A Reana oggi una mattinata di solidarietà per l’Aism visitando la mostra di Borta dedicata ai fiori di Patagonia, Cina e India

(g.l.) Una mattinata dedicata alla solidarietà oggi, 3 maggio, a Reana. Dalle 10 alle 12 è annunciata, infatti, un’apertura straordinaria della Vetrina del Rojale di Remugnano (di fronte al Municipio) per un aiuto alla ricerca. La Pro Loco, a tale riguardo, annuncia: «Troverete le piantine aromatiche di Aism e potrete visitare la mostra di Gianni Borta che si chiuderà il 13 maggio. Vi aspettiamo!». Ricordiamo che Aism è l’acronimo di Associazione italiana sclerosi multipla, quindi il sodalizio umanitario impegnato nella lotta contro la grave malattia.


Nel contempo, come detto, potrà essere visitata anche la bellissima mostra allestita da Gianni Borta – di casa ormai nel Rojale, avendo da anni il suo studio a Ribis – che era stata inaugurata alla fine di marzo, quando nella sede della Biblioteca comunale, c’era stato anche un incontro con l’artista per un dialogo con il giornalista Nicola Cossar e la presentatrice televisiva Bettina Carniato. Titolo della mostra: “In viaggio per (dipingere) fiori: Patagonia, Cina e India”. «Un viaggio nel tempo, alla fine del mondo, ai confini dell’anima. Un incontro che lascia il segno, grazie alla bellezza dei fiori e all’emozione di centinaia di immagini colorate che escono dal block-notes di Gianni Borta per entrare nell’anima di chi legge».

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In copertina e all’interno due immagini dell’apertura della mostra di Gianni Borta.

Italia, Austria, Slovenia e Cina uniti dalla fisarmonica sabato sera a Tarcento

Fisarmonicisti dal Friuli, dall’Austria, dalla Slovenia e dalla Cina insieme per la nona edizione di “Uniti dalla fisarmonica”, sabato 2 novembre con inizio alle ore 20.30, nella Sala Margherita di Tarcento. Un appuntamento ad ingresso libero che ogni anno attira l’interesse di tantissimi amanti dello strumento a mantice, sostenuto dal Comune di Tarcento e da Prima Cassa Credito Cooperativo Fvg, promosso dal Gruppo Fisarmonicisti di Tarcento che con l’ensemble Flocco Fiori, diretto dal fisarmonicista e compositore Massimo Pividori, porta ad ogni edizione concertisti di livello internazionale provenienti dalle più diverse località del mondo. La rosa degli ospiti di sabato prossimo, per una serata condotta da musicologo Alessio Screm, è composta dalla fisorchestra di Leibnitz “Revapo”, fondata dal direttore artistico Walter Bigler e diretta da Žan Trobas, formazione che si esibirà alternandosi ad un duo sloveno capitanato ancora da Trobas con brani dal repertorio di Bach, Dvorak, Jenkins, Piazzolla, Jekic, oltre ad un medley con la partecipazione della cantante Sandra Čepin.

La fisorchestra di Leibnitz.


Particolarmente attesa è la presenza della giovane fisarmonicista originaria dalla Cina, Wei Duan, la cui carriera di studi, iniziata con i maestri Liu Yong Yuan e Xie Yan, l’ha portata a conseguire la laurea al Conservatorio Tartini di Trieste sotto la guida di Corrado Rojac ed a perfezionarsi con docenti di fama internazionale come Friedrich Lips, Viatcheslav Semionov, Elsbeth Moser, Primoz Parovel, Borut Zagoranski, Janne Rattya, Raimondas Sviackevicius, Hans Mayer e Boris Lenk. Eseguirà dal repertorio contemporaneo cinese “Paintings of Bashu”, una suite di Huang Huwei che prende a prestito temi dal patrimonio popolare orientale, e “Jasmine Flower” nelle rivisitazioni di Wu Yan, il “canto antico del gelsomino”, come viene definito, divenuto patrimonio dell’umanità Unesco. A fare gli onori di casa l’Ensemble Flocco Fiori di Tarcento che eseguirà, nelle trascrizioni per fisarmonica, l’Allegro con brio dalla “Sinfonia n. 25 in sol minore” di Mozart, una dedica ad Ennio Morricone da “C’era una volta il west” e “L’uomo e l’armonica”, oltre che brani scelti dalla colonna sonora di “Mission impossible” di Danny Elfman, chiudendo con la trascrizione di Massimo Pividori dall’“Inverno” di Vivaldi.
Dopo la partecipazione negli scorsi anni di nomi importanti del professionismo fisarmonicistico, come Viatcheslav Semionov e Lev Lavrov dalla Russia, Peter e Mady Soave, Mary Tokarski, Joe Cairo, Joey Miskulin, Eddie Monteiro dagli Stati Uniti, Petar Marić dalla Serbia, Adolfo Del Cont ed il duo Folksongs dall’Italia, con gli invitati di quest’anno la kermesse tarcentina stringe un forte legame con le terre ed i patrimoni confinanti, oltre che con il lontano oriente, tutti uniti dalla fisarmonica.

