Perdono, non odio. Dal Bataclan messaggio d’amore anche per Torlano

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Quello che oggi stiamo facendo a Torlano, tutti insieme, ha un valore che va oltre il doveroso ricordo delle vittime innocenti di quel tragico 25 agosto. Ogni anno diciamo che il nostro dolore, per quanto accaduto, deve trasformarsi in un messaggio di pace che deve germogliare e crescere nelle nostre menti, ma soprattutto nelle nostre anime in modo che tragedie come questa non si debbano più ripetere, anche se purtroppo quotidianamente la cronaca ci racconta tutt’altro: vediamo cosa sta accadendo in questi giorni in Afghanistan». L’appello di Gloria Bressani, sindaco di Nimis, si è incrociato con l’“Angelus” che, a mezzogiorno, veniva scandito dalla campana della vicina parrocchiale. E da quei rintocchi è giunto un messaggio di serenità e di pace, come quello colto durante la messa di suffragio nelle parole del Vangelo di Matteo che invitano al perdono.

La messa, la tomba, il corteo.

«Ma ci devono far riflettere le parole di quel marito che di fronte alla tragedia del Bataclan si è rivolto ai terroristi dicendo loro di non riuscire ad odiarli per aver ucciso l’amata moglie. Sono proprio parole dettate dallo Spirito Santo». Veramente toccante il messaggio che giunge da quell’indimenticato fatto di sangue consumato a Parigi quasi sei anni fa e che monsignor Rizieri De Tina ha voluto proporre al termine della sua predica tutta centrata, appunto, sul perdono cristiano e non sull’odio. Tanto che ha elevato una preghiera anche in ricordo di quell’ufficiale tedesco ucciso e per la cui morte era scattata la feroce rappresaglia nazista: sterminare 40 persone, catturate a caso nel paese, non importa se ci fossero stati anche inermi, come donne e bambini. E così avvenne, anche se alla fine i martiri dell’eccidio di quel 25 agosto 1944, consumato in una calda mattina come quella di oggi, sono stati fortunatamente “soltanto” 33.

Fabio Cantoni e Adriana Geretto.

Proprio quel tragico episodio di 77 anni fa è stato rievocato in cimitero, dopo la benedizione impartita al sacello-monumento delle vittime dallo stesso arciprete di Nimis, responsabile pastorale anche di Torlano, con la lettura di una dettagliata cronaca da parte del consigliere comunale Fabio Cantoni. Quindi ha portato un saluto, spendendo accorate e commosse parole per auspicare che si affermi la «cultura della pace», Adriana Geretto, presidente regionale dell’Associazione vittime civili di guerra. Cedendo poi il microfono a Gastone Mascarin, presidente del consiglio comunale di Portogruaro, la città veneta – rappresentata anche dal gonfalone municipale – dalla quale proveniva la famiglia De Bortoli, quella che, con nove morti, ha pagato più di tutte nella strage di Torlano. Mascarin, però, non ha letto il discorso preparato, ma si è limitato a dire soltanto poche parole, affermando che è meglio far prevalere il silenzio affinché ci inviti tutti alla riflessione.

Gastone Mascarin (Portogruaro).

Il sindaco Gloria Bressani.

Quindi il discorso ufficiale del primo cittadino di Nimis, che ha esordito ricordando quanto affermato dal Capo dello Stato commemorando le 560 vittime (ben 130 bambini!) della strage di Sant’Anna di Stazzema, in Toscana, avvenuta soltanto pochissimi giorni prima dei fatti di Torlano. «Il ricordo del dolore che ha segnato profondamente la vita di tante famiglie e di due comunità, quali Nimis e Portogruaro, deve continuare ad essere tramandato – ha sottolineato Gloria Bressani – e deve investire soprattutto le nuove generazioni in modo che lo facciano proprio, affinché ne continuino la memoria ed imparino dai dolorosi errori del passato». E ha terminato osservando che «è soprattutto con l’esempio che ognuno di noi contribuisce alla crescita della società civile e questo lo possiamo e dobbiamo fare ogni giorno».
Infine, il sindaco ha rivolto un ringraziamento, da parte dell’Amministrazione comunale di Nimis, alle autorità civili e militari intervenute alla commemorazione, in particolare al dottor Giovanni Maria Leo, capo di gabinetto del prefetto di Udine, allo stesso Gastone Mascarin che ha accompagnato, come sempre, una folta delegazione portogruarese per ricordare il sacrificio di mamma De Bortoli e della sua numerosa famiglia, ai vari gruppi ed associazioni combattentistiche e d’arma (l’Apo Friuli era rappresentato dal presidente Roberto Volpetti), a tutte le altre personalità, fra le quali numerosi sindaci della zona con fascia tricolore. Il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, trattenuto da altri impegni, ha invece inviato un messaggio di adesione, esprimendo i suoi «sentimenti di vicinanza».

Sindaci e autorità.

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In copertina, la processione diretta al cimitero al termine della messa.

Addio a Franco Delle Vedove per dieci anni sindaco di Premariacco

di Giuseppe Longo

La comunità di Premariacco, ma idealmente anche il Friuli, perché tanti lo conoscevano e lo apprezzavano, hanno dato ieri pomeriggio un commosso saluto a Franco Delle Vedove che per dieci anni fu sindaco del Comune alle porte di Cividale, intrecciando l’impegno politico-amministrativo con quello di responsabile dell’Enasarco di Udine. Delle Vedove è morto, a 73 anni, per l’aggravamento delle sue condizioni di salute, dopo aver purtroppo contratto, come hanno informato le cronache, quel maledetto virus che ha seminato lutti e sofferenza anche in questa nostra regione.
Appassionato di politica e pubblica amministrazione, oltreché profondamente legato alla sua Premariacco, era stato primo cittadino appunto per due mandati, dal 1985 al 1995. Ed è proprio in quegli anni che ebbi modo di conoscerlo. Poi le occasioni d’incontro si sono sempre più rarefatte, ma nell’estate 2020, a distanza ravvicinata, ho avuto la felice opportunità di rivederlo per ben due volte: a una serata di friulanità da Paolo Rodaro a Spessa e a una manifestazione delle Città del vino a Orsaria. E l’affabilità subito riemersa, in compagnia di un buon bicchiere dei Colli orientali, ha d’un tratto cancellato quei lunghi anni in cui ci eravamo persi di vista. Poi mi aveva onorato offrendomi la sua “amicizia” su Facebook.
Con Franco Delle Vedove se n’è andato un uomo competente, gentile e sempre disponibile con gli altri. “Propit un vêr e braf furlan”, avevo scritto in un breve saluto sulla sua pagina Fb appena saputo della sua morte così repentina. E avvenuta prematuramente, purtroppo, come quella della moglie scomparsa due anni fa, lasciando in un grande dolore i figli Michela e Massimo. Ai quali però, come pure a Premariacco e a tutti coloro che l’hanno conosciuto, resta un luminoso ricordo.

