Quei volti “veri” nelle opere di Tita Gori raccontati da don Alessio Geretti: nella Pieve di Nimis ultimo giorno con la mostra delle otto tele salvate dal sisma

di Giuseppe Longo

NIMIS – «In quel volto di donna riconosco quello di mia nonna Lucia». La Pieve di Nimis, gremita più che mai, era attentissima nell’ascoltare le parole di don Alessio Geretti, quando si leva la voce – non certo per interrompere la illustrazione di una serie di belle diapositive da parte del sacerdote-esperto d’arte, quanto per interloquire con una osservazione molto interessante – di uno dei pronipoti di Tita Gori, figlio di Luisa Tessitori, la quale a sua volta figlia di “Luzine” e dell’indimenticato senatore Tiziano, il “padre” della nostra Regione autonoma. Il giornalista Michele Meloni, da sempre affascinato dalla pittura del bisnonno materno, voleva infatti mettere l’accento su un particolare-chiave: in quei volti così espressivi “raccontati” dall’artista nato nel 1870 e morto nel 1941 si riflettono non solo diversi componenti della sua famiglia cresciuta nella casa all’ombra dell’ultramillenario campanile, ma anche diversi borghigiani o compaesani, se non addirittura avventori che si fermavano alla sua osteria.

Don Geretti, ideatore e curatore delle magnifiche mostre che hanno fatto diventare grande la piccola Illegio, sui monti sopra Tolmezzo – proprio quella sera a Nimis avevano annunciato che l’indomani sarebbe arrivato l’ultimo attesissimo pezzo, un capolavoro di Caravaggio -, ha insistito molto infatti sui volti “veri” di Tita Gori, raffigurati negli affreschi della stessa Chiesa matrice – che oggi celebra i Santi Martiri Gervasio e Protasio -, ma anche nelle otto tele a olio che Ottone, uno dei tanti figli del pittore, riuscì a salvare (e poi a restaurare a proprie spese), prima che quegli impietosi bracci meccanici completassero l’opera demolitrice del terremoto nella comparrocchiale di Santo Stefano, in Centa, e nell’asilo infantile edificato negli anni Venti da monsignor Beniamino Alessio, a pochi anni dal suo arrivo in paese.
Volti veri, dunque, tanto che Tita Gori è stato associato ai “preraffaeliti”, cioè a quei pittori appartenenti al movimento nato a Londra a metà Ottocento e che si rifaceva all’arte esistita, appunto, prima di Raffaello Sanzio. Quindi, volti non più ideali e perfetti, ma che riflettono quelli della vita di ogni giorno e che siamo soliti incontrare, ma che ugualmente fanno descrivere all’artista una “bellezza” che avvicina a Dio. Don Alessio ha ricordato, a tale riguardo, anche quanto sostenne il compianto Licio Damiani, giornalista e raffinato critico d’arte, il quale su incarico del Comune di Nimis nel 1991, in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’artista di San Gervasio, scrisse un bel libro intitolato “Tita Gori e i Giardini del Paradiso” facendo riferimento, appunto, a un concetto di bellezza vera, non idealizzata, che ha fatto da filo conduttore a tutta l’opera del pittore celebrato e che si ritrova, come detto, anche nelle otto tele che i figli di Ottone – Caterina, suor Sara e Giancarlo – hanno lodevolmente deciso di restituire alla Chiesa di Nimis e che sono rimaste esposte in questa settimana suscitando grandissimo interesse, grazie alla mostra sapientemente allestita dal Centro friulano arti plastiche, presieduto da Bernardino Pittino, che nell’occasione ha abbinato pure l’esposizione di opere di alcuni artisti associati che si sono ispirati proprio al messaggio artistico di Tita Gori. Un artista dalle innate capacità, ma che ha avuto la fortuna – come ha osservato don Geretti – di avviare la propria formazione alla “scuola” di un prete di grande apertura mentale e culturale, quale fu monsignor Agostino Candolini, pastore di Nimis per lunghi decenni prima dell’arrivo di “pre’ Beniamin”.


