagna il libro della Sialino 

Dopo il debutto nella sua sede naturale – il meraviglioso salone del Quaglio di palazzo Belgrado, a Udine – per il volume di Raffaella Sialino “L’ultima Provincia – Storia politica a Nordest” ecco una presentazione tra le mura di casa. Per il libro, che ha già suscitato grande interesse, si apriranno infatti le porte del palazzo municipale di San Vito di Fagagna.  L’appuntamento è fissato per sabato 20 ottobre, alle 17.45, e avrà un ospite d’eccezione: il presidente della Giunta regionale (o governatore come si preferisce dire oggi)  Massimiliano Fedriga. 

L’autrice Raffaella Sialino e nella foto seguente il governatore Massimiliano Fedriga.

.

I lavori, moderati dal giornalista Giuseppe Longo, saranno aperti dal saluto del sindaco del Comune collinare,  Michele Fabbro, cui seguirà la presentazione dell’opera – pubblicata da Aviani & Aviani Editore – da parte della stessa autrice. Quindi l’atteso intervento del presidente Fedriga che non mancherà di fare  riferimento a questi primi mesi della nuova amministrazione regionale da lui guidata, segnatamente soprattutto al destino delle diciotto Unità territoriali intercomunali che hanno preso il posto delle quattro Province soppresse dalla riforma regionale approvata nel 2014 e che ha privato il Friuli Venezia Giulia – unica regione in Italia – dei suoi enti intermedi. È poi annunciato anche l’intervento dell’ex sindaco di Forgaria, Pierluigi Molinaro.
Una nuova occasione, dunque, per riflettere sulla riforma che ha ridisegnato l’assetto istituzionale Fvg, suscitando polemiche a non finire e addirittura ricorsi davanti al Tribunale amministrativo regionale per cercare di fermare la norma, la quale però è andata avanti portando appunto al taglio delle Province e alla nascita delle Uti.
—^—
In copertina, il palazzo Belgrado a Udine (ex sede della Provincia Udinese).

—^—

< N.d.R. Seguiteci su Twitter https:/twitter.com/FriulivgC – @FriulivgC >

Udine, la Provincia (che non c’è più) vista da Raffaella Sialino

di Giuseppe Longo
Passo quasi ogni giorno, almeno due volte, in piazza Patriarcato e vedendo palazzo Belgrado mi è praticamente impossibile non pensare che lì, fino a pochi mesi fa, c’era la Provincia di Udine.
E pure a quella toccante cerimonia d’addio che si era tenuta nella tarda mattinata del 21 aprile: d’un tratto, calava il sipario su oltre due secoli di storia.
Quella del Friuli, perché la Provincia di Udine non era una Provincia qualsiasi – uno di quegli enti inutili, come si chiamano oggi, tanto da essere “tagliato” senza pensarci troppo -, bensì un autentico “crocevia” della storia della nostra terra, sul quale si sono intrecciati momenti tristi e difficili, come le due guerre mondiali e il terremoto del 1976, e momenti belli, di speranza, di rinascita, di sviluppo.
Una storia che affonda le sue radici addirittura nel 1806, a pochi anni dal Trattato di Campoformido (o Campoformio come si scriveva allora), quando mancavano ancora ben 60 anni al passaggio del Friuli storico alla neonata Italia unita.
Tutto si è incrociato in quel palazzo e vederlo oggi “svuotato” del suo vero motivo d’essere – avrà una destinazione, certamente, ma non quella cui era deputato – innesca in me un innegabile sentimento di nostalgia perché, indubbiamente, il Friuli è stato privato di qualcosa di suo, che gli apparteneva.
Due secoli, converrete, non si cancellano così, con un battito di ciglia.
Tanto, ente più ente meno…
Ci restano però i ricordi, almeno quelli sì.
E in questo ci soccorre, dandoci un importante aiuto, anche la penna di Raffaella Sialino,
fagagnese doc, che evidentemente animata pure lei da un sentimento simile al mio e all’ attaccamento alle cose del nostro passato, ha scritto un libro molto interessante dal titolo ” L’ultima Provincia Storia politica a Nordest”, appena pubblicato da Aviani & Aviani editori.