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In copertina, una bella immagine che ricorda Franco Delle Vedove.

“I fùrlans dal Frìul” che Dino Persello racconta oggi online con Treppo Grande

di Giuseppe Longo

«Un popolo non muore con il crollo delle case, e il Friuli è vivo, perché sono ancora vivi i valori che ne costituiscono… l’anima». Lo disse Giuseppe Zamberletti, commissario straordinario per la ricostruzione di questa terra devastata dai terremoti del 1976. E, proprio con questo spirito, Dino Persello darà vita all’odierno incontro-spettacolo online (ovviamente, a causa della perdurante emergenza sanitaria) dal titolo “I fùrlans dal Frìul”, organizzato dal Comune di Treppo Grande in collaborazione con l’Arlef nell’ambito delle celebrazioni per la “Fieste de Patrie dal Friûl” che ricorreva sabato scorso, 3 aprile. L’evento si terrà proprio questa sera, alle ore 20.30, sulla piattaforma GoToMeeting, alla quale ci si può collegare dal proprio smartphone, tablet o Pc (sotto il link).
“I Fùrlans dal Frìul”, dunque. «Ovvero: esperienze, osservazioni, costumi, riflessioni, ironia, autoironia, ricerche… risate! Il Teatro – anticipa l’attore-regista di San Daniele, ma originario della vicina Dignano – è un fantasma in carne ed ossa, l’ultima barriera di una esperienza umana dove si incrocia il respiro degli attori a quello degli spettatori. Un monologo teatrale quando è interessante cattura l’attenzione del pubblico, diversamente diventa barboso. Se il monologo “funziona” si caratterizza soprattutto per la sconfinata libertà di raccontare, di rendere vivi e presenti i fantasmi dell’immaginazione. “…Il monologo teatrale è il regno dell’incontro, di quella seducente e non facilmente inimitabile intercettazione del senso, di quel senso che al di là dei significati che pure produce, aleggia per la scena, sul pubblico, e nel carisma dell’interprete, che assume su di sé il non comune compito di esprimere viva energia!”, diceva Pier Paolo Pasolini».
«Massima attenzione e rispetto – prosegue Persello – di fronte a questa elevata dimensione pasoliniana, ma non timore, nell’avventurarmi a scrivere questo “I Fùrlans dal Frìul”. Una serie di osservazioni sul nostro popolo, con i suoi difetti e le sue qualità, alla pari degli altri popoli di questo mondo. Da ultrasettantenne che ha visto abbastanza acqua passare sotto i ponti del Friuli sono andato a sfruculiare colori e sfumature, interpretando le radiografie di questa nostra gente. Non mi sono avventurato in ecografie, tac o risonanze magnetiche, non ne sarei stato all’altezza nel… “leggerle”. Non per questo l’analisi sarà superficiale (non amo per niente il pressapochismo), ma l’obiettivo è stato quello di bramare nello stesso tempo, di poter continuare a vivere la nostra vita di friulani possibilmente con dignitoso profilo, e perché no, anche con leale e genuina… ironia!”. Proprio perché, appunto come disse l’indimenticabile Zamberletti, il Friuli è vivo «perché sono ancora vivi i valori che ne costituiscono… l’anima».

di Dino Persello

Eco ca il popul Furlàn: ancjemô uè, no sin ne piês ne miôr dai tanç atris popui di chistu mont.
Nô Furlàns , i sin nô cu la nestra storia, cu la nestra cultura , la nestra lenga, i nestris difiets e les nestres cualitats!
Sôl che sciaguratamenti ancjemô massa spess, a samea chi si vergognini di chel chi sin, fin al punto di sintisi inferiôrs, debui e puers devant dal mont e a les atres cultures.
Chistu a me modest parê, parceche ancjemò no si conoscìn avonda: i savìn cuasi dùt riguart al mont, ma pôc o nuja da la nestra storia e da la nestra cjera.
E cussì cuant chi si confrontìn cun chei atris, i vin simpri puntos di riferiment, ca no son i nestris, e ca no fevelin mai di nò!
A lè cussì che par chei atris massa dispèss i deventìn i: “Fùrlans dal Frìul!?!”.
Il grant e periculosisim riscjo a lè chel che se i no cambìn di corsa diresiòn, la nestra cultura, la butin una volta par dutes tal fossâl, pierdint tal stess timp, ancja la nestra personâl identitât ca appartèn a duta l’umanitât, parceche ancja no, tant che duç i popui da la cjera, i sin part impuartant da la storia dal omp!
Pobèn a e ora di finila cul nestri orgoglio smisurât, cu la nestra stravagant agressivitât, e il nestri sei massa spess incomprensibilmenti…permalôs.
Ma ancja silensiôs, modesc, dignitos, in positîv chista volta.
No i sin chei dal’understaitment – low profile, profîl bass…una vora spess ancja massa!
No, no sin mai stâs boins di sglonfâ la nestra “bufula”, dulâ che a diferensa di atres bufules plenes di fun, la nestra a contèn ta la magjoransa dai câs, un arost squisît e profumât!
I ai scrìt chistu lavôr “Il Frìul dai Fùrlans”, cul gust di provâ a fa i ragios, no una tac o una risonança magnetica (no mi soi sintût al’alteça, al moment di interpretales) a chistu nestri popul, analizant i sie colors e les sfumadures, cirint tal stess timp di no cjapassi massa sul serio (e chi a nol sarà par nuja facil!), e fa in môt di podè continuà a vivi la nestra vita cul just profil e parcè no ancja cun tuna inteligjent…ironia!

Ci si può collegare dal proprio smartphone, tablet o Pc utilizzando il seguente link: https://global.gotomeeting.com/join/414215509

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In copertina e qui sopra Dino Persello durante uno spettacolo dedicato, come oggi, all’identità friulana.

