19/3/2018 in diretta reale dal Palamostre di Udine Salvini , istante per istante

Apriamo una diretta in stile Mentana.    Via WhatsApp ricevo e vi pubblico istantaneamente le foto e le frasi salienti dell’evento…

La parola è iniziata con Fontanini che ha brevemente aperto il discorso rinnovando i suoi impegni per la città di Udine , accompagnato da numerosi applausi.

 

 

Successivamente ha preso la parola a Massimiliano Fedriga il quale ha confermato il suo impegno e le idee che hanno contraddistinto questa campagna politica , numerosi gli applausi , le ovazioni e un tifo quasi da stadio.

 

Il tutto è durato per numerosi minuti fino all’arrivo di Matteo Salvini il quale a ripercorso ogni parte del suo programma puntualizzando in ogni argomento gli aspetti più significati e importanti, e soprattutto soffermandosi giustamente sulle argomentazioni che hanno portato al successo di queste elezioni.

 

Per fare un sunto della serata , si potrebbe definire un successo a tutti gli effetti.

La parola è iniziata con Fontanini che ha brevemente aperto il discorso rinnovando i suoi impegni per la città di Udine, accompagnato da numerosi applausi.

Successivamente ha preso la parola a Massimiliano Fedriga il quale ha confermato il suo impegno e le idee che hanno contraddistinto questa campagna politica , numerosi gli applausi , le ovazioni e un tifo quasi da stadio.

Il tutto è durato per numerosi minuti fino all’arrivo di Matteo Salvini il quale a ripercorso ogni parte del suo programma puntualizzando in ogni argomento gli aspetti più significati e importanti , e soprattutto soffermandosi giustamente sulle argomentazioni che hanno portato al successo di queste elezioni.

E’ superfluo ribadire che la sala gremita di persone ha più volte espresso il suo parere favorevole con grandissimo entusiasmo e l’evento si è protratto fino oltre le ore 20 proprio per il dilungarsi dei numerosi applausi.

Nonostante tutto nessun argomento è stato trascurato , e soprattutto ribadito il totale impegno perché alle prossime elezioni del 29 Aprile il Friuli Venezia Giulia possa avere quella svolta di cui ha tanto bisogno.

Purtroppo la sala non ha potuto accogliere la folla che è arrivata copiosa e ha dovuto attendere sul piazzale antistante.

Comunque a parte gli argomenti  delle proposte di governo , che sempre più infondono alle gente un senso di fiducia, quello che continua maggiormente a colpire e piacere alla gente è il grandissimo grado di umiltà , semplicità e praticità di queste persone , a partire da Matteo Salvini per passare a Massimiliano Fedriga e a seguire tutta la LEGA.

Nonostante il risultato eccellente ottenuto in queste elezioni , queste persone questa sera “LUNEDI” erano qui a Udine , a confermare i lori impegni presi con il popolo e i loro programmi.

Quello che conta sono i risultati e di “PAROLAI” l’Italia è ormai stufa per cui il popolo Italiano ha bisogno di persone pratiche e semplici come questa gente.

<N.d.R  quest’ultima nota è dalla viva voce del nostro inviato Franco Battini, presente sul campo all’evento, che ringraziamo perché senza la sua presenza non sarebbe stato possibile realizzare questa diretta…>

Un saluto a tutti dal Dr. Giorgio Alt …  chiudiamo il collegamento e ci risentiamo domani per i commenti politici…  Portogruaro lunedì 19 marzo 2018

dall’arrivo di Salvini alle 19 al Palamostre si attende la soluzione per il FVG

Manca un ora all’atteso evento dell’incontro di Salvini con il Popolo della Lega FVG a Udine.

Molti nella Lega ma anche nella coalizione di Centro destra auspicano che finalmente si risolva il tormentone della scelta del candidato alla Presidenza della Regione FVG.

Finora, fra  notti insonni per pretendenti la cui candidatura è durata la fiamma di un cerino, ed accese polemiche anche in Forza Italia ed FdI, la questione ha assunto le caratteristiche di uno psicodramma con i colpi di scena tipici dei   thriller

oggi Diego D’Ameliotitola sul Piccolo titola:

Il fronte anti-Tondo alla prova della verità nel giorno di Salvini

Alla protesta della base leghista sulla scelta del candidato si accodano esponenti di Fdi e Fi.