I fisarmonicisti di Tarcento.

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In copertina, la giovane fisarmonicista originaria dalla Cina Wei Duan,

Efasce domani in linea con Pechino: c’è Gregorio Soravito, architetto sanvitese

Si vola virtualmente fino a Pechino, tra l’apprezzamento per l’architettura europea in Cina e la lotta contro il Covid-19, nel primo incontro di aprile del progetto “4 Chiacchiere con…” dell’Ente Friulano Assistenza Sociale Culturale Emigranti di Pordenone, che nonostante le limitazioni ai viaggi determinate dalla situazione sanitaria continua attraverso queste interviste in streaming a mantenere vivo il legame con i corregionali all’Estero.
Appuntamento, dunque, domani 12 aprile alle 16 sulla pagina Facebook “EFASCE – Pordenonesi nel Mondo” e sul canale YouTube, dove la puntata sarà dedicata a Gregorio Soravito, architetto originario di San Vito al Tagliamento. Classe 1979, dopo la laurea in architettura all’Università di Trieste nel 2007 ed esperienze professionali a Londra e in Italia, dal 2016 vive e lavora nella dinamica capitale cinese, in seguito a un’opportunità nata grazie a degli amici già trasferitisi in Cina. Dopo un inizio su progettazioni legate a strutture scolastiche, ovvero degli asili di ispirazione montessoriana (in Cina c’è molta attenzione per questa tipologia di metodo educativo), ora si occupa di piani urbanistici e grandi concept, come per esempio quello di un villaggio in stile toscano, visto che l’architettura europea trova molti estimatori.
Soravito dialogherà in diretta con Michele Morassut della segreteria Efasce e la vicepresidente dell’Ente Luisa Forte, raccontando anche della sua vita extralavorativa, tra rapporti personali molto più facili rispetto alla sua precedente esperienza londinese, una migliore qualità della vita e un’autentica passione per la ricca cucina cinese, a partire dai ravioli. Ovviamente, si farà accenno alla situazione sanitaria, con l’epidemia ora sotto controllo e la libertà di muoversi, mentre nelle fasi più acute si era blindati nei propri quartieri. Parlerà anche della sua famiglia, fatta tutta di emigranti a partire dai nonni e con la mamma nata a Parigi prima di rientrare in Friuli Venezia Giulia.

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In copertina, Gregorio Soravito, architetto di San Vito al Tagliamento che vive a Pechino.

 

L’Ute di Pordenone s’interroga sull’era Biden e su come cambierà la sua città

La Casa Bianca nelle mani di Joe Biden dopo i quattro anni di Donald Trump. Oggi, 10 febbraio, alle 15.30, proseguono gli appuntamenti di geopolitica tenuti all’Università della terza età di Pordenone da Cristiano Riva, docente di lettere classiche. Il ciclo si propone, come ogni anno, l’analisi di alcuni aspetti salienti del panorama geopolitico internazionale e questo pomeriggio prosegue proprio analizzando gli Stati Uniti d’America alla luce del nuovo mandato presidenziale. Un modo per esaminare le premesse del governo Biden, sia all’interno degli Usa sia in politica estera.
Domani, invece, alla stessa ora, tornano gli incontri con gli assessori dell’amministrazione comunale di Pordenone per fare il punto su ciò che accade in città in questi mesi. Il titolo dell’incontro è “Come cambierà Pordenone dal punto di vista urbanistico”, nelle parole di Cristina Amirante, assessore all’Urbanistica. Per conoscere i progetti che stanno coinvolgendo la città, per renderla sempre più bella, moderna e ospitale.
Infine, venerdì 12 febbraio, il primo incontro della serie Il Tappeto: intreccio di Storia, Arte e Culture, a cura di Loredana Gazzola e Carlo Scaramuzza, dell’Associazione culturale Cintamani di Pordenone. Alle 15.30 Pazyryk: il più antico tappeto annodato ci racconta le origini di un’Arte millenaria: per valorizzare il tappeto come bene culturale e artistico, per conoscere un’arte affascinante, praticata dal Mediterraneo alla Cina, testimone di secolari scambi e relazioni tra popoli euroasiatici.

Per accedere è necessario registrarsi nei link del sito www.centroculturapordenone.it

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In copertina, Joe Biden nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.