Insomma, una vera e propria “lectio magistralis” quella di don Alessio Geretti, ascoltata con grande interesse perché esposta con un linguaggio non cattedratico ma immediato, accessibile a tutti, arricchito, come detto, da una serie di proiezioni che non hanno riguardato soltanto le opere di Tita Gori, ma anche altre, esemplificative, che hanno aiutato a inquadrare meglio il pensiero artistito del pittore di Nimis. Sulla cui figura aveva proposto un affettuoso e documentato ritratto anche la trisnipote Francesca Totaro, esperta in beni culturali, la quale aveva parlato in occasione dell’apertura della mostra. Come detto, le otto tele a olio potranno essere ammirate anche oggi, in occasione della Messa solenne delle 11 e di quella vespertina delle 19. Poi l’antica Pieve tornerà alla consueta tranquillità, con il “suo” Tita Gori che rimane impresso nei medaglioni di Santi, Evangelisti e personaggi biblici degli archi e nelle scene che abbelliscono il presbiterio.

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In copertina, Lucia Gori Tessitori, giovanissima, ritratta dal padre accanto a Gesù; all’interno, don Alessio Geretti, durante la sua applauditissima “lectio magistralis” e due aspetti della mostra dedicata a Tita Gori nella Pieve di Nimis.

Nell’antica Pieve i “gioielli” di Nimis: gli affreschi di Tita Gori si fondono con le otto tele salvate da Ottone dopo il sisma

di Giuseppe Longo

NIMIS – “Questi sono i miei gioielli” (Haec ornamenta mea), disse Cornelia, la madre dei Gracchi. Mi pare appropriato prendere in prestito la famosa locuzione latina per sottolineare quanto vivrà Nimis in questa settimana, a cavallo della ricorrenza dei Patroni Gervasio e Protasio (19 giugno) e che ha preso corpo e immagine ieri pomeriggio, quando, nell’antica Chiesa matrice, è stata inaugurata una bellissima mostra dedicata a Tita Gori (1870-1941) nella quale, a cura del Centro friulano arti plastiche, sono esposte otto tele a olio di grande formato, appartenute alla Chiesa di Santo Stefano e all’Asilo infantile (vittime della demolizione post-sismica) e che furono salvate e restaurate da Ottone, figlio dell’artista che era nato nella casa-osteria all’ombra del campanile della Pieve. E proprio dalla torre millenaria, alle sei in punto, si è levato un festoso scampanìo – “O cjampanis de sabide sere” avrebbe esclamato Luigi Garzoni, direttore anteguerra pure del Coro di Nimis – che ha fatto interrompere la ricca relazione di Francesca Totaro, ma che non ha affatto disturbato. Anzi il pubblico che affollava la Chiesa tanto amata da Tita Gori ha atteso pazientemente, ascoltando volentieri il gioioso e solenne concerto.

Monsignor Rizieri De Tina

Giuseppe Mareschi, commissario

Bernardino Pittino, Cfap

Ecco, allora, i “gioielli di Nimis” – tornando ai Gracchi, Caio e Tiberio – rappresentati proprio dalle otto tele salvate dal terremoto e dagli affreschi, medaglioni di Santi negli archi e scene evangeliche nel presbiterio, che l’artista di San Gervasio realizzò su incarico di monsignor Agostino Candolini, predecessore del pievano Beniamino Alessio. Opere che, proprio in questa importante settimana, si fondono in tutt’uno, offrendo gran parte di quanto è rimasto di Tita Gori nella sua Nimis, dopo la gravissima perdita di Centa che a 48 anni dal terremoto non sono ancora riuscito a metabolizzare. E né ci riuscirò, sono certo!

Una parte del folto pubblico.