 

Nimis, addio a Bruno Frezza osovano con Comelli del quale fu a lungo autista

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Vedete quel mosaico lassù. Lo formano migliaia di tessere, l’una diversa dall’altra. Bruno era come una di esse, una tessera nella propria comunità della quale ha contribuito a scriverne la storia. E ora,  con lui, se ne va un altro pezzo di paese». In effetti è proprio così, perché una persona che si spegne al termine di una lunga vita, 94 anni, come quella di Bruno Frezza, lascia indubbiamente un vuoto, per cui sono parse più che appropriate le parole di monsignor Rizieri De Tina per rendere omaggio a un esponente della vecchia Nimis e di una storica famiglia del paese che in appena un anno ha perso i tre fratelli. Infatti, poco prima di Natale era mancata a Torlano Giuditta e agli inizi del 2020 il sacerdote Francesco, quel Pre’ Chechin che era stato per lunghi anni arciprete di Tarcento.
Al funerale celebrato in Duomo, fra i tanti che erano venuti a salutare “Bruno Bertole”, c’era anche il presidente dell’Associazione Partigiani Osoppo-Friuli, Roberto Volpetti. Frezza aveva infatti partecipato giovanissimo, appena diciottenne, alla Resistenza, appunto fra gli osovani di Nimis guidati da Antonio Comelli.  Poi, finita la guerra, mentre il paese incendiato stava risorgendo, l’amicizia con l’illustre concittadino ormai entrato nella sfera politica si era trasformata in attiva collaborazione. Per parecchi anni, infatti, ne fu l’autista personale: dapprima dell’assessore regionale all’Agricoltura e poi del presidente della Giunta. Un lavoro molto intenso e impegnativo, cominciato già nel lontano 1964, praticamente all’indomani della nascita della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, e protrattosi fino agli anni del dopo-terremoto, quando gli subentrò il tricesimano Silvano Bertossio, pure lui venuto a dirgli il suo “mandi”.
Nei ritagli di tempo libero, Bruno Frezza era attivo anche in paese. A cominciare dalla Banda musicale – fino a quando la stessa è rimasta operativa – e dalla Cantoria parrocchiale, poi diventata “Corâl des Planelis”. Ma il defunto è ricordato anche per la simpatia, che molti hanno potuto apprezzare fino all’ultimo, perché, nonostante l’età avanzata, non ha mai rinunciato all’incontro con gli amici davanti a un buon bicchiere di vino. Una giovialità che “Bruno Bertole” aveva sempre saputo esprimere, sebbene fosse stato colpito ripetutamente dalle avversità della vita, come la straziante e prematura perdita dei figli Pierino e Daniele, e della moglie Teresa. Un dolore mitigato nella vecchiaia dalla presenza degli altri due figli, Elena e Renato, che gli sono stati vicini fino alla fine.

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Il ricordo di Volpetti
presidente dell’Apo

Bruno era l’ultimo dei 107 patrioti della Brigata Osoppo di Nimis. Ero stato varie volte a casa sua, e l’anno scorso ero andato appositamente a cercarlo per sapere da lui se si sentiva di raccontare qualcosa sui momenti che aveva vissuto, appena diciottenne: momenti drammatici, in cui era facile incontrare la morte, vivere la paura, la fame. In quel giorno mi disse che non se la sentiva, e ormai non sarà più possibile sentire il suo racconto.  Eppure in questi mesi, credo di averlo incontrato: non direttamente, ma leggendo un racconto di Sergio Sarti, il partigiano “Gino”, nel dopoguerra noto professore di Storia e Filosofia al liceo Stellini di Udine, curatore di vari libri della Osoppo e di cui abbiamo ricordato di recente il centenario della nascita. Abbiamo ritrovato un suo racconto, inedito, che abbiamo pubblicato sul libro che è stato realizzato in sua memoria. Il racconto si chiama “La bambola” ed è ambientato a Nimis: lo si capisce chiaramente da alcuni nomi di borgate che vengono citate. Lo stesso Sarti fu presente in quella zona nell’estate del 1944. Sarti descrive con realismo e senza enfasi, le tensioni, i problemi, il contesto e l’ambiente in cui i partigiani operavano. Ebbene uno dei personaggi del racconto (il partigiano “Vento”) è un ragazzo diciottenne, tutto preso dal fatto di aver trovato la morosa (Linda), e che vive questa situazione della Resistenza, con l’entusiasmo di quella età, senza rendersi conto dei rischi. Nello scontro a fuoco con i tedeschi, “Vento” vede la morte passargli accanto e vede morire un tedesco, incontra la disumanità della guerra, di ogni guerra. Ho pensato che quel ragazzo avresti potuto essere tu… e ho capito perché non avevi più voglia di parlare di queste cose. Grazie Bruno: credo che un grazie oggi te lo dobbiamo, a te ed ai 106 amici del tuo paese, che hanno combattuto nella Brigata Osoppo. Te lo dobbiamo. Mandi Bruno.

Roberto Volpetti

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In copertina, recente immagine di Bruno Frezza; sopra, invece, con la Banda in una foto di Bruno Fabretti: è il secondo, in piedi, da sinistra.

Nimis guarda alla svolta dopo il difficile 2020: il primo obiettivo sarà la scuola

di Giuseppe Longo

NIMIS – Quello che è appena cominciato, e che ha mandato in archivio un 2020 che sarebbe meglio poter dimenticare, è un anno che per il Comune di Nimis segnerà una svolta importante nel settore dell’istruzione pubblica. Tanto che il 2021 vedrà «rinascere una scuola nuova, tecnologica, sostenibile e in armonia col territorio», come ha annunciato il sindaco Gloria Bressani in un video registrato assieme alla giunta sul finire dell’anno, riferendo dell’«affidamento dei lavori di ricostruzione delle scuole secondarie di Nimis alla ditta Riccesi di Trieste». I cittadini del paese pedemontano, infatti, il 31 dicembre, oltre ad ascoltare i messaggi del capo dello Stato e del governatore del Friuli Venezia Giulia, hanno avuto anche l’opportunità di apprendere dalla voce del primo cittadino – attraverso un articolato intervento augurale diffuso su Facebook – problemi e prospettive della comunità. E quelle riguardanti le medie intitolate a Tita Goriil pittore di San Gervasio del quale si è appena ricordato il 150° anniversario della nascita, mentre quest’anno ricorre l’80° della morte avvenuta nel 1941 – sono senza dubbio fra quelle più significative e attese, considerata l’importanza che la scuola riveste per la formazione dei cittadini di domani. «In quanto luogo di crescita dei nostri ragazzi, è sempre – ha aggiunto infatti il primo cittadino – al centro della nostra attività amministrativa, non solo sotto il profilo infrastrutturale ma anche della didattica e degli strumenti».

La registrazione video.

Ma il messaggio del sindaco – presenti tutti i componenti della giunta (il vicesindaco Alessandra Domenighini e gli assessori Aldo Attimis, Fabrizio Mattiuzza e Serena Vizzutti) – non poteva cominciare senza prendere spunto dal difficile anno che ci siamo lasciati alle spalle. «Un periodo incredibile – ha osservato -, di certo diverso da ciò che ci immaginavamo solo un anno fa». E il riferimento è ovviamente alla dura esperienza del Coronavirus, ma prima di entrare nel merito dell’emergenza sanitaria, Gloria Bressani ha rivolto un pensiero al sisma che aveva appena sconvolto un’area nelle vicinanze di Zagabria. «Concedetemi innanzitutto – ha detto – di manifestare la vicinanza alla popolazione croata duramente colpita dal terremoto di ieri. Solo chi, come noi, ha avuto modo di vivere in prima persona gli effetti di questa catastrofe può immaginare e capire cosa stiano provando quelle comunità».

