Nimis, quelle preziose pagine di Mozart e Schubert dedicate da Alberto al nonno Carlo che in tanti hanno voluto salutare

di Giuseppe Longo

NIMIS – Non il tradizionale canto in friulano di invocazione ai Santi, bensì il dolcissimo “Suspir da l’anime” per accompagnare la salma all’uscita della Chiesa prima che il corteo s’incamminasse verso la sua ultima dimora. Alberto Nocera, pianista e organista, amava molto il nonno Carlo e ieri pomeriggio ha voluto dargli uno splendido saluto musicale durante la Messa d’addio celebrata nel Duomo di Santo Stefano, facendo precedere il brano di Oreste Rosso da altri molto famosi, come l’Ave Maria di Schubert e l’Ave Verum di Mozart. Il giovane professionista, uscito dal Conservatorio Tomadini, ha infatti avuto la forza di sedersi all’organo e accompagnare la bellissima voce di Ambra Gerussi, eseguendo queste preziose e suggestive pagine alternandole ai consueti canti esequiali.


Tanti hanno voluto essere presenti all’ultimo saluto a Carlo Gobetti, che si è spento a 85 anni dopo una lunga malattia rivelatasi purtroppo ben presto senza speranze, stringendosi accanto alla sua amata moglie Armanda, alla figlia Alida, ai nipoti Alberto e Giulia, e al genero Pietro Nocera, direttore del consiglio pastorale parrocchiale. Monsignor Rizieri De Tina ha letto una significativa pagina del Vangelo di Giovanni, quella dedicata all’amore, per poi sottolineare le qualità morali che hanno sempre caratterizzato, «con quel suo immancabile sorriso», la vita del defunto: esemplare come marito, come padre, come nonno. Ma anche nel suo lavoro di elettricista. Qualità che l’hanno reso una persona amata e benvoluta da tutti, anche perché quando si trattava di aiutare qualcuno era sempre e subito disponibile. Una particolarità colta pure nelle affettuose parole che ha voluto rivolgergli Renato Zussino, amico da sempre, anche dopo il matrimonio che lo ha portato a vivere a Buja, lontano da quella via Comelli che adesso anche con la scomparsa di Carlo si ritrova sempre più povera e deserta. «Non ti vedremo più – ha detto nel suo toccante saluto in friulano – andare nell’orto e tornare a casa con un mazzo di fiori per la tua Armanda».


Al termine del rito, uscendo, mi è tornato in mente il Duomo, voluto da monsignor Beniamino Alessio, quando era ancora in fase di completamento. All’epoca, erano gli anni Sessanta, all’interno della futura comparrocchiale venivano allestite grandiose pesche di beneficenza – dove c’era sempre anche un importante dono del cardinale Ildebrando Antoniutti, di cui proprio ieri ricorrevano i cinquant’anni della scomparsa – in occasione della plurisecolare sagra settembrina di Madonna delle Pianelle, proprio per finanziare gli ultimi lavori. E sulla cupola gli allora giovani elettricisti di Nimis realizzavano dei giochi di luce meravigliosi, davvero indimenticabili. Uno di loro era proprio Carlo Gobetti: anche per questo merita la gratitudine del paese che lo ricorderà come uno dei suoi figli migliori. Mandi Carlo!

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In copertina, Carlo Gobetti aveva 85 anni; all’interno, don Rizieri benedice la salma e Renato Zussino durante il suo saluto.

