L’addio a Ruffino ex parlamentare ed esponente Anpi

di Giuseppe Longo

Nuovo grave lutto per la politica del Friuli Venezia Giulia. A causa di una malattia, rivelatasi purtroppo senza speranze, si è spento prematuramente all’età di 67 anni l’onorevole Elvio Ruffino, figura storica della Sinistra friulana, ex parlamentare, presidente del Consiglio comunale di Udine e autorevole componente dell’ufficio di presidenza dell’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, nel comitato provinciale udinese.

“A nome della Regione esprimo il più vivo cordoglio per la prematura scomparsa di Elvio Ruffino. L’intera Amministrazione regionale è vicina alla famiglia in questo momento di dolore”, ha affermato il governatore Fvg, Massimiliano Fedriga, alla notizia della morte dell’ex parlamentare udinese, interpretando i sentimenti del mondo politico regionale.

Elvio Ruffino era nato nel 1951 a Passons, frazione di Pasian di Prato a due passi da Udine, e all’ideologia della sinistra si era accostato fin da giovanissimo. Proprio nelle file del Pds e quindi dei Ds, le forze politiche che raccolsero l’eredità del vecchio Partito comunista italiano, venne eletto deputato negli anni Novanta nell’Assemblea di Montecitorio. Ma ebbe incarichi di prestigio anche a livello regionale, tanto da essere eletto segretario Fvg del Pds e quindi consigliere alla Provincia di Udine. E come si è detto fu esponente di spicco anche nell’Assemblea civica di palazzo D’Aronco, nell’ambito della quale rivestì appunto il ruolo di presidente del Consiglio.

Ma, oltre ai suoi importanti ruoli politici, Elvio Ruffino si è molto dedicato all’Associazione nazionale partigiani d’Italia nell’ambito del Comitato provinciale di Udine, dove il suo competente apporto era sempre molto apprezzato.

Un nuovo grave lutto, dunque, per la politica friulana che nel corso del 2018 è stata privata di autorevoli esponenti che segnarono la storia della nostra regione, soprattutto dopo il terremoto del 1976. Sono scomparsi, infatti, gli ex senatori Mario Toros, Giuseppe Tonutti ed Ettore Romoli – che peraltro era stato appena eletto nel Consiglio regionale divenendone presidente -, e l’onorevole Maria Piccoli, figura di spicco dell’agricoltura regionale che gravita attorno al mondo cattolico della Coldiretti. Per non dire di Giuseppe Zamberletti che, pur non essendo friulano, era ormai considerato come uno dei “nostri” per quanto da lui fatto in qualità di commissario straordinario del governo per la ricostruzione del Friuli. E la riconoscenza della nostra gente gli è stata rinnovata l’altra sera, nel duomo di Gemona – “capitale del terremoto” -, in occasione della messa di suffragio celebrata nel trigesimo della scomparsa.

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In copertina, una foto di Elvio Ruffino quando era parlamentare.

 

Maxi-Provincia a tre più Trieste? A Ragogna il libro della Sialino

di Giuseppe Longo

Ormai è ben avviato il dibattito politico-istituzionale per la ricostituzione di enti territoriali che ricordino le Province cancellate dalla legge regionale approvata dal centro-sinistra sul finire del 2014. Si punta infatti alla individuazione di nuovi enti di area vasta che ricalchino in qualche modo quelli delle amministrazioni decadute, visto che le Uti – Unioni territoriali intercomunali – non hanno dato i risultati cui si puntava con la riforma.

Ma non è detto che questi nuovi enti siano ancora quattro. Da ieri, infatti, fa già molto discutere la originale proposta del presidente del Consiglio regionale Piero Mauro Zanin – formulata in una intervista apparsa sul Messaggero Veneto – di dar vita a una maxi-Provincia che riunisca Udine, Pordenone e Gorizia (in pratica, il Friuli storico e qualcosa di più). Mentre Trieste e la Venezia Giulia gravitante su Monfalcone darebbero origine alla “città metropolitana”, di cui scriveva già una trentina d’anni fa l’allora direttore del giornale, Vittorino Meloni. Un’idea senza dubbio interessante e suggestiva, ma non è detto che trovi la sua strada in discesa. Tutt’altro: sono tanti gli interessi localistici che potrebbero frenarla e la sensazione è che questi potrebbero essere maggiori nell’area friulana che non in quella giuliana. Tuttavia, da Gorizia, attraverso il sindaco Rodolfo Ziberna, è già arrivata una prima apertura alla proposta di Zanin, che indubbiamente contribuirà a tonificare il dibattito.

Il sindaco di Gorizia Rodolfo Ziberna.

