Dobbiamo anche a Toros il modello del Friuli rinato

di Giuseppe Longo

A chi oggi ha venti o trent’anni il nome di Mario Toros probabilmente dice poco se non addirittura nulla, ma a colui che ha superato, come chi scrive, gli anta per la terza volta riapre un album ricco di ricordi.
Perché quella di Toros, che seppe fare un balzo inimmaginabile passando da semplice operaio delle Officine Bertoli al Parlamento fino a diventare addirittura ministro, è stata una vita eccezionale, poliedrica, esemplare sotto ogni aspetto.
Abbiamo ricordato da neanche un mese il 42° anniversario di quell’indimenticabile, caldissima sera di maggio che squassò mezzo Friuli.
Di quel terremoto che ci mise improvvisamente in ginocchio ma dal quale trovammo subito la forza per rialzarci e pensare alla ricostruzione. E la rinascita di questi poveri paesi – perché il sisma, manco a farlo apposta, colpì per larga parte proprio le aree più depresse e in difficoltà – la dobbiamo, senza dubbio alcuno, anche a Mario Toros che si è spento ieri, alla bella età di 95 anni, all’ospedale di Udine circondato dall’affetto delle due figlie e dei cinque adorati nipoti, Toros in quella primavera del 1976 era al governo con Aldo Moro, lo statista democristiano assassinato due anni dopo dalle Brigate rosse.
Ebbene, il politico friulano – come lui stesso ha ricordato in una intervista di pochi anni fa trasmessa oggi dalla Rai regionale – fu immediatamente convocato a Roma dal collega Francesco Cossiga perché, assieme ad Antonio Comelli allora presidente della Regione, era atteso proprio da Moro.
Il quale disse: “Dobbiamo fare subito una legge per la ricostruzione e lo sviluppo del Friuli”.
Sì, perché Aldo Moro – l’ho sentito raccontare proprio da Comelli – aveva un’attenzione particolare per la nostra terra.   Mi ricorda – diceva – la gente delle Puglie, della mia Maglie: laboriosa, seria, sobria, tenace”.
Da quell’incontro nella immediata emergenza si posero, infatti, le basi per la rinascita, per lo sviluppo, che da una situazione emarginata ci proiettò in pochi anni al centro dell’Europa.
In due parole, si dette vita a quello che è passato alla storia come “modello Friuli” e se questo è stato possibile lo dobbiamo appunto anche a Mario Toros che nella sua posizione privilegiata di ministro seppe mantenere pure con gli altri presidenti del Consiglio che succedettero a Moro – non si chiamavano ancora premier come adesso – gli indispensabili collegamenti tra Udine e Roma. Fu l’anello di congiunzione di quella catena formidabile che portò a un vero e proprio miracolo: un Friuli tutto nuovo in appena dieci anni.
E in più proiettato verso lo sviluppo, sostenuto culturalmente anche dalla nascita dell’Università di Udine che, se non fosse stata inserita in quel “pacchetto”, probabilmente sarebbe rimasta soltanto un sogno.
Questo era dunque Mario Toros: più che soffermarmi sulle tappe della sua laboriosa esistenza (partigiano della Osoppo, sindacalista della Cisl, deputato e senatore per quasi trent’anni e più volte ministro, in particolare del lavoro e della previdenza sociale, uomo di punta della Democrazia cristiana, nell’ala sociale forzanovista di Donat Cattin, e infine a lungo presidente dell’Ente Friuli nel Mondo), ho preferito dedicargli questo speciale ritratto, legato a un momento chiave per questa nostra amata terra friulana.
E verso la quale l’amore di Mario Toros, friulano di Pagnacco per nascita e di Feletto per vita, non è mai mancato,

Il Friuli gli deve riconoscenza !

E’ serenamente mancato all’affetto dei suoi cari MARIO TOROS
Ne danno il triste annuncio le figlie Carla, Franca con Paolo, i nipoti Francesco con Rosella, Federico con Federica, Paolo con Caterina, Marco ed Enrico ed i pronipoti Alessandro, Andrea, Edoardo e Carlo.
Il luogo e la data dei funerali saranno comunicati successivamente.
Un sentito ringraziamento alla dottoressa Clara Ricci ed alla signora Nina per l’assidua assistenza prestata.>
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< N.d.R:    dichiarazione del presidente della Regione FVG  
«Pochi politici come Mario Toros hanno inciso così tanto nella storia della nostra regione . 
Con la sua scomparsa finisce una pagina di storia che dovrà restare sempre aperta, perché il suo impegno e la sua passione politica rappresentano un grande esempio di competenza e di amore per la propria terra.
Chi, come il sottoscritto, ha scelto di rappresentare e governare questa regione  ha ben chiaro quali sono i modelli a cui ispirarsi e quello di Toros è senz’altro uno di questi.
Lo stare vicino alla gente agendo per il bene della comunità è infatti l’esperienza che più delle altre ci viene da lui lasciata in eredità ed èDichiarazione Circolo Fratelli d’Italia Udine Castello la Presidente Cristina Pozzo
Rendiamo onore alla memoria di Mario Toros che è stato ed è il Padre della nostra “piccola Patria” e un secondo padre per molti Friulani. Senza di Lui il Friuli V.G. non esisterebbe, non avremmo ottenuto l’autonomia e continueremmo ad essere la periferia est del Veneto. È grazie a Lui se è stato istituito lo “Statuto dei lavoratori”, una grande conquista sociale distrutta da questi ultimi governi, politico di grande spessore è stato soprattutto un grande uomo a cui dobbiamo guardare come esempio di serietà e dignità, sempre al servizio del proprio Paese e del suo Popolo e mai di se stesso. Il bene della propria comunità era il suo obbiettivo, quello a cui ogni politico dovrebbe ispirarsi e ambire. la stessa che ci motiva ad andare avanti».         
Massimiliano Fedriga   >
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<  N.d.R
Dichiarazione Circolo Fratelli d’Italia Udine Castello la Presidente Cristina Pozzo
Rendiamo onore alla memoria di Mario Toros che è stato ed è il Padre della nostra “piccola Patria” e un secondo padre per molti Friulani.
Senza di Lui il Friuli V.G. non esisterebbe, non avremmo ottenuto l’autonomia e continueremmo ad essere la periferia est del Veneto.
È grazie a Lui se è stato istituito lo “Statuto dei lavoratori“, una grande conquista sociale distrutta da questi ultimi governi, politico di grande spessore è stato soprattutto un grande uomo a cui dobbiamo guardare come esempio di serietà e dignità, sempre al servizio del proprio Paese e del suo Popolo e mai di se stesso.
Il bene della propria comunità era il suo obbiettivo, quello a cui ogni politico dovrebbe ispirarsi e ambire. >