 

il Messaggero Veneto titola invece :
Elezioni 2018, arriva Salvini in Friuli: agli ex padani non piace Tondo e la candidatura va in stand by

A mio avviso , conoscendo l’indirizzo editoriale del quotidiano Udinese (gruppo l’Espresso, La Repubblica),  è un chiaro sintomo che anche in quello che rimane del PD l’insonnia la fa da padrona….  sperano in una zuffa che spacchi la coalizione vincitrice dell’ultima tornata elettorale…

Fra poche ore avremo (speriamo) qualche certezza in più…

intanto il Palamostre si è già riempito dei sostenitori di Salvini…

 

 

Tondo ritorna, ma…

di Giuseppe Longo
Cinque anni fa, ricandidatosi in Regione dopo il quinquennio di Riccardo Illy, era stato battuto da Debora Serracchiani.
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Ed oggi, tornando in campo, Renzo Tondo potrebbe assaporare la rivincita contro la governatrice uscente.
Un assaggio l’ha già avuto il 4 marzo quando il carnico ha battuto la esponente del Partito democratico per un posto di deputato nel Collegio uninominale di Trieste.
Ed ora cerca la soddisfazione del bis, anche se non sarà una gara completamente in discesa contro Sergio Bolzonello (Centrosinistra) e Alessandro Fraleoni Morgera (Cinque stelle).
Il Centrodestra, pur essendosi alla fine ricompattato sul nome di Tondo, esce infatti lacerato da mesi di tensioni sul nome di un possibile candidato.
È vero quando si dice che i nomi fatti troppo presto non hanno grosse possibilità di riuscita -( un po’ come avviene in Conclave: “chi entra Papa esce ancora cardinale” )-, ed è come tutti sanno il caso di Riccardo Riccardi, 
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ma anche altri nomi illustri formulati successivamente e soprattutto in questi ultimi giorni di convulse trattative sono stati via via bruciati.

Anche quello di Massimiliano Fedriga che sembrava essere il candidato naturale dopo il grande successo della Lega in Friuli Venezia Giulia.
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Domani Matteo Salvini sarà a Udine per ringraziare gli elettori e lanciare la campagna per le regionali del 29 aprile.
La vigilia annuncia un clima acceso per questa cocente delusione, anche perché un esponente del Carroccio avrebbe avuto la strada spianata.
Non occorre essere dei maghi per capirlo. Sarebbe stata con molta probabilità una conferma del 4 marzo, anche se la cornice dell’evento elettorale è tutta diversa. E Tondo, pur considerato “usato sicuro” per la sua  consolidata esperienza, ha suscitato più di qualche malumore, basta vedere anche le prime reazioni sul web. Tanto che lo stesso candidato, in un’intervista al canale tv pordenonese “Il 13” diretto da Gigi Di Meo -( e rilanciata da Alessandro Cesare sul “Diario di Udine” )-, preso atto delle forti tensioni soprattutto nella Lega e in Forza Italia, si è detto disponibile a ritornare sui suoi passi e rimanere a Roma partecipando il 23 marzo all’inaugurazione della nuova legislatura.

Ma i tempi sono ormai molto stretti per pensare di rimescolare le carte.

Renzo Tondo,  classe 1956, affermato imprenditore nel campo alberghiero e della ristorazione, già sindaco socialista di Tolmezzo, è stato già due volte presidente della giunta regionale -(oggi si preferisce dire impropriamente governatore )- e pure deputato per un mandato a Montecitorio, passando da Forza Italia a Pdl, fino a dare vita ad Autonomia responsabile.
Ora la nuova chiamata a misurarsi per la guida della Regione.
La scelta è maturata all’ultimo momento, quasi in extremis, cogliendo pare di sorpresa lo stesso Tondo.
Il Centrodestra l’ha scelto appunto come “usato sicuro” perché è:  “la figura che meglio di ogni altra può assicurare alla Regione Friuli Venezia Giulia una guida di alto livello”.
Ma le prossime ore potrebbero riservare appunto nuove sorprese, anche se non è il caso di crederci più di tanto.
Ma in politica, si sa, va bene tutto ed il suo contrario.
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( N.d.R  La realtà spesso supera la fantasia più sfrenata)
< N.d.R.  un vivo ringraziamento al nostro caro amico Giuseppe,

per molti anni “illustre penna” del Messaggero Veneto, per questo contributo ed al mitico/leggendario Hugo Pratt, per la sua arte  e filosofia>

