Madonna d’Aiuto, a Corno di Rosazzo restauro tra memoria e devozione: oggi un viaggio nella storia del Santuario

di Giuseppe Longo

“La statua della Madonna d’Aiuto”. Il restauro come segno di memoria e devozione” è l’affascinante tema della giornata di studio che è in programma stamane, dalle 9.30, nel teatro parrocchiale “Lino Zucco” a Corno di Rosazzo. «L’incontro – come anticipa il parroco di Santa Maria del Rosario, don Antonio Raddi – sarà occasione per conoscere più da vicino la storia e il restauro della statua della Madonna d’Aiuto, prezioso segno di fede e identità per la nostra comunità, con contributi di studiosi e professionisti del settore».


Dopo i saluti dello stesso sacerdote e dell’architetto Paolo Coretti, che provvederà alla presentazione dei relatori e al coordinamento del convegno, seguiranno gli interventi del professor Alessio Persic, docente di Letteratura Cristiana Antica all’Università Cattolica di Milano (Origine e vitalità del culto mariano nel territorio compreso tra Cividale e Cormons e approfondimento delle motivazioni storiche e religiose che hanno determinato le emergenze cultuali rappresentate dalla devozione e dalle chiese dedicate a San Giorgio e San Martino a Visinale, Sant’Andrea a Sant’Andrat, San Leonardo a Gramogliano, San Michele ai Casali Gallo, San Giacomo Apostolo e San Biagio a Noax); professoressa Maria Visintini, storica e studiosa del territorio e scrittrice (Storia dell’edificio (“Da chiesiola a Santuario, descrizione dei principali arredi sacri e breve illustrazione degli ex voto maggiormente significativi); monsignor Sandro Piussi, direttore dell’Ufficio Diocesano per i Beni Cultural dell’Arcidiocesi di Udine (Descrizione della statua in legno dorato della “Madonna d’Aiuto” e analisi iconografica di ciascuna delle sue componenti con riferimento anche alle immagini mariane presenti nei luoghi di culto del territorio circonvicino); dottor Domenico Ruma, restauratore beni culturali presso Laar srl (Analisi dello stato di conservazione della statua e descrizione dei possibili interventi di restauro); monsignor Loris della Pietra, direttore dell’Ufficio Diocesano per la Liturgia dell’Arcidiocesi di Udine (Il culto mariano tra spazi e riti. Spunti liturgico-pastorali). Al termine seguiranno gli interventi di saluto da parte delle autorità. La ricca mattinata di studio sarà, quindi, conclusa da un momento conviviale nello stesso teatro parrocchiale.


Ricordiamo, infine, che uno degli ultimi atti di monsignor Andrea Bruno Mazzocato, prima di lasciare il suo incarico al nuovo arcivescovo Riccardo Lamba, era stato il decreto di erezione a Santuario diocesano della Chiesa della Madonna d’Aiuto. Tra le varie componenti comunali che si erano attivate per l’importante riconoscimento figurava anche il Circolo Culturale Corno che si era adoperato per questo esito felice attraverso l’invio di una lettera indirizzata all’arcivescovo d’intesa con il parroco Antonio Raddi, che aveva poi avviato l’iter canonico. Corno di Rosazzo è molto legata al luogo di culto mariano che, con questo pronunciamento dell’autorità religiosa, si è affiancato ad altri importanti centri mariani dell’Arcidiocesi, quali Madonna delle Grazie a Udine, Castelmonte sopra Prepotto, Monte Lussari a Tarvisio e Madonna delle Pianelle a Nimis.
Costruita in riva al torrente Corno nel 1655 sul luogo del rinvenimento di una statua della Madonna con Bambino, la Chiesa – alla quale si passava sempre davanti, prima della modifica del tracciato della strada statale (oggi regionale) – fu oggetto nei secoli di viva devozione. «Dedicato al culto mariano – informa una breve nota storico-artistica -, racconta una storia di salvezza che affonda le sue radici nel XVIII secolo e che ancora oggi viene ricordata con gratitudine ed affetto. La leggenda narra che il simulacro venerato nella Chiesa, una Madonna con Bambino in legno dipinto e dorato, venne portata dal fiume Corno durante una piena. Pare che quando la statua lignea fu ritrovata sulla riva, venne portata nella Chiesa parrocchiale. Poiché il giorno successivo la statua fu nuovamente trovata sulla riva del fiume, nello stesso punto dov’era arrivata, la popolazione decise di rispettare il suo volere ed erigere il Santuario in suo onore. Un altro fatto miracoloso legato al Santuario avvenne nel 1836. In quell’anno Corno di Rosazzo venne risparmiata dall’epidemia di colera che colpì l’intera regione e che continuò a decimare le truppe durante la Prima Guerra Mondiale. Poiché la malattia non si spinse oltre il confine della chiesetta, la comunità fece il voto di ringraziamento per la miracolosa prevenzione di Corno dal morbo. Quello stesso voto viene rispettato ancora oggi ogni anno dal 15 agosto all’8 settembre con la celebrazione detta il Perdòn». Cioè, in quel periodo che va dall’Assunzione di Maria in Cielo alla sua Natività, in pratica dalla fine all’inizio dell’anno mariano.