Future Forum oggi al via su Telefriuli: obiettivo Covid-19 e Via della Seta

Nuovi mercati e rotte commerciali saranno al centro della prima puntata, oggi 5 ottobre, alle 20.40, del Future Forum 2020, il progetto della Camera di Commercio di Pordenone-Udine che quest’anno “si trasferisce” in tv, sul giornale e i social. Dieci puntate, da lunedì a venerdì per due settimane, da circa 15 minuti, andranno in onda su Telefriuli, con approfondimenti sul Messaggero Veneto, i due media che collaborano all’edizione. “Andremo così noi nelle case dei cittadini, una formula che avevamo già immaginato prima del Covid e che oggi ha confermato la sua validità – commenta il presidente camerale, Giovanni Da Pozzo -. Con queste puntate andremo ad approfondire il futuro di diverse tematiche, ovviamente non potendo prescindere da come e quanto il futuro, per come l’avevamo immaginato, cambi alla luce del Covid-19, con tutte le modifiche che sta portando nella nostra economia e nel nostro modo di vivere”.

Cristina Pozzi

ph Francesco Margutti

Riflessi a livello globale e locale, che saranno discussi nelle puntate – curate da Impactscool con la partecipazione della ceo e co-fondatrice Cristina Pozzi –,con esperti internazionali e con alcuni dei principali protagonisti delle istituzioni, dell’economia, delle imprese regionali. L’ospite nazionale della prima puntata sarà Alberto Forchielli, esperto di economia e di sviluppo di affari internazionali, con particolare focus sul Sudest asiatico, Usa e Cina. Forchielli introdurrà il dibattito con il suo qualificato punto di vista sulla situazione e sulla discontinuità introdotta dal Covid-19, che ha cambiato i piani degli imprenditori e le logiche dei mercati internazionali. Come reagire? È il momento ripensare la globalizzazione, i mercati e le rotte internazionali? La Via della Seta continuerà a offrire opportunità per le aziende friulane? Si discuterà, in questo contesto, di cosa cambia per la comunità economica del Friuli Venezia Giulia, poiché in studio interverranno anche l’assessore regionale alle Attività produttive e Turismo, Sergio Emidio Bini, e Chiara Valduga, presidente di Cividale Spa.

Domani, 6 ottobre, si parlerà invece di economia e finanza, riflettendo sugli strumenti che diventeranno sempre più preponderanti nei prossimi anni, anche in seguito alle esigenze, da un lato, e alla crisi, dall’altro, innescate dall’emergenza sanitaria. Gli ospiti nazionali saranno il direttore di Milano Finanza Roberto Sommella e Marco Bellezza, avvocato e amministratore delegato di Infratel Italia, società in-house del Ministero dello Sviluppo economico che fa parte del Gruppo Invitalia. Dei riflessi sull’economia regionale parleranno poi il governatore del Fvg, Massimiliano Fedriga, e Chiara Mio, presidente di Crédit Agricole FriulAdria Spa.

Le puntate si potranno vedere successivamente anche sui social di Telefriuli, del Messaggero Veneto e della Camera di Commercio (@camcompnud). Per info www.friulifutureforum.com

L’hashtag per i commenti sulle trasmissioni è #futureforum2020.

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In copertina, il presidente della Camera di Commercio di Pordenone-Udine Giovanni Da Pozzo.

Coronavirus, allarme anche in Fvg: ecco come comportarsi

Coronavirus, è allarme anche in Friuli Venezia Giulia. Perché, dopo i casi di contagio manifestatisi in Lombardia e in Veneto, che hanno causato anche le prime vittime italiane, ci sono dieci pazienti in osservazione (sette a Udine e tre a Trieste) per accertare se i sintomi che presentano vanno collegati all’epidemia scoppiata in Cina oppure no. Fortunatamente, “dalle prime notizie che abbiamo i test sono negativi”, ha riferito il governatore Fvg, Massimiliano Fedriga, al termine di un vertice a Palmanova con la Protezione civile, alla presenza dell’assessore alla Salute, Riccardo Riccardi, titolare anche della stessa Pc.

Massimiliano Fedriga (a destra) con il vice Riccardo Riccardi e Gianna Zamaro, direttore Salute Fvg.