È solo il primo passo:

la lezione di Moro

di Giuseppe Longo 
 
Prove d’intesa fra Salvini e Di Maio. È così, mentre a livello nostrano è andato in scena un pericoloso stallo nel Centrodestra per l’indicazione del candidato governatore del Friuli Venezia Giulia – sembrava che per la Lega, grazie ai clamorosi risultati alle politiche, ci fosse una strada ormai spianata -, a Roma si è registrato un primo importante passo per tentare di sbloccare la situazione post-elettorale, soprattutto in vista degli imminenti impegni legati alla elezione dei vertici istituzionali.
È la svolta che avevamo auspicato all’indomani del voto commentando a caldo i risultati. È cioè che due forze, coalizione di Centrodestra e Cinque stelle, con una strabiliante affermazione elettorale che assegna loro quasi il 70 per cento dei consensi, pur tuttavia entrambe non vittoriose (cioè non in grado di esprimere una maggioranza parlamentare), debbono necessariamente tentare di parlarsi rinunciando all’arroccamento che abbiamo visto dopo le consultazioni.
A Matteo Salvini va dato atto di aver avviato il disgelo fra i due schieramenti premiati dal voto, pur finalizzato, almeno per ora, alla ricerca di un’intesa per la elezione dei presidenti di Camera e Senato, fissata fra otto giorni, il 23 marzo. Si era parlato anche di un incontro a metà della prossima settimana, poi smentito, per lasciare spazio invece ad un altro contatto telefonico. Va detto subito che il M5S rivendica per sé lo scranno più alto di Montecitorio, mentre per quello di Palazzo Madama si sarebbe prenotato il Carroccio, suscitando subito qualche mal di pancia soprattutto in Forza Italia. Diciamo solo per inciso che nella tanto vituperata prima Repubblica era consuetudine, non scritta, di riservare almeno una delle due Camere alla minoranza (vi ricordate la comunista Nilde Jotti?). In questo caso il Pd che ha deciso di rimanere all’opposizione pur dicendosi pronto al confronto per le cariche istituzionali: appartengono a tutti, ha detto il segretario reggente Martina.
Le indicazioni che usciranno da questi contatti ci faranno sapere se esistono anche le condizioni per dare vita a una maggioranza di governo, presto però per dire se di scopo (per rifare la legge elettorale dopo la pessima prova del Rosatellum, in vista di una chiamata alle urne anticipata che però i neoeletti cercheranno di evitare come la peste) o di programma. Ma dal Centrodestra,  con Berlusconi e Meloni, sono subito emerse voci di fermo dissenso: con M5S nessun accordo al di là di quello contingente per le imminenti elezioni nei due rami del Parlamento. L’obiettivo è infatti quello di costruire una maggioranza intorno proprio al Centrodestra (con premier incaricato Salvini) che, come coalizione, ha il maggior numero di seggi. Ma bisogna vedere con chi, visto anche il ripetuto pronunciamento contrario dei dem.
E poi i Pentastellati accetterebbero di rimanere esclusi dalle stanze del potere, essendo il loro il partito-movimento che ha ottenuto più voti di tutti?  Credo proprio di no, per cui  buona l’apertura per le Camere fra Salvini e Di Maio, ma la partita da giocare per il governo resta lunga e complicata, mentre le consultazioni del capo dello Stato sono alle porte. C’è, cioè, il rischio concreto che nell’uovo d Pasqua non si trovi alcuna bella sorpresa, come invece sarebbe auspicio degli italiani che stavolta si sono recati in massa alle urne – invertendo l’andazzo degli ultimi anni – per dire chiaramente da chi vogliono essere governati.
Proprio oggi ricorrono i 40 anni dal rapimento, da parte delle Brigate rosse, di Aldo Moro e dell’uccisione dei cinque uomini della scorta. E il presidente dell’allora Democrazia cristiana, vilmente assassinato dopo cinquantacinque giorni di prigionia, si era speso con totale convinzione per realizzare una maggioranza di solidarietà nazionale chiamando a collaborare forze politiche molto diverse per storia, contenuti e obiettivi, come la stessa Dc di Benigno Zaccagnini e il Pci di Enrico Berlinguer, per dare vita a quello che è rimasto noto come “compromesso storico “.
Oggi invece, pur in una situazione politica e storica completamente diversa, non siamo in presenza di forze sostanzialmente molto distanti. Infatti, sebbene in campagna elettorale abbiano esposto obiettivi differenti (basti pensare soltanto al tanto discusso reddito di cittadinanza), entrambe erano all’opposizione e da quei banchi hanno contestato duramente l’esecutivo del Partito democratico che poi anche gli elettori hanno evidentemente penalizzato. È con il Pd Salvini ha assicurato che non tratterà mai, mentre Di Maio ha detto, con una certa vena di ottimismo, che in Italia non ci vorranno sei mesi come in Germania per fare il governo. Sta forse già riflettendo sulla lezione di Moro? Staremo a vedere.
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< N.d.R.  ringraziamento a Giuseppe Longo >
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Giuseppe Longo  ([Falcetto d’oro]: premio nato e ideato nel 1996 per volontà della Coldiretti),
Bepi per gli amici, è stato responsabile delle pagine di agricoltura ed enogastronomia del quotidiano Messaggero Veneto, dove ha lavorato dal 1980. Negli anni ’90, in qualità di sindaco del suo comune di origine, Nimis, fu promotore di una tenace iniziativa per la difesa e la valorizzazione del Ramandolo, il vino locale più prestigioso, avviando un percorso che lo ha portato nel 2000 al riconoscimento della prima Docg della regione FVG.

