Varata la Giunta Fedriga ma occhi tutti sul premier

di Giuseppe Longo

Occhi tutti puntati dunque sul Quirinale: domani sarà finalmente la volta buona per conoscere il nome del candidato premier che dovrebbe guidare il governo giallo-verde?

Così, mentre Massiliamo Fedriga ha già varato (ci sta, visto che a Trieste siamo in riva al mare) la nuova giunta, pur tra tensioni e polemiche che hanno incrinato i rapporti tra Lega e Forza Italia, sul Colle più alto di Roma domani dovrebbe andare in scena l’ultimo atto di questa estenuante fase post-elettorale.
Sono infatti due mesi e mezzo esatti che si conoscono i risultati delle politiche del 4 marzo che hanno premiato Centrodestra e Cinque stelle bocciando l’azione di governo del Partito democratico, ora peraltro impegnato nei lavori dell’assemblea nazionale per affrontare il dopo-Renzi.
Il programma di governo messo a punto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini è ormai chiuso ed è stato tradotto nero su bianco su quell’originale strumento voluto dai grillini che è il “contratto” tra le due forze candidate a guidare il Paese.
Oggi i due leader si torneranno a vedere per definire proprio la questione premier: dovrebbe essere una persona di alto profilo, si fanno i nomi di un giurista, Giuseppe Conte, e di un economista, Andrea  Roventini.
Quindi, ancora una volta un tecnico e non un politico uscito dalle urne.
Comunque, basta che si chiuda qui perché il tira e molla di queste settimane non può continuare.
E il Paese ne soffre.
Quindi, tutti con lo sguardo verso il Colle da dove è atteso il via libera del capo dello Stato se giudicherà positivamente quanto gli verrà proposto dal duo Di Maio – Salvini.
Ma in attesa che si sblocchi la questione romana, rientriamo a casa nostra dove, come dicevo, è nata non senza fatica la giunta regionale di Max Fedriga che il 29 aprile aveva raccolto oltre il 57 per cento di preferenze.
L’esecutivo è composto da dieci assessori: cinque sono andati alla Lega che esprime anche il nuovo governatore.
La vicepresidenza è stata attribuita a Forza Italia e tre sono le rappresentanti del mondo femminile.
Questo comunque il quadro completo:
Massimiliano Fedriga (Lega) presidente della Regione Fvg con deleghe ad Affari internazionali e Montagna, oltre che commissario straordinario al dissesto idrogeologico, alla terza corsia autostradale e alla Ferriera di Servola;
Riccardo Riccardi (Forza Italia) vicepresidente con deleghe a Salute, Politiche sociali, Disabilità e Protezione civile; Sergio Bini (Progetto Fvg) Attività produttive;
Sebastiano Callari (Lega) Funzione pubblica e Semplificazione;
Pierpaolo Roberti (Lega) Autonomie locali, Sicurezza e Politiche comunitarie;
Fabio Scoccimarro (Fratelli d’Italia) Ambiente ed Energie;
Graziano Pizzimenti (Lega) Infrastrutture e Territorio;
Stefano Zannier (Lega) Risorse agroalimentari e forestali;
Barbara Zilli (Lega) Finanze e Patrimonio;
Tiziana Gibelli (Forza Italia) Cultura e Sport;
Alessia Rosolen (indipendente) Lavoro, Istruzione, Ricerca, Formazione e Famiglia.
Proprio la scelta di quest’ultima, come hanno riferito le cronache, ha creato non pochi malumori all’interno degli azzurri a causa di vecchie ruggini che risalgono alle precedenti elezioni regionali quando vinse Debora Serracchiani contro Renzo Tondo.
La Giunta Fedriga, dunque, scalda i motori per mettersi al lavoro.
Al Governo Di Maio – Salvini manca invece ancora un bel po’ di carburante, quello appunto che riguarda il premier.
E non è poco!

da +12 a -5 :  è iniziato il riflusso !

Il Molise si è rivelato  di fatto la Stalingrado del Sud-Italy per Di Maio ed il suo movimento che da ora in avanti sarà costretto a prendere atto che non si governa con la sola demagogia… e tanto meno con l’arroganza alla Renzi & Co. che scende sotto il 9% avvicinandosi sempre di più a Casapound.