“Abbiamo attivo il monitoraggio sul Coronavirus sette giorni su sette e abbiamo agito ovunque con il massimo grado di prevenzione, sempre in contatto con il ministero della Salute, cercando di usare una cautela un po’ più alta rispetto agli esiti in corso”, ha detto Fedriga. “I sette casi a Udine e tre a Trieste – ha precisato, come si legge in una nota dell’Ansa – sono stati subito presi in carico, ma non sottovalutiamo nessun tipo di segnalazione che ci giunge alle strutture sanitarie del Fvg”. In caso di “sospetto anche mimino – ha aggiunto – è importante chiamare subito il 112 ancora prima di rivolgersi al pronto soccorso e al medico di base”.
Sulla base di questa situazione, il vicegovernatore con delega alla Protezione civile, Riccardi, d’intesa con lo stesso presidente Fedrida, ha siglato lo stato di emergenza fino al prossimo 31 luglio per fronteggiare il rischio sanitario da Coronavirus, anche in considerazione dei primi casi di contagio nel territorio italiano e in particolare nella vicina regione del Veneto ed in esito della riunione del Comitato operativo di Protezione civile avvenuta oggi.

Lo stato d’emergenza

Con il decreto dello stato di emergenza la Regione – come si legge in una nota Arc – potrà adottare una procedura più agile per l’acquisto di beni, servizi e forniture attraverso un affidamento diretto senza indagini di mercato sopra e sotto soglia comunitarie, per tutto ciò che è necessario per affrontare l’emergenza. In prima battuta la misura è utile per disporre di risorse tali da consentire, ad esempio, di mettere a disposizione le strutture nel caso in cui si rendesse necessario adottare l’isolamento.

In attesa delle linee guida del Governo centrale, le manifestazioni pubbliche in Friuli Venezia Giulia quali ad esempio il Carnevale e le paralimpiadi previste a Lignano Sabbiadoro, non saranno sospese ma la Regione è pronta, una volta ricevuta la proposta dell’Esecutivo nazionale, ad effettuare le valutazioni di merito per la piena tutela dei cittadini del Friuli Venezia Giulia.  E’ uno dei messaggi del governatore del Fvg emersi a seguito del collegamento con il Comitato operativo alla Protezione Civile sul Coronavirus, che si è svolta alla presenza del premier Giuseppe Conte e dei rappresentanti delle Regioni.  In quell’occasione, il governatore del Friuli Venezia Giulia ha chiesto una maggior intensificazione dei controlli ai valichi di frontiera oltre alle linee guida per la gestione delle manifestazioni pubbliche.
Sul primo punto il governatore ha preso atto della risposta del premier secondo cui, al momento, rispetto alle informazioni acquisite e al livello di contagio, la misura è da escludere ma ha manifestato la disponibilità del governo centrale ad un confronto con le Regioni di frontiera per un approfondimento sulla tematica.

Morphology of the novel coronavirus

https://en.wikipedia.org/wiki/Coronavirus_disease_2019

 

Contattare il 112

Contattare il 112 se si ritiene di essere in una situazione sospetta, non recarsi dal medico di base e in pronto soccorso. Gli esperti risponderanno e faranno una prima analisi dando le valutazioni adeguate al caso. Sono le prime indicazioni emerse dalla conferenza stampa, con il governatore e il vicegovernatore della Regione, che si è tenuta nella sede della Protezione civile del Friuli Venezia Giulia a Palmanova dove si è riunito il comitato operativo per l’emergenza sanitaria Coronavirus (nome scientifico COVID-19) con i professionisti della salute.

I rappresentanti dell’esecutivo – come informa l’Arc – hanno rimarcato l’adozione delle misure preventive che in regione sono già attive da alcune settimane con un monitoraggio 7 giorni su 7. Sul territorio, è stato sottolineato, viene posto il massimo grado di attenzione utilizzando una cautela più alta rispetto ai rischi in corso per non sottovalutare alcuna segnalazione.
Il governatore ha informato sugli attuali sette casi sospetti a Udine e tre a Trieste che, al momento, risultano negativi e ha inoltre ricordato che si stanno seguendo tutti i protocolli attivati anche a livello nazionale. Il governatore si è poi soffermato sul potenziamento della struttura del 112 attraverso la consulenza di specialisti infettivologi per rispondere alle esigenze della popolazione.
Sono attivati tutti i percorsi idonei per gestire la parte preventiva e si stanno individuando i siti adatti se dovesse emergere un’eventuale necessità di isolamento. Si sta predisponendo, inoltre, un sistema di interazione con gli esperti a favore della cittadinanza, attraverso canali innovativi, anche online, per avere confronti puntuali con gli operatori del settore. A breve verrà diffusa la distribuzione di materiale informativo per illustrare il miglior comportamento da adottare in caso di situazione sospetta.
Il vicegovernatore ha rimarcato l’alta attenzione sull’emergenza Coronavirus (nome scientifico COVID-19) , tanto da ricordare l’immediata presa in carico di una persona di Lodi presente ieri sera in regione, risultata poi negativa al test. Il governatore ha comunicato, infine, di aver fatto richiesta a livello nazionale di prevedere controlli anche sui confini terrestri, al fine di monitorare gli ingressi sul territorio nazionale visto che le misure preventive adottate dal governo italiano non sono omogenee a livello europeo.