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In copertina, la statua della Madonna d’Aiuto; all’interno, la stessa in tutta la sua bellezza e due immagini dello storico Santuario a Corno di Rosazzo.

La sera dell’Epifania di cinque anni fa si spegneva monsignor Francesco Frezza pievano che Tarcento non dimenticherà

di Giuseppe Longo

Era la sera dell’Epifania di cinque anni fa. E, mentre nel cielo sopra Coia si levavano i bagliori del “Pignarûl Grant”, a Udine si spegneva monsignor Francesco Frezza, che per Tarcento rimarrà un pastore indimenticabile. Nimis, infatti, l’aveva nel cuore, perché vi era nato, e lì c’erano i suoi affetti familiari. Ma è nella comunità in riva al Torre che aveva trascorso larga parte della propria vita – 36 anni come arciprete e prima altri dieci come parroco di Segnacco – e qui aveva voluto tornare al termine del suo lungo cammino terreno, nonostante fosse a Udine già dal 2002 quando dovette arrendersi all’avanzare dell’età e ritirarsi in un impegno meno gravoso.
A Tarcento, infatti, aveva desiderato riposare per l’eternità ed era stata proprio la bella Chiesa arcipretale di San Pietro Apostolo, che con grande tenacia e determinazione volle salvare dopo i terremoti del 1976, ad aprirgli le porte per l’ultimo saluto. Così, pochi giorni dopo la dipartita, “pre Chechin” tornava nella “sua” Tarcento, terra che ha tanto amato e per la quale ha gioito ma anche sofferto. E qui riposa nella chiesetta che sorge in mezzo al cimitero, accanto a quel Camillo Di Gaspero, cui è dedicata la scuola media che rappresenta una delle opere post-sisma più luminose del parroco scomparso alla Fraternità sacerdotale udinese a 95 anni, e a Duilo Corgnali che ne aveva raccolta l’eredità spirituale, e materiale, quando appunto si era ritirato nella Chiesa di San Giacomo. Un incarico ricevuto dall’allora arcivescovo Pietro Brollo e accettato con vero entusiasmo, tanto che l’opera in città dell’anziano sacerdote era molto apprezzata e seguita.
Un apostolato, quello di monsignor Frezza, alimentato da una fede viva, ardente, da uno slancio instancabile sostenuto da forza e saggezza non comuni, come aveva sottolineato l’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato, che aveva celebrato i solenni funerali in un Duomo gremito. Il presule – ritiratosi la scorsa primavera per raggiunti limiti di età lasciando il posto a monsignor Riccardo Lamba – aveva accanto l’allora pievano Duilio Corgnali, che diciotto anni prima aveva ne raccolto la feconda eredità. Erano presenti numerosi sacerdoti e tra questi l’arciprete di Nimis, Rizieri De Tina. E a rappresentare il Comune d’origine c’era anche l’allora sindaco Gloria Bressani con i nipoti del sacerdote. Mentre il primo cittadino di Tarcento, Mauro Steccati, aveva espresso il cordoglio e la riconoscenza della comunità, che non aveva dimenticato la guida illuminata di “pre Chechin”.
Francesco Frezza era nato nel 1924, era il giorno di Santo Stefano, in una storica famiglia di Nimis ed era cresciuto nella fede alla “scuola” di quel monsignor Beniamino Alessio che nel 1912 era arrivato da Buja, il paese di origine dell’attuale arciprete Luca Calligaro, che stamane celebrerà la Messa solenne dell’Epifania. Il suo lungo e zelante impegno sacerdotale era stato premiato con la investitura a canonico onorario della Cattedrale di Udine, titolo che si era aggiunto alla dignità prelatizia ricevuta con la nomina a pievano di Tarcento. La cittadina che aveva voluto riabbracciare alla fine della sua vita, tornandovi a riposare anche se ormai assente da molti anni. Aveva, infatti, voluto tornare nella terra che aveva amato e che l’aveva visto illuminato pastore per quasi mezzo secolo. Dopotutto, la sua Nimis era comunque a due passi.

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In copertina, monsignor Francesco Frezza nelle vesti di canonico onorario della Cattedrale di Udine.