 

Varata la Giunta Fedriga ma occhi tutti sul premier

di Giuseppe Longo

Occhi tutti puntati dunque sul Quirinale: domani sarà finalmente la volta buona per conoscere il nome del candidato premier che dovrebbe guidare il governo giallo-verde?

Così, mentre Massiliamo Fedriga ha già varato (ci sta, visto che a Trieste siamo in riva al mare) la nuova giunta, pur tra tensioni e polemiche che hanno incrinato i rapporti tra Lega e Forza Italia, sul Colle più alto di Roma domani dovrebbe andare in scena l’ultimo atto di questa estenuante fase post-elettorale.
Sono infatti due mesi e mezzo esatti che si conoscono i risultati delle politiche del 4 marzo che hanno premiato Centrodestra e Cinque stelle bocciando l’azione di governo del Partito democratico, ora peraltro impegnato nei lavori dell’assemblea nazionale per affrontare il dopo-Renzi.
Il programma di governo messo a punto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini è ormai chiuso ed è stato tradotto nero su bianco su quell’originale strumento voluto dai grillini che è il “contratto” tra le due forze candidate a guidare il Paese.
Oggi i due leader si torneranno a vedere per definire proprio la questione premier: dovrebbe essere una persona di alto profilo, si fanno i nomi di un giurista, Giuseppe Conte, e di un economista, Andrea  Roventini.
Quindi, ancora una volta un tecnico e non un politico uscito dalle urne.
Comunque, basta che si chiuda qui perché il tira e molla di queste settimane non può continuare.
E il Paese ne soffre.
Quindi, tutti con lo sguardo verso il Colle da dove è atteso il via libera del capo dello Stato se giudicherà positivamente quanto gli verrà proposto dal duo Di Maio – Salvini.
Ma in attesa che si sblocchi la questione romana, rientriamo a casa nostra dove, come dicevo, è nata non senza fatica la giunta regionale di Max Fedriga che il 29 aprile aveva raccolto oltre il 57 per cento di preferenze.
L’esecutivo è composto da dieci assessori: cinque sono andati alla Lega che esprime anche il nuovo governatore.
La vicepresidenza è stata attribuita a Forza Italia e tre sono le rappresentanti del mondo femminile.
Questo comunque il quadro completo:
Massimiliano Fedriga (Lega) presidente della Regione Fvg con deleghe ad Affari internazionali e Montagna, oltre che commissario straordinario al dissesto idrogeologico, alla terza corsia autostradale e alla Ferriera di Servola;
Riccardo Riccardi (Forza Italia) vicepresidente con deleghe a Salute, Politiche sociali, Disabilità e Protezione civile; Sergio Bini (Progetto Fvg) Attività produttive;
Sebastiano Callari (Lega) Funzione pubblica e Semplificazione;
Pierpaolo Roberti (Lega) Autonomie locali, Sicurezza e Politiche comunitarie;
Fabio Scoccimarro (Fratelli d’Italia) Ambiente ed Energie;
Graziano Pizzimenti (Lega) Infrastrutture e Territorio;
Stefano Zannier (Lega) Risorse agroalimentari e forestali;
Barbara Zilli (Lega) Finanze e Patrimonio;
Tiziana Gibelli (Forza Italia) Cultura e Sport;
Alessia Rosolen (indipendente) Lavoro, Istruzione, Ricerca, Formazione e Famiglia.
Proprio la scelta di quest’ultima, come hanno riferito le cronache, ha creato non pochi malumori all’interno degli azzurri a causa di vecchie ruggini che risalgono alle precedenti elezioni regionali quando vinse Debora Serracchiani contro Renzo Tondo.
La Giunta Fedriga, dunque, scalda i motori per mettersi al lavoro.
Al Governo Di Maio – Salvini manca invece ancora un bel po’ di carburante, quello appunto che riguarda il premier.
E non è poco!