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In copertina, ecco il padiglione d’ingresso dell’ospedale di Udine.

 

 

Olimpiadi a Cortina? La palla al Coni ma prenderà tempo

di Giuseppe Longo

Conto alla rovescia per la sede delle Olimpiadi invernali del 2026:

Cortina, Milano o Torino?

Gli occhi sono tutti puntati sul CONI che oggi, 10 luglio, si riunirà per chiarirsi le idee perché si avvicina il momento in cui dovrà essere indicata al Cio la località candidata dall’Italia per i Giochi che si disputeranno fra otto anni.
E che nel frattempo, nel 2022, si terranno in Cina.

Quindi ancora una sede asiatica dopo la recente edizione in Corea del Sud.
Il Triveneto aspetta con ansia le indicazioni che usciranno oggi dal Comitato olimpico nazionale presieduto da Giovanni Malagò.

Giovanni Malagò

Attende una risposta, ovviamente positiva, il Veneto che per primo si è mosso con il suo governatore Luca Zaia per mettere sul tavolo anche la candidatura di Cortina che ebbe già le Olimpiadi invernali nel 1956, ma anche il Trentino Alto Adige attraverso le sue Province autonome di Trento e Bolzano che hanno deciso di appoggiare la richiesta dei cugini della Serenissima.
E poi c’è anche la nostra regione, nella quale le Dolomiti continuano con espressioni meravigliose soprattutto a Forni di Sopra e nella ritrovata Sappada.
Come si ricorderà, dagli albergatori friulani era stato espresso subito un grande interesse per i Giochi 2026 perché potrebbero efficacemente coinvolgere anche i nostri poli sciistici con benefiche ricadute sulla montagna friulana che ha bisogno di nuovi stimoli per continuare a credere in un suo futuro.
E Zaia aveva molto apprezzato questo appoggio.
Oggi, dunque, cosa succederà?

Difficile prevederlo anche se da più parti in questi giorni si è fatto osservare che le chances di Cortina sarebbero sensibilmente aumentate.

L’affare Olimpiadi venerdì scorso è infatti approdato a Palazzo Chigi per un parere, ma il governo Conte, forse per non scontentare nessuno e per non incrinare i rapporti tra Lega e Cinque stelle (come è noto, il Carroccio corre verso Cortina o Milano, i grillini invece propendono per Torino), ha deciso di non decidere, ha preferito non dire nulla di vincolante, se non di esprimere la raccomandazione che i Giochi invernali del 2026 – dicendosi d’accordo sulla candidatura italiana – si tenessero nella località che offre maggiori garanzie di economicità e di minor impatto ambientale.
E molti hanno letto tra le righe una preferenza per la già olimpionica Cortina che, come Zaia ha più volte sottolineato e documentato pure nel corposo incartamento inviato al CONI e al governo stesso a supporto della sua richiesta, ha i numeri, le strutture e le condizioni in generale, salvo modesti interventi, per avere Olimpiadi a “impatto zero”.

Ed è questa, infatti, la preoccupazione che deve avere risposta rassicurante: guai – lo sottolineavamo anche l’altro giorno – se i Giochi dovessero turbare la straordinaria bellezza delle Dolomiti, patrimonio dell’umanità!
Allora come andrà a finire?
Vedremo se prevarrà una scelta tecnica, come ha ripetutamente chiesto Zaia, o politica.
O se ci sarà un po’ dell’una e un po’ dell’altra, magari senza giungere ancora a una decisione.
Che forse, dalle indicazioni dell’ultima ora, è la cosa più probabile.
Per questo gli occhi del Triveneto, e quindi anche degli operatori friulani, oggi sono tutti puntati sul Coni.
Che però potrebbe prendersi ancora un po’ di tempo per riflettere, prima di restituire la palla a Palazzo Chigi perché è proprio qui che dovrà essere presa la decisione definitiva su quale città l’Italia dovrà schierare nella disputa planetaria.
In altre parole, dovrà essere presentata una candidatura credibile perché il Comitato olimpico internazionale la possa prendere in seria considerazione.

COREA DEL NORD E STATI UNITI. UN CONFRONTO PERICOLOSO

Stati “canaglia” che non vogliono la guerra ma potrebbero scatenarla.