la locandina del libro


.
La sua presentazione avverrà venerdì 5 ottobre, alle 18, proprio nella sala consiliare di palazzo Belgrado, meravigliosamente affrescata da Giulio Quaglio alla fine del XVII secolo.

il salone del Quaglio


.
Assieme all’autrice interverranno il presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, Piero Mauro Zanin, e il capogruppo della Lega nella stessa Assemblea di piazza Oberdan, già capogruppo del Carroccio in Consiglio provinciale, Mauro Bordin.
Moderatore dell’incontro il giornalista e scrittore Daniele Damele.
“Il Friuli Venezia Giulia nel 2018, per effetto della legge regionale 26/2014 – scrive la dottoressa Sialino – si è ritrovato ad essere l’unica regione in Italia priva delle sue Province.
A decidere la soppressione di quattro enti intermedi (Pordenone, Gorizia, Trieste e Udine), avvenuta tra il 2016 e il 2018 nonostante il referendum del dicembre 2016 avesse decretato la loro sopravvivenza a livello nazionale, è stata l’allora presidente regionale Debora Serracchiani”.
Quindi la Sialino conclude la breve presentazione del suo libro: “Le novità introdotte dalla cosiddetta riforma Panontin – tra cui la nascita delle Unioni Territoriali Intercomunali – sono state oggetto di accesi dibattiti tra favorevoli e contrari, ricorsi al Tar, rimandi e rimaneggiamenti, ciò nonostante il percorso di cancellazione delle Province in Friuli Venezia Giulia è stato portato a termine”.
“Per sempre???”, si chiede infine l’autrice.
A oggi, ovviamente, non è dato di sapere.
La storia, è noto, è sempre fatta di corsi e ricorsi.
E tutto può accadere, pure che una Provincia “rinasca” (e così, mi par logico, anche le altre tre della regione).
Come sempre, il tempo sarà buon giudice e ci dimostrerà se questo sarà possibile o meno.
Per ora, ci restano soltanto i ricordi alimentati appunto dal bel libro di Raffaella Sialino.
Come pure emblematica resta quella frase che Pier Paolo Pasolini scrisse nel 1944 e che il 21 aprile si leggeva sul portone di palazzo Belgrado ormai sbarrato:

“A vegnarà ben il dì che il Friùl si inecuarzarà di vei na storia, un passat, na tradision!”.

—^—

in copertina : palazzo Belgrado

—^—

Torlano e Portogruaro ricordano l’eccidio del ’44 – Ma De Bortoli non c’è più

di Giuseppe Longo

Grande partecipazione, come sempre, alla commemorazione dell’eccidio di Torlano, ma Paolo De Bortoli stavolta non c’era.
Già nella parrocchiale gremita ci si era accorti che mancava e poi la sua assenza è stata ancora maggiormente notata in cimitero, davanti alla tomba-monumento di quelle povere vittime.
No stavolta lui, uno dei pochissimi superstiti, non c’era perché se n’è andato improvvisamente, a 81 anni, la scorsa primavera, nella sua Portogruaro.

Il portogruarese Paolo De Bortoli,
sopravvissuto alla strage e recentemente scomparso.