Ecco, dunque, il tema sanitario che ha sconvolto città e paesi di tutto il mondo. «La pandemia di Covid-19 – ha commentato il sindaco di Nimis – ha segnato pesantemente le nostre vite, la nostra salute, le nostre abitudini e anche le nostre condizioni economiche e lavorative. Mi sento quindi di manifestare la vicinanza mia e di tutta l’amministrazione a chi ha provato sulla propria pelle la malattia, a chi l’ha combattuta e vinta e a chi purtroppo invece non ce l’ha fatta. Credo che la sensazione di impotenza e di disperazione di chi si è trovato solo in ospedale ad affrontare momenti così drammatici e di chi da casa non poteva essere vicino ai propri cari sia uno degli aspetti più terribili di ciò che stiamo vivendo». E quindi il risvolto economico della terribile vicenda: «Siamo vicini anche a chi, nonostante la fortuna della salute, si è trovato in difficoltà perdendo il lavoro o vedendo chiudere o limitare fortemente la propria attività, trovandosi quindi nella condizione di non farcela a garantire serenità alla propria famiglia e di non avere certezze per il futuro. I vari lockdown che hanno imposto la chiusura di molte attività commerciali del territorio, in particolare i tanti esercizi pubblici: bar, ristoranti, agriturismi hanno sicuramente segnato pesantemente il tessuto economico e produttivo del nostro comune».

L’omaggio alle vittime del virus.

Poi il riferimento agli effetti diretti sulle persone. «Non posso non pensare ai giovani che – ha osservato Gloria Bressani – hanno vissuto mesi di didattica a distanza, lontani dalla ricchezza data dalla scuola in presenza, lontani da quel prezioso aspetto di socialità e confronto che si vive nelle classi. Nulla potrà restituire loro la parte educativa rappresentata dalla relazione con i compagni e con gli insegnanti. Ragazzi che hanno vissuto anche la chiusura di tutte le attività extra-scolastiche, sportive, culturali e ricreative che tanta importanza hanno nella loro formazione e nella loro crescita». E ancora: «Penso alle associazioni, che hanno visto la chiusura o il ridimensionamento delle proprie attività: molte sagre, eventi, manifestazioni sportive e culturali, programmate e organizzate fino all’ultimo nella speranza di un cambiamento, sono state annullate e posticipate al 2021».

Ma, nonostante tutto, ci sono stati nel 2020 anche aspetti positivi. «Inizio – ha detto il sindaco – dai volontari della Protezione civile di Nimis sui quali abbiamo potuto contare durante i momenti più difficili di quest’anno legati sia alla pandemia che alle condizioni meteorologiche avverse. Encomiabile è la loro presenza e disponibilità sul territorio. Impossibile non ricordare le numerose dimostrazioni di solidarietà e di aiuto nate a Nimis: prima tra tutte la mobilitazione delle sarte del paese che hanno cucito migliaia e migliaia di mascherine da distribuire a tutti i cittadini; a queste affianco anche la Misericordia di Torlano che, in collaborazione con l’amministrazione, aiuta sia economicamente che con la distribuzione di generi alimentari le diverse famiglie bisognose del nostro territorio. Ringrazio tutte le associazioni che sono riuscite, nonostante le difficoltà organizzative legate alla sicurezza e al contenimento dei contagi, a regalare momenti di normalità e di serenità ai cittadini quando possibili. Un particolare ringraziamento – ha aggiunto – ai volontari della biblioteca che è sempre stata attiva sia in presenza che con attività online, e tutti coloro che hanno contribuito all’organizzazione dei due centri estivi, dell’asilo e di OraNimis, che hanno regalato momenti preziosi ed indispensabili a bambini e genitori durante l’estate».  E poi il sindaco annovera, tra i fatti positivi, «anche uno degli ultimi eventi che abbiamo vissuto quest’anno prima delle nuove misure restrittive: il passaggio del Giro d’Italia, annullato a maggio ma riprogrammato ad ottobre, ha dipinto di rosa e di entusiasmo le vie del nostro comune».

Il paese in festa per il Giro d’Italia.

Tornando ai programmi di prossima attuazione, e soffermandosi ancora nell’ambito della edilizia scolastica, il primo cittadino ha poi ricordato «l’affidamento dei lavori per l’efficientamento energetico delle scuole primarie: intervento che prevede la realizzazione di coibentazione delle pareti esterne, della copertura e la sostituzione di tutti i serramenti. Sono inoltre terminati, dopo tante peripezie legate alle vicissitudini finanziare della ditta aggiudicatrice, gli interventi di adeguamento sismico della palestra. A questo punto, finalmente, potremo procedere alla ristrutturazione completa della palestra stessa e all’adeguamento normativo dell’auditorium, forti di 2 importanti finanziamenti, di 430mila e 525mila euro, ottenuti rispettivamente dalla Presidenza del Consiglio, attraverso il bando sport e periferie, e dalla Regione».

«Durante questo anno – ha poi enumerato Gloria Bressani – sono inoltre stati portati a termine altri interventi finanziati dalla Protezione civile e relativi alla messa in sicurezza della viabilità lungo la strada Vallemontana-Monteprato (terzo lotto) e sulla Ramandolo-Chialminis, nonché al recupero dell’ex poliambulatorio ubicato dietro la sede municipale». «Siamo inoltre intervenuti – ha aggiunto – sul campo sportivo comunale completando l’intervento di sostituzione dei fari esistenti con nuova tecnologia led e di coibentazione e ripasso della copertura degli spogliatoi, perseguendo l’obiettivo dell’efficienza energetica. Sono infine stati appaltati altri 3 interventi: la riqualificazione dei percorsi naturalistici, con il recupero, in particolare, dei muri a secco e del sentiero di accesso alla Chiesetta di Santa Maria Maddalena a Cergneu; un ulteriore lotto per la messa in sicurezza della viabilità lungo la strada Vallemontana-Monteprato; la pulizia dell’alveo e degli argini del Cornappo».