 

Il Matese

 

Fico può già buttare la spugna se crede di imporre il predominio pentastellato, con o senza la stampella dei Renziani !

Oramai si attenderà l’imminente risultato delle regionali  in FVG per sancire chi governerà per i prossimi 5 anni l’Italia.

Una sonora sconfitta, attualmente largamente pronosticata in Friuli V.G., stroncherebbe ogni ulteriore velleità del Masaniello di Pomigliano d’Arco.

Del resto i malumori nella base pentastellata e le contraddizioni imposte dai vertici nazionali con la sostituzione di chi operava da sempre sul territorio (umilmente ma efficacemente, esempio: Claudia Gallanda) con candidati “paracadutati” in perfetto  stile della più becera partitocrazia PDessina, hanno di fatto già deflagrato il movimento 5s Friulano.

La resa a Stalingrado, il feldmaresciallo Paulus si consegna prigioniero al termine della battaglia il 30 gennaio 1943. Alla sua sinistra il capo di stato maggiore della 6ª Armata, generale Arthur Schmidt.

Vittorio: è troppo forte!

 Come siamo scesi in basso

Vittorio Feltri, il feroce ritratto di Luigi Di Maio:
da Galileo a Giggino, un drammatico segnale di decadenza

C’ è qualcosa di tragico nel nostro glorioso Paese, che ha dato i natali a uomini illustri i quali hanno inventato e scoperto cose tali da aver cambiato il mondo. Citiamone alcune tanto per chiarirci le idee: la radio, il telefono, il motore a scoppio, la pila elettrica, la lampadina, il pianoforte, l’ elicottero, il telescopio, i raggi X e i veicoli spaziali, l’ anestesia, la bussola e il giornale, la macchina per scrivere. Mi fermo per non tediarvi. Ripeto. Come è possibile che una terra tanto generosa e produttrice di autentici geni sia oggi in balìa di un ragazzotto senza arte né parte quale Luigi Di Maio, dalle cui labbra pendono ora 60 milioni di connazionali, parecchi dei quali, completamente fuori di senno, lo hanno votato nelle ultime elezioni svoltesi il 4 marzo scorso?

Più che un mistero è una burla oppure la certificazione del fatto che gli italiani si sono collettivamente rimbambiti. Sfoglio i giornali e leggo decine di articoli dedicati al trentunenne leader del Movimento 5 Stelle, preso sul serio da fior di commentatori, trattato come un grande politico degno di decidere i destini della patria. Trasecolo e rabbrividisco. Un signor nessuno che non ha studiato con profitto (commette errori marchiani di grammatica e di geografia), non ha mai lavorato, si è fatto immeritatamente mantenere da mamma e papà, è salito sul podio e, tronfio e pettoruto, detta legge a destra e a manca con una sfacciataggine che rasenta l’ impudicizia. E il bello, si fa per dire, è che la maggioranza dei parlamentari lo considera un interlocutore quasi fosse Quintino Sella o Alcide De Gasperi.

Vero, nel peggio non c’ è fondo e non si finisce mai di precipitare in basso, ma non avrei immaginato si potesse raggiungere questo abisso. Di Maio padrone della scena è un insulto ai nostri avi e ai contemporanei, che, per quanto stanchi di certi tribuni del popolazzo, non debbono subire un’ onta simile che li squalifica e li rende ridicoli, marionette prive di dignità oltre che di amor proprio. Ancora ieri, e di sicuro pure oggi, la stampa si occupa di questo fighetto presuntuoso costantemente sulla scena senza un motivo valido.

D’ accordo, il Movimento 5 Stelle ha raccattato un monte di voti specialmente al Sud, illuso di essere assistito grazie alla boutade del reddito di cittadinanza, cioè una sorta di stipendio assegnato a chi, anziché lavorare, si gratta il ventre. Però la circostanza che il partito in questione si sia affidato a un personaggetto incolore, privo di spessore, adatto sì e no a guidare il tram, altro che il Paese, trasforma la nostra politica in una pochade, un’ operetta da quattro soldi.