Una proposta questa che farà sicuramente da sfondo anche alla nuova presentazione del libro di Raffaella Sialino“L’ultima Provincia Storia politica a Nordest” –  in programma proprio oggi, 16 febbraio, a Ragogna. L’incontro si terrà alle 18 nel Museo della Grande Guerra in via San Giacomo. Dopo il saluto del sindaco Alma Concil, la presentazione del volume (Aviani & Aviani editori) sarà introdotta dall’assessore comunale Marco Pascoli. Quindi il compito alla stessa autrice di illustrarne il contenuto che in molti hanno sinora avuto modo di apprezzare.

Il libro fa perno infatti sulla ormai ex Provincia di Udine, ultima nel Friuli Venezia Giulia ad essere eliminata dalla citata riforma regionale. E la sede del debutto ufficiale fu proprio il magnifico salone del Quaglio a palazzo Belgrado. Quindi sono seguite altre due presentazioni, molto applaudite: a San Vito di Fagagna, Comune di residenza di Raffaella Sialino, e a San Daniele, cittadina capoluogo della zona collinare. E ora è la volta della vicina Ragogna dove ci sarà una nuova occasione per riflettere sulla riforma che ha ridisegnato l’assetto istituzionale del Friuli Venezia Giulia, suscitando polemiche a non finire e addirittura ricorsi davanti al Tribunale amministrativo regionale per cercare di fermare la norma, la quale però è andata avanti portando appunto al taglio delle Province e alla nascita delle tanto contestate Uti che ora la nuova amministrazione regionale di centro-destra vuole superare. E la proposta del presidente Zanin fornirà ottimo materiale per vivacizzare il dibattito su quella che dovrà essere la nuova configurazione territoriale nel dopo-Uti. Utili indicazioni potranno emergere oggi anche da Ragogna, grazie agli spunti offerti proprio dall’approfondito libro-studio di Raffaella Sialino.

Ecco il castello simbolo di Ragogna.

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In copertina, Raffaella Sialino con Zanin: sua la proposta per il dopo-Uti.

(Foto siti Comuni di Gorizia e Ragogna)

Autonomia e Veneto sono gli obiettivi in tre anni di CiviBank

di Gi Elle

Autonomia ed espansione in Veneto: sono i due cardini su cui ruoterà la strategia di CiviBank nel prossimo triennio. “Rimanere indipendente ed essere il punto di riferimento per le famiglie e gli operatori economici di Friuli Venezia Giulia e Veneto per promuovere la crescita sociale, economica e culturale del territorio in cui opera, ha sottolineato infatti la presidente Michela Del Piero, anticipando gli obiettivi dell’Istituto di credito di Cividale, fondato nel lontano 1886. Ma per fare questo sarà necessario puntare anche ad un aumento di capitale fino ad un importo massimo di 65 milioni di euro. Ottima la salute della banca, tanto che è stato possibile realizzare un utile netto di 2 milioni di euro (più che raddoppiato rispetto al 2017), mentre se ne sono accantonati quasi 5 milioni per assecondare le uscite volontarie dal lavoro che favoriranno l’assunzione di giovani. E questo è un dato importante per quanto riguarda il sostegno all’occupazione.

La Popolare è a Cividale dal 1886.

Il consiglio di amministrazione di CiviBank ha infatti approvato gli schemi di bilancio al 31 dicembre 2018, 133° esercizio, che presentano significative risultanze. I nuovi finanziamenti alle imprese e alle famiglie del territorio ammontano – come informa una nota – a 531 milioni di euro (+33,3%) a testimonianza del ruolo determinante per il supporto all’economia locale svolto dalla banca. Altro rilevante dato che emerge è la decisa ulteriore riduzione del credito deteriorato, in linea con quanto previsto dal Piano Npl approvato lo scorso anno (oltre 260 milioni di euro lordi di riduzioni attese nel triennio 2018/2021) che ha permesso di raggiungere importanti obiettivi in termini di “de-risking” i quali, unitamente all’aumento delle coperture dei crediti non-perfoming in portafoglio, hanno contribuito al complessivo miglioramento della qualità del credito dell’istituto cividalese.
Sul fronte, poi, dell’efficienza operativa sono state realizzate azioni finalizzate al contenimento dei costi (-8,3%), e all’efficientamento della rete commerciale.