«La macchina amministrativa – ha concluso il sindaco di Nimis – ha cercato, pur tra non poche difficoltà, considerando anche i casi di positività al Covid tra i dipendenti, di continuare ad operare con la massima efficienza possibile e di questo va ringraziato tutto il personale. Certo, non possiamo negare che ci siano stati dei disservizi e per questo vi chiediamo comprensione. Sicuramente il virus ha portato alla luce la fragilità dell’uomo e del sistema in cui viviamo, facendoci riscoprire le cose essenziali e vitali sulle quali tutti, in primis noi amministratori, dobbiamo concentrarci: salute, istruzione, relazione e cultura, lavoro e sostenibilità. Assieme all’amministrazione Comunale di Nimis auguro quindi a tutti voi il 2021 migliore possibile, ricco di normalità e di tutto ciò che ci è stato tolto in questo difficile 2020». Un anno, aggiungiamo noi, fatto di tante ombre, ma che ora lascia spazio a quello nuovo nel quale si intravvedono anche incoraggianti luci, seppur non immediate. Perché la pandemia, prima o poi, dovrà finire come è sempre avvenuto. Dobbiamo crederci!

Nimis vista da Ramandolo.

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In copertina, ecco il sindaco Gloria Bressani con i suoi collaboratori.

L’addio del Rojale a Mario Chittaro sindaco per dodici anni

di Giuseppe Longo

La popolazione del Rojale si raccoglierà alle quattro di questo pomeriggio, nella parrocchiale di Reana, per dare l’ultimo saluto a Mario Chittaro che fu sindaco dal 1980 al 1992. Aveva 76 anni e anche se non era più impegnato nella politica attiva, pur sempre era aggiornato sulle attività locali, sulle iniziative, sui problemi e sulle prospettive di questo esteso territorio che va dalle porte di Udine fino al torrente Torre, a nord di Zompitta. Entrò in consiglio comunale già nel 1970, ma alla guida della civica amministrazione arrivò dopo due mandati, rimanendo al suo timone appunto per una dozzina di anni, quando ebbi più volte occasione di conoscerlo, quale amministratore del vicino Comune di Nimis, e di apprezzarne le doti, anche umane. Un periodo molto intenso, di grande impegno politico e sociale, caratterizzato dai seri problemi causati dal terremoto del 1976 che colpì anche il Rojale, anche se in modo non così grave come avvenne nei Comuni a nord di Reana. Quindi un periodo di ricostruzione e di rilancio economico che ha visto l’allora primo cittadino – grazie anche alla preparazione che gli derivava dall’attività professionale in Friulia – amministratore attento e capace, tanto da avviare una proficua stagione di sviluppo che ha privilegiato prima di tutto l’asse della Pontebbana, del quale aveva intuito l’importanza strategica. Ma di lui si ricorda anche l’instancabile impegno a favore delle attività sociali e sportive, tanto da essere attento sostenitore di ogni iniziativa che fosse utile per il paese. Che oggi, dopo la gioia per aver salutato il Giro d’Italia – che pure lui avrebbe tanto desiderato poter applaudire -, si riunirà nella Chiesa della storica Centa per dirgli il suo Mandi, grato ed affettuoso. Riconoscente per quei dodici anni spesi alla guida del Comune, ma anche per tutte quelle attenzioni che Mario Chittaro ha sempre voluto riservare alla comunità del Rojale.

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In copertina  l’ex sindaco Mario Chittaro e qui sopra il municipio di Reana dove fu a lungo amministratore comunale.

A Nimis l’addio affettuoso e riconoscente a don Gianni Arduini

di Giuseppe Longo

NIMIS – Ora il suo corpo è tornato nel paese di origine, ma il suo cuore è rimasto soprattutto nel “triangolo della sedia”, tra Manzano e San Giovanni al Natisone, e alla Casa dell’Immacolata a Udine. Nimis ha accolto ieri pomeriggio don Gianni Arduini, che avrebbe compiuto 78 anni esattamente fra un mese, con un’affettuosa cerimonia di commiato celebrata nel Duomo di Santo Stefano. Più che un funerale, una festa ritmata dai canti gioiosi del coro di San Giovanni: “Nonostante siano passati tanti anni, ricordiamo ancora don Gianni come un padre”, mi ha detto commossa la sua direttrice.

Il rito presieduto dall’arcivescovo.

Essendo nato nella borgata di San Gervasio, anche l’addio al sacerdote sarebbe dovuto avvenire, come è tradizione, nell’antica Pieve, ma è stata scelta la più ampia comparrocchiale per gli ovvii motivi di sicurezza richiesti dall’emergenza sanitaria. Però il suo feretro, proveniente dal nosocomio di Cividale, è passato davanti a quella Chiesa che l’ha visto battezzare e crescere nella fede fino a diventare prete, e quindi davanti alla sua casa, che sorge proprio sotto il campanile, nella quale è vissuto fino a quando ha detto la prima Messa incamminandosi poi lungo le impegnative e faticose strade della sua missione, che ha privilegiato, ovunque dove è passato, i giovani, i lavoratori, gli emarginati, i poveri, del Friuli o arrivati da ogni parte del mondo, lasciando ovunque un indelebile ricordo.

Un concetto rimarcato durante la sua riconoscente omelia anche dall’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato, che aveva accanto il già nunzio apostolico Diego Causero e il vicario generale Guido Genero, don Rizieri De Tina, oggi responsabile della pastorale nelle parrocchie di Nimis e Torlano, e una cinquantina tra sacerdoti e diaconi, fra i quali l’arciprete della Cattedrale di Udine, Luciano Nobile, il direttore della Caritas diocesana don Luigi Gloazzo, don Davide Larice e don Pierluigi Di Piazza, presidente del Centro Ernesto Balducci. Proprio quest’ultimo, accentuando le parole del presule, ha offerto un “ritratto” autentico di don Gianni, il prete degli “ultimi”, per dirla con David Maria Turoldo, fedele ai principi di don Lorenzo Milani che voleva una “Chiesa povera fra i poveri”, alimentato dallo spirito della Comunità di Taizè.

La benedizione della salma.


Tratti che ne hanno sempre caratterizzato la vita, anche scomoda e controcorrente, fra la sua gente, fossero i giovani di Carlino, Manzano e San Giovanni al Natisone, gli operai con i quali lavorava fianco a fianco tra le sedie divenendone anche sindacalista, o le persone di ogni età bisognose di aiuto in quella Casa fondata da don Emilio De Roja, del quale è stato un “perfetto continuatore”. Proprio dagli amici del grande sacerdote di Buja, è venuta una toccante testimonianza di affetto e di riconoscenza, accomunando anche il grazie dei Partigiani Osoppo, rappresentati dal leader provinciale Roberto Volpetti, dei quali don Gianni fu padre spirituale. Ma anche tanti altri ricordi, affettuosi e grati, sono affiorati dalle parole di tutti coloro che si sono avvicendati all’ambone. Infine, la salma è stata accompagnata in cimitero dove il sacerdote ha ricevuto l’ultimo saluto da monsignor De Tina, tra altri canti degli amici di San Giovanni – che in Duomo erano stati affiancati anche da alcuni strumentisti e all’organo dal giovane Alberto Nocera -, e dalle numerose persone che si sono unite alla sorella Ada e alla sua famiglia, prima di essere deposto accanto agli amati genitori.