Pulcinella è simpatico e arguto, tuttavia non può essere uno statista. Noi siamo riusciti nell’impresa di farlo apparire un pretendente legittimo al ruolo di presidente del Consiglio. Non ci rendiamo conto che il Parlamento è un luogo teoricamente importante e bisognoso di rispetto; e lo abbiamo declassato a bettola piena di mediocri, sciurette e nullafacenti, assemblea inidonea ad esprimere un protagonista provveduto e culturalmente attrezzato onde assumersi la responsabilità di gestire la cosa pubblica. Siamo al Di Maio dixit. Vergogniamoci, almeno, se non abbiamo il coraggio di sparare, metaforicamente, si intende, a chi ci ha trascinato così in basso.

Il fenomeno Luigino va studiato, sottoposto ad esami clinici per capire perché egli abbia sedotto una folla di terroni e vari fessi settentrionali ex comunisti dall’ encefalogramma piatto. Una nazione degradata al punto da essere passata dalla magnificenza di uomini illustri alla bassezza di nani inguardabili del tipo di Luigino La Qualunque va analizzata al microscopio.
Chi è mentalmente normale non deve accettare che la Patria sia umiliata in questa maniera: consegnarsi nelle mani di un omuncolo insignificante quale il caporale Di Maio comporta il rischio di entrare nella storia dalla porta della barzelletta. Rifiutiamo di considerare costui una controparte; piuttosto andiamocene a casa, restiamo senza governo, arrangiamoci a campare alla carlona, mandando al diavolo chiunque miri a sfotterci spacciando la propria ignoranza crassa per perizia.
Date a Luigino un posto sicuro come fattorino nella pubblica amministrazione, ma toglietecelo dalle palle politiche. Abbiamo bisogno non di volti nuovi bensì di vecchi saggi.

Meglio Pier Ferdinando Casini di un qualsiasi grillino esaltato. Se non altro la Dc era presentabile, mentre gli avventurieri alla Di Maio sono imbarazzanti. Abbiamo in passato scherzato su Andreotti, Berlinguer, Forlani, Cossiga e Craxi, e ci tocca pentirci. Ridateci Casini. Non ne abbiamo altri che ci rassicurino. Infine ricordiamoci: passare da Leonardo Da Vinci, da Guglielmo Marconi, da Enrico Fermi, da Galileo Galilei, da Meucci, da Rubbia e Olivetti a Di Maio è una offesa sanguinosa e intollerabile. Riconquistiamo un minimo di dignità.

di Vittorio Feltri

< N.d.R  so che sto violando il copyright ma spero che Vittorio Feltri mi perdoni…

  non ho resistito…   fonte : 

http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13325316/vittorio-feltri-da-galileo-a-luigi-di-maio-segno-drammatico-decadenza-italiana-reagiamo.html   >

La partita più difficile

di Giuseppe Longo
Macché vacanze di Pasqua! Per la politica italiana questa sarà una settimana di intenso lavoro per cercare un’intesa in vista dell’avvio delle consultazioni che il capo dello Stato sembra intenzionato ad aprire il 3 aprile, appena passate le festività.
Concluse rapidamente – di certo prima di quanto ci si potesse aspettare – le operazioni per la elezione di vertici istituzionali di Camera e Senato, con l’assegnazione delle cariche, come da copione, rispettivamente a Cinque stelle e a Forza Italia, ma con nomi diversi da quelli inizialmente messi in campo, comincia ora la partita più difficile, quella per il governo sostenuto da una solida maggioranza parlamentare.
Vista l’intesa tra Salvini e Di Maio, con il primo che ha praticamente imposto a Berlusconi – con una spaccatura nel Centrodestra ricucitasi con i tempi di un temporale estivo – il ritiro di Romani sul quale pesava il veto dei grillini per la nota vicenda del telefonino di tanti anni fa, adesso il dialogo tra le due forze uscite vittoriose dalle consultazioni del 4 marzo, ma senza i numeri per governare, si farà più serrato al fine di poter proporre al presidente Mattarella una soluzione per dare vita al nuovo esecutivo. Le indicazioni finora emerse lasciano intravvedere la ricerca di un’intesa appunto fra Lega e M5S, anche se non sarà facile.
Matteo Salvini, nella sua veste di pigliatutto come stanno a dimostrare anche i blitz in Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga candidato alla Regione e Pietro Fontanini al Comune di Udine (facendo fare un passo indietro a Renzo Tondo e a Enrico Bertossi), si è già prenotato per il posto di premier, al quale però è fortemente interessato anche Di Maio, visto che il suo è il primo partito. Tanto che quest’ultimo si è affrettato a dire che l’intesa raggiunta per le due Camere non è automaticamente trasferibile sul piano delle trattative per il governo. Poi c’è la questione dei programmi non sempre convergenti, tutt’altro, sebbene i due partiti fossero entrambi all’opposizione dei governi espressi dal Centrosinistra.
Una partita quindi a due, considerato che il Pd pesantemente sconfitto ha deciso di stare fuori dai giochi rimanendo alla finestra e mettendo alla prova delle responsabilità governative le forze premiate dagli elettori.
Ed è probabilmente quello che a Maurizio Martina in questa fase conviene di più.
Questo è dunque lo scenario che si apre in questa settimana cruciale, di passione non solo per i credenti.
Cosa troveremo domenica nell’uovo di Pasqua? Chissà, è presto per dirlo. Probabilmente una situazione più chiara tra le forze e i soggetti in campo, che eviterà di presentarsi da Mattarella a mani vuote.
Ma spetterà soltanto all’uomo del Colle valutare le proposte e designare il premier incaricato: Salvini o Di Maio? Vedremo, forse anche nessuno dei due.
Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica Italiana (Foto tratta da quirinale.it)