COREA DEL NORD E STATI UNITI. UN CONFRONTO PERICOLOSO

Stati “canaglia” che non vogliono la guerra ma potrebbero scatenarla.

Giorgio Da Gai

Historia Limes Club Pordenone

Il Termine Stato “canaglia” (rouge State) è usato in America per indicare le nazioni governate da dittature, o che minacciano la pace internazionale. La Corea del Nord è uno Stato “canaglia”, come lo sono tutte le dittature che costringono la popolazione a vivere nel terrore e nell’indigenza. Gli Stati Uniti non sono una dittatura, ma minacciano la pace internazionale, quindi sono uno Stato “canaglia”: calpestano la sovranità delle nazioni con guerre imperialiste camuffate da operazioni di polizia internazionale (Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria); fomentano i conflitti nelle nazioni che reputano ostili (le Rivoluzioni colorate nell’Europa Orientale) scatenano con la Russia una nuova “Guerra Fredda” (l’allargamento a est della Nato). Gli effetti di questa politica irresponsabile e criminale sono sotto i nostri occhi e l’Europa ne subisce le conseguenze con la minaccia del terrorismo islamista, l’immigrazione e le tensioni con la Russia.

Le “canaglie” si sfidano con reciproche provocazioni. Pyongyang minaccia i vicini con i test nucleari. Washington compie imponenti esercitazioni militari a Hokkaido e in Corea del Sud. Immaginate quale sarebbe la reazione americana se la Corea del Nord compisse simili esercitazioni in prossimità della baia di San Francisco. L’attacco americano sarebbe certo e immediato. La politica americana è un capolavoro di doppia morale.

Oggi il 38° parallelo segna il confine tra le due Coree. La penisola coreana fu per secoli una sola nazione guidata dalla dinastia Joseon (1392-1910). Nel 1910 la Corea divenne una colonia dell’Impero giapponese e tale rimase fino alla capitolazione del Giappone (agosto 1945): gli Stati Uniti occuparono la parte meridionale della penisola coreana, l’attuale Corea del Sud (1948); la resistenza comunista, guidata da Kim II sung (nonno dell’attuale dittatore) occupò quella settentrionale, l’odierna Corea del Nord (1948).

Nel 1950 la Corea del Nord invase quella del Sud per conquistare l’intera penisola e trasformarla in una lugubre Paese comunista. In breve tempo le truppe nord coreane arrivarono a occupare la capitale Seul. Gli Stati Uniti su mandato dell’ONU e affiancati da altri diciassette Paesi intervennero in aiuto della Corea del Sud. Il contingente militare era guidato dal generale americano Douglas MacArthur e composto in prevalenza da truppe statunitensi. La controffensiva statunitense si spinse oltre la linea del 38° parallelo invadendo la Corea del Nord. La Cina per impedire la caduta del regime nordcoreano e il conseguente schieramento delle truppe americane ai propri confini; inviò in aiuto di Pyongyang un contingente militare di circa 300 mila uomini. L’Unione Sovietica mantenne una posizione defilata, sostenne Pyongyang con un numero limitato di aerei e di piloti; Stalin non vedeva di buon occhio un conflitto che poteva modificare l’equilibrio della “Guerra Fredda”. Il mondo rimase con il fiato sospeso temendo lo scoppio di un conflitto nucleare. Il generale MacArthur voleva colpire la Cina con armi nucleari, ma l’autorizzazione gli fu negata dal presidente Harry S Truman che temeva un’eventuale ritorsione sovietica.