Il coro di San Giovanni.

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In copertina, don Gianni Arduini in una immagine fra le più recenti.

 

Il dolore di Portogruaro per quella famiglia distrutta 76 anni fa a Torlano

di Giuseppe Longo

NIMIS – Potrebbe sembrare strano,  non conoscendo bene la storia dell’Eccidio ricordato stamane a Torlano, che a pagare di più fosse stata una comunità lontana, esattamente di Portogruaro. E invece è così, perché in quella infausta mattina del 25 agosto 1944 fu proprio la famiglia De Bortoli a essere quasi del tutto sterminata: ben nove dei suoi componenti – fra cui anche bambini di due, quattro, sei, nove e undici anni – furono uccisi dal “boia di Colonia” in seguito alla feroce rappresaglia nazifascista scatenata dall’intensa attività partigiana. E da due anni è scomparso anche Paolo, che a 7 anni si era salvato assieme alla sorella Gina, di 12, e che non mancava mai all’annuale cerimonia rievocativa. Una sorte così tragica, quella della famiglia veneta, giunta da poco nel paese pedemontano in cerca di lavoro, che ancora oggi suscita grande commozione ricordandone il sacrificio assieme a quello delle altre 24 vittime innocenti. Commozione che era palpabile nella voce del presidente del Consiglio comunale portogruarese, Gastone Mascarin, il quale non ce l’ha fatta leggere il testo preparato per la commemorazione in cimitero, ma ha preferito ricordare il sacrificio di mamma De Bortoli e dei suoi bambini con parole cariche di tristezza e di condanna per quanto accaduto quasi all’apice dell’ultima guerra, auspicando che conflitti di alcun genere non insanguinino più il nostro cammino.

Il vicesindaco e Adriana Geretto.

Concetti che in precedenza – dopo la benedizione alla tomba, da parte di monsignor Rizieri De Tina, e la rievocazione storica dell’assessore Serena Vizzutti – erano stati ribaditi dalla presidente dell’Associazione vittime civili di guerra, Adriana Geretto (presenti associazioni combattentistiche, tra cui Anpi e Apo,  sindaci e amministratori dei Comuni vicini) -, e ripresi a conclusione della cerimonia dal discorso ufficiale del vicesindaco Alessandra Domenighini. “Porto il saluto – ha detto -, da parte dell’Amministrazione comunale di Nimis e del sindaco Gloria Bressani, che oggi non ha potuto essere presente, ai parenti delle vittime, ai rappresentanti della Comunità di Portogruaro, alle Autorità civili e militari e ai concittadini di Torlano che anche oggi, con la sensibilità che ogni anno li contraddistingue, sono qui a ricordare una delle pagine più sanguinose della nostra storia. Porto anche i saluti del Prefetto, dottor Angelo Ciuni, che non ha potuto partecipare alla commemorazione per impegni pregressi e che ha chiesto di rinnovare la sua vicinanza alla comunità di Torlano e ai parenti delle vittime”. E ha poi aggiunto: “Ringrazio per la partecipazione le Amministrazioni comunali di Ruda, Terzo d’Aquileia e Fiumicello-Villa Vicentina che i primi di agosto hanno incontrato il nostro primo cittadino per rinnovare la vicinanza tra le nostre Comunità: molte, infatti, sono state le famiglie dei territori della Bassa friulana che nel 1944 hanno ospitato i bambini di Nimis sopravvissuti all’incendio del 29 settembre che ha devastato il capoluogo del nostro Comune”.

Messa e benedizione della tomba.

“Abbiamo ascoltato la cronaca di quel 25 agosto – ha proseguito il vicesindaco -, la lunga lista di vittime che hanno visto la loro vita spezzata in pochi attimi: la memoria di quell’evento è un libro fatto di tante pagine, di tante storie personali, e di sensibilità diverse, accomunate da un sacrificio subito da chi non doveva subirlo. E’ pensando al futuro che ogni hanno celebriamo questa commemorazione perché la data che ha segnato profondamente la storia di Torlano non sia solo parte del passato ma diventi l’occasione per creare un ponte che attraversando il presente porti ad un futuro dove non ci sia spazio per simili tragedie. Affinché la memoria diventi coscienza collettiva, dobbiamo saper tradurre la storia di quel tempo in uno strumento di lettura della nostra condizione presente, perché la memoria non è un fatto, ma un atto: quello di ricordare!”.
“In questi ultimi mesi – ha concluso l’esponente della Giunta Bressani – siamo stati duramente messi alla prova da una pandemia, da un piccolo virus che improvvisamente e con una forza inaspettata ha messo in ginocchio intere nazioni. Dopo una lotta così dura e purtroppo non ancora vinta, non si può non fermarsi a riflettere su come le distinzioni di colore della pelle, di idee politiche o di religione siano state annullate in un batter d’occhio di fronte a un nemico invisibile che, invece, distinzioni non fa. Ancora oggi, come ogni anno, ci sentiamo di rimarcare con forza che l’odio e l’intolleranza non devono trovare spazio nelle nostre comunità e che solo uniti in uno spirito di pace e collaborazione si possa lavorare ad un futuro prospero e sereno per noi e per le generazioni future”. Tradotto in un concetto di poche parole: è necessario il rispetto delle diversità espresse da tutte le persone e che, se rispettate e valorizzate, rendono attiva e feconda una comunità, come aveva rimarcato don De Tina, responsabile della pastorale di Nimis e Torlano, durante la Messa di suffragio celebrata nella Chiesa di Sant’Antonio da Padova, collegando la sua omelia alle letture epistolari e al brano di Vangelo scelti per la circostanza che, appunto, ricorda uno fra i più efferati episodi della Seconda guerra mondiale. Infatti, soltanto facendo tesoro di queste esortazioni, si eviterà di incorrere in altri tragici errori che potrebbero dischiudere le porte a un terzo conflitto.

Molti i partecipanti alla cerimonia.