.
Dalla città del Veneto orientale era invece giunto il figlio assieme alla rappresentanza che non manca mai – proprio come faceva Paolo – all’annuale rievocazione del 25 agosto 1944.  Quando all’alba si consumò una delle stragi più orribili delle seconda guerra mondiale – frutto della feroce rappresaglia decisa dal Comando superiore delle SS di Trieste per contrastare e intimidire l’attività dei partigiani – ,  il cui fascicolo finì nel cosiddetto “armadio della vergogna”.
Doveva scorrere il sangue di quaranta innocenti, invece le vittime furono trentatre, tra cui intere famiglie con donne e bambini.
Come quella dei De Bortoli, mezzadri sfrattati dalla loro terra e giunti proprio sotto la Bernadia in cerca di un po’ di fortuna, che fu praticamente sterminata: in nove furono barbaramente uccisi.   Ma Paolo, che aveva sette anni, riuscì a salvarsi, protetto dal corpo della mamma, e a farsi una vita, come pure la sorella Gina, tredicenne, che riuscì a fuggire, pur con le gravissime ustioni causate dai vestiti in fiamme.   E Paolo De Bortoli ha sempre partecipato, fino appunto all’anno scorso, al ricordo dell’immane sacrificio costato alla sua famiglia e ad altre 24 persone di Torlano: i Comelli, i Dri, i Vizzutti e tanti altri.
Così, ancora una volta il paese si è fermato per ricordare e per onorare i morti dell’eccidio nazifascista.
L’ha fatto dapprima in chiesa con la messa di suffragio celebrata dall’arciprete di Nimis, monsignor Rizieri De Tina – il quale, alla luce del Vangelo di Matteo “perdonate settanta volte sette”, si è soffermato sugli effetti della violenza a ogni livello, a cominciare da quella che purtroppo si scatena nelle famiglie per continuare con quella che si allarga nella società fino a scoppiare nel “bubbone” della guerra -;
quindi in cimitero, davanti al sacello delle vittime i cui resti, tre anni dopo quel 25 agosto, furono raccolti in cinque bare e solennemente tumulati, lasciando la fossa comune di Torlano Inferiore perché proprio là fu consumata la strage.
Qui, davanti ai gonfaloni civici di Nimis e Portogruaro, e ai vessilli di numerose associazioni combattentistiche e d’arma, è seguita la semplice cerimonia civile, dopo la benedizione che il sacerdote ha impartito alla tomba.
Una ragazza del luogo, Cristina, ha letto con palpabile commozione – anche se nata molti decenni dopo i fatti – la cronistoria di quella tragica mattina che vide esibirsi con inaudita ferocia quello che è passato tristemente alla storia come il “boia di Colonia”.   Quindi, ha portato un saluto, in rappresentanza della Città di Portogruaro, Alessandra Zanutto, delegata del sindaco Maria Teresa Senatore, impossibilitata a intervenire.
Infine, un breve intervento del prefetto di Udine, dottor Angelo Ciuni – che si è richiamato alle parole del celebrante, esortando a rifuggire ogni pretesto di divisione, sempre connotata da effetti devastanti o per lo meno pericolosi -, seguito dal breve ma intenso discorso commemorativo del sindaco di Nimis, Gloria Bressani, che ha pure portato il saluto delle due piccole comunità olandese e tedesca – accomunate a Torlano da un analogo triste destino – presenti alla cerimonia di un anno fa.
La Regione era rappresentata dal consigliere Furio Honsell, già sindaco di Udine, come pure diversi Comuni del circondario erano presenti con i primi cittadini o loro delegati.
E, oltre ai rappresentanti delle Forze dell’ordine, c’era anche il cavalier Bruno Fabretti, quasi novanticinquenne, presidente della sezione ex Internati di Nimis, testimone di quella tragica mattina del 1944 e di tutti gli orrori della guerra, vissuti sulla propria pelle a causa della deportazione in vari Lager della Germania.
Un’esperienza che Fabretti ha trasmesso, con toccanti testimonianze, a centinaia di giovani, tenendo decine di incontri soprattutto nelle scuole di tutto il Friuli.
Perché proprio questi orrori non abbiano a ripetersi mai più.

In copertina, il sindaco di Nimis, Gloria Bressani, durante il suo discorso commemorativo.

a seguire :

Il saluto del prefetto di Udine, dottor Angelo Ciuni.

.
Il saluto di Alessandra Zanutto, delegata del sindaco di Portogruaro.

.

La rievocazione storica della giovane Cristina.

.
Autorità intervenute alla cerimonia: in primo piano, Furio Honsell per la Regione.