Semplice, ma ricca di contenuti la cerimonia inaugurale, introdotta da monsignor Rizieri De Tina, il quale ha sottolineato l’importanza che il paese si ritrovi assieme al suo grande artista. Nel contempo, l’arciprete ha ringraziato tutti coloro che hanno consentito questa manifestazione. A cominciare da Ottone Gori, alla cui memoria è andato un deferente omaggio, e dai suoi figli, Caterina, suor Sara e Giancarlo, tutti presenti assieme ad altri numerosi discendenti di Tita: fra tutti, Luisa Tessitori, figlia di Lucia e del senatore Tiziano, innamorata dell’arte del nonno. Quindi ha portato un saluto il commissario straordinario Giuseppe Mareschi che ha il compito di “traghettare” il Comune di Nimis fino alle elezioni amministrative del prossimo anno, seguito dall’architetto Bernardino Pittino, figlio dell’artista autore del grande mosaico parietale che da 60 anni fa da sfondo all’altare nel quale sono raffigurati proprio i Santi Gervasio e Protasio. Il Cfap da lui presieduto ha infatti provveduto all’allestimento della mostra, fruendo della preziosa collaborazione dei coniugi Paganello che ne sono stati appassionati artefici. E nell’occasione alcuni artisti soci del sodalizio udinese hanno realizzato delle opere, pure esposte nella Pieve, che rileggono in chiave contemporanea i tratti e il messaggio di Tita Gori. Sono Adriana Bassi, Marisa Cignolini, Catia Maria Liani, Luigi Loppi, lo stesso Bernardino Pittino e Rinaldo Railz.

L’esperta Francesca Totaro


Al termine, la citata relazione della dottoressa Francesca Totaro, laureata in beni culturali, che ha proposto un affettuoso ritratto del trisnonno artista (nell’articolo sottostante il testo integrale del suo intervento). Della sua arte si occuperà in maniera approfondita domani, alle 20.30, nella stessa Chiesa, anche don Alessio Geretti, sacerdote ed esperto d’arte di grande fama per aver ideato e portato avanti da molti anni le stupende mostre di Illegio, a Tolmezzo. Questo il titolo della sua lectio magistralis: “Il mistero semplice: un Cristo di Cielo tra gente di Terra nella pittura di Tita Gori”. A domani!

I quadri di Tita Gori e degli artisti Cfap.

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In copertina, gremita la storica Pieve di Nimis per la mostra su Tita Gori.

Tita Gori quel “dipintor serafico” che nel suo amato paese rimarrà vivo per sempre

di Francesca Totaro

“Il dipintor serafico”, così venne definito Tita Gori, figura immortale di Nimis, la cui arte e le preziose memorie tramandate dai suoi figli e dai suoi nipoti hanno contribuito a mantenere viva la sua eredità.

Nato con il nome di Gio Batta Gori a Nimis il 22 giugno 1870, Tita era figlio di Francesco e Giustina Gori. Fin da piccolo, visse in un ambiente familiare esteso, poiché due zii senza figli si unirono alla sua famiglia, garantendogli un’infanzia ricca di affetto e attenzioni, e alla fine portandolo a ereditare tutti i beni familiari che, tuttavia, mai riuscirono a scalfire la sua umiltà. Tita frequentò le scuole elementari locali a Nimis e negli stessi anni ebbe la possibilità di accrescere le sue conoscenze grazie a Monsignor Candolini, suo precettore, che non solo contribuì ad arricchire il suo bagaglio culturale, lo introdusse anche alla lettura delle Sacre Scritture, nonché alla poesia lirica e cavalleresca, ampliando in maniera significativa il suo orizzonte culturale intellettuale, e portandolo a pubblicare un piccolo poemetto sul giornale “Pagine Friulane” ispirato dalla lettura del poema de l’Orlando Furioso di Ariosto. All’età di vent’anni, mosso da un’innata e profonda passione per la pittura che aveva iniziato a coltivare già da tempo, Tita decide di intraprendere un percorso di studi alla prestigiosa Accademia di Belle Arti di Venezia; nella città lagunare ebbe l’opportunità di conoscere direttamente le opere dei grandi maestri veneziani del Rinascimento e le numerose chiese, oltre che approfondire gli studi di anatomia umana; un’esperienza che avrebbe potuto segnare una svolta nella sua carriera professionale.
Tita si avvicinò all’arte per vocazione innata, per puro e personale amore verso questa materia e senza la preoccupazione di identificarsi in una scuola o tendenza particolare, anche se la critica contemporanea oggi lo avvicina alla pittura dei preraffaelliti. La sua arte è guidata da un animo profondamente intriso di fede che, accompagnato allo studio da autodidatta, lo porta in maniera naturale a dedicarsi per tutta la vita alla pittura religiosa.