La guerra terminò nel 1953 con l’armistizio di Panmunjeom. Le vittime totali del conflitto furono circa 3 milioni: gli Stati Uniti persero 54.240 uomini, la, la Corea del Sud 415.000, la Cina 110.400, la Corea del Nord oltre 200.000. Le vittime civili furono 1.500.000: un milione di nordcoreani e 500.000 sudcoreani. L’assetto geopolitico della penisola rimase invariato e rispecchia ancora le aree d’influenza della Guerra Fredda.

Il conflitto tra le due Coree non si può dire finito ma solo “congelato”: i belligeranti non hanno ancora firmato un trattato di pace e i rapporti tra le due Coree rimangono tesi. Incidenti di confine e azioni terroristiche hanno segnato il dopo armistizio: il 9 ottobre del 1983, tre militari nordcoreani fecero esplodere una bomba sotto il palco della delegazione sudcoreana in visita a Rangoon (Birmania) morirono 21 persone tra queste 4 ministri del governo di Seul; il 29 novembre 1987, due agenti della polizia segreta nordcoreana, fecero esplodere una bomba su un aereo della Korean Air, le vittime furono 115 avvenuti; il 26 marzo del 2010, un sommergibile nordcoreano affondò una corvetta sudcoreana, morirono quarantasei marinai, nello stesso anno l’artiglieria nordcoreana bombardò l’isola Yeonpyeong (arcipelago conteso tra le Coree) uccidendo quattro civili.

Il regime nordcoreano sopravvive grazie al sostegno russo-cinese e all’effetto deterrente del suo arsenale nucleare. Senza questo collasserebbe come è collassata l’Unione Sovietica. L’Organizzazione delle Nazioni Unite include la Corea del Nord tra le 34 nazioni al mondo che hanno bisogno di aiuti esteri per poter alimentare la popolazione (circa 23 milioni dei nord coreani hanno una dieta quotidiana insufficiente e solo sei milioni si salvano della carestia); l’inefficienza del sistema agro-alimentare e le avversità climatiche provocarono la carestia del periodo 1994 – 1998 (le vittime furono circa 220 mila); il 97% del fabbisogno petrolifero nordcoreano e assicurato dalla Russia e dalla Cina, discorso analogo vale per l’interscambio commerciale.

Nella crisi coreana la posta in gioco è l’ascesa della Cina come potenza internazionale. La Corea del Nord è una pedina nella partita tra gli Stati Uniti e la Cina. Un confronto che vede schierati da una parte gli Stati Uniti, la Corea del Sud e il Giappone; dall’altra, la Corea del Nord e la Cina. La Russia cerca di mediare tra le parti, la sua politica estera si concentra nelle aree ex sovietiche o strategiche per la sicurezza russa: l’Africa Settentrionale (la Libia) il Medio Oriente (l’Egitto e la Siria), l’Asia Centrale (le repubbliche ex sovietiche) l’Europa Orientale (l’Ucraina, e i Balcani), il Caucaso (l’Azerbaigian, la Georgia, la Cecenia e il Daghestan).

La Corea del Sud e il Giappone si appoggiano agli Stati Uniti per opporsi alla minaccia militare di Pyongyang e all’ascesa della Cina, la nazione più potente dell’Estremo Oriente. La Corea del Nord è il quinto esercito più numeroso del mondo, è fornito di armi nucleari e chimiche; ma il suo arsenale convenzionale e in prevalenza obsoleto. Si stima che la Corea del Nord abbia 20 – 40 testate nucleari della potenza di quelle sganciate su Hiroshima e su Nagasaki, in parte sganciabili con bombe di aereo e in parte imbarcabili con missili balistici; l’arsenale chimico di Pyongyang ammonta a circa 5.000 tonnellate di armi chimiche. Immaginate quale catastrofe potrebbe provocare l’impiego di tali armi nella penisola coreana e nel Pacifico.

Gli Stati Uniti vorrebbero eliminare il regime coreano per spostare le basi militari sul confine cinese e mettere sotto pressione la Cina, l’unica nazione che può contrastare la supremazia degli Stati Uniti nel Pacifico e piegare l’economia americana. La Cina è una nazione in rapida ascesa: il suo esercito tra i più potenti del mondo; il tesoro cinese detiene la maggioranza dei titoli del debito pubblico americano, se decidesse di metterli sul mercato con fini speculativi farebbe collassare il dollaro; l’industria cinese è il principale concorrente dell’industria americana. Su questa consapevolezza si fonda la “sinofobia” di Tramp e della classe dirigente americana.