Don Luca Calligaro è il nuovo arciprete di Tarcento: il 27 ottobre raccoglierà l’eredità di monsignor Duilio Corgnali

(g.l.) Domenica importante oggi per la comunità cristiana di Tarcento. Segna, infatti, l’annuncio ufficiale – dopo quello dato a mezzo stampa e social – della nomina del nuovo arciprete che succederà a monsignor Duilio Corgnali, scomparso nello scorso gennaio a causa di una grave, quanto rapida, malattia. L’arcivescovo Riccardo Lamba, subentrato appena in maggio ad Andrea Bruno Mazzocato ritiratosi per raggiunti limiti d’età, ha infatti affrontato ben presto il problema di dare una nuova guida spirituale alla Perla del Friuli, giungendo nella determinazione di destinare all’importante compito un giovane sacerdote – appena 42 anni! – originario della vicina Buja e attualmente parroco di Martignacco e altri paesi di quella Collaborazione pastorale. Si tratta di don Luca Calligaro che prenderà possesso della nuova sede domenica 27 ottobre, assumendo nel contempo anche la guida delle Parrocchie di Collalto, Collerumiz, Loneriacco e Sedilis. Don Calligaro sarà anche moderatore di Ciseriis e Coia-Sammardenchia, comunità in cui i parroci “in solidum” restano rispettivamente monsignor Luigi Fabbro e don Enzo Cudiz. Proprio quest’ultimo ha retto, molto apprezzato, le comunità tarcentine dopo la dolorosa e prematura dipartita di don Corgnali.
La nomina del nuovo arcivescovo di Udine era stata resa nota durante la recente seduta straordinaria del Consiglio pastorale della Collaborazione tarcentina, quell’istituto introdotto pochi anni fa dalla riforma promossa dallo stesso monsignor Mazzocato e che ha sostituito la storica Forania. Don Calligaro sarà pertanto anche coordinatore della Collaborazione pastorale di Tarcento. Assieme a lui, proseguiranno nel proprio servizio il citato don Cudiz (parroco di Magnano in Riviera, Billerio e Pradielis), don Corrado Marangone (parroco di Bueriis), don Renzo Milvio Calligaro (parroco di Lusevera e Villanova delle Grotte) e don Adolfo Volpe (amministratore parrocchiale di Segnacco), oltre appunto a monsignor Fabbro a Ciseriis e al collaboratore pastorale don Boguslaw Kadela.
Dicevamo che don Luca Calligaro è di Buja. Nato a Gemona il 30 maggio 1982, è infatti cresciuto nel centro collinare – per quattordici anni ebbe come guida monsignor Aldo Bressani, l’indimenticato pievano arrivato da Nimis – ed è stato ordinato sacerdote dall’arcivescovo Pietro Brollo il 27 giugno 2009. Dopo una importante esperienza iniziale a Lignano, il sacerdote si è occupato delle quattro Parrocchie della Collaborazione pastorale di Martignacco: Nogaredo di Prato-Faugnacco, Moruzzo, Santa Margherita del Gruagno e lo stesso capoluogo. Comunità che saluterà il 6 ottobre, preparandosi quindi al suo solenne ingresso a Tarcento il 27, dove si porrà sulla strada tracciata da grandi sacerdoti come appunto Duilio Corgnali, Francesco Frezza e Camillo Di Gaspero.

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In copertina, un ritratto di don Luca Calligaro, 42 anni, che arriverà a Tarcento il 27 ottobre prossimo subentrando al defunto don Duilio Corgnali.

Cergneu in festa con l’arcivescovo Lamba che privilegia le periferie. L’ex sindaco Picogna: don Marco per noi è prezioso, ma gli sono stati aggiunti troppi impegni

di Giuseppe Longo

NIMIS – Nell’ambito della Forania della Pedemontana, nella quale è confluita anche quella storica di Nimis, la Parrocchia di Cergneu – che riunisce anche i fedeli di Monteprato e Vallemontana – è stata la prima stamane ad avere ricevuto la visita del nuovo arcivescovo di Udine, all’insegna di una Chiesa “in uscita”, per dirla con una espressione tanto cara a Papa Francesco, quella delle periferie. «Lo facevo anche quando ero ausiliare a Roma e il più delle volte non mi facevo annunciare», mi ha raccontato monsignor Riccardo Lamba all’uscita dalla parrocchiale di San Giacomo Apostolo, al termine della celebrazione della Messa.