Le porte di Fontanini e il derby sul Livenza

di Giuseppe Longo

No, a Udine non c’è stato un altro Fedriga.
Pietro Fontanini ha battuto Vincenzo Martines per una manciata di voti – appena 280, come gli abitanti di una via poco popolosa -, ma è ugualmente riuscito a portare la Lega alla guida della città capoluogo.
Mentre la corsa del Carroccio si è fermata sul Livenza dove, in una competizione tutta interna al Centrodestra – una sorta di derby politico -, si è imposto il forzista Carlo Spagnol contro Alberto Gottardo.
Udine, dunque, ha scelto la discontinuità, spedendo in archivio i due mandati di Furio Honsell.
A Fontanini, dopo la recente delusione per aver dovuto chiudere la porta della Provincia, si è spalancata quella ben più importante di Palazzo D’Aronco, riuscendo in un’impresa per niente facile – non so a chi altri sarebbe riuscita per battere il Centrosinistra -, ma che ha evidentemente beneficiato del momento molto favorevole che sta vivendo il partito di Salvini.
Così, Pietro Fontanini, 65 anni, laureato in sociologia, può tornare a indossare la fascia tricolore: non più quella di Campoformido che gli ha fatto iniziare la brillante e lunga stagione politica (presidente della Regione e del Consiglio, senatore e deputato della Repubblica e, per concludere, appunto leader di Palazzo Belgrado), bensì quella della Capitale del Friuli storico.
Un grande onore per lui, oltre che un indubbio motivo di orgoglio, ultra-convinto sostenitore dei valori e della cultura di questa terra.
Un risultato che ha raggiunto superando di poco il 50 per cento, complice anche la bassissima affluenza al voto – poco più del 47 – che proprio ieri avevamo messo in conto, vista la concomitante Adunata nazionale degli alpini a Trento, ma anche la bellissima giornata che potevano offrire le nostre spiagge.
Martines, a denti stretti, ha preso atto della sconfitta e ha fatto gli auguri al neoeletto, affrettandosi ad osservare che si è trattato di “un voto di pancia”.
A parte il fatto che non capisco perché uno che perde (lo abbiamo sentito più volte anche a livello nazionale) debba sempre prendersela con questa parte importante del corpo, visto che se non c’è questa non funziona neanche il cervello, sarebbe meglio non offendere gli elettori che la pensano diversamente.
Dopo tutto, Martines ha avuto un grande risultato, con una clamorosa rimonta rispetto al 29 aprile, e non può sedere al posto di Honsell – di cui fu per cinque anni vicesindaco – appunto per pochissimi voti.
Evidentemente, poco più della metà degli udinesi ha deciso di bocciare l’amministrazione uscente espressa dal Centrosinistra, e in questo ha sicuramente avuto un peso determinante la questione immigrati-sicurezza.
Lo sconfitto vada a chiederlo agli elettori di Borgo Stazione, trasformato in una kasbah o suk che dir si voglia, dove una donna di qualsiasi età d’inverno ha paura di uscire dopo le quattro del pomeriggio.
Per non parlare del crollo dei prezzi degli immobili.
Io, onestamente, non mi sento di dire che questi udinesi, rispettabilissimi, abbiano votato con la pancia.
Sarebbe invece meglio fare una seria riflessione e cercare di capire i motivi di tale malcontento.
E a Sacile?
Era l’altra città friulana – pardon, quasi veneta – chiamata alle urne per il ballottaggio. Al primo turno del 29 aprile avevano ottenuto i voti più alti Carlo Spagnol (chiedo scusa se ieri ho aggiunto una o di troppo) e Alberto Gottardo, rispettivamente espressione di Forza Italia e della Lega, entrambi assessori nella giunta uscente di Roberto Ceraolo.
Gli elettori hanno scelto di gran lunga Spagnol che è diventato il nuovo sindaco con oltre il 67 cento dei voti.
Un risultato, dunque, assolutamente in controtendenza con il resto del Friuli Venezia Giulia dove il verde padano è il colore che ha tappezzato praticamente tutto il territorio.
Ma in riva al Livenza hanno dimostrato di pensarla in altro modo.

Il governo del “panettone”?