.
La tomba che raccoglie i resti delle trentatre vittime innocenti.

L’addio a Giuseppe Tonutti: all’epoca del sisma fece parlare il Friuli con Roma

di Giuseppe Longo

Un altro grave lutto ha colpito oggi la politica del Friuli Venezia Giulia.   Si è spento, infatti, all’età di 93 anni, nella sua casa di Fagagna, l’ex senatore Giuseppe Tonutti, la cui dipartita si aggiunge a quelle recenti di Ettore Romoli, presidente del Consiglio regionale, e dell’ex ministro Mario Toros.

I funerali saranno celebrati martedì mattina, alle 10.30, nella chiesa di San Giorgio Maggiore in via Grazzano, a Udine.

Con la scomparsa di Tonutti, si chiude un’altra importante pagina di storia politica friulana e in particolare di quella contrassegnata dalla Democrazia cristiana.   Del partito cattolico è stato infatti un importante leader a livello regionale e pure nazionale, avendo ricoperto il ruolo di segretario amministrativo a metà degli anni Ottanta.   Una importante carica, coincisa con quella politica di Benigno Zaccagnini all’epoca del rapimento e della barbara uccisione di Aldo Moro, presidente della Dc, del quale proprio nei mesi di marzo e maggio scorsi si è celebrato il quarantennale della tragica vicenda.

Ma la carica politica si è incrociata, negli stessi anni, anche con quella istituzionale.   Giuseppe Tonutti fu eletto infatti senatore nel 1976 :  mi ricordo ancora benissimo quelle elezioni fatte, in alloggi prefabbricati, a poche settimane da quel terremoto che aveva sconvolto il Friuli.   Sarebbe rimasto in carica fino al 1987, cioè negli anni cruciali della rinascita post-sismica.   E il suo apporto fu prezioso perché anche Tonutti, come Toros, seppe tenere sempre in  efficienza il collegamento tra Udine e Roma, cioè tra l’amministrazione regionale guidata da Antonio Comelli – da poco ricordato nel ventesimo anniversario della scomparsa come il “Presidente della ricostruzione” – facendo funzionare proficuamente il “dialogo” tra il governo centrale e quello locale, tanto da realizzare il “modello Friuli”
tuttora indicato come esempio.

Tonutti, da Roma, ebbe modo infatti di occuparsi direttamente del disastro che aveva colpito la sua terra in quanto fece parte della Commissione speciale Terremoto Friuli, dando appunto anche lui il suo importante apporto che ha consentito di ottenere, in uno sforzo corale, quel miracolo che ha ricostruito i paesi distrutti in appena dieci anni.   Un risultato che non è stato purtroppo visto mai in nessun altra regione italiana.   E questo, abbiamo avuto modo di  ricordarlo in altre occasioni, è stato il frutto di quel decentramento dei poteri – dallo Stato alla Regione, e quindi da questa ai Sindaci funzionari delegati – che si è rivelato la carta vincente del processo di rinascita, avendo consentito un importante taglio della burocrazia e quindi uno snellimento delle procedure che altrimenti sarebbero state oltremodo lunghe e complesse.

In questa nuova impostazione della gestione post-sismica – davvero innovativa, direi rivoluzionaria, per l’epoca – non mancò l’apporto del senatore Tonutti, uomo dalla solida preparazione politica e istituzionale, doti unite alla serietà e onestà del friulano verace.   E questi caratteri, al termine del mandato parlamentare, l’onorevole Tonutti li espresse anche attraverso altri importanti locali assunti a livello locale. Fu infatti presidente della Cassa di risparmio di
Udine e Pordenone – incarico assunto anche da Comelli al termine del lunghi mandati in Regione – e della finanziaria Friulia, ma anche di Autovie Venete e del Porto di Trieste.