Berlusconi sacrifica Tondo sull’altare della Realpolitik

24 ore prima Salvini aveva affermato a Udine alla Base Friulana della Lega in subbuglio:

“Lasciatemi ancora qualche ora”…   evidentemente era in corso una complessa trattativa

(probabilmente un “Mènage à trois” comprendente Luigi Di Maio).

Salvini è uno di parola e la soluzione del “nodo gordiano” non si è fatta attendere oltre.

Personalmente, avendo conosciuto di persona Renzo Tondo e stimandolo sia come Friulano “bon e onest lavoradôr” che come politico, sono sinceramente dispiaciuto per lui.

Secondo me, ad essere sinceri, non se lo meritava…  ma purtroppo è rimasto vittima della sconfitta nella sfida con la Serracchiani , ed è dura togliersi di dosso l’etichetta di “perdente”, ma soprattutto della “ragion di stato”…

…vi ricordate ?

Il fine giustifica i mezzi

Volete che vi faccia una profezia ?

Massimiliano Fedriga (questo è già certo) vincerà le elezioni in FVG e diventerà Presidente della Regione.

Alla Presidenza del Senato (seconda carica dello Stato dopo Mattarella) salirà un Berlusconiano di ferro.

Alla Presidenza della Camera si siederà un Grillino (difficile prevedere quale: forse una Lei)

L’incarico di formare l’Esecutivo verrà affidato a Salvini che in concorso potrebbe scegliere come Vice la Meloni.

I PD “cornuti e mazziati” rimarranno esclusi da tutto (tranne qualche saltafossi e/o voltagabbana in stile Verdini /Alfano) per il semplice fatto che la loro utilità è evidentemente marginale.

Sfera di cristallo ?  NO:   semplice logica !

Di Maio sa perfettamente che se non mantiene la promessa del “reddito di cittadinanza” (oggettivamente irrealizzabile e che porterebbe al definitivo suicidio assistito dell’economia nazionale) entro pochi mesi farà la fine del suo illustre compaesano: Tommaso Aniello d’Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello.

Non avendo una maggioranza numericamente sufficiente e compatta, finirebbe disarcionato alla prima imboscata ordita dai sui antagonisti…   quindi meglio inghiottire l’amaro calice e lasciare a Salvini l’onere di gestire la situazione fuori controllo sperando in un suo passo falso che li proietti verso un plebiscito alla Putin potendo attribuire ai concorrenti i prevedibili flop.

Io sono dell’opinione che attualmente i 5S non hanno le “Teste” per governare il Paese ( in FVG basta  osservare Elena Bianchi per rendersi conto delle loro capacità medie) , sono una formazione certamente abile nello sfruttare le dinamiche di opposizione ma hanno già ampliamene dimostrato che: alla prova dei fatti, per ora,  non riescono ad andare al di la delle promesse…   Pizzarotti docet !