Giorgio Da Gai

Historia Limes Club Pordenone

Il Termine Stato “canaglia” (rouge State) è usato in America per indicare le nazioni governate da dittature, o che minacciano la pace internazionale. La Corea del Nord è uno Stato “canaglia”, come lo sono tutte le dittature che costringono la popolazione a vivere nel terrore e nell’indigenza. Gli Stati Uniti non sono una dittatura, ma minacciano la pace internazionale, quindi sono uno Stato “canaglia”: calpestano la sovranità delle nazioni con guerre imperialiste camuffate da operazioni di polizia internazionale (Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria); fomentano i conflitti nelle nazioni che reputano ostili (le Rivoluzioni colorate nell’Europa Orientale) scatenano con la Russia una nuova “Guerra Fredda” (l’allargamento a est della Nato). Gli effetti di questa politica irresponsabile e criminale sono sotto i nostri occhi e l’Europa ne subisce le conseguenze con la minaccia del terrorismo islamista, l’immigrazione e le tensioni con la Russia.

Le “canaglie” si sfidano con reciproche provocazioni. Pyongyang minaccia i vicini con i test nucleari. Washington compie imponenti esercitazioni militari a Hokkaido e in Corea del Sud. Immaginate quale sarebbe la reazione americana se la Corea del Nord compisse simili esercitazioni in prossimità della baia di San Francisco. L’attacco americano sarebbe certo e immediato. La politica americana è un capolavoro di doppia morale.

Oggi il 38° parallelo segna il confine tra le due Coree. La penisola coreana fu per secoli una sola nazione guidata dalla dinastia Joseon (1392-1910). Nel 1910 la Corea divenne una colonia dell’Impero giapponese e tale rimase fino alla capitolazione del Giappone (agosto 1945): gli Stati Uniti occuparono la parte meridionale della penisola coreana, l’attuale Corea del Sud (1948); la resistenza comunista, guidata da Kim II sung (nonno dell’attuale dittatore) occupò quella settentrionale, l’odierna Corea del Nord (1948).

Nel 1950 la Corea del Nord invase quella del Sud per conquistare l’intera penisola e trasformarla in una lugubre Paese comunista. In breve tempo le truppe nord coreane arrivarono a occupare la capitale Seul. Gli Stati Uniti su mandato dell’ONU e affiancati da altri diciassette Paesi intervennero in aiuto della Corea del Sud. Il contingente militare era guidato dal generale americano Douglas MacArthur e composto in prevalenza da truppe statunitensi. La controffensiva statunitense si spinse oltre la linea del 38° parallelo invadendo la Corea del Nord. La Cina per impedire la caduta del regime nordcoreano e il conseguente schieramento delle truppe americane ai propri confini; inviò in aiuto di Pyongyang un contingente militare di circa 300 mila uomini. L’Unione Sovietica mantenne una posizione defilata, sostenne Pyongyang con un numero limitato di aerei e di piloti; Stalin non vedeva di buon occhio un conflitto che poteva modificare l’equilibrio della “Guerra Fredda”. Il mondo rimase con il fiato sospeso temendo lo scoppio di un conflitto nucleare. Il generale MacArthur voleva colpire la Cina con armi nucleari, ma l’autorizzazione gli fu negata dal presidente Harry S Truman che temeva un’eventuale ritorsione sovietica.

La guerra terminò nel 1953 con l’armistizio di Panmunjeom. Le vittime totali del conflitto furono circa 3 milioni: gli Stati Uniti persero 54.240 uomini, la, la Corea del Sud 415.000, la Cina 110.400, la Corea del Nord oltre 200.000. Le vittime civili furono 1.500.000: un milione di nordcoreani e 500.000 sudcoreani. L’assetto geopolitico della penisola rimase invariato e rispecchia ancora le aree d’influenza della Guerra Fredda.

Il conflitto tra le due Coree non si può dire finito ma solo “congelato”: i belligeranti non hanno ancora firmato un trattato di pace e i rapporti tra le due Coree rimangono tesi. Incidenti di confine e azioni terroristiche hanno segnato il dopo armistizio: il 9 ottobre del 1983, tre militari nordcoreani fecero esplodere una bomba sotto il palco della delegazione sudcoreana in visita a Rangoon (Birmania) morirono 21 persone tra queste 4 ministri del governo di Seul; il 29 novembre 1987, due agenti della polizia segreta nordcoreana, fecero esplodere una bomba su un aereo della Korean Air, le vittime furono 115 avvenuti; il 26 marzo del 2010, un sommergibile nordcoreano affondò una corvetta sudcoreana, morirono quarantasei marinai, nello stesso anno l’artiglieria nordcoreana bombardò l’isola Yeonpyeong (arcipelago conteso tra le Coree) uccidendo quattro civili.