Circa gli aggregati patrimoniali, ecco cosa si evince dallo schema di bilancio:
la raccolta diretta registra una consistenza di 2.579 milioni di euro, in crescita su base annua dello 0,6%; la raccolta indiretta sale a 1.029 milioni di euro di cui il 79%, pari a 812 milioni, è riferibile al ‘risparmio gestito’;
i crediti verso la clientela, in crescita del 3,2%, si attestano a 2.672 milioni di euro. Il nuovo credito erogato nel 2018 pari a 531 milioni (+ 33%) è stato concesso a privati e famiglie per 162 milioni (+7,9%) e ale imprese per 369 milioni (+ 48,8%);
il patrimonio netto al 31.12.2018 si attesta a 274 milioni mentre i coefficienti patrimoniali risultano superiori ai livelli minimi regolamentari: Common Equity Tier1 ratio 13,26%, Total capital ratio 13,46%.
Il risultato dell’attività al lordo delle imposte si determina in 4,2 milioni di euro, mentre l’utile netto è pari a 2 milioni di euro (0,8 milioni nel 2017). Circa la redditività della gestione va tenuto conto che nel corso del 2018 CiviBank ha contribuito al fondo interbancario di tutela dei depositi e al fondo risoluzione delle crisi bancarie per 3,6 milioni di euro. Inoltre, si è proceduto a un accantonamento di 4,8 milioni destinate, appunto, all’esodo volontario dal lavoro in funzione di un ricambio generazionale del personale.

Ecco la sede centrale di CiviBank.

Il consiglio di amministrazione – si legge ancora nella nota – ha esaminato anche le principali linee guida del Piano Strategico 2019-2022 improntate alla crescita e al mantenimento dell’autonomia. Il Piano considera da un lato la conclusione della fase di messa in sicurezza della banca in virtù delle politiche prudenziali e di accantonamenti degli ultimi anni; dall’altro, la significativa opportunità di espansione delle quote di mercato, in particolare in Veneto, a seguito dei profondi cambiamenti della geografia bancaria a Nordest. Per fare questo la Banca ha elaborato una strategia basata su linee guida ambiziose, ma realizzabili e imperniate su questi cardini:

crescita sana del sostegno finanziario alle famiglie e alla imprenditoria del Friuli Venezia Giulia e del Veneto, focalizzando l’espansione territoriale in particolare nella regione contermine dove è avvertito il bisogno di una banca di “territorio”;
prosecuzione della crescita nel comparto bancassicurativo dove l’istituto cividalese ha già dimostrato notevoli capacità nel 2018 e accelerazione della crescita sul Wealth Management, portando a full potential la rete di CiviPrivate e CiviBanker attivata nel quarto trimestre 2018;
profonda revisione dei processi per migliorare l’efficienza operativa e l’esperienza complessiva offerta ai clienti;
significativa accelerazione della “Npl strategy”;
investimento nella formazione delle risorse umane ed importanti investimenti nella digitalizzazione.
La Banca prevede, poi, un deciso miglioramento dell’utile netto, del Roe e degli altri ratios patrimoniali, mentre la pianificata riduzione dei costi contribuirà al miglioramento del Cost/Income ratio.

Infine, come si diceva nelle premesse, nonostante gli elevati livelli di patrimonializzazione, il nuovo piano strategico prevede, per il raggiungimento degli ambiziosi obiettivi di crescita, un’operazione di rafforzamento patrimoniale da realizzarsi attraverso una modifica statutaria volta a conferire delega al consiglio di amministrazione per un aumento di capitale fino ad un importo massimo di 65 milioni di euro, oltre ad una assegnazione gratuita di warrant agli attuali azionisti.

 

 

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In copertina, la presidente di CiviBank Michela Del Piero.

Il Mandi del Friuli a Zamberletti “motore” della sua rinascita

di Gi Elle

Mentre il Friuli Venezia Giulia lo onorava con le bandiere a mezz’asta su tutti gli edifici pubblici – e la Regione aveva proclamato una giornata di lutto -, l’Italia ha dato l’ultimo saluto a Giuseppe Zamberletti nella sua Varese. Il Paese era rappresentato con le massime autorità dello Stato, in prima fila, nella cattedrale della città lombarda, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il premier Giuseppe Conte, con il capo della Protezione civile Angelo Borrelli. E tanti sono coloro che sono arrivati anche dalla nostra regione, soprattutto sindaci e amministratori pubblici, oltreché rappresentanti della Protezione civile, per dire “mandi” all’indimenticabile Commisssario straordinario per la ricostruzione del Friuli terremotato nel corso del rito celebrato dall’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, il quale ha parlato dello scomparso come di “un uomo che si è curato delle ferite dell’umanità”. La folta delegazione era guidata dal governatore Massimiliano Fedriga e dal suo vice Riccardo Riccardi, che è pure titolare della Protezione civile regionale.  Ma c’erano anche, tra la altre autorità, il vicepresidente della Camera dei deputati Ettore Rosato, l’assessore regionale alle Finanze Barbara Zilli e il presidente del Consiglio regionale Piero Mauro Zanin.