Di Maio, Pizzarotti: “Bravo ad aver scalato M5s, ma incapace concretamente di prendere decisioni difficili”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/20/di-maio-pizzarotti-bravo-per-aver-scalato-m5s-ma-incapace-concretamente-nel-prendere-decisioni-difficili/4240082/

È solo il primo passo:

la lezione di Moro

di Giuseppe Longo 
 
Prove d’intesa fra Salvini e Di Maio. È così, mentre a livello nostrano è andato in scena un pericoloso stallo nel Centrodestra per l’indicazione del candidato governatore del Friuli Venezia Giulia – sembrava che per la Lega, grazie ai clamorosi risultati alle politiche, ci fosse una strada ormai spianata -, a Roma si è registrato un primo importante passo per tentare di sbloccare la situazione post-elettorale, soprattutto in vista degli imminenti impegni legati alla elezione dei vertici istituzionali.
È la svolta che avevamo auspicato all’indomani del voto commentando a caldo i risultati. È cioè che due forze, coalizione di Centrodestra e Cinque stelle, con una strabiliante affermazione elettorale che assegna loro quasi il 70 per cento dei consensi, pur tuttavia entrambe non vittoriose (cioè non in grado di esprimere una maggioranza parlamentare), debbono necessariamente tentare di parlarsi rinunciando all’arroccamento che abbiamo visto dopo le consultazioni.
A Matteo Salvini va dato atto di aver avviato il disgelo fra i due schieramenti premiati dal voto, pur finalizzato, almeno per ora, alla ricerca di un’intesa per la elezione dei presidenti di Camera e Senato, fissata fra otto giorni, il 23 marzo. Si era parlato anche di un incontro a metà della prossima settimana, poi smentito, per lasciare spazio invece ad un altro contatto telefonico. Va detto subito che il M5S rivendica per sé lo scranno più alto di Montecitorio, mentre per quello di Palazzo Madama si sarebbe prenotato il Carroccio, suscitando subito qualche mal di pancia soprattutto in Forza Italia. Diciamo solo per inciso che nella tanto vituperata prima Repubblica era consuetudine, non scritta, di riservare almeno una delle due Camere alla minoranza (vi ricordate la comunista Nilde Jotti?). In questo caso il Pd che ha deciso di rimanere all’opposizione pur dicendosi pronto al confronto per le cariche istituzionali: appartengono a tutti, ha detto il segretario reggente Martina.
Le indicazioni che usciranno da questi contatti ci faranno sapere se esistono anche le condizioni per dare vita a una maggioranza di governo, presto però per dire se di scopo (per rifare la legge elettorale dopo la pessima prova del Rosatellum, in vista di una chiamata alle urne anticipata che però i neoeletti cercheranno di evitare come la peste) o di programma. Ma dal Centrodestra,  con Berlusconi e Meloni, sono subito emerse voci di fermo dissenso: con M5S nessun accordo al di là di quello contingente per le imminenti elezioni nei due rami del Parlamento. L’obiettivo è infatti quello di costruire una maggioranza intorno proprio al Centrodestra (con premier incaricato Salvini) che, come coalizione, ha il maggior numero di seggi. Ma bisogna vedere con chi, visto anche il ripetuto pronunciamento contrario dei dem.
E poi i Pentastellati accetterebbero di rimanere esclusi dalle stanze del potere, essendo il loro il partito-movimento che ha ottenuto più voti di tutti?  Credo proprio di no, per cui  buona l’apertura per le Camere fra Salvini e Di Maio, ma la partita da giocare per il governo resta lunga e complicata, mentre le consultazioni del capo dello Stato sono alle porte. C’è, cioè, il rischio concreto che nell’uovo d Pasqua non si trovi alcuna bella sorpresa, come invece sarebbe auspicio degli italiani che stavolta si sono recati in massa alle urne – invertendo l’andazzo degli ultimi anni – per dire chiaramente da chi vogliono essere governati.
Proprio oggi ricorrono i 40 anni dal rapimento, da parte delle Brigate rosse, di Aldo Moro e dell’uccisione dei cinque uomini della scorta. E il presidente dell’allora Democrazia cristiana, vilmente assassinato dopo cinquantacinque giorni di prigionia, si era speso con totale convinzione per realizzare una maggioranza di solidarietà nazionale chiamando a collaborare forze politiche molto diverse per storia, contenuti e obiettivi, come la stessa Dc di Benigno Zaccagnini e il Pci di Enrico Berlinguer, per dare vita a quello che è rimasto noto come “compromesso storico “.
Oggi invece, pur in una situazione politica e storica completamente diversa, non siamo in presenza di forze sostanzialmente molto distanti. Infatti, sebbene in campagna elettorale abbiano esposto obiettivi differenti (basti pensare soltanto al tanto discusso reddito di cittadinanza), entrambe erano all’opposizione e da quei banchi hanno contestato duramente l’esecutivo del Partito democratico che poi anche gli elettori hanno evidentemente penalizzato. È con il Pd Salvini ha assicurato che non tratterà mai, mentre Di Maio ha detto, con una certa vena di ottimismo, che in Italia non ci vorranno sei mesi come in Germania per fare il governo. Sta forse già riflettendo sulla lezione di Moro? Staremo a vedere.
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< N.d.R.  ringraziamento a Giuseppe Longo >
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Giuseppe Longo  ([Falcetto d’oro]: premio nato e ideato nel 1996 per volontà della Coldiretti),
Bepi per gli amici, è stato responsabile delle pagine di agricoltura ed enogastronomia del quotidiano Messaggero Veneto, dove ha lavorato dal 1980. Negli anni ’90, in qualità di sindaco del suo comune di origine, Nimis, fu promotore di una tenace iniziativa per la difesa e la valorizzazione del Ramandolo, il vino locale più prestigioso, avviando un percorso che lo ha portato nel 2000 al riconoscimento della prima Docg della regione FVG.