Il regime nordcoreano sopravvive grazie al sostegno russo-cinese e all’effetto deterrente del suo arsenale nucleare. Senza questo collasserebbe come è collassata l’Unione Sovietica. L’Organizzazione delle Nazioni Unite include la Corea del Nord tra le 34 nazioni al mondo che hanno bisogno di aiuti esteri per poter alimentare la popolazione (circa 23 milioni dei nord coreani hanno una dieta quotidiana insufficiente e solo sei milioni si salvano della carestia); l’inefficienza del sistema agro-alimentare e le avversità climatiche provocarono la carestia del periodo 1994 – 1998 (le vittime furono circa 220 mila); il 97% del fabbisogno petrolifero nordcoreano e assicurato dalla Russia e dalla Cina, discorso analogo vale per l’interscambio commerciale.

Nella crisi coreana la posta in gioco è l’ascesa della Cina come potenza internazionale. La Corea del Nord è una pedina nella partita tra gli Stati Uniti e la Cina. Un confronto che vede schierati da una parte gli Stati Uniti, la Corea del Sud e il Giappone; dall’altra, la Corea del Nord e la Cina. La Russia cerca di mediare tra le parti, la sua politica estera si concentra nelle aree ex sovietiche o strategiche per la sicurezza russa: l’Africa Settentrionale (la Libia) il Medio Oriente (l’Egitto e la Siria), l’Asia Centrale (le repubbliche ex sovietiche) l’Europa Orientale (l’Ucraina, e i Balcani), il Caucaso (l’Azerbaigian, la Georgia, la Cecenia e il Daghestan).

La Corea del Sud e il Giappone si appoggiano agli Stati Uniti per opporsi alla minaccia militare di Pyongyang e all’ascesa della Cina, la nazione più potente dell’Estremo Oriente. La Corea del Nord è il quinto esercito più numeroso del mondo, è fornito di armi nucleari e chimiche; ma il suo arsenale convenzionale e in prevalenza obsoleto. Si stima che la Corea del Nord abbia 20 – 40 testate nucleari della potenza di quelle sganciate su Hiroshima e su Nagasaki, in parte sganciabili con bombe di aereo e in parte imbarcabili con missili balistici; l’arsenale chimico di Pyongyang ammonta a circa 5.000 tonnellate di armi chimiche. Immaginate quale catastrofe potrebbe provocare l’impiego di tali armi nella penisola coreana e nel Pacifico.

Gli Stati Uniti vorrebbero eliminare il regime coreano per spostare le basi militari sul confine cinese e mettere sotto pressione la Cina, l’unica nazione che può contrastare la supremazia degli Stati Uniti nel Pacifico e piegare l’economia americana. La Cina è una nazione in rapida ascesa: il suo esercito tra i più potenti del mondo; il tesoro cinese detiene la maggioranza dei titoli del debito pubblico americano, se decidesse di metterli sul mercato con fini speculativi farebbe collassare il dollaro; l’industria cinese è il principale concorrente dell’industria americana. Su questa consapevolezza si fonda la “sinofobia” di Tramp e della classe dirigente americana.

La Russia e la Cina si adoperano per evitare lo scoppio di una guerra ai propri confini. Ambedue temono un conflitto dalle conseguenze apocalittiche (milioni di profughi, radiazioni nucleari, la possibilità di essere coinvolte direttamente nello scontro); un conflitto che permetterebbe agli Stati Uniti di avvicinarsi al confine russo e cinese come ai tempi della Guerra di Corea.

La crisi coreana offre a Pyongyang e Washington indubbi vantaggi. Vantaggi politici: il regime coreano ottiene il sostegno della Russia e della Cina per fare da baluardo all’espansione americana nel Pacifico; gli Stati Uniti con la scusa di combattere la minaccia nordcoreana giustificano l’installazione in Corea del Sud del sistema antimissilistico “THAAD”, acronimo di Terminal High Altitude Area Defence; un’arma capace di abbattere i missili a corto e medio raggio nordcoreani e di influire sulle capacità militari di Mosca e di Pechino (radar di “scoperta” AN/TPY 2). Vantaggi economici, la crisi coreana offre all’industria dei Paesi coinvolti una buona opportunità commerciale: gli Stati Uniti vendono alla Corea del Sud e al Giappone le armi per contrastare la minaccia di Pyongyang; la Corea del Nord vende i sistemi missilistici all’Iran, che teme a ragione un attacco americano.

La Corea del Nord ha potuto sviluppare un arsenale nucleare grazie ai propri giacimenti di uranio e alla tecnologia fornita dal Pakistan. Kim Jong un non è pazzo, la sua strategia è lucida, usa l’arma nucleare come strumento di deterrenza per non fare la fine di Gheddafi e di Saddam. Il tiranno Kim è consapevole che solo l’arma nucleare può dissuadere gli Stati Uniti dall’attaccarlo.