Arrivato in sordina al volante della sua utilitaria e con grande semplicità, senza abiti prelatizi, il presule – che dal 5 maggio scorso è subentrato ad Andrea Bruno Mazzocato, ritiratosi per raggiunti limiti d’età – è stato salutato dalle grate parole di monsignor Marco Visintini che proprio un anno fa aveva ricevuto dall’arcivescovo emerito la “consegna” delle tre frazioni orientali. «Siamo veramente emozionati – ha detto don Marco, durante il rito reso ancora più bello e partecipato dai canti del coro parrocchiale – che lei abbia scelto un piccolo paese per avviare il suo apostolato in questa zona del Friuli». Renato Picogna gli ha rivolto, invece, un caloroso benvenuto da parte della comunità, soffermandosi sui problemi che questi paesi di montagna sono costretti a vivere: spopolamento, invecchiamento dei residenti, difficoltà economiche e sociali, la frequenza ai riti religiosi sempre più rarefatta, tanto che la Chiesa, ricostruita pur in forme più piccole rispetto a quella distrutta dal terremoto di 48 anni fa, oggi risulta troppo grande. «Siamo grati e orgogliosi di avere con noi don Marco – ha proseguito l’ex sindaco di Nimis -, la sua presenza è preziosa. Ma troppi sono gli impegni cui deve provvedere, essendosi aggiunte anche le comunità dell’Alta Val Cornappo dove da anni opera un bravo diacono, per cui giocoforza il tempo che ci può dedicare si è notevolmente ridotto».
Problemi sui quali l’arcivescovo si è soffermato con più d’uno anche durante il magnifico rinfresco offerto nel sottostante centro sociale, mentre l’omelia l’aveva incentrata tutta sui temi della celebrazione, attingendo dalle significative parole del Vangelo di Giovanni. Al termine, si è congedato da Cergneu ripartendo per Udine con la propria auto. Lasciando nella piccola comunità la consapevolezza di aver vissuto una giornata davvero speciale, anzi storica. Cergneu è pertanto profondamente grata a monsignor Lamba per essere stata scelta per la sua prima vista nella Pedemontana. All’insegna di “beati gli ultimi che saranno i primi”.

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In copertina e all’interno alcune immagini della celebrazione di stamane a Cergneu con il nuovo arcivescovo di Udine.

Domani grande festa a Cergneu che accoglie il nuovo arcivescovo di Udine

di Giuseppe Longo

Grande festa domani per la comunità cristiana di Cergneu. La frazione orientale di Nimis, infatti, è stata scelta dal nuovo arcivescovo metropolita di Udine per la prima visita in questo territorio della Forania pedemontana, istituita con la riforma voluta pochi anni fa dal suo predecessore e che mette insieme le collaborazioni pastorali di Gemona, Osoppo, Povoletto, Reana del Rojale, Tarcento e Tricesimo, oltre a quella di Nimis che fino a quel momento era titolare della storica Forania, come lo erano a loro volta Gemona, Tarcento e Tricesimo. Monsignor Riccardo Lamba presiederà la Messa, alle 11, nella Chiesa di San Giacomo Apostolo, dove sarà accolto dal parroco Marco Visintini. Cergneu avrà così il privilegio di ospitare, in appena un anno, i due titolari della Chiesa udinese che in questi primi mesi del 2024 si sono avvicendati. Alla fine di agosto dello scorso anno l’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato – che poco dopo avrebbe, appunto, lasciato la Diocesi friulana per raggiunti limiti d’età – aveva presentato ufficialmente alla popolazione proprio monsignor Visintini, nella sua qualità di nuovo parroco. E ora è il primo paese nel Comune di Nimis a ricevere la visita del suo successore Riccardo Lamba, il presule che guida la Chiesa udinese dal 5 maggio scorso quando ha fatto ingresso ufficiale nel Cattedrale di Santa Maria Annunziata.

Ricordiamo che monsignor Riccardo Lamba – come informa una nota biografica dell’Arcidiocesi di Udine – è nato a Caracas, in Venezuela, il 30 novembre 1956, da una famiglia di emigrati originari di Castellammare di Stabia, in Campania. Con la sua famiglia rientrò in Italia nel 1965: l’azienda in cui lavorava il padre, infatti, propose un incarico in un nuovo stabilimento che avrebbe aperto a Roma. Nella capitale Riccardo Lamba proseguì gli studi, conseguendo nel 1982 la laurea in Medicina e Chirurgia all’Università Cattolica del Sacro Cuore; alla laurea seguì un anno di specializzazione. Ma oltre alla cura del corpo, il Signore stava chiamando quel giovane medico a una cura più profonda, quella dell’anima: così nel 1983 Riccardo Lamba entrò al Pontificio Seminario Romano Maggiore. Al termine degli studi fu ordinato presbitero per la Diocesi di Roma: era il 6 maggio 1989. Successivamente conseguì il Baccalaureato in Teologia e la Licenza in Psicologia alla Pontificia Università Gregoriana nel 1991.
Il primo incarico di Lamba da giovane prete fu, dal 1989 al 1991, l’animazione vocazionale in qualità di assistente del Pontificio Seminario Romano Maggiore. Successivamente iniziò per don Lamba un lungo ministero di assistente spirituale della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che gli permise di vivere per nove anni accanto agli studenti dei corsi che lui stesso frequentò. Nel 2000 gli fu affidato il primo ministero di parroco, nella Capitale, al quale seguirono altri incarichi fino al 27 maggio 2022 quando Riccardo Lamba fu nominato vescovo ausiliare di Roma, ricevendo la consacrazione episcopale nella Basilica di San Giovanni in Laterano, Cattedrale di Roma, il 29 giugno successivo nella festa dei Santi Pietro e Paolo, patroni della Capitale. A Roma monsignor Lamba è stato delegato per il Servizio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili e responsabile dell’Ambito della Chiesa ospitale e “in uscita”, come ama definirla Papa Francesco. Tutto fino al 23 febbraio scorso, quando il Pontefice lo ha nominato arcivescovo metropolita di Udine.
Un presule che arriva dunque da lontano. Infatti, risalendo agli arcivescovi che si sono succeduti sulla Cattedra dei Santi Ermacora e Fortunato dagli anni della Seconda guerra mondiale, a parte il friulano-carnico Pietro Brollo, erano tutti veneti come Giuseppe Zaffonato, Alfredo Battisti e Andrea Bruno Mazzocato. Lombardo era invece Giuseppe Nogara a Udine dal 1928 al 1955. Un lunghissimo apostolato il suo, raggiunto soltanto da quello di monsignor Battisti, l’arcivescovo del terremoto e della rinascita del Friuli.