La Russia e la Cina si adoperano per evitare lo scoppio di una guerra ai propri confini. Ambedue temono un conflitto dalle conseguenze apocalittiche (milioni di profughi, radiazioni nucleari, la possibilità di essere coinvolte direttamente nello scontro); un conflitto che permetterebbe agli Stati Uniti di avvicinarsi al confine russo e cinese come ai tempi della Guerra di Corea.

La crisi coreana offre a Pyongyang e Washington indubbi vantaggi. Vantaggi politici: il regime coreano ottiene il sostegno della Russia e della Cina per fare da baluardo all’espansione americana nel Pacifico; gli Stati Uniti con la scusa di combattere la minaccia nordcoreana giustificano l’installazione in Corea del Sud del sistema antimissilistico “THAAD”, acronimo di Terminal High Altitude Area Defence; un’arma capace di abbattere i missili a corto e medio raggio nordcoreani e di influire sulle capacità militari di Mosca e di Pechino (radar di “scoperta” AN/TPY 2). Vantaggi economici, la crisi coreana offre all’industria dei Paesi coinvolti una buona opportunità commerciale: gli Stati Uniti vendono alla Corea del Sud e al Giappone le armi per contrastare la minaccia di Pyongyang; la Corea del Nord vende i sistemi missilistici all’Iran, che teme a ragione un attacco americano.

La Corea del Nord ha potuto sviluppare un arsenale nucleare grazie ai propri giacimenti di uranio e alla tecnologia fornita dal Pakistan. Kim Jong un non è pazzo, la sua strategia è lucida, usa l’arma nucleare come strumento di deterrenza per non fare la fine di Gheddafi e di Saddam. Il tiranno Kim è consapevole che solo l’arma nucleare può dissuadere gli Stati Uniti dall’attaccarlo.

Nel dicembre del 2017, come risposta ai test nucleari, l’ONU ha approvato nuove sanzioni a carico della Corea del Nord: restrizioni alle importazioni petrolifere, blocco all’esportazione dei prodotti tessili nordcoreani, il blocco dei permessi di lavoro ai circa centomila nordcoreani che lavorano all’estero. A favore di tali sanzioni hanno votato anche la Russia e la Cina, stanche delle provocazioni del riottoso alleato. Gli Stati Uniti volevano includere nelle sanzioni anche il blocco navale in acque internazionali e la totale sospensione delle forniture petrolifere; il fine è per far collassare la Corea del Nord, anche a costo di provocare migliaia di vittime tra la popolazione stremata dalle dure condizioni imposte dal regime. Alle drastiche sanzioni proposte dagli Stati Uniti si sono opposte la Russia e la Cina; nazioni, che secondo Trump violano le sanzioni internazionali rifornendo segretamente di petrolio l’alleato coreano.

La soluzione alla crisi coreana sta nella proposta russo-cinese: la contemporanea e reciproca sospensione di qualsiasi attività nucleare da parte della Corea del nord e delle esercitazioni militari degli Stati Uniti. Un accordo difficile da realizzare per l’ostilità che regna tra le parti e per il carattere dei soggetti coinvolti: il “Gabibbo” Trump e il “Godzilla” Kim (il dinosauro atomico del genere Kaiju Eiga caro al dittatore coreano) sono personaggi grotteschi e pessimi diplomatici, inadatti a gestire le crisi. Ci sarebbe da ridere se in gioco non ci fosse la vita di milioni di persone.

Stati Uniti e Corea del Nord non vogliono la guerra perché le conseguenze sarebbero disastrose per entrambi. Un attacco preventivo di una delle parti scatenerebbe la rappresaglia dell’altra.

La rappresaglia nordcoreana sarebbe chimico-nucleare e colpirebbe la Corea del Sud, il Giappone e gli Stati Uniti (le isole Hawaii e la base militare di Guam); le vittime potrebbero superare il milione e il ruolo internazionale degli Stati Uniti sarebbe irreparabilmente compromesso (una superpotenza è tale fino a quando riesce a difendere i propri alleati). Gli Stati Uniti non potrebbero eliminare l’intero arsenale nordcoreano dotato: di circa mille missili a breve, medio e lungo raggio in prevalenza installati su basi mobili o nascosti in bunker sotterranei; centinaia di cannoni semoventi Koksan da 170 millimetri e lanciarazzi da 240 millimetri protetti da bunker sotterranei, in grado di colpire Seul con proiettili contenenti armi chimiche (sarin e iprite).

La rappresaglia americana sarebbe anch’essa nucleare, trasformerebbe la Corea del Nord in un cumulo di macerie; senza timore di una reazione russo-cinese. Il sostegno militare della Russia e della Cina all’alleato coreano è subordinato a un attacco preventivo americano. In quest’ultima ipotesi rischieremo un conflitto nucleare tra superpotenze.