Tuttavia, nonostante le straordinarie opportunità offerte da Venezia, dopo soli tre mesi, Tita sentì che la città non era il luogo adatto a lui e decise di fare ritorno nella sua amata Nimis, nella convinzione profonda che per lui la vera ispirazione fosse la natura, e così fu. Dopo essere tornato a Nimis, negli ultimi anni dell’Ottocento conosce e sposa una giovane donna di origini padovane, Caterina Gervasi, dalla quale poi avrà ben 11 figli, 2 dei quali morirono però in giovane età. Nonostante le difficoltà, la casa natale di San Gervasio rimase sempre il punto di riferimento centrale per l’intera famiglia, fungendo da luogo di conforto e stabilità. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914 ebbe un impatto significativo sulla famiglia Gori, costringendola a fuggire verso Roma a bordo di un treno merci. Nella capitale, trascorsero circa tre anni ospitati da alcuni conoscenti, prima di poter tornare finalmente nella loro amata Nimis.
Durante questo periodo romano, mentre la moglie trovò lavoro come domestica, Tita attraversò una lunga fase di depressione; sebbene gli fosse stato offerto un lavoro come scenografo nella nascente Cinecittà, egli rifiutò l’incarico e trascorse questi anni senza dedicarsi a nessuna attività artistica. Il senso di appartenenza alla propria comunità, al paese natale e soprattutto alla famiglia saranno dei fattori determinanti che influenzeranno sempre la vita e le scelte del pittore. Ritornato dagli anni dell’esilio romano, Tita riprende a pieno ritmo la sua attività artistica, la quale si si sviluppa parallelamente alla gestione della locanda a conduzione familiare a San Gervasio, che oggi porta il nome de La Valanghe.
L’osteria, focolare di riferimento per l’intero paese, diventa per Tita una miniera per stimolare la sua creatività. I viandanti e gli avventori quotidiani che vi si fermavano ricevevano una calorosa ospitalità, un bicchiere di vino e sempre qualcosa da mangiare; in cambio, Tita riceveva qualcosa di ben più prezioso: l’ispirazione.
Dopo gli anni difficili passati a Roma, il ritorno a Nimis non solo fu un conforto per il suo animo, ma diventò un motivo di stimolo per ritornare sui suoi passi e ricominciare a praticare in maniera costante la sua innata passione per la pittura.
La locanda, portata avanti da Siore Rine, mentre Tita si dedicava all’arte, era come un piccolo universo luogo di ospitalità e ristoro per chiunque ne avesse bisogno. Tita vi passava molto tempo, lo incuriosivano i volti delle persone che vi si fermavano e che spesso diventavano suoi modelli da trasporre nelle figure di Giuda o di Barabba o di altri personaggi biblici.
Il suo studio si trovava al primo piano della casa, sopra l’osteria, ed è qui che nascevano le idee per i suoi dipinti. Il corridoio presentava il soffitto completamente dipinto in quanto Tita aveva bisogno di studiare a lungo la composizione prima di trasporla sul supporto finale. Lo studio vero e propria era chiamato “la sala”, ove Tita passava moltissime ore con il sigaro toscano tra le labbra, davanti al suo cavalletto, per studiare ed abbozzare le sue figure. I suoi modelli prediletti erano quattro dei suoi figli: Antonietta, Adriana, Luzine e Pietro. I bambini salivano nel suo studio e passavano lunghe ore con il Papà che li faceva mettere in posa per studiarne i movimenti e le pieghe dei panneggi.

