In quella Basilica sulla Via Appia Antica un busto di Rodolfo Zilli ricorda il cardinale Ildebrando Antoniutti che morì mezzo secolo fa mentre tornava a Nimis

di Giuseppe Longo

La Via Appia Antica, la principale strada dell’Impero romano, è stata appena dichiarata sito Unesco e quindi Patrimonio dell’Umanità. Stamattina, leggendo questa importante notizia, mi è tornato alla mente che in quella famosissima “consolare” alle porte di Roma, tra i tanti ricordi, ce n’è anche uno legato a Nimis. Infatti, su quella via sorge la splendida Basilica di San Sebastiano alle Catacombe nella quale fu “incardinato” monsignor Ildebrando Antoniutti quando, nel 1962, fu elevato alla dignità della porpora da Giovanni XXIII. E in quella storica Chiesa da vent’anni c’è anche un busto bronzeo dell’illustre presule friulano che è una copia esatta di quello esposto nella Pieve dei Santi Gervasio e Protasio a lato della tomba che custodisce dal 1974 le sue spoglie mortali. Ricorreva, infatti, il trentennale della scomparsa del grande figlio di Nimis e del busto, opera del concittadino Rodolfo Zilli, venne fatta una nuova fusione grazie all’iniziativa del figlio dello scultore che tanto si prodigò anche per far nascere il gemellaggio con Lannach, la cittadina vicina a Graz, dove l’artista emigrato in Stiria bambino con la famiglia aveva il suo studio-laboratorio.

Il busto a Nimis e a Roma.

Ora ricorrono esattamente cinquant’anni dalla morte del cardinale e la comunità di Nimis vuole ricordare Ildebrando Antoniutti proprio nella storica Matrice dove riposa e che, grazie alla sua munificenza, fu sottoposta a generale restauro sessant’anni fa. E lo farà con una Messa che sarà celebrata giovedì 1° agosto, alle 19, quando ricorre l’anniversario della tragica dipartita. Il porporato una volta rientrato in Italia, dopo il lungo impegno diplomatico in mezzo mondo concluso con la responsabilità della Nunziatura di Madrid, era infatti solito trascorrere brevi vacanze estive nella sua casa di via Roma che volle trasformare in casa di riposo per gli anziani del paese. Ma durante il viaggio da Roma – in Vaticano era prefetto della Congregazione dei religiosi (incarico attribuitogli da Paolo VI, il Papa uscito da quel Conclave in cui Antoniutti fu molto votato) – l’auto venne tamponata da un autocarro nei pressi di Bologna e in paese poté rientrare soltanto la salma, che venne deposta nella cappella di quella che oggi si chiama “Villa Nimis”, in attesa dei solenni funerali celebrati nel Duomo di Santo Stefano, al termine dei quali il feretro venne tumulato, come da desiderio espresso dallo stesso porporato, proprio nell’antica Pieve, ai piedi dell’altare maggiore.
Quando lo colse la morte così improvvisa il cardinale era ancora settantacinquenne perché il compleanno l’avrebbe festeggiato, appunto con la sua gente, appena due giorni dopo. Era nato, infatti, da Giuseppe Antoniutti e Anna Comelli, il 3 agosto 1898. Come si legge nelle sue “Memorie autobiografiche”, stampate dalle Arti Grafiche Friulane a un anno dalla scomparsa, frequentò gli studi nel Seminario di Udine e nell’Ateneo del Seminario romano, conseguendo la laurea in teologia nel 1920. Fu consacrato sacerdote il 5 dicembre dello stesso anno e dal 1920 al 1927 insegnò nel patrio Seminario. Nel 1927 venne nominato segretario della delegazione apostolica in Cina, a fianco del cardinale friulano Celso Costantini, con il quale collaborò fedelmente per sette anni. Quindi, fu trasferito come Uditore alla Nunziatura apostolica del Portogallo e nel 1936 Pio XI lo nominò delegato apostolico in Albania e fu consacrato vescovo in Roma il 29 giugno, solennità dei Santi Pietro e Paolo: non aveva ancora compiuto 38 anni! Mentre infuriava la guerra civile, nel 1937 fu inviato in Spagna per una missione di pace di carità. Un anno dopo venne nominato delegato apostolico in Canada, dove rimase per ben quindici anni: ebbe al suo fianco, in qualità di zelante segretario, il compaesano monsignor Giuseppe Micossi, pure lui diplomatico in numerosi Paesi e al quale, dopo il rientro a Nimis, venne assegnata la Parrocchia di Torlano che resse, molto apprezzato, per tanti anni.
Nel 1953, il vescovo friulano ritornò nel Paese iberico con il titolo di nunzio apostolico – cioè ambasciatore della Chiesa – e a Madrid svolse per dieci anni un’intensa missione diplomatica. Proprio nella Capitale spagnola fu raggiunto nel 1962 dalla importante comunicazione che Papa Giovanni, il 19 marzo festa di San Giuseppe, aveva deciso di elevarlo al cardinalato. Una notizia che fu accolta con grande gioia ed emozione in Friuli e in particolare a Nimis, dove fu molto festeggiato al suo primo rientro dopo la prestigiosa nomina. Fece appena in tempo a riabbracciarlo con grande commozione anche monsignor Beniamino Alessio, perché il pievano che il giovanissimo Ildebrando Antoniutti ebbe come luminosa guida, quando maturò la sua vocazione sacerdotale, sarebbe scomparso nel novembre dello stesso anno.