di Giuseppe Longo

Ci mancava soltanto il governo del “panettone”. Per il resto, in questa stranissima legislatura, abbiamo visto di tutto. O meglio quasi tutto, perché credo che altre sorprese o stravaganze siano dietro l’angolo. Per non parlare di certezze. Le uniche, per ora, le abbiamo in Friuli Venezia Giulia, con l’elezione del nuovo governatore Massimiliano Fedriga, e da lunedì prossimo a Udine con la proclamazione del nuovo sindaco che uscirà dal ballottaggio di domenica tra Pietro Fontanini (Centrodestra) e Vincenzo Martines (Centrosinistra).
In questi abbondanti sessanta giorni post-elettorali in cui l’unica grande assente è stata la Politica – e lo dico con grande amarezza nel 40mo anniversario del barbaro sacrificio con cui le Brigate rosse condannarono Aldo Moro – abbiamo assistito a un oziosissimo gioco dell’oca, nel quale si facevano uno o due passi avanti che poi venivano prontamente annullati da tre indietro, tanto da non portare a nulla. Anche se non è proprio così. Un risultato c’è ed è l’unico: il tradimento della volontà popolare. Scusate la parola forte, ma come può essere altrimenti definito il non tenere in minimo conto la scelta espressa dagli elettori che il 4 marzo hanno attribuito a Centrodestra e Cinque stelle quasi il 70 per cento dei consensi, cioè la maggioranza più che assoluta? Invece, a furia di veti e controveti, accuse e controaccuse, siamo ancora fermi alla casella iniziale, con la prospettiva di un altro governo tecnico – ma non ne abbiamo avuti abbastanza? – o istituzionale o neutro che dir si voglia, chiamato dall’alto del Colle a subentrare all’esecutivo di Gentiloni per il quale una ulteriore proroga è inimmaginabile. E, come se non bastasse, si parla a sproposito di elezioni bis il 22 luglio, quando tutti, o quasi, sono al mare, in montagna o dove cavolo vogliono. Chi andrebbe a votare in piena canicola, quando si sognano almeno i 30 gradi per avere un po’ di “fresco”? Si sono visti i risultati di date maldestre proprio qui, quando si è votato tra due feste nazionali. Ed era appena il 29 aprile…
Altra prospettiva è appunto il “governo del panettone” – perché arriverebbe fino a Natale o San Silvestro -, tanto da poter salvare la faccia con l’Europa, scongiurare l’aumento automatico dell’Iva e licenziare uno straccio di legge di stabilità o finanziaria, come si diceva più chiaramente fino a qualche anno fa. E poi subito al voto con il cappotto, ancora prima del 4 marzo di recentissima memoria.
Che tristezza! Tuttavia, il presidente Mattarella non ha spento l’ultima speranza in un accordo politico, anche perché si rende conto che questo “governo di tregua” sarebbe impallinato in Parlamento, come già dichiarato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio a nome di Lega e M5S. Ma se non ci sarà l’intesa dell’ultima ora – e qui tutti pensano a quel famoso quanto improbabile passo indietro o di lato di Silvio Berlusconi – non resterà che ridare la parola agli italiani. E poi ancora con il famigerato Rosatellum? Per avere gli stessi risultati o quasi? Perché non è affatto detto che a livello nazionale i pentastellati andrebbero incontro allo scivolone che li ha umiliati in Friuli Venezia Giulia. E allora? Di sorprese ne avremo ancora parecchie. Peccato, però, che i mercati non ci ridano sopra. Ne abbiamo appena avuto un assaggio.

Sappada al primo voto in Fvg: con Fedriga punta al rilancio

di Giuseppe Longo
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Cinque stelle?
A Sappada piacciono di più quelle del suo bellissimo cielo incastonato tra le Dolomiti.
Nelle prime elezioni regionali per il Friuli Venezia Giulia dopo il distacco ufficiale dal Veneto, avvenuto alla fine del 2017, il rinomato centro turistico ha infatti riservato soltanto l’1,68 per cento dei voti alla lista capeggiata da Alessandro Fraleoni Morgera (poco più di quella autonomista di Sergio Cecotti: 1,01), mentre ha votato a valanga – è proprio il caso di dirlo trattandosi di una cittadina molto nevosa – il Centrodestra di Massimiliano Fedriga al quale ha attribuito la bellezza del 72,56 per cento.
Sergio Bolzonello per il Centrosinistra si è invece fermato al 24,75.
I voti validi erano 594 su poco più di 1300 residenti.

Così, mentre a Udine, nuova città capoluogo di riferimento (anche se più lontana e ormai senza Provincia) dopo il divorzio da Belluno, cresce di tono la sfida tra Pietro Fontanini e Vincenzo Martines in corsa per il ballottaggio di domenica 13 maggio, a Sappada si guarda al rilancio e a una nuova stagione di sviluppo.
L’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Manuel Piller Hoffer (lista civica), conta molto infatti sul sostegno che le potrà essere assicurato dal Friuli Venezia Giulia, Regione a Statuto Speciale, per la valorizzazione delle sue piste da sci.

Un obiettivo, quello del potenziamento degli impianti, che potrebbe essere funzionale anche alla partecipazione, assieme agli altri poli invernali della nostra regione, alle Olimpiadi invernali del 2026 che Venezia ha chiesto in sintonia con il Trentino Alto Adige ottenendo l’immediato appoggio friulano tramite Federalberghi.
È chiaro che la richiesta di Cortina – la città capofila che ospitò i Giochi sulla neve già nel 1956 – dovrà fare i conti con quelle molto forti di Torino e Milano, ma il governatore veneto Luca Zaia è ben determinato a portare avanti la sua battaglia.
E dovrebbe essere scontato l’appoggio dell’omologo friulgiuliano Fedriga, pure leghista, appena insediato nel suo nuovo ruolo.
Una parola definitiva su quale candidatura sostenere davanti al Coni e al Cio dovrà però venire dal governo che tarda ancora ad essere formato nonostante siano passati due mesi dalle elezioni politiche.
Per domani, lunedì, il capo dello Stato ha convocato la terza consultazione al Quirinale e poi prenderà una decisione. Speriamo sia la volta buona!
Una prospettiva di crescita ulteriore dunque per Plodn, come è chiamata la località nell’antico tedesco locale (è un’isola alloglotta come Sauris e Timau), sebbene finora abbia fatto progressi molto consistenti. Una prospettiva che si auspica incoraggiata e sostenuta proprio dal Friuli-Venezia Giulia, Regione con la quale Sappada ha voluto andare lasciando il Veneto nel quale era dal 1852 quando lasciò la storica Provincia del Friuli.
Quindi con il referendum del 2008, passato con ben il 95 per cento di consensi, la cittadina dolomitica, incuneata in una stupenda vallata tra Carnia e Cadore a 1217 metri di quota (proprio qui nasce il Piave), ha chiesto di tornare all’antico.
Anche perché Sappada si è sempre sentita socialmente e culturalmente più vicina al Friuli che al Veneto.
La parrocchia di Santa Margherita, per esempio, fa parte dell’Arcidiocesi di Udine – una fra le più vaste d’Italia -, ha forti legami con Tolmezzo soprattutto dal punto di vista sanitario e sportivamente parlando gli atleti si formano e crescono nei Comitati friulani.
E dove milita, da sempre, Sappada se non nel Campionato Carnico?
Insomma, un ritorno a casa: per questo i sappadini ci tenevano a votare già da queste elezioni regionali.