In certi periodi dell’anno, quando Tita era molto impegnato, non lo si vedeva per il paese anche per intere settimane, se ne stava chiuso nel suo studiolo in cerca di ispirazione o immerso nella sua concentrazione. Siore Rine non manifestava preoccupazione, appoggiava questa inclinazione del marito e, in questi periodi di lavoro intenso, si preoccupava di fargli recapitare qualcosa da mangiare direttamente al suo studio.
Tita era un artista molto impegnato, affrescò le pareti di molte chiese della regione, molte delle quali a Nimis e frazioni, e realizzò tele che oggi sono conservate anche in Slovenia. Si vergognava spesso di farsi pagare per il suo lavoro, che in fondo non era che per lui la passione più grande. Uno dei lavori fra i più importanti tra quelli da lui realizzati è forse il restauro della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, al quale si dedicherà per molti anni, rilevante non solo per la qualità degli affreschi indubbiamente preziosi e pregiati, ma soprattutto per il legame che Tita instaura con questo ambiente: ne era il custode, ne possedeva le chiavi, era la chiesa del suo borgo, quello che non ha mai smesso di mancargli ogni qualvolta ha dovuto allontanarsene, per sua volontà o per cause di forza maggiore.
Tra le tante cose che fece, per un certo periodo Tita ricoprì la carica di Sindaco di Nimis attività che però, e qua cito da un articolo scritto in sua memoria negli anni ’70 «la politica era per lui mezzo contingente, mentre la vita, tutta la vita bene vissuta era la sintesi e il fine». Tita era un uomo umile, tutto quello che fece per il Paese fu per puro amore verso di esso, lasciando perciò come esempio non solo una straordinaria attitudine verso l’arte ma anche e soprattutto l’esempio di una vita vissuta all’insegna di quelle virtù come la dedizione al lavoro, la beneficienza e la disponibilità ad aiutare il prossimo, che, condotte da una rettitudine morale e da una profonda e sincera fede in Dio, ci lasciano in eredità la testimonianza di una figura chiave per il nostro paese. Fu sia pittore che agricoltore, possedeva molti terreni e uno splendido appezzamento di terra che dalla locanda arrivava fino alle rive del Cornappo, il cosiddetto “broili”. Qua Tita passava il tempo quando non era impegnato a dipingere, vi passeggiava nelle calde giornate estive con un vecchio cappello di paglia, dirigendo il lavoro dei figli e dei coloni che si occupavano delle sue terre.
Era un uomo di campagna, si curava delle sue vigne e dei suoi frutteti con molta attenzione, aveva anche uno splendido giardino con un piccolo laghetto, adornato da piante e alti alberi sotto cui Tita soleva andare a riposarsi o a passare del tempo con i suoi amici o con gli avventori della locanda che per lui diventavano subito parte della famiglia. Viene a mancare il 24 maggio del 1941 alla soglia dei 71 anni, lasciando in eredità a tutta la comunità non solo la sua produzione artistica ma l’esempio di una vita vissuta all’insegna di una fede radicata, inscalfibile e sempre viva, che lo guidò in ogni sua decisione e che fu materia fondamentale per la sua attività di artista.
Siamo orgogliosi oggi di presentare e poter ammirare queste opere, salvate dalla furia del terremoto grazie al figlio Ottone, che si preoccupò del restauro e della loro conservazione. Ringraziamo poi i figli di Ottone per aver consentito a tutta la comunità di poter beneficiare di questi capolavori, profondamente connessi alla storia del nostro paese, alcuni dei quali ritornano dopo tanti anni in questa chiesa, così antica e così amata da Tita, il cui ricordo si lega al suo prezioso e inestimabile lavoro artistico che, sostenuto dalle memorie tramandate di generazione in generazione dai suoi eredi, contribuiranno a renderlo vivo per sempre.

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In copertina, il tradimento di Giuda e all’interno le altre sette tele di Tita Gori.

Da domani nell’antica Pieve di Nimis grande mostra con i quadri di Tita Gori e le opere degli artisti friulani del Cfap

di Giuseppe Longo

Conto alla rovescia, a Nimis, per la mostra delle grandi opere su tela di Tita Gori allestita nell’antica Pieve dei Santi Gervasio e Protasio, che sorge proprio vicinissima alla casa dell’artista (1870-1941), il quale fu incaricato dalla Parrocchia di integrare le pitture interne nelle aree sprovviste di affreschi antichi. Come già annunciato, saranno esposti otto quadri a olio di grandi dimensioni che furono presi in custodia all’indomani del terremoto di 48 anni fa dal figlio Ottone: erano esposti nella sacrestia della Chiesa di Santo Stefano, in Centa, e nell’Asilo infantile, edifici entrambi danneggiati da quelle scosse indimenticabili, ma che finirono irrimediabilmente travolti dall’opera demolitrice della pala meccanica. E nella comparrocchiale c’era, purtroppo, il più vasto ciclo pittorico dell’artista scomparso 83 anni fa.