Anche a lui il suo Friuli deve riconoscenza, serbandone un grato ricordo.

in copertina la foto del senatore Giuseppe Tonutti dal sito ufficiale del Senato

http://www.senato.it/leg/07/BGT/Schede/Attsen/00002398.htm

Olimpiadi a Cortina? La palla al Coni ma prenderà tempo

di Giuseppe Longo

Conto alla rovescia per la sede delle Olimpiadi invernali del 2026:

Cortina, Milano o Torino?

Gli occhi sono tutti puntati sul CONI che oggi, 10 luglio, si riunirà per chiarirsi le idee perché si avvicina il momento in cui dovrà essere indicata al Cio la località candidata dall’Italia per i Giochi che si disputeranno fra otto anni.
E che nel frattempo, nel 2022, si terranno in Cina.

Quindi ancora una sede asiatica dopo la recente edizione in Corea del Sud.
Il Triveneto aspetta con ansia le indicazioni che usciranno oggi dal Comitato olimpico nazionale presieduto da Giovanni Malagò.

Giovanni Malagò

Attende una risposta, ovviamente positiva, il Veneto che per primo si è mosso con il suo governatore Luca Zaia per mettere sul tavolo anche la candidatura di Cortina che ebbe già le Olimpiadi invernali nel 1956, ma anche il Trentino Alto Adige attraverso le sue Province autonome di Trento e Bolzano che hanno deciso di appoggiare la richiesta dei cugini della Serenissima.
E poi c’è anche la nostra regione, nella quale le Dolomiti continuano con espressioni meravigliose soprattutto a Forni di Sopra e nella ritrovata Sappada.
Come si ricorderà, dagli albergatori friulani era stato espresso subito un grande interesse per i Giochi 2026 perché potrebbero efficacemente coinvolgere anche i nostri poli sciistici con benefiche ricadute sulla montagna friulana che ha bisogno di nuovi stimoli per continuare a credere in un suo futuro.
E Zaia aveva molto apprezzato questo appoggio.
Oggi, dunque, cosa succederà?

Difficile prevederlo anche se da più parti in questi giorni si è fatto osservare che le chances di Cortina sarebbero sensibilmente aumentate.

L’affare Olimpiadi venerdì scorso è infatti approdato a Palazzo Chigi per un parere, ma il governo Conte, forse per non scontentare nessuno e per non incrinare i rapporti tra Lega e Cinque stelle (come è noto, il Carroccio corre verso Cortina o Milano, i grillini invece propendono per Torino), ha deciso di non decidere, ha preferito non dire nulla di vincolante, se non di esprimere la raccomandazione che i Giochi invernali del 2026 – dicendosi d’accordo sulla candidatura italiana – si tenessero nella località che offre maggiori garanzie di economicità e di minor impatto ambientale.
E molti hanno letto tra le righe una preferenza per la già olimpionica Cortina che, come Zaia ha più volte sottolineato e documentato pure nel corposo incartamento inviato al CONI e al governo stesso a supporto della sua richiesta, ha i numeri, le strutture e le condizioni in generale, salvo modesti interventi, per avere Olimpiadi a “impatto zero”.

Ed è questa, infatti, la preoccupazione che deve avere risposta rassicurante: guai – lo sottolineavamo anche l’altro giorno – se i Giochi dovessero turbare la straordinaria bellezza delle Dolomiti, patrimonio dell’umanità!
Allora come andrà a finire?
Vedremo se prevarrà una scelta tecnica, come ha ripetutamente chiesto Zaia, o politica.
O se ci sarà un po’ dell’una e un po’ dell’altra, magari senza giungere ancora a una decisione.
Che forse, dalle indicazioni dell’ultima ora, è la cosa più probabile.
Per questo gli occhi del Triveneto, e quindi anche degli operatori friulani, oggi sono tutti puntati sul Coni.
Che però potrebbe prendersi ancora un po’ di tempo per riflettere, prima di restituire la palla a Palazzo Chigi perché è proprio qui che dovrà essere presa la decisione definitiva su quale città l’Italia dovrà schierare nella disputa planetaria.
In altre parole, dovrà essere presentata una candidatura credibile perché il Comitato olimpico internazionale la possa prendere in seria considerazione.