Il presidente Mattarella e il premier Conte accanto al feretro di Zamberletti; sotto, il governatore Fvg, Fedriga.

“Zamberletti è stato un padre del Friuli Venezia Giulia, perché con la sua opera riuscì a dare un futuro alla nostra terra, creando dopo il terremoto del 1976 le migliori condizioni per la ricostruzione e la rinascita economica e sociale del Friuli”, ha detto Fedriga, a margine della celebrazione dei funerali di Stato. Zamberletti, scomparso a 85 anni, ricoprì tra gli altri incarichi, quello di parlamentare, sottosegretario di Stato e commissario straordinario per il coordinamento dei soccorsi appunto dopo il sisma che colpì il Friuli quasi 43 anni fa causando mille morti e devastando decine di paesi. Un ruolo-chiave che lo vide a fianco dell’allora presidente della Regione, Antonio Comelli, ricordato nel 2018, ricorrendo il ventesimo anniversario della scomparsa, come il “Presidente della Ricostruzione”.

Come sottolineato dal governatore Fvg, Zamberletti – “padre” della Protezione civile, fondata proprio in occasione del sisma del Friuli – è stato un esempio di capacità, onestà e pragmatismo, qualità che crearono una perfetta simbiosi con l’attitudine del “saper rimboccarsi le maniche” del popolo friulano. “A lui – ha detto Fedriga – va tutta la nostra gratitudine per essere stato il protagonista di una stagione che vide il Friuli rimettersi in piedi proprio per merito di una precisa volontà politica dello stesso Zamberletti, che delegò alle autonomie locali la realizzazione della ricostruzione”.
Per quel che riguarda il ricordo di Zamberletti, Fedriga ha rimarcato come per la figura dell’ex commissario non siano adeguate occasioni estemporanee, bensì delle iniziative destinate a dare una giusta e duratura memoria “a quello che rimarrà sempre un membro della nostra comunità regionale”.

Fedriga e Riccardi a Varese con la folta delegazione della Protezione civile del Friuli Venezia Giulia.

“Quella di oggi, che ha visto a Varese presenti tanti volontari della Protezione Civile regionale, è stata una partecipazione spontanea, per dare l’ultimo saluto al padre di questa organizzazione. Una famiglia che esiste anche e soprattutto grazie all’intuito e all’opera di Giuseppe Zamberletti”, ha fatto eco a Fedriga l’assessore Riccardi. “Un uomo – ha sottolineato – che ha saputo tenere insieme lo Stato e il sistema periferico. Oltre a ciò, aveva la straordinaria capacità di riuscire a mettere concordia e superare le divisioni, qualità essenziali in quei frangenti del post terremoto per coordinare il sostegno alla popolazione e realizzare la ricostruzione”.
Come rimarcato infine dal vicegovernatore, le capacità politiche, amministrative e umane di Zamberletti si rivelarono “l’elemento decisivo nel creare le migliori condizioni per vincere una sfida complicata e difficile come quella”. Il Friuli serberà una riconoscente memoria di Giuseppe Zamberletti, protagonista e vero “motore” della sua rinascita e del suo sviluppo.

Il vicegovernatore Riccardi in basilica.

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In copertina, l’onorevole Giuseppe Zamberletti spentosi a 85 anni.

(Foto Regione Fvg) 

MANOVRA – PITTONI (LEGA), CANCELLATO DECLASSAMENTO UFFICIO SCOLASTICO FVG

«Abbiamo cancellato il declassamento dell’Ufficio scolastico del Friuli-Venezia Giulia».

Lo annuncia, non senza soddisfazione, il senatore Mario Pittoni, presidente della commissione Cultura al Senato nonché presidente della Lega FVG, che della lotta per salvare l’Ufficio scolastico aveva fatto uno dei suoi cavalli di battaglia.

«La norma – spiega Pittoni – è nella legge di Bilancio approvata a palazzo Madama, che non potrà subire correzioni nell’ultimo passaggio alla Camera. Ringrazio Matteo Salvini e Massimiliano Fedriga che mi hanno fornito gli strumenti per centrare un risultato che consentirà di fermare la deriva di cui è vittima la struttura scolastica regionale da quando nel 2012 fu votata la spending review. L’Ufficio scolastico è ormai ridotto a una scatola vuota, che richiede d’urgenza una robusta iniezione di risorse umane ed economiche (non a caso gli ultimi due direttori sono letteralmente scappati). Altrimenti diverrà impossibile conservare il primato di diplomati e laureati tra i migliori del Paese, come attestano le indagini internazionali. In Friuli Venezia Giulia sono ben quattro le lingue riconosciute come ufficiali: italiano, friulano, sloveno e tedesco. Una regione con una così alta varietà linguistica non può essere governata con il pieno raggiungimento delle finalità istituzionali da un ufficio scolastico che non sia retto da un direttore generale che possiede i necessari poteri amministrativi per consentire – conclude Pittoni – il regolare funzionamento dell’intero sistema».