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In copertina, monsignor Riccardo Lamba; all’interno, il nuovo arcivescovo festeggiato a Udine il 5 maggio scorso e accolto dall’uscente Andrea Bruno Mazzocato sul sagrato della Cattedrale.

Unità dei cristiani, mercoledì a Udine “Voi siete Uno”, l’ultimo libro del filosofo friulano Emanuele Franz

(g.l.) “Voi siete Uno. Diario di un pellegrino convertito all’ortodossia, fra Monte Athos, Sinai e Samarcanda per l’Unità dei cristiani”: è questo il titolo dell’ultimo libro del filosofo friulano Emanuele Franz che sarà presentato mercoledì 28 febbraio, alle ore 18, nella sede della Biblioteca Civica “Vincenzo Joppi” di Udine (via Marconi 8, in fondo Mercatovecchio). Il volume (Audax Editrice 2023) è incentrato sulla testimonianza di fede dell’autore e su una proposta di unità fra tutti i cristiani. Durante l’incontro sono annunciati gli interventi, oltre che dello stesso autore, del padre serbo-ortodosso Dušan Djukanovič, del vescovo della Chiesa ecumenica di Costantinopoli padre Athenagoras Fasiolo, del monaco ortodosso padre Massimo Fabris e del biblista Tobias Fior. «L’arcivescovo di Udine, Andrea Bruno Mazzocato – riferisce Franz -, ha mandato la sua benedizione all’incontro, fonte di importante incoraggiamento».
Il testo, nella sua proposta di dialogo sull’unità dei cristiani, è tradotto anche in russo e in inglese, ed ha avuto degli apprezzamenti – riferisce ancora con orgoglio e soddisfazione il filosofo di Moggio Udinese, autore in questi ultimi anni di singolari e clamorose proteste contro i mali della società moderna – dai patriarchi di Bucarest, Costantinopoli e Mosca, nonché da Filippo VI re di Spagna che hanno scritto all’autore parole di vicinanza su questo progetto. L’invito alla presentazione del libro è rivolto a tutti, per cui la partecipazione è libera fino all’esaurimento dei posti disponibili.

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In copertina, il filosofo Emanuele Franz con il suo libro che sarà presentato a Udine.

Nuova sede a palazzo Antonini-Maseri per la Fondazione Friuli. L’omaggio di Udine al suo grande Bonaldo Stringher

«L’inaugurazione della nuova sede in concomitanza con il trentaduesimo compleanno della Fondazione Friuli oggi rappresentano i successi inanellati in questi anni, frutto di due fondamentali valori che sono peraltro le virtù della gente del Friuli, il lavoro e la solidarietà. Caratteristiche che si ritrovano perfettamente nell’opera di mecenatismo della Fondazione, capace di mettere in opera con concretezza e lungimiranza suggerimenti e proposte utili a rafforzare ancora di più il tessuto sociale che, al fianco dell’economia regionale, è essenziale per il benessere e la crescita del nostro territorio». Lo ha detto ieri l’assessore regionale alle Finanze, Barbara Zilli, partecipando all’inaugurazione della nuova sede della Fondazione Friuli a Udine nello storico edificio di via Gemona annesso al palazzo Antonini-Maseri che nell’occasione è stato intitolato a Bonaldo Stringher, illustre cittadino udinese e primo governatore della Banca d’Italia, ai cui vertici, dal 1900, rimase per trent’anni. Alla cerimonia sono intervenuti, tra gli altri, il sindaco Alberto Felice De Toni, l’arcivescovo di Udine Andrea Bruno Mazzocato e il vescovo di Concordia-Pordenone, Giuseppe Pellegrini.