Gli otto quadri sistemati su appositi supporti si “fonderanno” pertanto con gli affreschi di Tita Gori che si possono ammirare nei tre archi a sesto acuto della Chiesa e nel presbiterio regalando una meravigliosa immagine a quanti entreranno nello storico luogo sacro, le cui origini affondano nel VI secolo dopo Cristo, quando venne costruito un tempietto che via via si è evoluto fino a essere dotato del bellissimo campanile e a raggiungere le dimensioni attuali. Una iniziativa che la Parrocchia di Nimis – alla quale i discendenti dell’artista hanno deciso di riaffidare le otto opere che le appartenevano – ha opportunamente scelto di collocare a cavallo del giorno in cui ricorre la memoria dei Santi Gervasio e Protasio (19 giugno) protettori di Nimis, anche se la festa patronale vera e propria viene fatta tradizionalmente coincidere con la festività mariana dell’8 settembre celebrata a Madonna delle Pianelle.
In questa importante occasione gli otto dipinti tornano, dunque, a essere fruibili alla comunità nimense e a tutti coloro che amano l’arte. La inaugurazione della mostra è fissata per domani pomeriggio, alle 17.30, con l’intervento del parroco, monsignor Rizieri De Tina, del commissario del Comune di Nimis, Giuseppe Mareschi, del presidente del Centro friulano arti plastiche, Bernardino Pittino, e dell’esperta in beni culturali, Francesca Totaro, discendente di Tita Gori. Il Cfap di Udine ha infatti collaborato nell’allestimento della mostra, grazie all’interessamento dei coniugi Paganello, tanto che pure alcuni suoi artisti associati esporranno in questa occasione proponendo opere che rileggono, in chiave contemporanea, i tratti e il messaggio di Tita Gori: Adriana Bassi, Marisa Cignolini, Catia Maria Liani, Luigi Loppi, Rinaldo Railz e lo stesso Bernardino Pittino.
Una curiosità molto interessante: l’architetto Bernardino Pittino è figlio di Fred Pittino, il grande artista friulano nativo di Dogna che realizzò il mosaico, nella stessa Chiesa matrice all’epoca dei generali restauri dei primi anni Sessanta, con la raffigurazione dei Santi Gervasio e Protasio, della Madonna con Bambino e altri Santi, opera richiesta dopo la rimozione del vecchio altare (sostituito con l’attuale, semplice come richiesto dalla liturgia post-conciliare), ma che non evitò di dover sacrificare un affresco dello stesso Tita Gori che raffigurava il Trionfo dell’Agnello. Della pittura dell’artista di Nimis parlerà poi lunedì 17 giugno, alle 20.30, Alessio Geretti, sacerdote esperto d’arte divenuto famoso per le meravigliose mostre di Illegio. La sua sarà una vera e propria “lectio magistralis” dedicata alla figura e al messaggio che con la sua opera volle lasciarci Tita Gori.

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In copertina, una immagine di Tita Gori e all’interna una vecchia foto della Pieve di Nimis come la vedeva lo stesso artista che era nato all’ombra del suo campanile.

Nimis, quegli otto dipinti di Tita Gori salvati nella Chiesa di Centa e nell’Asilo dal figlio Ottone dopo il terremoto

di Giuseppe Longo

Da bambino ero uno dei tanti chierichetti di Nimis che riempivano il presbiterio della indimenticabile Chiesa di Santo Stefano in Centa. E pressoché tutta la mia esperienza di servizio all’altare, nata oltre sessant’anni fa quando ogni Messa in latino cominciava con “Introibo ad altare Dei…”, avvenne durante il plebanato di monsignor Eugenio Lovo, ma era cominciata già alla fine di quello di monsignor Beniamino Alessio, il grande arciprete mancato nel 1962. Io di borgo Valle frequentavo soprattutto l’amata comparrocchiale, perché nell’antica Pieve dei Santi Gervasio e Protasio, oltre il “puint dal plevan” sul Cornappo,  si celebravano soltanto i riti solenni delle grandi festività: era Santo Stefano, infatti, la vera Chiesa intorno alla quale ruotava tutta la vita cristiana del paese.