A Nimis l’ultimo saluto a Maria Grassi deportata nei Lager assieme alla madre

di Giuseppe Longo

NIMIS – Aveva conosciuto la tremenda esperienza dei campi di concentramento in Germania ad appena quindici anni dove era stata deportata con la madre. Ma, a differenza di tanti altri compaesani, pure catturati in giovane età, ebbe la fortuna di ritornare e riabbracciare i suoi cari. E ieri, proprio per ricordare questa durissima esperienza nei Lager, sul feretro di Maria Grassi, spentasi a 95 anni, era stato deposto il fazzoletto tricolore con il simbolo degli ex internati. Lo stesso che lei portava con orgoglio e gratitudine per essere ritornata nella sua Nimis e che esibiva sempre alle cerimonie commemorative che la sezione presieduta dal commendator Bruno Fabretti, scomparso proprio in una giornata di luglio di un anno fa, collaborava a organizzare assieme alla civica amministrazione per ricordare l’incendio nazista del 29 settembre 1944, le vittime di quel tragico passato e, appunto, della deportazione.
In un caldissimo pomeriggio – simile a quello che, appunto, nel 2023 vide l’addio al suo presidente quasi centenario -, Nimis le ha dato l’ultimo saluto, durante il funerale celebrato nel Duomo di Santo Stefano da monsignor Rizieri De Tina. All’omelia, il sacerdote ha attinto alla pagina del Vangelo di Matteo appena letta, quella delle Beatitudini, per inquadrare la vita di Maria e per sottolineare il suo passaggio all’altra dimensione, quella dell’eternità. Al termine delle esequie, sul sagrato della comparrocchiale, è seguito l’ultimo omaggio con la benedizione della salma. Tutti si sono stretti attorno alle figlie Milena, Dolores, Isabella e Sabrina, oltre che ai generi, nipoti e pronipoti, dicendo “mandi” a una delle ultime superstiti della deportazione.

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In copertina, Maria Grassi scomparsa a 95 anni; all’interno, i funerale e il feretro con il fazzoletto tricolore degli ex internati.

 

 

Nimis, si è spento il sorriso di Rita: commosso addio a una donna sempre ottimista nonostante le difficoltà

di Giuseppe Longo

NIMIS – “Beati gli afflitti, perché saranno consolati”. Monsignor De Tina ha scelto la conosciutissima pagina del Vangelo di Matteo, quella del Discorso della Montagna, per l’ultimo saluto a Rita Tomasino, spentasi in ospedale dopo breve malattia a 73 anni. Al termine di una vita contrassegnata da innegabili problemi fisici, ma sempre affrontati con il sorriso, con l’ottimismo alimentato da una fede cristallina. Anche l’ultima volta che l’ho incontrata nelle strade di Nimis con la sua carrozzina motorizzata, alla consueta domanda «Mandi Rita, cemut vadie?», lei mi aveva risposto con un uno squillante e sorridente: «Dut ben!».
E proprio questo carattere aperto e gioviale, sereno, improntato appunto a una incrollabile visione positiva delle cose, è stato sottolineato anche da don Rizieri durante il funerale celebrato l’altra mattina nel Duomo di Santo Stefano. «Un sorriso che non mancava mai sul volto di Rita, conosciuta da tutti per quei suoi lunghi capelli». Oltre che per l’uso quotidiano, per tutte le sue necessità, della carrozzina. Con la quale aveva il coraggio di avventurarsi anche fuori paese, su strade sempre più trafficate.
Ma la mano della Provvidenza le è stata vicina e l’ha sostenuta, non solo nel compiere pericolosi tragitti, ma soprattutto per affrontare con serenità il suo “calvario”, consentendole un’esistenza durante la quale non ha mai mancato anche di dare una mano alla sua comunità, collaborando già all’epoca del Comitato festeggiamenti in occasione della storica sagra di settembre, quando era immancabile la sua presenza nella roulotte della cassa. Ora, purtroppo, il sorriso di Rita si è spento e non la incontreremo più nelle vie di Nimis, con i suoi lunghi capelli e la sua carrozzina. Ci mancherà!

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In copertina, il volto sempre sorridente di Rita Tomasino morta a 73 anni.