La tomba nell’antica Pieve.

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In copertina, il ritratto del cardinale Ildebrando Antoniutti che apre le sue “Memorie autobiografiche”.

“La Bibie”, nuova edizione nel ricordo di Placereani e Bellina

di Giuseppe Longo

Le figure di indimenticabili sacerdoti del nostro Friuli, dall’animo fiero, battagliero, friulanista e quindi autonomista, con il nobile intento di valorizzare l’identità del popolo della “Piccola Patria” – che ha le sue radici nella basilica patriarcale di Aquileia e nello storico Parlamento del castello di Udine -, vale a dire Francesco Placereani (Pre Checo Placerean) e Antonio Bellina (Pre Toni Beline), riemergeranno nitidamente questo pomeriggio, 1 febbraio, nel capoluogo del Friuli dove è in programma un evento di grande spessore religioso, storico e culturale: la presentazione della nuova edizione della Bibbia in lingua friulana – La Bibie” – che ebbe i suoi autori proprio nei due preti scomparsi ormai da molti anni, fatto peraltro singolare entrambi alla stessa età, praticamente 66 anni, per pochi mesi di differenza l’uno dall’altro. Pre Checo, infatti, nato a Montenars, piccolo paese sopra Artegna, nel 1920 morì a Udine nel 1986 e Pre Toni, venuto alla luce a Venzone nel 1941 si spense a Basagliapenta, frazione di Basiliano sulla Pontebbana, di cui era parroco, nel 2007.

Sarà il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Gualtiero Bassetti, che è anche arcivescovo metropolita di Perugia e Città della Pieve (particolare interessante: fu ordinato prete nel 1966 dal cardinale Ermenegildo Florit, di Fagagna, allora a capo dell’Arcidiocesi di Firenze), a presentare la riedizione della “Bibie” nel corso di un incontro che si terrà dunque oggi, alle 17.30, nella sala del centro culturale Paolino d’Aquileia in via Treppo. Ad aprire l’incontro sarà l’arcivescovo di Udine, Andrea Bruno Mazzocato; seguiranno i saluti istituzionali del presidente della Regione Fvg, Massimiliano Fedriga, e del sindaco Pietro Fontanini. Quindi, prenderanno la parola il cardinale Bassetti e il segretario dell’Istituto Pio Paschini, Gabriele Zanello. Coordinerà i lavori il presidente dell’Istituto stesso, Cesare Scalon. La presentazione del volume sarà intervallata dagli intermezzi musicali del coro Juvenes Harmoniae e dalla lettura di brani del “Libro dei Libri” a cura di Cristina Di Gleria. La riedizione è stata curata dall’Arcidiocesi di Udine e appunto dall‘Istituto Pio Paschini per la Storia della Chiesa in Friuli, con il patrocinio della Società Filologica Friulana.

Tornando a don Placereani e a don Bellina, ricordiamo che fu il primo a dare avvio, dopo il terremoto del 1976 che sconvolse il Friuli, al monumentale lavoro di traduzione della Bibbia in friulano, dopo aver “girato” nella lingua del Friuli il Messale Romano, promulgato dopo il Concilio inaugurato da Giovanni XXIII e portato avanti fino alla sua conclusione da Paolo VI. Ma Pre Checo non riuscì ad andare oltre i primi capitoli, tanto che il grande lavoro fu realizzato pressoché totalmente e portato a termine proprio da Pre Toni. La traduzione fu autorizzata ufficialmente dalla Cei per favorirne la diffusione nella lingua del popolo, recependo appunto le “aperture” del Vaticano II.
Poiché tutte le copie erano andate esaurite, a vent’anni dalla prima edizione (1997), edita anche allora dall’Istituto Paschini, si è valutata dunque l’opportunità di provvedere a una ristampa: pertanto, il coordinamento è stato affidato a Gabriele Zanello, mentre don Romano Michelotti si è occupato dell’aggiornamento della grafia friulana.

Don Francesco Placereani.

Don Antonio Bellina.

La decisione di tradurre la Bibbia in friulano era nata “da una scelta pastorale che è anche di tipo sociale, prima ancora che culturale: non si trattava – scriveva Francesco Lamendola in un ampio articolo dell’ottobre 2017, pubblicato su Nuova Italia Accademia Adriatica di Filosofia –  solo di portare la Bibbia più vicino al popolo cristiano, ma anche di far sentire la Chiesa più vicina alla gente. La motivazione autonomista si intrecciava, dunque, con quella pastorale e teologica ‘progressista’”. “Naturalmente, – aggiunge Lamendola – la traduzione della Bibbia in friulano era e rimane anche un importante evento culturale e ha recato un contributo notevole alla coscienza di sé del popolo friulano, della bellezza e dignità, anche letteraria, della sua lingua, la ‘marilenghe’”.

Il castello di Udine (qui si riuniva il Parlamento) da piazza Libertà.

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In copertina, la basilica di Aquileia.

(Foto da Wikipedia)