L’addio a Giuseppe Tonutti: all’epoca del sisma fece parlare il Friuli con Roma

di Giuseppe Longo

Un altro grave lutto ha colpito oggi la politica del Friuli Venezia Giulia.   Si è spento, infatti, all’età di 93 anni, nella sua casa di Fagagna, l’ex senatore Giuseppe Tonutti, la cui dipartita si aggiunge a quelle recenti di Ettore Romoli, presidente del Consiglio regionale, e dell’ex ministro Mario Toros.

I funerali saranno celebrati martedì mattina, alle 10.30, nella chiesa di San Giorgio Maggiore in via Grazzano, a Udine.

Con la scomparsa di Tonutti, si chiude un’altra importante pagina di storia politica friulana e in particolare di quella contrassegnata dalla Democrazia cristiana.   Del partito cattolico è stato infatti un importante leader a livello regionale e pure nazionale, avendo ricoperto il ruolo di segretario amministrativo a metà degli anni Ottanta.   Una importante carica, coincisa con quella politica di Benigno Zaccagnini all’epoca del rapimento e della barbara uccisione di Aldo Moro, presidente della Dc, del quale proprio nei mesi di marzo e maggio scorsi si è celebrato il quarantennale della tragica vicenda.

Ma la carica politica si è incrociata, negli stessi anni, anche con quella istituzionale.   Giuseppe Tonutti fu eletto infatti senatore nel 1976 :  mi ricordo ancora benissimo quelle elezioni fatte, in alloggi prefabbricati, a poche settimane da quel terremoto che aveva sconvolto il Friuli.   Sarebbe rimasto in carica fino al 1987, cioè negli anni cruciali della rinascita post-sismica.   E il suo apporto fu prezioso perché anche Tonutti, come Toros, seppe tenere sempre in  efficienza il collegamento tra Udine e Roma, cioè tra l’amministrazione regionale guidata da Antonio Comelli – da poco ricordato nel ventesimo anniversario della scomparsa come il “Presidente della ricostruzione” – facendo funzionare proficuamente il “dialogo” tra il governo centrale e quello locale, tanto da realizzare il “modello Friuli”
tuttora indicato come esempio.

Tonutti, da Roma, ebbe modo infatti di occuparsi direttamente del disastro che aveva colpito la sua terra in quanto fece parte della Commissione speciale Terremoto Friuli, dando appunto anche lui il suo importante apporto che ha consentito di ottenere, in uno sforzo corale, quel miracolo che ha ricostruito i paesi distrutti in appena dieci anni.   Un risultato che non è stato purtroppo visto mai in nessun altra regione italiana.   E questo, abbiamo avuto modo di  ricordarlo in altre occasioni, è stato il frutto di quel decentramento dei poteri – dallo Stato alla Regione, e quindi da questa ai Sindaci funzionari delegati – che si è rivelato la carta vincente del processo di rinascita, avendo consentito un importante taglio della burocrazia e quindi uno snellimento delle procedure che altrimenti sarebbero state oltremodo lunghe e complesse.

In questa nuova impostazione della gestione post-sismica – davvero innovativa, direi rivoluzionaria, per l’epoca – non mancò l’apporto del senatore Tonutti, uomo dalla solida preparazione politica e istituzionale, doti unite alla serietà e onestà del friulano verace.   E questi caratteri, al termine del mandato parlamentare, l’onorevole Tonutti li espresse anche attraverso altri importanti locali assunti a livello locale. Fu infatti presidente della Cassa di risparmio di
Udine e Pordenone – incarico assunto anche da Comelli al termine del lunghi mandati in Regione – e della finanziaria Friulia, ma anche di Autovie Venete e del Porto di Trieste.

Anche a lui il suo Friuli deve riconoscenza, serbandone un grato ricordo.

in copertina la foto del senatore Giuseppe Tonutti dal sito ufficiale del Senato

http://www.senato.it/leg/07/BGT/Schede/Attsen/00002398.htm

È solo il primo passo:

la lezione di Moro

di Giuseppe Longo 
 
Prove d’intesa fra Salvini e Di Maio. È così, mentre a livello nostrano è andato in scena un pericoloso stallo nel Centrodestra per l’indicazione del candidato governatore del Friuli Venezia Giulia – sembrava che per la Lega, grazie ai clamorosi risultati alle politiche, ci fosse una strada ormai spianata -, a Roma si è registrato un primo importante passo per tentare di sbloccare la situazione post-elettorale, soprattutto in vista degli imminenti impegni legati alla elezione dei vertici istituzionali.
È la svolta che avevamo auspicato all’indomani del voto commentando a caldo i risultati. È cioè che due forze, coalizione di Centrodestra e Cinque stelle, con una strabiliante affermazione elettorale che assegna loro quasi il 70 per cento dei consensi, pur tuttavia entrambe non vittoriose (cioè non in grado di esprimere una maggioranza parlamentare), debbono necessariamente tentare di parlarsi rinunciando all’arroccamento che abbiamo visto dopo le consultazioni.
A Matteo Salvini va dato atto di aver avviato il disgelo fra i due schieramenti premiati dal voto, pur finalizzato, almeno per ora, alla ricerca di un’intesa per la elezione dei presidenti di Camera e Senato, fissata fra otto giorni, il 23 marzo. Si era parlato anche di un incontro a metà della prossima settimana, poi smentito, per lasciare spazio invece ad un altro contatto telefonico. Va detto subito che il M5S rivendica per sé lo scranno più alto di Montecitorio, mentre per quello di Palazzo Madama si sarebbe prenotato il Carroccio, suscitando subito qualche mal di pancia soprattutto in Forza Italia. Diciamo solo per inciso che nella tanto vituperata prima Repubblica era consuetudine, non scritta, di riservare almeno una delle due Camere alla minoranza (vi ricordate la comunista Nilde Jotti?). In questo caso il Pd che ha deciso di rimanere all’opposizione pur dicendosi pronto al confronto per le cariche istituzionali: appartengono a tutti, ha detto il segretario reggente Martina.
Le indicazioni che usciranno da questi contatti ci faranno sapere se esistono anche le condizioni per dare vita a una maggioranza di governo, presto però per dire se di scopo (per rifare la legge elettorale dopo la pessima prova del Rosatellum, in vista di una chiamata alle urne anticipata che però i neoeletti cercheranno di evitare come la peste) o di programma. Ma dal Centrodestra,  con Berlusconi e Meloni, sono subito emerse voci di fermo dissenso: con M5S nessun accordo al di là di quello contingente per le imminenti elezioni nei due rami del Parlamento. L’obiettivo è infatti quello di costruire una maggioranza intorno proprio al Centrodestra (con premier incaricato Salvini) che, come coalizione, ha il maggior numero di seggi. Ma bisogna vedere con chi, visto anche il ripetuto pronunciamento contrario dei dem.
E poi i Pentastellati accetterebbero di rimanere esclusi dalle stanze del potere, essendo il loro il partito-movimento che ha ottenuto più voti di tutti?  Credo proprio di no, per cui  buona l’apertura per le Camere fra Salvini e Di Maio, ma la partita da giocare per il governo resta lunga e complicata, mentre le consultazioni del capo dello Stato sono alle porte. C’è, cioè, il rischio concreto che nell’uovo d Pasqua non si trovi alcuna bella sorpresa, come invece sarebbe auspicio degli italiani che stavolta si sono recati in massa alle urne – invertendo l’andazzo degli ultimi anni – per dire chiaramente da chi vogliono essere governati.
Proprio oggi ricorrono i 40 anni dal rapimento, da parte delle Brigate rosse, di Aldo Moro e dell’uccisione dei cinque uomini della scorta. E il presidente dell’allora Democrazia cristiana, vilmente assassinato dopo cinquantacinque giorni di prigionia, si era speso con totale convinzione per realizzare una maggioranza di solidarietà nazionale chiamando a collaborare forze politiche molto diverse per storia, contenuti e obiettivi, come la stessa Dc di Benigno Zaccagnini e il Pci di Enrico Berlinguer, per dare vita a quello che è rimasto noto come “compromesso storico “.
Oggi invece, pur in una situazione politica e storica completamente diversa, non siamo in presenza di forze sostanzialmente molto distanti. Infatti, sebbene in campagna elettorale abbiano esposto obiettivi differenti (basti pensare soltanto al tanto discusso reddito di cittadinanza), entrambe erano all’opposizione e da quei banchi hanno contestato duramente l’esecutivo del Partito democratico che poi anche gli elettori hanno evidentemente penalizzato. È con il Pd Salvini ha assicurato che non tratterà mai, mentre Di Maio ha detto, con una certa vena di ottimismo, che in Italia non ci vorranno sei mesi come in Germania per fare il governo. Sta forse già riflettendo sulla lezione di Moro? Staremo a vedere.
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< N.d.R.  ringraziamento a Giuseppe Longo >
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Giuseppe Longo  ([Falcetto d’oro]: premio nato e ideato nel 1996 per volontà della Coldiretti),
Bepi per gli amici, è stato responsabile delle pagine di agricoltura ed enogastronomia del quotidiano Messaggero Veneto, dove ha lavorato dal 1980. Negli anni ’90, in qualità di sindaco del suo comune di origine, Nimis, fu promotore di una tenace iniziativa per la difesa e la valorizzazione del Ramandolo, il vino locale più prestigioso, avviando un percorso che lo ha portato nel 2000 al riconoscimento della prima Docg della regione FVG.