“L’ultima Provincia”: a San Vito di Fagagna il libro della Sialino 

Dopo il debutto nella sua sede naturale – il meraviglioso salone del Quaglio di palazzo Belgrado, a Udine – per il volume di Raffaella Sialino “L’ultima Provincia – Storia politica a Nordest” ecco una presentazione tra le mura di casa. Per il libro, che ha già suscitato grande interesse, si apriranno infatti le porte del palazzo municipale di San Vito di Fagagna.  L’appuntamento è fissato per sabato 20 ottobre, alle 17.45, e avrà un ospite d’eccezione: il presidente della Giunta regionale (o governatore come si preferisce dire oggi)  Massimiliano Fedriga. 

L’autrice Raffaella Sialino e nella foto seguente il governatore Massimiliano Fedriga.

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I lavori, moderati dal giornalista Giuseppe Longo, saranno aperti dal saluto del sindaco del Comune collinare,  Michele Fabbro, cui seguirà la presentazione dell’opera – pubblicata da Aviani & Aviani Editore – da parte della stessa autrice. Quindi l’atteso intervento del presidente Fedriga che non mancherà di fare  riferimento a questi primi mesi della nuova amministrazione regionale da lui guidata, segnatamente soprattutto al destino delle diciotto Unità territoriali intercomunali che hanno preso il posto delle quattro Province soppresse dalla riforma regionale approvata nel 2014 e che ha privato il Friuli Venezia Giulia – unica regione in Italia – dei suoi enti intermedi. È poi annunciato anche l’intervento dell’ex sindaco di Forgaria, Pierluigi Molinaro.
Una nuova occasione, dunque, per riflettere sulla riforma che ha ridisegnato l’assetto istituzionale Fvg, suscitando polemiche a non finire e addirittura ricorsi davanti al Tribunale amministrativo regionale per cercare di fermare la norma, la quale però è andata avanti portando appunto al taglio delle Province e alla nascita delle Uti.
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In copertina, il palazzo Belgrado a Udine (ex sede della Provincia Udinese).

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Solo il Fvg in tutt’Italia è senza Province: a Udine via 200 anni di storia

di Gi Elle

Pubblico delle grandi occasioni per un omaggio alla storica Provincia di Udine che non c’è più, soppressa dalla scorsa primavera, dalla legge regionale di riforma che al posto dei quattro enti intermedi del Friuli Venezia Giulia (con Udine, anche Gorizia, Pordenone e Trieste) ha istituito 18 Uti, le tanto contestate Unioni territoriali intercomunali. Gremito, infatti, il meraviglioso salone del Quaglio, a palazzo Belgrado, per la presentazione del libro “L’ultima Provincia Storia politica a Nordest”, scritto da Raffaella Sialino e pubblicato da Aviani & Aviani editori. Presenti con il presidente del Consiglio regionale, Piero Mauro Zanin, e il capogruppo della Lega nella stessa Assemblea di piazza Oberdan, Mauro Bordin, già capogruppo del Carroccio nel decaduto Consiglio provinciale di Udine, numerosi sindaci e amministratori locali. I lavori sono stati coordinati dal giornalista e scrittore Daniele Damele.

Damele mentre dà il via ai lavori e sotto l’intervento del presidente del Consiglio regionale Zanin.

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“Il libro – ha detto la dottoressa Sialino – nasce dall’esigenza di spiegare, in maniera semplice, comprensibile a tutti, il perché la nostra regione sia attualmente l’unica in Italia priva delle sue Province. Il Friuli Venezia Giulia, infatti, rappresenta un’anomalia nella nostra penisola perché – in virtù o a causa, a seconda dei punti di vista, di una riforma regionale della precedente amministrazione- solo qui le Province sono state chiuse, eliminate, nonostante il referendum del 2016 che ha sancito la sopravvivenza delle Province in tutt’Italia”.