In Fvg il ciclone Fedriga spazza via anche le Stelle

di Giuseppe Longo
Il vento politico è dunque cambiato in Friuli Venezia Giulia ed è stato così forte che ha scatenato il ciclone chiamato Fedriga che ha travolto il Partito democratico, spedendolo dopo cinque anni all’opposizione, ed ha spazzato via perfino le Stelle. Cinque per l’esattezza.
Massimiliano Fedriga, 37 anni, leghista da 23, veronese di nascita ma triestino d’adozione, è così il nuovo presidente della Giunta regionale e ha già collezionato due record: non solo è il più giovane governatore nella storia della Regione, ma è anche quello che ha vinto, anzi stravinto, in un modo mai visto:
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57 % !!
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Con il 35 % della Lega
(nel 2013 aveva poco più dell’8 % ) che sommato al 12 % di Forza Italia, al 6 % abbondante di Progetto Fvg, al 5,5 % di Fratelli d’Italia e al 4 % di Autonomia responsabile dà la bellezza di quasi il 63 % , superando addirittura di tre punti il premio di maggioranza.
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Ventotto ( 28 ) i seggi conquistati.
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E pensare che c’è stato un calo di votanti di ben il 25 per cento rispetto alle politiche del 4 marzo, non arrivando neppure al 50.
Se ci fosse stata pari affluenza non oso neanche pensare quanto avrebbe totalizzato Fedriga, sulla cui vittoria comunque non c’erano dubbi.
Numeri da capogiro, percentuali – macché bulgare che lo sono già – tipo Putin, che un mese e mezzo fa è stato rieletto con il 77 per cento.
E tutto ciò dimostra ancora una volta che questo era il candidato giusto – la base leghista l’aveva chiesto schierando addirittura i trattori davanti alla sede di Reana, presente Matteo Salvini – e che nessun altro avrebbe fatto questo strabiliante bottino.
L’onorevole Fedriga, mantenendo il trend del 4 marzo, anzi migliorandolo notevolmente, ha così archiviato la gestione di Debora Serracchiani, stoppando il pordenonese Sergio Bolzonello, vicepresidente uscente, a poco meno del 27 per cento (30 punti di distacco), con il Pd che ha preso il 18 % contro il 20 delle politiche e quasi il 27 di cinque anni fa, quando la Serracchiani vinse per una manciata di voti (poco più del 39 per cento) rispetto a Renzo Tondo.
E i Cinque stelle? Praticamente scomparsi nel panorama regionale del voto: Alessandro Fraleoni Morgera ha collezionato neanche il 12 % , mentre il movimento di Grillo ha racimolato appena il 7 perdendo più di 17 punti dalle elezioni politiche, mentre nel 2013 aveva quasi il 14 per cento.
Sbagliato il candidato o già perdita di credibilità del partito a gestione Di Maio?
Probabilmente entrambe.
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Infine, Sergio Cecotti con il suo Patto per l’autonomia ha preso il 4 %.
L’ex sindaco di Udine, leghista della prima ora, e già presidente della Regione non ha convinto più di tanto gli elettori.
Come dire che il rimettersi in gioco dopo una lunga assenza dalle scene è rischioso, nonostante le indubbie qualità del candidato.
E ora a Roma?
A parte una postilla che ancora ci riguarda – a occupare il seggio alla Camera lasciato vuoto da Fedriga sarà la tolmezzina Aurelia Bubisutti -, sarà tutto da vedere quale influenza avrà il voto Fvg nelle trattative per il governo che non vuole proprio nascere.
L’effetto Ohio è indubbio e non potrà essere sottovalutato.
E Salvini con il Centrodestra ha tutta l’intenzione di sfruttare quanto abbondantemente raccolto a Nordest e di farlo pesare il più possibile.
Di Maio si è affrettato a chiedere nuove elezioni fin da giugno (però se la discesa continua…), ma il Quirinale gli ha già risposto per le rime con un bel no.
Staremo a vedere cosa partorirà questa convulsa settimana.
Giovedì ci sarà la direzione nazionale di un Pd ormai a pezzi e l’accordo con i grillini pare definitivamente sfumato dopo il niet anticipato in tv da Matteo Renzi.
Per cui anche questo forno, dopo quello con la Lega, appare inesorabilmente spento.
E venerdì dovrebbe parlare il presidente Mattarella.
Cosa ci dirà il capo dello Stato?
Sicuramente qualcosa di molto importante.
Ma non avventuriamoci in previsioni più o meno azzardate.
Meglio attendere ancora un po’.