“Mandi” ad Alessandro Comelli a Nimis tra le suggestioni di Signore delle Cime e della Preghiera dell’Alpino

di Giuseppe Longo

NIMIS – “Su nel Paradiso lascialo andare per le tue montagne”: è la commovente invocazione a Dio e alla Madonna che si ripete due volte in “Signore delle Cime”, il canto-preghiera di Bepi De Marzi che Sandro Comelli tanto amava. E i suoi amici cantori hanno voluto dedicarglielo prima che il suo feretro venisse deposto nella cappella di famiglia, dove riposano i genitori e gli altri parenti, fra i quali l’avvocato Antonio, l’indimenticabile presidente della ricostruzione post-sismica. Ma prima ancora, appena terminato il rito di commiato, Gianni Paganello aveva letto la “Preghiera dell’Alpino”, tra i gagliardetti alzati del Gruppo di Nimis, che l’ha avuto per tanti anni guida capace e appassionata, e di quelli dei paesi vicini. Sì, perché Sandro, oltre che bravissimo vignaiolo – esemplare l’azienda vitivinicola e agrituristica “I Comelli” creata assieme ai tre figli che ora dovranno portarla avanti senza la, sempre ascoltata, parola del padre – era anche un “grande” alpino, corpo del quale incarnava e difendeva gli ideali.


Si sono conclusi così, tra queste suggestioni, i funerali di Alessandro Comelli – scomparso a 78 anni in seguito all’aggravarsi delle condizioni di salute -, ai quali ha partecipato una vera e propria folla, nonostante la giornata feriale, per dirgli il suo “mandi”: c’era anche il sindaco Giorgio Bertolla. Gremito il pur ampio Duomo di Santo Stefano, con tantissime persone venute da tutto il Friuli – come al Rosario della sera precedente – per salutare l’uomo gentile e generoso. «Buono», come l’ha definito monsignor Rizieri De Tina durante la predica, dopo la pagina del Vangelo di Matteo letta dal diacono Diego Mansutti, amico di vecchissima data. «E oggi Sandro – ha detto l’arciprete – lascia un vuoto nel nostro paese, che noi stessi siamo chiamati a colmare animati dal suo esempio». Il celebrante ha sottolineato i valori che hanno contraddistinto la vita del defunto, ma ha focalizzato l’attenzione soprattutto sul suo attaccamento alla famiglia – la moglie Livia e i figli Paolo, Francesco ed Enrico – che ha tanto amato. «Un vero esempio – ha sottolineato don Rizieri – in quest’epoca che vede la famiglia in grande crisi». E ha aggiunto: «Questa non è una cerimonia triste, ma una festa sottolineata anche dal colore bianco che indosso durante la Messa».
Al termine della Messa e delle esequie, un lungo corteo ha accompagnato la salma in cimitero. E toccante è stato il saluto dei “suoi” alpini e degli amici cantori che, diretti da Serena Vizzutti, hanno appunto eseguito con emozione lo struggente “Signore delle Cime” ricordando i tempi, ormai tanti anni fa, in cui anche Sandro cantava a Nimis, in quella “Corâl des Planelis” che ormai è rimasta soltanto un piacevole ricordo. Sullo sfondo le montagne illuminate da un sole meraviglioso, quelle che piacevano tanto a Sandro.

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In copertina, l’omaggio dei gagliardetti degli alpini alla salma di Sandro Comelli che esce dal Duomo; all’interno, un momento della Messa durante la predica di monsignor De Tina e il saluto in cimitero.

Solo perdonando può esserci la pace ripeteva l’ex internato Bruno Fabretti: allora sì che “la vita è bella”

di Giuseppe Longo

NIMIS – L’omaggio alla memoria di Bruno Fabretti, sul sagrato, si era appena concluso che dall’interno del Duomo di Santo Stefano giungevano le famosissime note di “La vita è bella”, la colonna sonora che Nicola Piovani scrisse nel 1997 per l’omonimo, pluripremiato film sugli orrori della guerra di Roberto Benigni. Le suonava all’organo il maestro Fabio Canciani interpretando il desiderio che l’ex internato di Nimis aveva espresso, pianificando tutto il rito del commiato, prima di chiudere la sua lunghissima “giornata”, arrivata alla soglia del secolo. Sì, perché il commendator Fabretti, pur avendo tanto sofferto nei campi di concentramento nazisti (Dachau, Neuengamme, Bergen Belsen, Buchenwald), mentre il suo paese veniva dato alle fiamme, aveva avuto la fortuna di ritornare a casa, tra i propri affetti, vivendo appunto “una vita bella” grazie alla pace, alla libertà, alla democrazia, al benessere di cui anch’egli ha potuto fruire dopo le tragedie della Seconda guerra mondiale. Una stagione di speranza e di progresso, alimentata non dall’odio per quanto accaduto, bensì dal perdono. Un concetto che, nel 1989, aveva voluto fosse scritto anche sulla lapide del semplice cippo dedicato alle vittime dei Lager che la sezione ex internati di Nimis, da lui presieduta, realizzò accanto al monumento ai Caduti nel parco delle rimembranze: “Ricordare perdonando perché viva la pace”.