Un conflitto tra Corea del Nord e Stati Uniti è improbabile ma non impossibile, varie potrebbero essere le cause: una serie crescente di ritorsioni, provocate da gravi incidenti come avvenuti dopo la fine del conflitto coreano; un test nucleare nordcoreano dagli effetti disastrosi, come la minacciata esplosione di un ordigno termonucleare nel Pacifico; l’illusione americana di poter eliminare il regime di Pyongyang utilizzando armi nucleari tattiche (a limitata potenza) la strategia del “primo colpo nucleare” (first-strike) tesi cara ai “falchi” di Washington.

Alle Olimpiadi gli atleti delle due Coree sfilano insieme sotto la bandiera della Corea unita; ma la penisola rimarrà divisa perché non ci sono le condizioni per la riunificazione. Unire le due Coree presuppone un accordo tra le potenze egemoni del Pacifico: la Cina e gli Stati Uniti. Un accordo impossibile da realizzare perché la competizione tra i due Paesi cresce di giorno in giorno. La politica protezionistica del presidente americano non fa che inasprire detta competizione.

Non dobbiamo essere pessimisti, a maggio il presidente americano e quello nord coreano si incontreranno per discutere sulla denuclearizzazione della penisola e non solo di un congelamento del programma nucleare nordcoreano. Un evento eccezionale, mai nella storia un presidente americano e uno nordcoreano si sono incontrati. Merito delle sanzioni internazionali e delle pressioni cinesi che hanno indotto il regime di Pyongyang a miti consigli. E’ presto per parlare di pace ma le premesse ci sono; non tanto per le qualità dei personaggi coinvolti, ma perché la guerra non conviene a nessuno.

dal 20 gennaio 2017 in 14 mesi ha portato la disoccupazione al 4% e sotto il 2% in molte Contee

Confrontando i dati con quelli italiani sono rimasto allibito !

Ma non doveva essere il disastro in persona ?

A sentire i Dem americani & nostrani dovevano verificarsi le 10 piaghe d’Egitto di biblica memoria…

https://it.wikipedia.org/wiki/Piaghe_d%27Egitto

invece dopo 12 mesi dall’insediamento ( dal 20 gennaio 2017) Donald  Trump ha ottenuto risultati  positivi record….

USA, disoccupazione ai minimi storici: le aziende assumono anche i detenuti

In America non si trova più un disoccupato – Huffington Post

Carcerati, disabili, senza esperienza.  La piena occupazione negli Usa costringe le aziende a prendere tutti.

 

Forse che gli intellettuali Dem radical chic a forza di Cocaina, hashish, marijuana ed LSD, sesso e rock and roll si siano bevuti i cervelli…   non un idea credibile che sia una…

continuano a puntare il dito a 360° urlando:  i polulisti, i polulisti !!

Io in TV li ho visti per lungo tempo arroganti…  ora patetici…

i ceti sociali inferiori non li sopportano più, nemmeno sui manifesti, e se escono senza scorta rischiano il linciaggio…

Bei tempi quando bastava un po di demagogia… al massimo 80€ per fare il pieno delle urne elettorali…

oggi il popolo è diventato esigente, pretende di sapere come arrivare alla fine del mese…  vuole vedere i numeri,

quelli veri non le statistiche taroccate… un lavoro vero, non il miraggio di infiniti  stages gratuiti/non retribuiti, pensioni irraggiungibili, orari e ritmi di lavoro da piantagioni di cotone alla “Via col Vento”…

Io pazientemente aspetto…   osservo…   Domani, è un altro giorno: Si vedrà…

leggete Il racconto del NyTimes >>

As Labor Pool Shrinks, Prison Time Is Less of a Hiring Hurdle

Le Olimpiadi del Nordest

di Giuseppe Longo

Più che i risultati della direzione del Partito democratico, il cui esito sull’atteggiamento da tenere nella vicenda post-elettorale era largamente previsto, mentre Centrodestra e Cinque stelle restano – almeno per il momento – arroccati sulle rispettive posizioni, l’unica vera notizia di questo primo scorcio della settimana riguarda il quadrante nord-orientale della nostra Italia. E cioè la sfida lanciata da Luca Zaia, governatore del Veneto, proponendo le Dolomiti per le Olimpiadi invernali del 2026.