“La riforma degli enti locali ideata dall’ormai ex governatrice Serracchiani e dal suo gruppo – ha continuato l’autrice, spiegando il percorso che ha visto la soppressione della quattro Province Fvg – ha portato fin dalle prime battute alla formazione di due opposte fazioni: da un lato i favorevoli, dall’altro i contrari e nel mezzo dibattiti, confronti, iniziative, ribellioni, anche con ricorsi al Tar. Il libro raccoglie in un unico testo quanto accaduto in questi anni, dai primi esordi della riforma, nota anche come legge 26/2014, fino a metà settembre 2018. E cerca di rispondere alle domande: che cosa sono state le Province negli anni, di quali funzioni e servizi si occupavano, che vuoto lasciano; che cosa sono invece le nuove Uti, con quali obiettivi sono nate, quali funzioni hanno, se funzionano, o è meglio ripristinare gli enti intermedi; quali sono stati i contenuti e i protagonisti dei confronti di questi anni; come i Comuni hanno accolto o respinto la riforma; e adesso in che direzione sta andando la nuova amministrazione regionale?”.

“Mentre qui proseguiva l’iter della legge 26 sono accaduti a livello nazionale, ma anche internazionale – ha aggiunto Raffaella Sialino –, avvenimenti che hanno portato alla crisi della sinistra e del Partito Democratico e all’ascesa di altri partiti, con risultati insperabili fino a qualche tempo fa. In queste pagine, dunque, i fatti locali si intrecciano inevitabilmente con quelli nazionali e, in parte, con quanto avvenuto oltre i nostri confini. Fornendo uno sguardo d’insieme sulle modifiche amministrative e le principali problematiche sociali degli ultimi anni. Se le Province non dovessero venire ripristinate, rimanga la memoria storica, in special modo tra i giovani, di ciò che hanno rappresentato soprattutto come fattore identitario per la comunità ed il territorio”.

Ecco un aspetto del salone del Quaglio gremito alla presentazione del libro.

Il meticoloso lavoro della dottoressa Sialino è stato salutato da calorosissimi applausi da parte della folta platea che ha assistito alla presentazione del libro che si configura fin d’ora come una importante opera, riccamente documentata, a ricordo di un ente – se un giorno non dovesse rinascere, non si può mai sapere – che ha accompagnato la storia locale per oltre duecento anni (esattamente dal 1806), in momenti di grandi difficoltà, come quelli dopo le guerre o il terremoto, ma anche di speranza, di ripresa e di sviluppo di questo nostro amato Friuli. Tutto cancellato con un colpo di spugna (pardon, di legge!). E proprio la storia si incaricherà di dimostrare se quella riforma andava fatta o meno.

Palazzo Belgrado ormai è stato svuotato delle sue storiche competenze.

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In copertina, foto-ricordo per Raffaella Sialino con Bordin e Zanin.

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L’addio a Giuseppe Tonutti: all’epoca del sisma fece parlare il Friuli con Roma

di Giuseppe Longo

Un altro grave lutto ha colpito oggi la politica del Friuli Venezia Giulia.   Si è spento, infatti, all’età di 93 anni, nella sua casa di Fagagna, l’ex senatore Giuseppe Tonutti, la cui dipartita si aggiunge a quelle recenti di Ettore Romoli, presidente del Consiglio regionale, e dell’ex ministro Mario Toros.

I funerali saranno celebrati martedì mattina, alle 10.30, nella chiesa di San Giorgio Maggiore in via Grazzano, a Udine.

Con la scomparsa di Tonutti, si chiude un’altra importante pagina di storia politica friulana e in particolare di quella contrassegnata dalla Democrazia cristiana.   Del partito cattolico è stato infatti un importante leader a livello regionale e pure nazionale, avendo ricoperto il ruolo di segretario amministrativo a metà degli anni Ottanta.   Una importante carica, coincisa con quella politica di Benigno Zaccagnini all’epoca del rapimento e della barbara uccisione di Aldo Moro, presidente della Dc, del quale proprio nei mesi di marzo e maggio scorsi si è celebrato il quarantennale della tragica vicenda.

Ma la carica politica si è incrociata, negli stessi anni, anche con quella istituzionale.   Giuseppe Tonutti fu eletto infatti senatore nel 1976 :  mi ricordo ancora benissimo quelle elezioni fatte, in alloggi prefabbricati, a poche settimane da quel terremoto che aveva sconvolto il Friuli.   Sarebbe rimasto in carica fino al 1987, cioè negli anni cruciali della rinascita post-sismica.   E il suo apporto fu prezioso perché anche Tonutti, come Toros, seppe tenere sempre in  efficienza il collegamento tra Udine e Roma, cioè tra l’amministrazione regionale guidata da Antonio Comelli – da poco ricordato nel ventesimo anniversario della scomparsa come il “Presidente della ricostruzione” – facendo funzionare proficuamente il “dialogo” tra il governo centrale e quello locale, tanto da realizzare il “modello Friuli”
tuttora indicato come esempio.