L’edificio, completamente restaurato, è stato per molti anni proprio sede della Banca d’Italia. Accanto agli uffici di rappresentanza e a quelli di servizio, al complesso sarà assegnato anche un compito in linea con gli obiettivi culturali della Fondazione Friuli: ospiterà infatti gli spazi per la pinacoteca e l’archivio storico della Fondazione stessa, ma anche adatti per mostre temporanee di artisti locali. Inoltre, un’ampia sala conferenze assolverà la vocazione all’accoglienza e al dialogo fra i settori culturali e sociali, dando risposta a una delle finalità dell’ente.
«Non è soltanto una giornata di festa – ha proseguito la esponente della Giunta Fedriga -, ma è anche un’importante occasione per traguardare al domani tutte le sfide che insieme alla Fondazione Friuli e al suo presidente Giuseppe Morandini, cui va uno speciale plauso per la prontezza e l’impegno che sempre continua a dimostrare, abbiamo il dovere di portare avanti. Palazzo Maseri-Stringher è di inestimabile valore architettonico e viene ora messo a disposizione della città, e la sua posizione, accanto al polo universitario, lo pone a simbolo di coinvolgimento delle giovani generazioni alle quali dobbiamo trasmettere e tramandare i valori che la Fondazione Friuli da sempre incarna».
«Il legame della Regione – ha voluto sottolineare infine l’assessore Zilli – con la Fondazione è virtuoso e basato sul lavoro di squadra con il fine di rendere vivo e vitale il tessuto sociale ed economico del Friuli Venezia Giulia, soprattutto in questi ultimi anni di gravi crisi e profonde trasformazioni. Uno dei tanti esempi è dato dall’attività compiuta insieme nell’ideazione e redazione di progetti strategici e sostenibili rivolti alle giovani generazioni del territorio realizzati cogliendo le opportunità del Pnrr. La Fondazione – ha aggiunto Barbara Zilli – è un partner solido, serio e innovativo che ha contribuito a mantenere la capacità di crescita del tessuto produttivo regionale. Grazie a questa resilienza, potremo presentare tra pochi giorni al Consiglio regionale la manovra di bilancio più ricca della storia della Regione. Grazie a istituzioni come la Fondazione Friuli possiamo dunque guardare al futuro con più ottimismo e certezze, sapendo che attorno a essa, cerniera di una rete virtuosa, c’è una grande famiglia che supporta l’intero territorio regionale».

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In copertina, lo scoprimento della targa dedicata a Bonaldo Stringher e all’interno due momenti della cerimonia inaugurale della nuova sede della Fondazione Friuli.

Festa a Cergneu per il nuovo parroco: don Marco Visintini sarà guida spirituale anche di Vallemontana e Monteprato

(g.l.) Grande festa domani mattina per le comunità cristiane di Cergneu, Vallemontana e Monteprato. Alle 11 farà, infatti, il suo ingresso in qualità di nuovo parroco don Marco Visintini, durante una solenne cerimonia che si terrà nella Chiesa di San Giacomo Apostolo, a Cergneu: lo presenterà ai fedeli l’arcivescovo di Udine Andrea Bruno Mazzocato. La nomina ufficiale è avvenuta nel giugno scorso, ma il sacerdote opera in loco dalla primavera dello scorso anno in qualità di collaboratore pastorale: da allora vive stabilmente nella casa canonica di Nimis capoluogo.
Don Visintini è originario di Tricesimo e, dopo alcune esperienze di collaboratore pastorale, nel 1992 – come informa una nota della Curia udinese -, fu nominato parroco di Cortale, Valle e Vergnacco, nel Rojale, a cui si sono poi aggiunte Zompitta e Qualso. Nel 2011 il trasferimento in Carnia, a Socchieve, ma dopo due anni ecco un nuovo incarico come guida pastorale per le Parrocchie di Ara e di Fraelacco. Nel 2018 assunse anche la guida della vicina Parrocchia di Tricesimo, nel suo paese natale, che poi lasciò nel novembre 2021, quando venne assegnato ad altro ruolo nelle Valli del Torre.
A Cergneu don Visintini subentra a don Bruno D’Andrea, che mantiene la guida della Parrocchia di Attimis e l’amministrazione delle montane Forame e Subit. D’Andrea, come si ricorderà, aveva ricevuto l’incarico di guida spirituale alla prematura morte di don Flaviano Veronesi che era stato per molti anni parroco delle tre frazioni orientali di Nimis, dove è ancora ricordato con affetto e riconoscenza.

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In copertina, don Marco Visintini a Vallemontana durante l’ultima festa di San Giuseppe: celebra la Messa assistito dal diacono Diego Mansutti.