E sul perdono, di fronte a una comparrocchiale gremita – presenti diversi sindaci della zona, con fascia tricolore, assieme al primo cittadino locale Giorgio Bertolla, ad autorità militari, rappresentanze d’arma e combattentistiche -, che si è stretta accanto alla moglie ultranovantenne e ai figli, ha incentrato la sua predica anche monsignor Rizieri De Tina. Attingendo alla pagina del Vangelo di Matteo che parla delle Beatitudini, l’arciprete ha infatti sottolineato che non ci può essere pace senza perdono. Un valore irrinunciabile in cui – ha detto – ha sempre creduto anche Bruno Fabretti, trasmettendolo a migliaia di giovani che ha incontrato in centinaia di scuole e vivendolo intensamente anche nella propria comunità che molto amava e che ha raccontato con le sue fotografie e i suoi libri.
Al termine della Messa di suffragio e delle esequie, la benedizione finale alla salma è avvenuta ai piedi della scalinata del Duomo. Dopo le ultime preghiere del celebrante, ha preso la parola una delle figlie per esprimere un grazie per le tantissime attestazioni di cordoglio ricevute e per la grande partecipazione da tutto il Friuli al funerale, ma anche il rimpianto per non poter festeggiare il centesimo compleanno, il prossimo 15 settembre, data alla quale la famiglia si stava preparando con emozione. Accorate e piene di gratitudine anche le parole che ha voluto esprimere un rappresentante dell’Associazione nazionale ex internati, per l’esempio che il defunto nella sua lunga esistenza ha saputo trasmettere alle nuove generazioni, affinché orrori del genere non abbiano a ripetersi. Hanno concluso gli interventi le espressioni di gratitudine di un anziano parente e le testimonianze di affetto che due giovani nipoti hanno voluto esprimere al nonno.

Prima di loro, aderendo molto volentieri all’invito della famiglia e in particolare della moglie Licia, ho preso la parola anch’io per leggere l’ultimo discorso che l’ex internato aveva pronunciato il 29 settembre di due anni fa, novantasettenne, durante l’annuale commemorazione dinanzi al monumento ai Caduti e a quello che ricorda i morti di Nimis nei campi di concentramento: «Siamo qui oggi – aveva detto allora Fabretti – per ricordare tutti i Caduti per la Patria, ma in particolare i miei compaesani che con gli occhi rivolti al cielo – nei Lager nazisti – imploravano la morte di fronte alle atrocità che subivano. Sono rimasti lassù, senza una tomba che li ricordi, senza la possibilità di portar loro un fiore, una preghiera. Ma essi oggi sono qui con noi, anche se le loro ceneri restano nei verdi campi tedeschi. Li ricordiamo qui oggi, come ogni anno, assieme a tanti altri Caduti – le vittime dell’Eccidio di Torlano, quelle di Nimis del bombardamento tedesco, i partigiani, i morti di Cergneu – e con essi ricordiamo le tristi giornate della distruzione delle nostre case. Li ricorderemo qui ogni anno – con questa cerimonia semplice, ma significativa – per fare memoria nel tempo del loro sacrificio, ma anche perdonare i loro aguzzini. Con un rintocco della nostra campana nomineremo ognuno, affinché il loro ricordo viva fra noi per sempre».
Un discorso che, come appare evidente, è anche un testamento morale, un lascito a noi tutti a non dimenticarci mai di coloro che hanno donato la vita per la libertà. A ricordarci di loro ogni anno nelle nostre cerimonie commemorative, a cominciare da quella del 29 settembre che rievoca la distruzione di Nimis avvenuta nel 1944. Ed è quello che Nimis continuerà a fare proprio nel ricordo di Bruno Fabretti. Il suo esempio di «operatore di pace» – come l’aveva definito in Chiesa il parroco – non andrà disperso, ma aiuterà a vivere in libertà e democrazia, nella consapevolezza che, dopo tutto, “la vita è bella”.