la Chiesa benedice i PentaStellati !??

“Non bisogna avere paura” afferma il Cardinale Bagnasco.

Un altro Vescovo: “Abbiamo evitato l’effetto Trump. È indubbio che i voti delle parrocchie sono andati sia a Di Maio che a Salvini. E la Chiesa non può non tenerne conto”, come riferisce da un intervista IlFattoQuotidiano.it

Per nulla preoccupato dell’esito del voto, Bagnasco si dice “sicuro che il presidente della Repubblica con la sua saggezza saprà trovare le formule e le modalità migliori per dare un governo alla nazione, dopo che la popolazione si è espressa andando a votare in maniera civile e così numerosa”.

Monsignor Bruno Forte afferma : “Mi chiedo se non sia da avviare una riflessione nella Chiesa italiana su una terza via possibile fra il vecchio collateralismo, ormai inaccettabile, e il rischio di irrilevanza”. Intervistato dal Corriere della Sera, l’arcivescovo di Chieti-Vasto preannuncia una seria riflessione sul esito delle urne nel Consiglio permanente dei vescovi italiani che si aprirà il 19 marzo prossimo.

Stando alle parole di Forte, il dibattito si preannuncia come una vera e seria riflessione all’interno del parlamentino della Cei.

In questa tornata elettorale è risultata estremamente evidente a tutti l’equidistanza, al limite della neutralità, della gerarchia cattolica.

Ed il 13 febbraio scorso, in occasione della ricorrenza dei Patti Lateranensi, l’incontro fra i Cardinali Parolin e Bassetti ed il Presidente della Repubblica, insieme con una folta delegazione del Governo, all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, aveva evidenziato un clima rafforzativo degli ottimi rapporti fra gerarchie ecclesiastiche e istituzioni repubblicane. Un incontro, a poco meno di un mese dal voto.

Negli ambienti cattolici non si nasconde la soddisfazione per la linea neutrale tenuta del Vaticano e della Cei, fortemente voluta da Papa Francesco.

“Abbiamo evitato l’effetto Trump”, commenta un altro Vescovo riferendosi a quando Bergoglio attaccò in campagna elettorale il candidato repubblicano alla Casa Bianca.

Oltre Tevere precisano che nelle prossime settimane di inevitabile dialogo con le forze politiche a fare da bussola saranno le indicazioni di Bergoglio alla Cei: “I laici che hanno una formazione cristiana autentica non dovrebbero aver bisogno del vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo!”.

Un segno dei tempi e della maturità sociale e culturale dei fedeli, dopo la lunga onda di secolarizzazione: una nuova stagione di impegno dei cattolici nella società si intravede, una nuova rivoluzione culturale nell’epoca della globalizzazione.

aiuto mamma! … ritornano i fascisti !