 

 

Un progetto avanzato assieme al Trentino Alto Adige e che si contrappone alle ambizioni di Torino e Milano. Nel capoluogo piemontese, peraltro, sono subito emerse vistose divisioni all’interno dei Cinque stelle che hanno in mano le redini del potere.

Ma non è su questo che mi soffermo, bensì sulla grossa opportunità che la candidatura delle splendide montagne, patrimonio dell’umanità, a ospitare i Giochi fra otto anni offre appunto a tutto il Nordest. Anche se pare appena il caso di sottolineare che la capitale delle Olimpiadi sarebbe Cortina, regina delle Dolomiti, tuttavia ritengo impensabile che il progetto non debba avere un respiro Triveneto, coinvolgendo anche il Friuli Venezia Giulia. Il nome della nostra regione non è emerso in quanto finora detto – almeno così pare -, ma questo non impedisce che possa aggiungersi rafforzando ulteriormente la candidatura. Le Dolomiti, dopo tutto, continuano anche in Friuli e hanno la loro più bella espressione nel comprensorio di Forni di Sopra, dotato di valide strutture, al quale si aggiungono i poli d’eccellenza dello Zoncolan e del Tarvisiano con le meravigliose piste del Lussari e di Sella Nevea sul monte Canin. Più vicini al Veneto ci sono invece gli ottimi impianti del Piancavallo e salendo s’incontra la bellissima Sappada appena passata sotto la guida Fvg: un passaggio indigesto per Venezia e per lo stesso Zaia, ma che rispetta fedelmente le aspirazioni dei residenti che si erano espressi con convinzione, tramite referendum, per il ritorno alla vecchia regione, storicamente e culturalmente più affine. Unendo le tre entità- e cioè Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia – si otterrebbe un pacchetto veramente invidiabile, in quanto a strutture e bellezza dei luoghi, tale da rendere la candidatura ancora più credibile e competitiva.
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A Luca Zaia dunque va indubbiamente il merito di avere rotto il ghiaccio con il tempismo che gli è riconosciuto e al quale si sono prontamente affiancate Trento e Bolzano, ma in questa rivendicazione sarebbe veramente colpevole che non scendesse in  campo il Friuli Venezia Giulia che a fine aprile tornerà alle urne per eleggere il nuovo presidente. Che, visto il trionfo alle recenti politiche,  ci sono tutte le condizioni perché possa appartenere alla Lega assicurando da subito la necessaria sintonia con il governatore del Veneto. È il caso di pensarci per tempo, la posta in gioco, per le innegabili ricadute sull’ intero territorio, è troppo alta per  non essere tenuta nella debita considerazione.
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< N.d.R.  un vivo ringraziamento al nostro caro amico Giuseppe Longo,

per molti anni “illustre penna” del Messaggero Veneto, per questo contributo>

 

 

le ultime due immagini sono tratte da  http://radiopiu.net

Renzi si sforza di assomigliare sempre di più a Napoleone Bonaparte

Dopo la sconfitta del referendum ed il suo “esilio all’isola D’Elba” ovvero  l’avvento di Gentiloni a Palazzo Chigi…

la Waterloo del 4 marzo sembra aver posto fine ai sogni di gloria del boy-scout di Rignano sullArno.

Per tutti, ma non per lui, che:

ottimista per la momentanea riuscita della farsa delle finte dimissioni, evidentemente similmente a Bonaparte dall’isolamento di  Sant’ Elena,  medita la sua rivincita !

Afferma col piglio del twittocondottiero*:

“Io non mollo. Mi dimetto da segretario del Pd come è giusto fare dopo una sconfitta. Ma non molliamo, non lasceremo mai il futuro agli altri”.

“Abbiamo perso una battaglia ma non abbiamo perso la voglia di lottare per un mondo più giusto”.

* ( N.d.R. Twitter richiama alla mente il vocabolo:   hashtag

sostantivo = Il simbolo del cancelletto (#) associato a una o più parole chiave per facilitare le ricerche tematiche in un blog o in un social network.
  Quindi la locuzione:   “condottiero dell’ hashtag” che onomatopeicamente rassomiglia ad una bestemmia non va erroneamente interpretato nel caso dell’ex presidente PD come certamente Crozza sottenderebbe).
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Qualcuno spieghi al fu-condottiero impavido che  alcuni storici sostengono, nel caso di Bonaparte, che:
pur di toglierselo di torno, all’epoca qualcuno  ricorse all’ Arsenico.
Maurizio Crozza, venerdì scorso, ha già satiricamente prospettato questo ipotetico quanto ironico-metaforico scenario:
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God Save the boy-scout