 

A Nimis l’addio affettuoso e riconoscente a don Gianni Arduini

di Giuseppe Longo

NIMIS – Ora il suo corpo è tornato nel paese di origine, ma il suo cuore è rimasto soprattutto nel “triangolo della sedia”, tra Manzano e San Giovanni al Natisone, e alla Casa dell’Immacolata a Udine. Nimis ha accolto ieri pomeriggio don Gianni Arduini, che avrebbe compiuto 78 anni esattamente fra un mese, con un’affettuosa cerimonia di commiato celebrata nel Duomo di Santo Stefano. Più che un funerale, una festa ritmata dai canti gioiosi del coro di San Giovanni: “Nonostante siano passati tanti anni, ricordiamo ancora don Gianni come un padre”, mi ha detto commossa la sua direttrice.

Il rito presieduto dall’arcivescovo.

Essendo nato nella borgata di San Gervasio, anche l’addio al sacerdote sarebbe dovuto avvenire, come è tradizione, nell’antica Pieve, ma è stata scelta la più ampia comparrocchiale per gli ovvii motivi di sicurezza richiesti dall’emergenza sanitaria. Però il suo feretro, proveniente dal nosocomio di Cividale, è passato davanti a quella Chiesa che l’ha visto battezzare e crescere nella fede fino a diventare prete, e quindi davanti alla sua casa, che sorge proprio sotto il campanile, nella quale è vissuto fino a quando ha detto la prima Messa incamminandosi poi lungo le impegnative e faticose strade della sua missione, che ha privilegiato, ovunque dove è passato, i giovani, i lavoratori, gli emarginati, i poveri, del Friuli o arrivati da ogni parte del mondo, lasciando ovunque un indelebile ricordo.

Un concetto rimarcato durante la sua riconoscente omelia anche dall’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato, che aveva accanto il già nunzio apostolico Diego Causero e il vicario generale Guido Genero, don Rizieri De Tina, oggi responsabile della pastorale nelle parrocchie di Nimis e Torlano, e una cinquantina tra sacerdoti e diaconi, fra i quali l’arciprete della Cattedrale di Udine, Luciano Nobile, il direttore della Caritas diocesana don Luigi Gloazzo, don Davide Larice e don Pierluigi Di Piazza, presidente del Centro Ernesto Balducci. Proprio quest’ultimo, accentuando le parole del presule, ha offerto un “ritratto” autentico di don Gianni, il prete degli “ultimi”, per dirla con David Maria Turoldo, fedele ai principi di don Lorenzo Milani che voleva una “Chiesa povera fra i poveri”, alimentato dallo spirito della Comunità di Taizè.

La benedizione della salma.


Tratti che ne hanno sempre caratterizzato la vita, anche scomoda e controcorrente, fra la sua gente, fossero i giovani di Carlino, Manzano e San Giovanni al Natisone, gli operai con i quali lavorava fianco a fianco tra le sedie divenendone anche sindacalista, o le persone di ogni età bisognose di aiuto in quella Casa fondata da don Emilio De Roja, del quale è stato un “perfetto continuatore”. Proprio dagli amici del grande sacerdote di Buja, è venuta una toccante testimonianza di affetto e di riconoscenza, accomunando anche il grazie dei Partigiani Osoppo, rappresentati dal leader provinciale Roberto Volpetti, dei quali don Gianni fu padre spirituale. Ma anche tanti altri ricordi, affettuosi e grati, sono affiorati dalle parole di tutti coloro che si sono avvicendati all’ambone. Infine, la salma è stata accompagnata in cimitero dove il sacerdote ha ricevuto l’ultimo saluto da monsignor De Tina, tra altri canti degli amici di San Giovanni – che in Duomo erano stati affiancati anche da alcuni strumentisti e all’organo dal giovane Alberto Nocera -, e dalle numerose persone che si sono unite alla sorella Ada e alla sua famiglia, prima di essere deposto accanto agli amati genitori.

Il coro di San Giovanni.

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In copertina, don Gianni Arduini in una immagine fra le più recenti.

 

I tre popoli tornano sul Monte Lussari: “Maria liberaci da questo virus”

di Giancarlo Martina

TARVISIO – «Stiamo lottando per uscire dall’inquietante pandemia che ha colpito anche tutti i popoli europei. Invochiamo la Vergine delle Grazie perché ci liberi da questo male. Ed invochiamola, con altrettanta fede, perché questa prova a cui ci ha sottoposto il Coronavirus sia un passaggio di purificazione che rinnova nelle popolazioni europee la linfa della fede cristiana della quale il Santuario di Monte Lussari è da tanti secoli un faro luminoso posto al confine dei tre popoli». Con queste accorate parole ha concluso ieri la sua omelia l’arcivescovo di Udine, Andrea Bruno Mazzocato, in occasione del tradizionale pellegrinaggio che quest’anno ha celebrato il 660° anniversario di fondazione del celebre Santuario mariano. Con il titolare della Chiesa friulana c’erano anche monsignor Stanislav Zore, arcivescovo metropolita di Lubiana, e i vescovi, monsignor Josef Marketz, di Gurk-Klagenfurt, e monsignor Jurij Bizjak, di Koper (Capodistria). Al solenne rito hanno partecipato poco meno di trecento fedeli e accanto ai friulani c’erano, come è consuetudine, anche tanti austriaci e sloveni. Ma va ricordato che al raduno di cinque anni fa c’erano almeno duemila persone. Chiaramente la pandemia ha influito parecchio sull’afflusso dei pellegrini. Come allora, la Messa è stata celebrata su un altare all’aperto dinanzi all’immagine della Madonna del Lussari che al termine della cerimonia, in processione, è stata riportata nel Santuario molto amato dai tre popoli.