Nel dicembre del 2017, come risposta ai test nucleari, l’ONU ha approvato nuove sanzioni a carico della Corea del Nord: restrizioni alle importazioni petrolifere, blocco all’esportazione dei prodotti tessili nordcoreani, il blocco dei permessi di lavoro ai circa centomila nordcoreani che lavorano all’estero. A favore di tali sanzioni hanno votato anche la Russia e la Cina, stanche delle provocazioni del riottoso alleato. Gli Stati Uniti volevano includere nelle sanzioni anche il blocco navale in acque internazionali e la totale sospensione delle forniture petrolifere; il fine è per far collassare la Corea del Nord, anche a costo di provocare migliaia di vittime tra la popolazione stremata dalle dure condizioni imposte dal regime. Alle drastiche sanzioni proposte dagli Stati Uniti si sono opposte la Russia e la Cina; nazioni, che secondo Trump violano le sanzioni internazionali rifornendo segretamente di petrolio l’alleato coreano.

La soluzione alla crisi coreana sta nella proposta russo-cinese: la contemporanea e reciproca sospensione di qualsiasi attività nucleare da parte della Corea del nord e delle esercitazioni militari degli Stati Uniti. Un accordo difficile da realizzare per l’ostilità che regna tra le parti e per il carattere dei soggetti coinvolti: il “Gabibbo” Trump e il “Godzilla” Kim (il dinosauro atomico del genere Kaiju Eiga caro al dittatore coreano) sono personaggi grotteschi e pessimi diplomatici, inadatti a gestire le crisi. Ci sarebbe da ridere se in gioco non ci fosse la vita di milioni di persone.

Stati Uniti e Corea del Nord non vogliono la guerra perché le conseguenze sarebbero disastrose per entrambi. Un attacco preventivo di una delle parti scatenerebbe la rappresaglia dell’altra.

La rappresaglia nordcoreana sarebbe chimico-nucleare e colpirebbe la Corea del Sud, il Giappone e gli Stati Uniti (le isole Hawaii e la base militare di Guam); le vittime potrebbero superare il milione e il ruolo internazionale degli Stati Uniti sarebbe irreparabilmente compromesso (una superpotenza è tale fino a quando riesce a difendere i propri alleati). Gli Stati Uniti non potrebbero eliminare l’intero arsenale nordcoreano dotato: di circa mille missili a breve, medio e lungo raggio in prevalenza installati su basi mobili o nascosti in bunker sotterranei; centinaia di cannoni semoventi Koksan da 170 millimetri e lanciarazzi da 240 millimetri protetti da bunker sotterranei, in grado di colpire Seul con proiettili contenenti armi chimiche (sarin e iprite).

La rappresaglia americana sarebbe anch’essa nucleare, trasformerebbe la Corea del Nord in un cumulo di macerie; senza timore di una reazione russo-cinese. Il sostegno militare della Russia e della Cina all’alleato coreano è subordinato a un attacco preventivo americano. In quest’ultima ipotesi rischieremo un conflitto nucleare tra superpotenze.

Un conflitto tra Corea del Nord e Stati Uniti è improbabile ma non impossibile, varie potrebbero essere le cause: una serie crescente di ritorsioni, provocate da gravi incidenti come avvenuti dopo la fine del conflitto coreano; un test nucleare nordcoreano dagli effetti disastrosi, come la minacciata esplosione di un ordigno termonucleare nel Pacifico; l’illusione americana di poter eliminare il regime di Pyongyang utilizzando armi nucleari tattiche (a limitata potenza) la strategia del “primo colpo nucleare” (first-strike) tesi cara ai “falchi” di Washington.

Alle Olimpiadi gli atleti delle due Coree sfilano insieme sotto la bandiera della Corea unita; ma la penisola rimarrà divisa perché non ci sono le condizioni per la riunificazione. Unire le due Coree presuppone un accordo tra le potenze egemoni del Pacifico: la Cina e gli Stati Uniti. Un accordo impossibile da realizzare perché la competizione tra i due Paesi cresce di giorno in giorno. La politica protezionistica del presidente americano non fa che inasprire detta competizione.

Non dobbiamo essere pessimisti, a maggio il presidente americano e quello nord coreano si incontreranno per discutere sulla denuclearizzazione della penisola e non solo di un congelamento del programma nucleare nordcoreano. Un evento eccezionale, mai nella storia un presidente americano e uno nordcoreano si sono incontrati. Merito delle sanzioni internazionali e delle pressioni cinesi che hanno indotto il regime di Pyongyang a miti consigli. E’ presto per parlare di pace ma le premesse ci sono; non tanto per le qualità dei personaggi coinvolti, ma perché la guerra non conviene a nessuno.