E’ tutto merito della Angela Merkel  e delle sue scellerate quanto inutili politiche di austerità portate alla paranoia.

Nel lontano 1919 un economista John Maynard Keynes profetizzò che il trattato con cui i vincitori della 1° Guerra Mondiale, con la quale si umiliò oltre ogni ragionevole misura le nazioni di lingua Tedesca, avrebbe favorito   la nascita e l’ascesa di partiti/movimenti popolari che si sarebbero alimentati con sentimenti revanscisti …  

John Maynard Keynes economista inglese  (1883-1946)

complice la crisi del 1929, alle elezioni del 1930 l’NSDAP divenne il secondo partito della Germania…

1932 – La situazione diventò ingovernabile e non si riusci a formare una maggioranza stabile….(guarda caso proprio come ora in Italia)…

1933 – Nel gennaio del 1933 Hindenburg, anziano presidente della Repubblica, conferì l’incarico a Hitler di formare un nuovo governo.

Hitler  nominato cancelliere, assunse la guida del governo con la maggioranza assoluta in parlamento, dal quale ottenne pieni poteri.
Mise fuori legge il partito comunista, abolì ogni libertà e garanzia costituzionale e ogni dissenso. Chiuse i giornali di opposizione e le sedi sindacali,e reintroducendo  la pena di morte per crimini contro lo Stato.

Nei fatti sciolse tutti gli altri partiti tranne quello nazionalsocialista e nel febbraio successivo  l’incendio del Reichstus, (parlamento tedesco), forni ad  Hitler , attribuendone la colpa  ai comunisti, l’occasione per dare inizio alle persecuzioni politiche.

Io spesso mi chiedo ?

ma sono gli insegnanti/professori che non riescono  a trasmettere in testa  le nozioni fondamentali, come la storia, ai politici…

o sono i politici che hanno nel loro DNA il gene dei somari ! ??

Se la Merkel soffre di insonnia per l’ascesa di Salvini e Di Maio : può solo piangere se stessa !!

Come medico gli prescriverei un Tavor…  ma soprattutto ripetizioni di storia ed economia….

 

 

keynesiano

key·ne·ṣià·no,kei-/
aggettivo
  1. Relativo all’economista inglese J.M. Keynes (1883-1946) e al suo pensiero, con particolare riferimento alle sue dottrine sullo sviluppo dell’economia capitalistica, essenzialmente basate sul principio che le politiche di sostegno della domanda globale abbiano un ruolo fondamentale nell’ambito delle politiche macroeconomiche in quanto i fenomeni di disoccupazione e di inadeguato impiego delle risorse possono essere contrastati da una politica di investimenti da parte dello stato anche in condizioni di deficit di bilancio.
    • Come s.m. (f. -a ), seguace delle teorie di Keynes, specialmente con riferimento alla necessità dell’intervento statale in economia, a sostegno della piena occupazione e della domanda.

https://it.wikipedia.org/wiki/Economia_keynesiana

 

Subito all’incasso

di Giuseppe Longo

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Aiuto! Al Sud c’è assoluto bisogno di un altro maestro Manzi. Con molta probabilità tutto è nato da una bufala, da quelle notizie false oggi ormai universalmente conosciute come “fake news”. Sta di fatto che il famoso reddito di cittadinanza promesso dai Cinque stelle, e che li ha fatti stravincere appunto in Meridione, ha già messo in moto gli appetiti degli elettori.
Il giovanissimo Di Maio è ovviamente ancora lungi dall’essere incoronato premier – e chissà se lo diventerà, nonostante il trionfo personale e di partito (pardon, movimento) – che in Puglia, a cominciare dalla bella Giovinazzo, tanti, giovani e meno, hanno deciso di passare subito all’incasso appena a tre giorni dallo spoglio delle schede, chiedendo ai Caf di compilare una fantomatica domanda da inoltrare all’Inps. 
Incuranti del fatto che Babbo Natale è ormai passato da un bel po’, con una velocità supersonica hanno pensato bene – probabilmente memori del vecchio adagio secondo cui “ogni promessa è un debito” – di avviare la pratica per riscuotere l’agognato sussidio. Una scelta avventata, tanto che in rete circolano già divertenti vignette, e che un minimo di conoscenza deĺla grammatica istituzionale li avrebbe consigliati di aspettare almeno la formazione del nuovo governo, la cui fisionomia è ancora tutta da decifrare. È poi meglio sorvolare sul particolare, certamente non trascurabile, se un così mirabolante provvedimento avrebbe la necessaria copertura finanziaria.
Ma così stanno le cose.
In un Paese dove i congiuntivi e la consecutio sono un optional anche fra gli stessi onorevoli – basta accendere mamma Tv – non c’è da meravigliarsi se arriviamo a questo eccesso, anche se questo è purtroppo lo specchio di una situazione occupazionale desolante soprattutto al Sud. Ma ai partiti, ovviamente a quelli vittoriosi, è meglio non chiedere assistenza bensì di favorire la creazione di posti di lavoro vero (cioè non a tempo determinato) attraverso provvedimenti adeguati a partire dalla riduzione delle tasse per chi assume.
Nell’attesa che questo possa avvenire, sarebbe bene cercare un nuovo maestro Manzi. Anche perché l’indimenticato diceva sempre: “Non è mai troppo tardi”
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 < N.d.R.  un vivo ringraziamento al nostro caro amico Giuseppe,