Fvg alle urne. E al… mare

di Giuseppe Longo

E così è arrivato il tanto atteso 29 aprile che porta alle urne anche i cittadini del Friuli Venezia Giulia per rinnovare il Consiglio regionale e scegliere il nuovo presidente della Giunta, quello che ormai si preferisce chiamare, pur impropriamente, governatore.
Doppio voto, poi, per i cittadini di 19 Comuni – soltanto Udine e Sacile con più di 15 mila residenti – chiamati a eleggere i nuovi Sindaci e relativi Consigli municipali. Per la prima volta l’assemblea regionale sarà votata anche dagli abitanti di Sappada dopo il loro passaggio dal Veneto al Fvg.
Ma mentre tralasciamo per brevità i candidati alle pur importanti consultazioni comunali, ricordiamo i quattro aspiranti alla poltrona più prestigiosa di piazza Unità d’Italia, a Trieste: Sergio Bolzonello (Centrosinistra), Sergio Cecotti (Patto per l’autonomia), Massimiliano Fedriga (Centrodestra) e Alessandro Fraleoni Morgera (Cinque stelle).
Una convocazione ai seggi in un momento particolare che potrebbe riservare delle sorprese in fatto di affluenza. Questa domenica è infatti collocata tra due feste civili (25 Aprile e I Maggio), in un arco di tempo che su sette giorni ben quattro sono festivi o semi. Insomma, una sorta di maxi-ponte che sicuramente ha incoraggiato molti anche nella nostra regione a prendersi un periodo di relax, abbastanza lungo per una rigenerante vacanza o per un bel viaggetto, tanto che chi è partito di certo non interrompe la vacanza per tornare a votare. E chi non è andato lontano difficilmente, grazie al bellissimo tempo quasi estivo, rinuncia a una giornata al mare o in montagna. E se non è andato al seggio prima di partire, è tutto da vedere se ne avrà voglia quando rientrerà a tarda sera. Anche se comunque le urne sono aperte fino alle 23: ormai il lusso, tutto italiano, di votare anche il lunedì è un ricordo.
A ogni modo, vada come vada, questa chiamata al voto in Friuli Venezia Giulia conclude finalmente la tornata elettorale di fine inverno – primavera (almeno così si spera…), dandoci almeno una tregua in quella campagna elettorale martellante ormai diventata perenne. E il risultato che conosceremo nel dettaglio domani non potrà non avere un significato a livello nazionale, dove tutti attendono con impazienza e interesse le decisioni dell’assemblea nazionale del Pd rinviata al 3 maggio per vedere se approverà l’apertura a un’intesa con i pentastellati (ma si parla già anche di referendum fra gli iscritti), dopo che quella con la Lega è naufragata.
La parola quindi al Friuli Venezia Giulia. Non mi addentro in pur facili previsioni, visto il silenzio imposto nella giornata del voto. Ma domenica scorsa avevo detto, credo opportunamente, che l’Ohio più che in Molise – che comunque ha dato risultati molto interessanti – è proprio qui, sia per il numero di elettori (oltre un milione e 100 mila) sia per l’importanza di una Regione pur piccola ma che è al centro dell’Europa e dei traffici internazionali. Staremo dunque a vedere. Per ora chiudo qui e vado a votare.

Sindaci benemeriti anima e motore della rinascita

di Giuseppe Longo

Proprio nella ricorrenza del 25 aprile, ritengo doveroso dedicare ancora alcune righe all’importante ricerca realizzata con impegno certosino da Giannino Angeli ed Amos D’Antoni, e riportata nel libro di 152 pagine dal titolo “I Sindaci del Friuli Venezia Giulia dalla Costituente a oggi”, uscito con il patrocinio del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia per i tipi della Lithostampa di Pasian di Prato,su iniziativa dell’Associazione sindaci emeriti del Friuli Venezia Giulia presieduta da Elio Di Giusto.
Ma ritengo opportuno farlo anche perché siamo nell’imminenza del 42mo anniversario di quel terremoto che sconvolse queste terre alle nove di sera del 6 maggio 1976.

Innanzitutto, va detto che il volume presentato la scorsa settimana a Udine abbraccia un ampio periodo che va appunto dalla fine della seconda guerra mondiale, cioè da quelle amministrazioni civiche nate dalla Resistenza e che subentrarono a quelle autoritarie incarnate dai podestà. E alle quali gli stessi autori avevano già dedicato una specifica trattazione nel 2013 dal titolo “I Sindaci della Liberazione”.
“Superati anche questi tempestosi anni” – appunto del Ventennio fascista – e con il ritorno alla democrazia ecco “l’avvio controllato della gestione amministrativa dei Comuni e quindi il ripristino dell’elezione dei rappresentanti dei cittadini riservando al Sindaco la nomina di secondo grado, cioè eletto dal Consiglio comunale.
Solo con la Legge 25 marzo 1993 numero 81 – annotano Angeli e D’Antoni che furono primi cittadini rispettivamente di Tavagnacco (1970 – 1975) e Basiliano (1980 – 1992) – si arriverà alla elezione diretta del responsabile alla guida delle nostre comunità”.
Ma tralasciamo gli anni post-bellici che seguirono, sebbene eroici perché segnarono una vera e propria rinascita amministrativa, fisica, sociale ed economica, per arrivare a quella che è senza dubbio la pagina più esaltante in questi settant’anni o poco più: la ricostruzione post-sismica nella quale i Sindaci sono stati anima e motore consentendo a queste terre devastate, con il fattivo sostegno dello Stato e della solidarietà internazionale, di rinascere in poco più di una decina d’anni.
Unico caso del genere in Italia e del quale voglio proprio parlare in questa sede per indicare ancora una volta quello che era stato definito “modello Friuli” come esempio per l’intera Penisola, in particolare per quei paesi e quelle città del Centro che in questi ultimi anni hanno purtroppo dovuto fare la stessa durissima esperienza, travolti da terremoti ricorrenti e impietosi.
Questo fu possibile – ricordano Angeli e D’Antoni – perché i Sindaci, in stretto contatto con la Regione Friuli Venezia Giulia, allora guidata da Antonio Comelli, e sotto la regia del Commissario straordinario del Governo Giuseppe Zamberletti, furono investiti della gravosa incombenza di “funzionari delegati” con una responsabilità e una fiducia fino a quel momento mai accordate a un amministratore locale. In pratica, il finanziamento per ricostruire o riparare la casa era “erogato direttamente dal Sindaco del Comune, nel suo ruolo di delegato della Regione e con i mezzi messi a disposizione dalla Segreteria generale straordinaria”.