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In copertina e all’interno alcune immagini dei funerali di Bruno Fabretti, l’ex internato spentosi a 99 anni.

 

 

Nimis, grato addio a Mario Ceschia esemplare nel volontariato di paese

di Giuseppe Longo

NIMIS – “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Monsignor Rizieri De Tina ha scelto le parole del Vangelo di Matteo, quelle che parlano delle opere di misericordia, per irrobustire la sua predica tutta incentrata sul volontariato e sulla sua importanza all’interno di un paese. E l’ha fatto per dare l’ultimo saluto a una persona che proprio del volontariato ha fatto un motivo costante della sua esistenza. Ieri pomeriggio, nel Duomo di Santo Stefano, a Nimis, sono stati celebrati infatti i funerali di Mario Ceschia, scomparso a 84 anni dopo una lunga malattia. Sul feretro il cappello di alpino, corpo a cui il defunto era sempre stato orgoglioso di appartenere.


Dinanzi a una Chiesa gremita, che si è stretta accanto ai familiari – in particolare ai figli Antonio e Michela, e idealmente alla moglie Pierina -, l’arciprete ha sottolineato le doti esemplari che hanno sempre contraddistinto l’operato di Mario, sia nella sfera privata – e quindi all’interno della sua famiglia – sia nel campo lavorativo, attraverso il mestiere di elettricista. Ma anche, appunto, nel volontariato, espresso con generosità nell’impegno civile, quale pubblico amministratore per lungo tempo e quale collaboratore nelle varie attività paesane, e nelle attività riguardanti la Parrocchia. “Il volontariato – ha sottolineato don Rizieri – è il vero motore di una comunità e Mario è sempre stato un suo esemplare interprete”.
Mario Ceschia sedette in consiglio comunale per quindici anni, tre mandati. Era stato eletto per la prima volta nel 1970 con il sindaco Guido Barchiesi; quindi una lunga collaborazione fino al 1985 con il successore Giovanni Roberto Mattiuzza (presente alle esequie), durante anni in cui, dopo il terremoto del 1976, fu richiesto il massimo impegno per dare vita alla seconda ricostruzione del dopoguerra. Ma nel contempo, non era mancato mai il suo apporto alle numerose iniziative del paese, organizzate da Pro Loco o Comitato festeggiamenti, anche attraverso il suo apporto professionale. Ricordo ancora quando, giovanissimo, allestiva negli anni Sessanta assieme agli altri colleghi elettricisti la meravigliosa illuminazione sulla cupola del Duomo da ultimare durante la tradizionale “Madone di setembar”, l’antica sagra che allora si svolgeva quasi interamente nel centro cittadino e proprio nella grande Chiesa voluta da monsignor Beniamino Alessio veniva allestita una famosa pesca di beneficenza a sostegno delle opere parrocchiali. Nel contempo, Mario era era sempre attivo e presente anche all’interno dell’allora Unione artigiani del Friuli, facendo sentire la sua voce a favore della pedemontana.
Al termine del rito, al quale ha partecipato anche il sindaco Giorgio Bertolla, un lungo corteo ha accompagnato la salma in cimitero. Avvenuta la tumulazione, il capogruppo Ana di Nimis, Roberto Grillo, ha letto ha “Preghiera dell’Alpino” dinanzi ai gagliardetti alzati in segno di saluto. Un vero peccato che Ceschia non abbia fatto in tempo a vedere, ovviamente attraverso la televisione, la grande Adunata nazionale che in maggio tornerà dopo tanti anni a Udine. Il destino, purtroppo, ha voluto che l’alpino Mario “andasse avanti” prima.

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In copertina e all’interno l’addio a Mario Ceschia: la benedizione della salma in Duomo e la tumulazione seguita dalla “Preghiera dell’Alpino”.