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LA RIEVOCAZIONE STORICA

Ecco il testo della rievocazione storica dell’Eccidio di Torlano letto dall’assessore comunale alla Cultura, Serenza Vizzutti:

La mattina del 25 agosto 1944 giunse a Torlano, per un’azione di rappresaglia, una colonna di mezzi corazzati delle SS che si fermò all’ingresso del paese. Secondo quanto era stato predisposto dal Comando Superiore di Trieste, le vittime della rappresaglia dovevano essere quaranta, scelte a caso fra la popolazione. All’arrivo dei tedeschi le famiglie Comelli, De Bortoli e Dri, presagendo qualcosa di grave, si ritirarono in una stalla, ritenendolo il posto più sicuro.
Nuclei di partigiani, appostati sulle colline sopra Torlano, con scariche di mitragliatore ostacolavano l’arrivo dei tedeschi, che con le loro autoblinde, riparate fra le case, rispondevano rabbiosamente al fuoco. Mentre infuriava il combattimento, altri militari tedeschi passavano di casa in casa. Tutte le persone trovate, venivano accompagnate e rinchiuse in una stanza nell’osteria di Giobatta Comelli, ora “Al Paradiso”, dove faceva buona guardia un SS.
Luigi Saracco, sfuggito al rastrellamento, venne visto da un soldato tedesco che, da un centinaio di metri, con un colpo di fucile lo colpì a morte. Intanto, arrivò in motocicletta con il mitra a tracolla il maresciallo delle SS Fritz, detto il “boia di Colonia”, il quale si fermò nel cortile dell’osteria e diede ordine di far uscire, una alla volta, le persone ivi rinchiuse. Con un colpo di pistola le fece stramazzare a terra. A tutti spettò la stessa sorte.
Vuanello Giuseppe di vent’anni, da una finestra, osservò terrorizzato la macabra esecuzione e un’idea fulminea gli venne in mente: approfittando di un attimo di distrazione del boia, con una corsa disperata scappò e scomparve in un vicino campo di granoturco.
Le vittime, ricoperte di paglia e cosparse di benzina, vennero date alle fiamme. Il boia quindi entrò nella casa dove erano rinchiusi il proprietario Comelli Giobatta, la moglie e la figlia: a nulla valsero le loro suppliche, uno alla volta caddero in una pozza di sangue. L’altro figlio Albino che si trovava al piano di sopra, assistette al fatto attraverso le fessure del pavimento. Dopo due anni, dopo essersi confessato, con un colpo di fucile si tolse la vita. A sessanta metri di distanza, nella stalla, si erano rifugiati i membri delle famiglie De Bortoli e Dri. Lo stesso boia consumò il secondo atto della tragedia. Uno ad uno fece uscire dalla stalla gli uomini e nel cortile li uccise a colpi di pistola, assistito da un appartenente alla milizia. Pasqualino De Bortoli riuscì a mettere in salvo Serena Dri, Netto Dri, Paolo De Bortoli e se stesso attraverso una piccola finestra da cui si buttava fuori il letame.
Nella stalla rimasero le mamme, che stringevano al seno le loro creature, piangendo e pregando. Comparve il boia che continuò a sparare finché non ci fu alcun segno di vita. Rivoli di sangue scorsero sul selciato. I carnefici quindi diedero fuoco alla stalla per coprire l’orrendo delitto e tutto diventò un rogo crepitante. Da questo ultimo e terrificante atto riuscì miracolosamente a salvarsi nonna Elia Spironello: poiché i nipotini avevano fame, lei era andata a prendere qualcosa da mangiare e un soldato, forse con un po’ di cuore, l’aveva fatta deviare. Si salvò anche Gina De Bortoli di dodici anni che, dopo aver visto cadere la mamma e i fratellini, si gettò a terra in tempo per non essere colpita. Tra grida e urla disperate gli uccisi le piombavano addosso. Uditi i lamenti della madre sempre più fievoli e con i vestiti in fiamme, con grande coraggio, riuscì a fuggire tra i campi e ad arrivare fino a Ramandolo dove fu soccorsa.
Tre giorni dopo la strage i corpi carbonizzati delle trentatré vittime innocenti furono pietosamente raccolti e, dopo la benedizione del parroco don Marioni, sepolti in una fossa comune nel cortile dell’allora osteria Traunich. Il 15 aprile 1947 con una solenne cerimonia i miseri resti vennero traslati in cimitero.
Questi i nomi delle vittime:
COMELLI GIOBATTA, con moglie LUCIA e la figlia ROSA.
COMELLI GIOVANNI di anni 53, la moglie VIZZUTTI ANNA di anni 46, i figli IDELMA di 22 anni, STEFANO LUIGI di anni 21, RITA di anni 19, VITTORIO di anni 17, LUCIANO di anni 15, BRUNO di anni 11 e GIOVANNA MARIA di anni 3.
DRI RUGGERO di anni 48, la moglie VIZZUTTI LUCIA di anni 39 con i figli TERESA di anni 13 e FERRUCCIO di anni 11.
DE BORTOLI VIRGINIO di anni 64 con i figli SILVANO di anni 21 e ANTONIO di anni 19, la nuora PERLIN SANTA in DE BORTOLI di anni 35 con i figli VILMA di anni 11, ONELIO di anni 9, BRUNA di anni 6, EMMA di anni 4 e LUCIANO di anni 2.
BLASUTO FRANCESCO di anni 72, la figlia ROMILDA di anni 37 con il marito PELLEGRINI GIOVANNI di anni 39.
CUSSIGH GIUSEPPE di anni 27, SOMMARO GELINDO di anni 38, BARAZZA ALFREDO di anni 34, SARACCO LUIGI, PETROSSI VALENTINO.

“Facciamo in modo – ha concluso l’assessore Vizzutti (nella foto) – che il sacrificio di questi nostri fratelli innocenti sia monito e richiamo ad operare per la pace”.

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In copertina, il portogruarese Gastone Mascarin durante il suo commosso saluto in cimitero.

Addio a don Gianni Arduini prete degli “ultimi”: i funerali martedì a Nimis

di Giuseppe Longo

Fino a due anni fa aveva diretto la Casa dell’Immacolata, raccogliendo la non facile eredità di don Emilio De Roja che aveva creato l’importante struttura udinese, nel borgo di San Domenico, per aiutare tanti giovani in difficoltà. Gli “ultimi”, per dirla con padre Turoldo. Ma, prima di assumere questo gravoso incarico, aveva fatto il prete operaio nel “triangolo della sedia”, tra Manzano e San Giovanni al Natisone, dove lo ricordano ancora con affetto, come pure a Carlino, a ridosso della Laguna di Marano, dove aveva compiuto la prima esperienza sacerdotale. Questo era don Gianni Arduini – Giampietro sui registri anagrafici – spentosi ieri mattina all’ospedale di Cividale, dopo una malattia che da qualche tempo lo affliggeva. Avrebbe compiuto fra poco 78 anni, essendo nato nel 1942 a Nimis, paese che martedì lo riaccoglierà per dargli l’ultimo saluto, durante i funerali che saranno celebrati, alle cinque del pomeriggio, dall’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato. Era venuto alla luce a San Gervasio, proprio ai piedi della storica Pieve, nella quale è tradizione vengano officiate le esequie degli abitanti del borgo. Che, invece, in questa occasione si terranno nella comparrocchiale molto più ampia, il Duomo di Santo Stefano, per le comprensibili misure di sicurezza richieste dall’emergenza sanitaria.