E quando servivo Messa in Centa il mio sguardo veniva rapito dai grandiosi affreschi che abbellivano il “cielo” della Chiesa e che si fondevano armoniosamente con il monumentale altare del Meyring che oggi ammiriamo in Duomo, ma non più con quell’effetto scenografico che le meravigliose statue arrivate da Venezia a Porto Nogaro sui barconi, e poi portate a Nimis con carri trainati dai buoi, solo là potevano esprimere. E quando, finite le celebrazioni, si tornava in sacrestia la svestizione dei “zaguz” avveniva tra grandi quadri ad olio che richiamavano gli affreschi della navata, perché opera della stessa mano: anche quelli erano stati dipinti da Giovanni Battista “Tita” Gori, l’artista nato nel 1870 sotto il campanile della vetusta Matrice e morto nel 1941, ancora in età relativamente giovane per l’epoca, ma con la fortuna di non aver visto il paese incendiato appena tre anni dopo.
Il vasto ciclo di affreschi di Santo Stefano, purtroppo, è andato distrutto completamente poche settimane dopo il terremoto del 1976, quando forse troppo frettolosamente – ma, si sa, ogni scelta è “figlia” del suo tempo! – si decise, pur con dolore, di radere al suolo lo storico edificio danneggiato, al fine di eliminare ogni possibile fonte di pericolo. Per fortuna vennero salvati, invece, i dipinti della sacrestia, ma anche dell’Asilo infantile (pure demolito!): l’opera la dobbiamo a Ottone Gori, figlio dell’artista, che provvide a sue spese anche al loro restauro. Venendo dunque all’oggi i figli Caterina e Giancarlo, nipoti di Tita, hanno deciso di riaffidarli alla Chiesa di Nimis che, con monsignor Rizieri De Tina, prima di dare agli otto quadri una sistemazione definitiva, ha deciso di esporli per una settimana all’ammirazione dei fedeli e di tutti coloro che amano l’arte sacra nella Chiesa matrice, che pure conserva preziosi affreschi dell’artista di San Gervasio che integrano i cicli antichi, in prossimità della ricorrenza dei Patroni che il calendario ricorda il 19 giugno: la Parrocchia, per fare questo, ha beneficiato della preziosa collaborazione di Gianni Paganello e della moglie Adriana, esperta d’arte.

Tita Gori


Così nella Pieve verrà allestita una mostra con tutti i quadri che oggi sono rimasti a testimoniarci l’arte di Tita Gori – «interprete e cantore di una religiosità popolare e autore di riletture evangeliche calate in una dimensione realistica legata all’esperienza locale», aveva scritto il giornalista e critico d’arte Licio Damiani, al quale il Comune di Nimis aveva affidato la realizzazione di un libro in occasione dei 50 anni della morte del pittore che ricorrevano nel 1991: il suo titolo “Tita Gori e i giardini del Paradiso” – e che sarà inaugurata sabato prossimo alle 17.30, presenti anche il commissario Giuseppe Mareschi, i discendenti dell’artista, in particolare Francesca Totaro, laureata in beni culturali, che illustrerà l’arte del trisnonno, e l’architetto Bernardino Pittino, presidente del Centro friulano arti plastiche. Di Tita Gori e della sua arte parlerà poi lunedì 17 giugno anche don Alessio Geretti, il sacerdote divenuto famoso per essere l’ideatore e il curatore delle meravigliose mostre di Illegio: la sua lectio magistralis s’intitola “Il mistero semplice. Un Cristo di cielo tra gente di terra nella pittura di Tita Gori”. La mostra resterà allestita fino a domenica 23 giugno quando saranno festeggiati i Santi Gervasio e Protasio. Ma su tutto questo avremo occasione di ritornare anche nei prossimi giorni. Per ora era prioritario sottolineare l’importanza dell’iniziativa presa dalla Parrocchia con il patrocinio del Comune di Nimis per rendere omaggio a un artista che ha lasciato tanto in Friuli, e pure all’estero, ma soprattutto al suo paese. L’opera più vasta, come detto, non c’è più da ben 48 anni, ma abbiamo almeno questi bellissimi quadri salvati dal figlio Ottone, alla cui memoria dobbiamo essere grati. Conserviamoli ora come gemme preziose!

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In copertina e all’interno i dipinti a olio di Tita Gori: le foto sono tratte dal libro “Nimis un calvario nei secoli” del compianto commendator Bruno Fabretti.