Tonutti, da Roma, ebbe modo infatti di occuparsi direttamente del disastro che aveva colpito la sua terra in quanto fece parte della Commissione speciale Terremoto Friuli, dando appunto anche lui il suo importante apporto che ha consentito di ottenere, in uno sforzo corale, quel miracolo che ha ricostruito i paesi distrutti in appena dieci anni.   Un risultato che non è stato purtroppo visto mai in nessun altra regione italiana.   E questo, abbiamo avuto modo di  ricordarlo in altre occasioni, è stato il frutto di quel decentramento dei poteri – dallo Stato alla Regione, e quindi da questa ai Sindaci funzionari delegati – che si è rivelato la carta vincente del processo di rinascita, avendo consentito un importante taglio della burocrazia e quindi uno snellimento delle procedure che altrimenti sarebbero state oltremodo lunghe e complesse.

In questa nuova impostazione della gestione post-sismica – davvero innovativa, direi rivoluzionaria, per l’epoca – non mancò l’apporto del senatore Tonutti, uomo dalla solida preparazione politica e istituzionale, doti unite alla serietà e onestà del friulano verace.   E questi caratteri, al termine del mandato parlamentare, l’onorevole Tonutti li espresse anche attraverso altri importanti locali assunti a livello locale. Fu infatti presidente della Cassa di risparmio di
Udine e Pordenone – incarico assunto anche da Comelli al termine del lunghi mandati in Regione – e della finanziaria Friulia, ma anche di Autovie Venete e del Porto di Trieste.

Anche a lui il suo Friuli deve riconoscenza, serbandone un grato ricordo.

in copertina la foto del senatore Giuseppe Tonutti dal sito ufficiale del Senato

http://www.senato.it/leg/07/BGT/Schede/Attsen/00002398.htm

Il governo del “panettone”?

di Giuseppe Longo

Ci mancava soltanto il governo del “panettone”. Per il resto, in questa stranissima legislatura, abbiamo visto di tutto. O meglio quasi tutto, perché credo che altre sorprese o stravaganze siano dietro l’angolo. Per non parlare di certezze. Le uniche, per ora, le abbiamo in Friuli Venezia Giulia, con l’elezione del nuovo governatore Massimiliano Fedriga, e da lunedì prossimo a Udine con la proclamazione del nuovo sindaco che uscirà dal ballottaggio di domenica tra Pietro Fontanini (Centrodestra) e Vincenzo Martines (Centrosinistra).
In questi abbondanti sessanta giorni post-elettorali in cui l’unica grande assente è stata la Politica – e lo dico con grande amarezza nel 40mo anniversario del barbaro sacrificio con cui le Brigate rosse condannarono Aldo Moro – abbiamo assistito a un oziosissimo gioco dell’oca, nel quale si facevano uno o due passi avanti che poi venivano prontamente annullati da tre indietro, tanto da non portare a nulla. Anche se non è proprio così. Un risultato c’è ed è l’unico: il tradimento della volontà popolare. Scusate la parola forte, ma come può essere altrimenti definito il non tenere in minimo conto la scelta espressa dagli elettori che il 4 marzo hanno attribuito a Centrodestra e Cinque stelle quasi il 70 per cento dei consensi, cioè la maggioranza più che assoluta? Invece, a furia di veti e controveti, accuse e controaccuse, siamo ancora fermi alla casella iniziale, con la prospettiva di un altro governo tecnico – ma non ne abbiamo avuti abbastanza? – o istituzionale o neutro che dir si voglia, chiamato dall’alto del Colle a subentrare all’esecutivo di Gentiloni per il quale una ulteriore proroga è inimmaginabile. E, come se non bastasse, si parla a sproposito di elezioni bis il 22 luglio, quando tutti, o quasi, sono al mare, in montagna o dove cavolo vogliono. Chi andrebbe a votare in piena canicola, quando si sognano almeno i 30 gradi per avere un po’ di “fresco”? Si sono visti i risultati di date maldestre proprio qui, quando si è votato tra due feste nazionali. Ed era appena il 29 aprile…
Altra prospettiva è appunto il “governo del panettone” – perché arriverebbe fino a Natale o San Silvestro -, tanto da poter salvare la faccia con l’Europa, scongiurare l’aumento automatico dell’Iva e licenziare uno straccio di legge di stabilità o finanziaria, come si diceva più chiaramente fino a qualche anno fa. E poi subito al voto con il cappotto, ancora prima del 4 marzo di recentissima memoria.
Che tristezza! Tuttavia, il presidente Mattarella non ha spento l’ultima speranza in un accordo politico, anche perché si rende conto che questo “governo di tregua” sarebbe impallinato in Parlamento, come già dichiarato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio a nome di Lega e M5S. Ma se non ci sarà l’intesa dell’ultima ora – e qui tutti pensano a quel famoso quanto improbabile passo indietro o di lato di Silvio Berlusconi – non resterà che ridare la parola agli italiani. E poi ancora con il famigerato Rosatellum? Per avere gli stessi risultati o quasi? Perché non è affatto detto che a livello nazionale i pentastellati andrebbero incontro allo scivolone che li ha umiliati in Friuli Venezia Giulia. E allora? Di sorprese ne avremo ancora parecchie. Peccato, però, che i mercati non ci ridano sopra. Ne abbiamo appena avuto un assaggio.