All’uscita dalla Chiesa matrice con i genitori e monsignor Lovo.


Don Gianni, che ormai lascia soltanto la sorella Ada, essendo i genitori scomparsi da molti anni, nel 2016 aveva festeggiato il mezzo secolo di sacerdozio. Ricordo ancora, come fosse oggi, la solenne cerimonia di consacrazione avvenuta il 29 giugno 1966, ricorrenza dei Santi Pietro e Paolo, nella Cattedrale di Udine dove gli impose le mani l’arcivescovo Giuseppe Zaffonato. Quindi la prima Messa, proprio nella Pieve di Nimis, nella quale erano da poco terminati gli studi archeologici abbinati a un’opera di generale restauro che ha riportato l’edificio alla sobrietà antica. Con monsignor Eugenio Lovo, a fianco del novello sacerdote c’erano altri due giovani presbiteri figli del paese pedemontano: monsignor Francesco Frezza, da poco arciprete di Tarcento, e don Luigino Bernardis, per tantissimi anni alla guida della parrocchia della Beata Vergine di Fatima, a Udine.
Il primo incarico, come detto, fu a Carlino nella Bassa friulana, ma dopo tre anni don Gianni Arduini venne trasferito a Manzano e quindi nella vicina San Giovanni, dove univa la missione spirituale soprattutto fra i giovani di quelle comunità a quella di lavoratore per essere più in sintonia con i problemi degli operai. E, alla morte di don De Roja, l’arcivescovo Pietro Brollo gli affidò la guida della Casa dell’Immacolata, dove spese intensi anni a favore proprio degli emarginati.

Infine, la festa nel vecchio Asilo.

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In copertina, la prima Messa di don Gianni nella Pieve: con lui monsignor Frezza e don Bernardis.

(Foto storiche di Bruno Fabretti)

Benvenuto a don Saracino sacerdote “cireneo” nella Pieve di Nimis

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Don Federico mi ha subito detto sì, anzi da buon “cireneo” ha accettato con entusiasmo di accollarsi la responsabilità legale anche delle parrocchie di Nimis e Torlano. E ora si appresta ad avviare, con don Rizieri, un lavoro che sarà sicuramente proficuo, a vantaggio di queste comunità cristiane». L’arcivescovo di Udine ha salutato con queste parole il nuovo corso della Pieve di Nimis, durante la Messa celebrata stamane nel Duomo di Santo Stefano – anziché nella Chiesa matrice, per questioni di distanziamento sociale, come sarebbe stato invece richiesto dalla tradizione – per la presentazione ufficiale del nuovo legale rappresentante delle parrocchie, il quale ha aggiunto così nuovo lavoro a quello che già ricopre essendo guida spirituale di Faedis e Campeglio. «Un impegno che don Saracino saprà coniugare con efficacia, sommandolo anche agli altri importanti incarichi extra-parrocchiali”, ha aggiunto il presule, ricordando che il sacerdote – 54 anni, consacrato nel 1993 e originario delle Valli del Natisone -, essendosi specializzato in diritto canonico, è anche Difensore del Vincolo e Promotore di Giustizia presso il Tribunale Ecclesiastico Diocesano. «Inoltre – ha continuato monsignor Andrea Bruno Mazzocato -, gli ho affidato la importante delega della tutela dei minori dagli abusi che qui però, grazie a Dio, non evidenziano problemi».

Don Federico Saracino

Don Rizieri De Tina

All’augurio dell’arcivescovo, don Federico Saracino ha risposto confermando il suo impegno nel mettersi a disposizione anche di queste nuove comunità, dicendosi certo che sarà possibile creare una fruttuosa intesa con l’arciprete attuale, don Rizieri De Tina, che si ritira dalle responsabilità amministrative, per motivi d’età, ma che assicura ancora la sua guida pastorale. Un concetto sottolineato nell’indirizzo di saluto anche da parte del sindaco Gloria Bressani – che aveva a fianco il primo cittadino di Faedis, Claudio Zani, e gli assessori Serena Vizzutti e Aldo Attimis – e dal direttore del consiglio pastorale, Pietro Nocera, il quale ha presentato al nuovo parroco titolare anche tutti coloro, e sono numerosi, che collaborano con vari incarichi in rappresentanza delle comunità cristiane di Nimis, Torlano, Ramandolo e Chialminis. E la disponibilità ad assicurare ancora tutta la propria collaborazione è stata ovviamente ribadita da don Rizieri, il quale probabilmente è l’ultimo pievano con il titolo onorifico di “monsignore” in seguito alla riforma che Papa Francesco fece all’indomani della sua elezione al Soglio di Pietro.

Gloria Bressani

Pietro Nocera

Il semplice rito – ben lontano dalla fastosità di un tempo – si è quindi concluso mentre dalla millenaria torre della Chiesa matrice dei Santi Gervasio e Protasio giungeva la voce solenne della campana maggiore che sempre a mezzogiorno invita a recitare l’Angelus, quasi a voler esprimere il benvenuto a don Federico anche da parte della vetusta Pieve esclusa dalla cerimonia di insediamento a causa dell’emergenza sanitaria. E ora comincia, dunque, ufficialmente una nuova vita per le parrocchie di Nimis e Torlano, inaugurando quella «sperimentazione» che monsignor Mazzocato si è detto sicuro che sarà foriera di nuovi e importanti frutti, come lo era stata quella che aveva introdotto 42 anni fa il suo illuminato predecessore, Alfredo Battisti, facendo arrivare in paese quattro sacerdoti per una pastorale di zona: con lo stesso De Tina, Luigi Murador, Luigi Gloazzo e Flaviano Veronesi. E come sarà sicuramente positiva anche la scelta di affidare la gestione dello storico asilo parrocchiale creato alla fine della Grande Guerra da monsignor Beniamino Alessio a una fondazione istituita a livello diocesano, pur salvaguardando – ha assicurato l’arcivescovo – la sua autonomia operativa sul territorio, al fine di continuare a garantire ai bambini del paese quell’accoglienza per la quale si era tanto prodigata, durante la sua vita quasi centenaria, anche la compianta suor Rosalba Cepparo.

Un momento della cerimonia.

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In copertina, l’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato con don Rizieri De Tina e don Federico Saracino.