«Eccellenze e cari fratelli e sorelle – ha esordito monsignor Mazzocato -, Caifa, con un cinico calcolo politico, dichiara la condanna a morte di Gesù: “Non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. Anche se innocente, Gesù doveva essere sacrificato per evitare che con la sua predicazione i miracoli provocassero un intervento armato dei romani contro il popolo ebraico. L’evangelista Giovanni commenta che Caifa, senza volerlo, pronunciò una grande profezia sul significato della morte di Gesù. Egli stava consegnandosi liberamente alla morte a favore di tutti i figli di Dio. Essi si erano dispersi a causa del peccato e Gesù, come il Buon Pastore, dava il suo sangue sulla croce per riunirli e formare un nuovo popolo di Dio. Dall’alto della croce, prima dell’ultimo respiro, egli donò anche sua Madre ai figli che si riunivano attorno a lui. Sul Calvario nasce, così, la Chiesa formata da tanti figli di Dio uniti attorno a Gesù che dona loro il suo corpo e il suo sangue e attorno a Maria che, come ogni madre, si prodiga perché i suoi figli siano uniti e concordi. A buona ragione, perciò, Maria merita il titolo di “Madre dell’unità”. Con questo titolo la invochiamo in questa Santa Messa. La preghiamo da questo Santuario di Monte Lussari che da 660 anni è un segno di unità posto nel cuore del continente europeo. E’ il “santuario dei tre popoli” che nei secoli hanno formato l’Europa; diversi tra loro per lingua e tradizioni ma uniti dalle comuni radici cristiane che questo Santuario ricorda».

L’arcivescovo metropolita di Udine ha poi aggiunto: «Eredi di una millenaria tradizione cristiana e di tanti pellegrini che ci hanno preceduto nei secoli sul Monte Lussari, ci siamo oggi riuniti per testimoniare che i popoli europei possono avere ancora una speranza di unità e di solidarietà reciproca se si riconoscono tutti figli di Dio raccolti sotto la croce di Gesù e il manto della Vergine Madre. Siamo qui, poi, per pregare Maria, Madre dell’unità, per tutta l’Europa che sta attraversando un momento delicato e decisivo che può consolidare o, al contrario, disgregare la sua unità». E ancora: «Invochiamo, prima di tutto,l’intercessione della Madre dell’unità sulle Chiese e le comunità cristiane radicate dentro i popoli europei. I vescovi che concelebrano questa Santa Messa ne rappresentano già quattro di grande tradizione: la Chiesa di Lubiana, di Capodistria, Gurk-Klagenfurt e la Chiesa friulana, erede della Chiesa Madre di Aquileia. Ma tante altre Chiese cattoliche formano una grande rete di fede e di comunione sul territorio europeo. Ad esse si aggiungono le Chiese ortodosse e le comunità cristiane nate dalla Riforma. “Siano una cosa sola perché il mondo creda”, pregò Gesù prima di entrare in agonia nell’orto del Getzemani. Se le Chiese e le comunità cristiane, che si riconoscono nell’unica fede in Gesù e nell’unica devozione a Maria, cresceranno nella comunione tra di loro, esse saranno una sorgente feconda di unità per tutta l’Europa del terzo millennio».

«Affidiamo, poi, all’intercessione di Maria – ha infine sottolineato monsignor Mazzocato – tutti i politici e gli amministratori che in questo momento sono chiamati a governare i destini dei loro popoli. Tocca a loro difendere e potenziare il grande progetto di un’Europa unita come una sinfonia di tradizioni e culture diverse irrorate dall’unica linfa vitale che è il Vangelo di Gesù. Quando questa linfa viene meno, cominciano a scorrere liquidi tossici che infettano la società fino a corrompere anche le leggi che dovrebbero salvaguardare il bene comune. Purtroppo, non possiamo non constatare che questa intossicazione delle menti, dei cuori e delle coscienze è in atto con segni preoccupanti. Pensiamo all’offuscamento del senso della dignità della persona dal suo concepimento alla sua morte fisica, a certi stravolgimenti del significato della famiglia, alla miopia nel vedere i bisogni dei più deboli, degli “scarti” secondo il linguaggio di Papa Francesco».

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In copertina e all’interno alcune immagini del pellegrinaggio dei tre popoli avvenuto ieri sul Lussari.