 

 

A Nimis tantissimi per dire Mandi ad Alberto Trevisan “uno specialista in relazioni umane”

di Giuseppe Longo

NIMIS – «Era uno specialista in relazioni umane». Non poteva dare una immagine più bella, e reale, di Luigi Alberto Trevisan monsignor Rizieri De Tina, durante i funerali celebrati nella Pieve di Nimis. È infatti antica tradizione che proprio nella Chiesa matrice dei Santi Gervasio e Protasio venga dato l’estremo saluto agli abitanti della storica borgata che sorge sulla collinetta a sinistra del Cornappo, mentre per tutti gli altri le esequie vengono officiate nel Duomo di Santo Stefano.
Ebbene, neppure la ben più ampia Comparrocchiale al centro del paese probabilmente sarebbe riuscita a contenere la folla – c’è chi parlava di un migliaio di persone! – che ha voluto salutare Alberto, morto improvvisamente la sera di Capodanno: era rappresentato di sicuro mezzo Friuli, con numerose persone giunte anche da oltreconfine, in particolare dall’Austria (Villach e Klagenfurt). In tantissimi, infatti, si sono voluti stringere attorno alla moglie Oriana e ai figli Paolo e Marco, privati così repentinamente del sorriso del loro caro, spentosi a 73 anni. E proprio sul carattere aperto, solare, generoso, sempre disponibile, che lo rendeva amico di tutti, ha voluto incentrare la sua predica l’arciprete, prendendo spunto anche dalle parole del Vangelo appena lette da don Marco Visentini. Parole che si sono intrecciate alla conclusione del rito con quelle commosse di una nuora («dolorosa perdita dopo due giorni di grande festa, a San Silvestro con gli amici della “frasca” e a Capodanno con la famiglia») e quelle di Stefano Stefanel («la sua amicizia mi onorava da 45 anni!») che ha ricordato il lungo e appassionante passato sportivo di Luigi Alberto Trevisan nelle file del Judo Kuroki, sodalizio dal quale in molti sono arrivati a salutarlo.
Infine, mentre sulla torre millenaria il lamentoso suono delle campane a lutto si trasformava in un festoso concerto, come avviene nelle solennità, il feretro ha lasciato l’antica Pieve – che al termine della pandemia ha, appunto, riaccolto i funerali degli abitanti del borgo – per raggiungere il cimitero, dove è avvenuta la tumulazione tra gli onori resi dai gagliardetti delle penne nere, in particolare del Gruppo Ana Nimis-Val Cornappo, con il presidente Roberto Grillo (che ha letto anche la “Preghiera dell’alpino”), e dal labaro dei donatori di sangue, con il responsabile della locale sezione Afds, Danilo Gervasi, mentre riecheggiavano le struggenti note di una tromba che eseguiva il “Silenzio”. Mandi Alberto!

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In copertina e all’interno due immagini  dei funerali di Alberto Trevisan nell’antica Pieve dei Santi Gervasio e Protasio a Nimis.

Dopo anni a Cergneu la Messa di Mezzanotte. A Monteprato “Madins” con il coro Vôs de Mont

(g.l.) Notte di Natale nelle frazioni di Nimis, con il recupero di una bella tradizione e il rinnovo di un’altrettanto bella consuetudine. A Cergneu, dopo anni, infatti, ritorna la Messa di Mezzanotte, mentre a Monteprato i “Madins” – così in friulano è nota la prima Messa del giorno di Natale, in quanto deriverebbe da “mattutini” – saranno celebrati alle 22 e tornerà a cantarli il coro “Vôs de Mont” di Tricesimo, diretto da Marco Maiero, rinnovando la vecchia amicizia che lo lega alla comunità. Alla fine del rito – «tra luci, fuochi e canti accanto al presepe sistemato al centro del paese – si annuncia nella locandina – sarà servito vin brulè caldo con allegria, amicizia e ospitalità. Non mancate alle belle tradizioni».
A Ramandolo e a Chialminis, invece, la Messa della Notte Santa sarà celebrata alle 20, mentre a Torlano si terrà alle 22 e sarà cantata dal coro dei bambini. Infine, nel Duomo di Santo Stefano, a Nimis, la Messa sarà celebrata proprio a mezzanotte, rispettando una lunghissima tradizione, dopo la deposizione del Bambinello nel presepe allestito ai piedi dell’altare. Canteranno “Quelli delle chitarre”.
Tornando al “Vôs del Mont” l’impegno di Monteprato chiude l’intensa attività annuale. «Un 2022 che ci ha regalato – sottolinea, infatti, il maestro Maiero – una ripresa decisa dei concerti, il ritrovare i tanti amici che ad ogni appuntamento ci regalano affetto e stima”, consentendo di ritrovare «entusiasmo, piacere di cantare e tante emozioni».