Sappada al primo voto in Fvg: con Fedriga punta al rilancio

di Giuseppe Longo
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Cinque stelle?
A Sappada piacciono di più quelle del suo bellissimo cielo incastonato tra le Dolomiti.
Nelle prime elezioni regionali per il Friuli Venezia Giulia dopo il distacco ufficiale dal Veneto, avvenuto alla fine del 2017, il rinomato centro turistico ha infatti riservato soltanto l’1,68 per cento dei voti alla lista capeggiata da Alessandro Fraleoni Morgera (poco più di quella autonomista di Sergio Cecotti: 1,01), mentre ha votato a valanga – è proprio il caso di dirlo trattandosi di una cittadina molto nevosa – il Centrodestra di Massimiliano Fedriga al quale ha attribuito la bellezza del 72,56 per cento.
Sergio Bolzonello per il Centrosinistra si è invece fermato al 24,75.
I voti validi erano 594 su poco più di 1300 residenti.

Così, mentre a Udine, nuova città capoluogo di riferimento (anche se più lontana e ormai senza Provincia) dopo il divorzio da Belluno, cresce di tono la sfida tra Pietro Fontanini e Vincenzo Martines in corsa per il ballottaggio di domenica 13 maggio, a Sappada si guarda al rilancio e a una nuova stagione di sviluppo.
L’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Manuel Piller Hoffer (lista civica), conta molto infatti sul sostegno che le potrà essere assicurato dal Friuli Venezia Giulia, Regione a Statuto Speciale, per la valorizzazione delle sue piste da sci.

Un obiettivo, quello del potenziamento degli impianti, che potrebbe essere funzionale anche alla partecipazione, assieme agli altri poli invernali della nostra regione, alle Olimpiadi invernali del 2026 che Venezia ha chiesto in sintonia con il Trentino Alto Adige ottenendo l’immediato appoggio friulano tramite Federalberghi.
È chiaro che la richiesta di Cortina – la città capofila che ospitò i Giochi sulla neve già nel 1956 – dovrà fare i conti con quelle molto forti di Torino e Milano, ma il governatore veneto Luca Zaia è ben determinato a portare avanti la sua battaglia.
E dovrebbe essere scontato l’appoggio dell’omologo friulgiuliano Fedriga, pure leghista, appena insediato nel suo nuovo ruolo.
Una parola definitiva su quale candidatura sostenere davanti al Coni e al Cio dovrà però venire dal governo che tarda ancora ad essere formato nonostante siano passati due mesi dalle elezioni politiche.
Per domani, lunedì, il capo dello Stato ha convocato la terza consultazione al Quirinale e poi prenderà una decisione. Speriamo sia la volta buona!
Una prospettiva di crescita ulteriore dunque per Plodn, come è chiamata la località nell’antico tedesco locale (è un’isola alloglotta come Sauris e Timau), sebbene finora abbia fatto progressi molto consistenti. Una prospettiva che si auspica incoraggiata e sostenuta proprio dal Friuli-Venezia Giulia, Regione con la quale Sappada ha voluto andare lasciando il Veneto nel quale era dal 1852 quando lasciò la storica Provincia del Friuli.
Quindi con il referendum del 2008, passato con ben il 95 per cento di consensi, la cittadina dolomitica, incuneata in una stupenda vallata tra Carnia e Cadore a 1217 metri di quota (proprio qui nasce il Piave), ha chiesto di tornare all’antico.
Anche perché Sappada si è sempre sentita socialmente e culturalmente più vicina al Friuli che al Veneto.
La parrocchia di Santa Margherita, per esempio, fa parte dell’Arcidiocesi di Udine – una fra le più vaste d’Italia -, ha forti legami con Tolmezzo soprattutto dal punto di vista sanitario e sportivamente parlando gli atleti si formano e crescono nei Comitati friulani.
E dove milita, da sempre, Sappada se non nel Campionato Carnico?
Insomma, un ritorno a casa: per questo i sappadini ci tenevano a votare già da queste elezioni regionali.