Questo ha permesso di semplificare alquanto la macchina burocratica velocizzando tutte le pratiche presentate dagli aventi diritto e quindi tutta l’operazione di rinascita, peraltro uscita senza macchia. “Non si scordi, tra l’altro – osserva al riguardo il professor Fulvio Salimbeni, dell’ Universita di Udine, che ha curato la prefazione del volume -, che questo è stato l’unico caso di ricostruzione senza malversazioni, ruberie e inadempienze di sorta, il che è dovuto anche e in particolare misura proprio a questi benemeriti personaggi, cui il presente lavoro ha saputo fornire il dovuto riconoscimento, mettendo a disposizione di chi lo vorrà gli elementi essenziali per studi biografici su singole personalità tra quelle qui egregiamente schedate”. E tra queste come non citare, una per tutte: Ivano Benvenuti, Sindaco di Gemona dal 1975 al 1983, negli anni cruciali dell’emergenza e della ricostruzione.

Sotto la sua guida competente e appassionata è praticamente avvenuta quasi tutta la rinascita della “capitale” del terremoto, meritando quella stima e riconoscenza che la sua gente ha voluto tributargli in massa la scorsa estate quando gli ha dato l’ultimo, commosso saluto.
“A ragione, dunque – riprende e conclude Salimbeni -, Sindaci della speranza, capaci di risollevare due volte a pochi decenni di distanza le loro comunità duramente provate dalla Storia e dalla Natura, proiettandole verso il futuro, ma speranza anche che Giannino Angeli continui a contribuire, come fatto anche in questa per il momento sua ultima fatica, a una sempre migliore conoscenza del passato della nostra regione”.
Un augurio al quale mi associo, estendendolo anche ad Amos D’Antoni.

Ma il vero Ohio è qui…

di Giuseppe Longo
Mentre a Roma si sono appassionati al gioco dell’oca – sono diventati così esperti che in un mese e mezzo dalle politiche non c’è ancora uno straccio di governo, neppure alle viste -, in Friuli Venezia Giulia è ormai cominciato il conto alla rovescia per le elezioni del 29 aprile.
Oggi si vota in Molise, fazzoletto di terra che i giornali si sono sbizzarriti a chiamare l’Ohio d’Italia, come dire che se quel minuscolo Stato d’America si è rivelato determinante per la vittoria di Trump,
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così la piccola Regione staccatasi oltre cinquant’anni fa dagli Abruzzi potrebbe influire sull’assetto politico nostrano.
Sarà probabilmente vero perché quegli elettori contribuiranno a ricalibrare i rapporti di forza tra Cinque stelle e Lega, e soprattutto fra quest’ultima e Forza Italia.
Ma allora, senza nulla togliere ai molisani, dovrebbe essere ancora più significativo il voto in Fvg dove il numero di coloro che andranno alle urne è quasi quadruplo e avverrà in una Regione al centro dell’Europa, sempre più crocevia di traffici internazionali. È  questo mi fa dedurre, con tutto il rispetto per Campobasso e Isernia, che il vero Ohio è proprio qui.
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Non so, anche se ci sono diverse ipotesi (probabile incarico al presidente della Camera), quale sarà la decisione del capo dello Stato che, dopo l’annunciato fallimento della leader del Senato, si è preso 48 ore di tempo per riflettere sulla proposta più praticabile in questo ingrovigliato momento. Tuttavia, molto sommessamente, mi permetto di osservare che, arrivati in questa fase di prolungato stallo, sarebbe più che opportuno aspettare anche l’esito del voto in Fvg. Una settimana in più non cambia niente, tanto abbiamo ancora Gentiloni.
Ritengo infatti assurdo che,  mentre a Roma si continua a trattare per un possibile governo, a Trieste, Udine, Pordenone e Gorizia ci si scanni nell’ultima settimana di campagna elettorale. Perché sarà proprio così, come ha dimostrato l’altro giorno proprio in Molise il nuovo show del Cavaliere che ha addirittura scomodato i cessi – ma sì, scriviamo le parole così come sono state pronunciate senza ricorrere a “bagni” come più di qualcuno ha fatto per un eccesso di zelo – delle sue aziende per dare un’etichetta di “qualità” ai grillini.
Ma tant’è. Ormai siamo abituati a tutto. Il velo di tristezza che ha avvolto ieri la cerimonia di chiusura della Provincia di Udine – fa veramente male al cuore di un friulano come me vedere sbarrato quel portone di Palazzo Belgrado! – dopo oltre due secoli di storia della Piccola Patria s’incrocia con l’altrettanto triste spettacolo offertoci dalla politica italiana dalle elezioni del 4 marzo e soprattutto in questi ultimi giorni, da quando cioè sono cominciate le consultazioni, prima al Quirinale e poi a Palazzo Giustiniani. Della Politica – scritta con la maiuscola – purtroppo oggi non c’è traccia. Si parla tanto di due forni, ma questi non hanno nulla a che vedere con quelli dell’indimenticato Giulio Andreotti. Quella era tutt’altra storia!
Un indecoroso gioco dell’oca l’avevo definito un paio di settimane fa, quando si stava delineando l’andazzo che poi abbiamo via via potuto constatare, tanto che avevo aggiunto che il tira e molla mi faceva pensare al “facite ammuina” di borbonica memoria.
E ora cosa succederà? Un nuovo capitolo tutto da scrivere, o meglio tutto da decifrare e che ancora una volta ha al centro le gravi tensioni all’interno del Centrodestra dove spirano sempre più forti i venti della rottura tra Salvini e Berlusconi. Mentre risulta ancora enigmatico capire quali saranno i prossimi passi del Partito democratico di Martina (e di Renzi). E tutto contribuisce a pennellare il quadro desolante che abbiamo sotto gli occhi. E che mi fa dire in modo sconsolato: quanto mi manca la Prima Repubblica, nonostante tutti i suoi innegabili difetti. A voi no?
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“Mandi Cjase dai Furlans”: tutto cominciò nel 1806