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In copertina, alcuni componenti del coro “Vôs de Mont” diretto da Marco Maiero.

 

Nimis celebra l’Immacolata alle Pianelle, poi al calar della sera “accende” il Natale

(g.l.) Otto dicembre, festa dell’Immacolata Concezione che nel Santuario delle Pianelle è raffigurata in un grande affresco di Giacomo Monai. Una ricorrenza che a Nimis è celebrata, secondo antica tradizione, proprio in questa Chiesa che sorge all’ingresso del paese, dove anche stamane, alle 11, ci sarà la Messa solenne che, praticamente, dà il via alle celebrazioni di fine anno, anticipate dal “Missus” di Giovanni Battista Candotti (in musica la pagina del Vangelo di Luca che racconta l’Annunciazione)  che durante la Novena di Natale sarà cantato la sera nella Chiesa di San Mauro, più raccolta della Comparrocchiale.
Di fatto la festa odierna dà il via anche alle manifestazioni profane che fanno da corollario alla solennità del Natale. Già da ieri in piazza 29 settembre, sotto lo storico platano, è acceso un grande pannello con gli auguri della sezione locale dei donatori di sangue. E questo pomeriggio, dalle cinque, ci sarà il ritrovo nello stesso luogo dove, tra il suono della fisarmonica, avverrà l’accensione delle luci natalizie accompagnata da un brindisi con i rinomati vini di Nimis. L’incontro, come tutte le proposte del mese, è stato organizzato dall’amministrazione comunale assieme alla Pro Loco.
E di proposte durante queste settimane, che ci portano alle feste più belle e sentite dell’anno, ce ne sono diverse, a cominciare dalla gita programmata per domenica 11 dicembre a Bussolengo, in provincia di Verona, per la visita al Villaggio di Natale. Mercoledì prossimo, invece, alle 20 nella Chiesa dei Santi Gervasio e Protasio concerto del Gruppo fisarmonicisti Tarcento – Ensemble Flocco Fiori, diretto dal concittadino Massimo Pividori, molto applaudito l’altra sera a Udine. Altro concerto, sempre nell’antica Pieve, si terrà il 18 dicembre, ma con musiche Gospel. Nella mattinata di quella domenica ci sarà  anche il Mercatino di Natale assieme a un’iniziativa a sostegno dell’Aism che si batte contro la sclerosi multipla. Il giorno precedente, sabato, ci sarà invece un pomeriggio con Biblioteca in piazza. Infine, venerdì 23 dicembre alle 15 è annunciato l’arrivo di Babbo Natale.
Sempre oggi, e poi fino al giorno dell’Epifania, sarà visitabile a Casa Comello, proprio sotto il platano di piazza 29 settembre, la mostra “Natale in cartolina” allestita da Anna Cumini assieme a un artistico presepe che si aggiungerà alle Natività delle Chiese, a cominciare da quella, sempre bellissima, del Duomo di Santo Stefano.

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In copertina, il Santuario di Madonna delle Pianelle a Nimis nella suggestiva cornice delle montagne con la prima neve; qui sopra, l’Immacolata Concezione nell’affresco dipinto da Giacomo Monai.