per molti anni “illustre penna” del Messaggero Veneto, per questo contributo>

E adesso la vera partita < di Giuseppe Longo>

E adesso la vera partita

di Giuseppe Longo 

E adesso? Spenti i riflettori sulle complesse operazioni di voto, causate da un Rosatellum di cui non se ne sentiva proprio il bisogno, e su una estenuante e atipica campagna elettorale, giocata più sullo spauracchio di un imminente ritorno del fascismo che sui problemi reali che attanagliano il Paese, comincia la vera partita.
 Vincitori e vinti sono quelli che ogni persona di buon senso aveva ampiamente previsto. Come pure che non ci sarebbe stata una maggioranza parlamentare. In altre parole, il pasticcio che si ipotizzava si è puntualmente materializzato. E allora che fare? Un bel groviglio per il capo dello Stato che fra una ventina di giorni, eletti i presidenti di Camera e Senato, nonché formati i gruppi nei due rami del Parlamento, dovrà avviare le certamente non facili consultazioni.
Centrodestra, con guida Salvini supervittorioso, e Cinque stelle, con Di Maio nuovo re delle due Sicilie (come argutamente fatto osservare da Alessandro Sallusti), avrebbero davanti la strada spianata se trovassero un’intesa nonostante i proclami più o meno garbati  che abbiamo ascoltato nei mesi scorsi. Si realizzerebbe una maggioranza di ferro, o meglio di acciaio inox, capace di approvare ogni provvedimento. Andrebbero bene anche M5S più Lega ovviamente con qualche robusto puntello.
Anche se non siamo in Germania, tuttavia l’accordo ricercato e faticosamente raggiunto da Angela Merkel con i socialdemocratici dovrebbe insegnare qualcosa. Due partiti o raggruppamenti premiati da quasi il 70 per cento degli elettori non possono farsi la guerra, o stare a guardare, bensì ricercare con determinazione un accordo. D’altra parte, anche Aldo Moro – di cui tra pochi giorni si ricorderanno i 40 anni dal rapimento da parte delle Brigate rosse – predicava intese (chi ricorda le famosissime “convergenze parallele”?) fra i due più grandi partiti popolari del tempo, pur diversissimi tra loro: democristiani e comunisti.
Gli italiani hanno detto chiaramente che vogliono essere governati da Centrodestra e Cinque stelle, mentre hanno bocciato senza appello il Partito democratico di Renzi che si è dimesso – anzi no! – con la chiara intenzione di continuare a dire la sua, a fare, si dice, l’ago della bilancia. Invece con molta probabilità si assisterà a un nuovo, detestabile mercato delle vacche: la campagna acquisti, se non è già iniziata, sta per partire. E i risultati, comunque, sarebbero tutti da dimostrare. Staremo a vedere: il film è appena cominciato. Però i protagonisti dovrebbero stare bene attenti a non tradire gli elettori che sono stati molto chiari, dimostrando peraltro di sapere rispondere per le rime.

a firma di:  Giuseppe Longo

< N.d.R.  un vivo ringraziamento al nostro caro amico Giuseppe,

per molti anni “illustre penna” del Messaggero Veneto, per questo contributo>