di Giuseppe Longo

Provincia di Udine ultimo atto. Il Duomo e la chiesetta del Castello avevano da poco fatto ascoltare le campane di mezzogiorno quando il portone di Palazzo Belgrado che dà su piazza Patriarcato è stato sbarrato dal presidente Pietro Fontanini apponendo una significativa frase che Pier Paolo Pasolini scrisse nel 1944, in piena seconda guerra mondiale, nel suo bel friulano di Casarsa: “A vegnarà ben il dì che il Friùl si inecuarzarà di vei na storia, un passat, na tradision!”.
Fontanini l’aveva letta, nel gremito salone del Quaglio, a conclusione del suo breve, applauditissimo discorso di chiusura (all’inizio era stata preceduto dal presidente del Consiglio provinciale Fabrizio Pitton), nel quale non ha mancato di rivolgere duri accenti alla legge regionale di riforma numero 26 del 2014 che ha soppresso le quattro Province del Friuli Venezia Giulia – su Gorizia, Pordenone e Trieste il sipario era già calato da mesi – istituendo al loro posto le UTI, le tanto discusse, criticate e contestate Unioni territoriali intercomunali. Parole “velate di tristezza” come aveva detto prima di lui lo storico friulano Gianfranco Ellero che ha accompagnato in un appassionato viaggio alla scoperta delle origini della Provincia di Udine che si perdono nel remoto 1806, quindi ben 212 anni fa, all’epoca del Regno Lombardo-Veneto e a pochi anni dal Trattato di Campoformido, per proseguire in una lunga avventura politica e amministrativa che ha visto l’Ente territoriale intrecciarsi continuamente con la storia di questa terra, tanto da essere a lungo chiamata Provincia del Friuli. E tanto da essere un vero punto di riferimento per i Friulani – la “Cjase dai Furlans”, come l’ha definita l’ormai ex presidente Fontanini – anche nei momenti più duri e difficili, come le guerre e il terremoto del 1976. “Non dimentichiamo – ha ricordato il professor Ellero – che a pochi giorni
dal sisma fu proprio questo salone ad accogliere Nelson Rockefeller, vicepresidente degli Stati Uniti d’America, prontamente intervenuto in soccorso delle nostre popolazioni!”.

Ma i ricordi e gli aneddoti potrebbero continuare.
E oggi cosa rimane, dopo un passato così glorioso e significativo, davanti a quella porta sbarrata? La bellezza di 10 (sì, avete letto bene: dieci!) UTI entrate in funzione tra non poche difficoltà il primo gennaio 2016: Canal del Ferro – Val Canale (quella che Ellero ha detto sarebbe meglio chiamare “Carinzia friulana”), Gemonese, Carnia,
Friuli Centrale, Torre, Mediofriuli, Collinare, Natisone, Riviera – Bassa Friulana, Agro Aquileiese. Che si sommano alle cinque pordenonesi (Tagliamento, Valli e Dolomiti Friulane, Livenza – Cansiglio – Cavallo, Sile e Meduna, Noncello); alle due goriziane (Carso Isonzo Adriatico, Collio – Alto Isonzo) e all’unica triestina (Giuliana).

In altre parole diciotto nuovi Enti territoriali al posto di quattro, con l’obiettivo di tagliare i costi e razionalizzare la
vita amministrativa. Sarà così?

Lo dirà l’esperienza, ma soprattutto la storia anche in questo caso.

Perché in quello dell’importanza e della validità della Provincia di Udine, o meglio del Friuli, si è già espressa.

< N.d.R. …allego le foto del funerale…. >

…la casa del “caro estinto”