A Nimis l’addio all’ex sindaco Tosolini innamorato della politica e del suo paese

di Giuseppe Longo

Ha combattuto con tutte le sue forze, con la tenacia che non gli è mai mancata, in nessuna occasione, ma contro il male, purtroppo, non ce l’ha fatta. Ieri pomeriggio, dopo lunghe sofferenze, è calata la sera sulla operosa e appassionata “giornata” di Walter Tosolini, nato a Nimis nel 1943 un anno prima che il paese fosse dato alle fiamme, architetto, funzionario pubblico da anni in pensione, ma soprattutto politico. Innamorato di quella politica che l’ha fatto stare praticamente tutta la vita – il Municipio era la sua seconda casa – a contatto con la civica amministrazione dell’amato paese, fino a diventarne sindaco. Sedeva ancora in consiglio comunale – dove per quindici anni, tre mandati, anch’io ho potuto apprezzarlo, spesso con opinioni diverse, ma sempre corretto, scrupoloso, onesto e sincero -, con il ruolo di capogruppo di minoranza, non di opposizione, una parola che non si addiceva al suo modo di operare, tanta era la volontà di mettersi a disposizione per il bene della comunità. La quale oggi lo piange e lo ricorda con gratitudine e affetto, in primo luogo attraverso le parole del suo primo cittadino, Gloria Bressani. Ma anche dei colleghi consiglieri Maria Ceschia e Gabrio Vaccarin.
«Persona molto colta, intelligente, sempre coerente e fedele ai suoi ideali – toccante il ricordo del sindaco di Nimis -, ha dedicato gran parte della sua vita alla passione politica e amministrativa. Il suo primo mandato da consigliere comunale risale al 1975 e da allora è stato quasi sempre presente nei banchi del Consiglio (ha saltato una tornata elettorale), fino a diventare sindaco dal 2011 al 2016. Le sue condizioni di salute nell’ultimo anno si erano progressivamente aggravate, tanto da impedirgli di partecipare a diversi consigli comunali. Quando andavo a fargli visita, il suo pensiero era principalmente rivolto alla comunità per la quale aveva un amore sincero, mi raccontava aneddoti della sua vita e di quanto fosse orgoglioso dei suoi figli e delle loro famiglie. Nei prossimi consigli comunali sarà difficile sapere che Walter non sarà più su quei banchi da lui tanto amati». Per domani, in concomitanza con il giorno dei funerali, il sindaco ha proclamato il lutto cittadino.
Nonostante le cure intense, che l’hanno portato per un intervento anche a Milano – città che gli era cara, perché proprio al Politecnico si era laureato, respirando quei fermenti politico-sociali-culturali che attraversarono l’Italia, e l’Europa, mezzo secolo fa -, Walter Tosolini si è spento tra le braccia della sua adorata Dina, circondato dall’amore di tutta la sua grande famiglia, a cominciare dai quattro figli che tanto amava. Questa sera, alle 20.30, nel Duomo di Santo Stefano, sarà recitato il tradizionale Rosario in sua memoria. I funerali invece saranno celebrati appunto domani alle 17, partendo dall’abitazione di via Torquato Tasso: saranno sicuramente in tanti a dargli l’estremo saluto, non solo del Comune che l’ha avuto come sindaco per un quinquennio, sempre attento alle necessità e quindi disponibile con tutti, ma dell’intero comprensorio, essendo stato per anni anche nella Comunità montana di Tarcento. Oltre che a San Pietro al Natisone, dove era direttore tecnico di quel comprensorio montano, poi trasformato in Torre-Natisone-Collio. Un lungo impegno sottolineato anche dalla riconoscenza dello Stato che gli ha voluto conferire, con la firma del Presidente della Repubblica, il Cavalierato, onorificenza di cui era molto orgoglioso. Un grazie importante quello della massima Istituzione, ma il più grande è senza dubbio quello della gente comune che lui ha “servito” per tutta la vita, dalla vigilia del terremoto fino a oggi, in anni intensi, difficili ma anche esaltanti, di rinascita, lasciandoci un esempio di laboriosità e rettitudine che le nuove generazioni ora devono saper cogliere.

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In copertina, l’architetto Walter Tosolini con la pergamena del sua nomina a Cavaliere della Repubblica.